Le priorità del governo M5s-Pd


È stato diffuso questa mattina un documento – di poco più di due pagine – contenente le Linee di indirizzo programmatico per la formazione del nuovo governo, in cui è specificato che comunque si tratta solamente di una bozza di lavoro che riassume le linee programmatiche che il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, sta integrando e definendo. Da un punto di vista prettamente economico le intenzioni del nuovo governo sono riassunte nei primi due punti del documento – consultabile anche sul Blog delle Stelle – in cui si legge che «con riferimento alla legge di Bilancio per il 2020 sarà perseguita una politica economica espansiva, senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica e, in particolare: neutralizzazione dell’aumento dell’IVA, sostegno alle famiglie e ai disabili, il perseguimento di politiche per l’emergenza abitativa, deburocratizzazione e semplificazione amministrativa, maggiori risorse per scuola, università, ricerca e welfare». Al secondo punto si ricorda invece che è necessario ridurre le tasse sul lavoro, a vantaggio dei lavoratori; individuare una retribuzione giusta, garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori e individuare il giusto compenso anche per i lavoratori non dipendenti, con l’obiettivo di evitare forme di abuso e di sfruttamento in particolare a fanno dei giovani professionisti. Tra i punti anche l’introduzione di una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni, la realizzazione di un piano strategico di prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali e l’approvazione una legge sulla rappresentanza sindacale


Chi, ma soprattutto a fare cosa?


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Gli italiani stanno seguendo con il fiato sospeso le trattative, al momento arenate, fra Zingaretti e Di Maio per la formazione dell’eventuale governo “giallorosso”. Come sempre, fa parte del nostro carattere nazionale, parteggiando vigorosamente chi per una, chi per un’altra formazione politica. Sacrosanto, anche noi abbiamo simpatie ed affinità, come anche inevitabili incompatibilità. Eppure bisognerebbe conservare maggiore obiettività di giudizio, considerando il fatto che la questione riguarda il futuro prossimo del nostro Paese. Da quanto si apprende dai mass-media, l’oggetto principale dei vertici, quelli già fatti e quelli annullati, fra pentastellati e democratici riguarda il “chi” mentre è lasciato in sospeso il ben più importante “cosa”. In sintesi si dibatte sulla figura di Conte, se confermarlo o meno nel ruolo di Presidente del Consiglio, e si discute per piazzare i propri esponenti in questo o quel ministero. Quel che invece al momento sembra passato in secondo piano è il programma dell’eventuale governo. Ammesso e non concesso che M5S e Pd riusciranno a intendersi e a sistemare nel posto giusto tutte le “pedine”, dopo aver assegnato tutte le poltrone in un sistema di pesi e contrappesi soddisfacente per entrambi, cosa dovremmo aspettarci da questo nuovo governo? Quale sarebbe la visione politica nelle questioni economiche e sociali, nell’elaborazione della legge di bilancio? Austerity o politiche espansive? Quale l’indirizzo sulla materia fiscale? E l’esito delle riforme già fatte, da RdC a Quota Cento? La linea su sicurezza e immigrazione? Forse ai cittadini, al di là del tifo da stadio, è questo che interesserebbe sapere e la risposta è ancora piuttosto fumosa. A suo tempo il “governo del cambiamento”, ben prima dell’insediamento, anzi a precondizione della sua stessa nascita, aveva messo a disposizione di tutti il testo del contratto, ovvero un programma piuttosto dettagliato. Piacesse o meno, comunque chiaro. Ora, invece, i pentastellati hanno stilato un loro elenco di dieci punti, che comprende questioni spinose. Fra le più significative la riforma del sistema bancario, la revoca delle concessioni autostradali, il salario minimo orario, la revisione del metodo di elezione del Csm. Non è dato sapere quanti di questi temi, note battaglie dei 5 Stelle osteggiate da sempre dal Pd, ora sarebbero fatti propri dai dem. Allo stesso modo il Pd, più modestamente, ne ha messi sul tavolo la metà, tra i quali ci sono la fedeltà alle regole Ue e il cambio di registro nella gestione di flussi migratori. Di nuovo non è chiaro se questi punti saranno accettati dal M5S, che in caso di assenso cambierebbe completamente linea politica rispetto al passato. Il tutto a poco più di 24 ore dal termine delle consultazioni al Quirinale e quindi da un possibile incarico di Governo.


Manovra, proseguono gli incontri con le parti sociali


Gli incontri con le parti sociali – ieri a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte, oggi al Viminale con Matteo Salvini (presenti 45 sigle) – serviranno ora al governo per mettere a punto la manovra (nuovi tavoli sono previsti anche a settembre). Una manovra economica che oggi il vicepremier Salvini ha garantito sarà caratterizzata da un sostanzioso abbassamento delle tasse, comprensivo di eliminazione della Tasi. Senza dimenticare, a tale proposito, le voci che necessiteranno di un intervento: la qualità del lavoro (pure a fronte dei recenti dati positivi sul numero degli occupati in aumento e quello dei disoccupati in calo), il potere d’acquisto delle famiglie per rilanciare i consumi oltre alle opere pubbliche e alle infrastrutture. «Stiamo lavorando soprattutto sul cuneo fiscale e contributivo: stiamo cercando di reperire le risorse per finanziare gli interventi perché parliamo di una riforma fiscale strutturale che non si può basare sul deficit», ha detto – stando a quanto riferisce l’Ansa – il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, durante gli incontri a Palazzo Chigi. Dunque, in tema di tasse, l’obiettivo è «ridurre l’Irpef sui redditi medi». Ma per Salvini è impossibile fare una manovra a costo zero. Secondo il vicepremier, inoltre, «per il piano straordinario di investimenti occorre discutere con l’Unione europea alcuni vincoli in base ai quali nulla di quello di cui stiamo parlando da tre ore sarebbe possibile».


Conte-Parti sociali: secondo atto


Secondo appuntamento a Palazzo Chigi per i tavoli tematici, destinati ad anticipare i contenuti della prossima legge di bilancio. Dal primo pomeriggio e per le ore a seguire, le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali sono attese dal premier Giuseppe Conte per parlare di Mezzogiorno, dopo che la scorsa settimana è già stato affrontato il tema delle politiche fiscali. Gli ultimi ad entrare nella sede della Presidenza del consiglio dei ministri saranno i rappresentanti di Abi ed Ania; a quel punto, sarà già calata la notte sui palazzi romani. In almeno cinque ore, Conte punta ad incontrare una trentina di organizzazioni sia sindacali (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Usb, Cisal e Confsal) che datoriali. Quando si parla di Mezzogiorno, sono diversi gli aspetti da trattare con estrema attenzione, dal lavoro che manca a diverse vertenze molto critiche (dalla ex Ilva alla Whirlpool, da Blutec ad Almaviva, solo per citarne alcune), dalla pessima gestione dei fondi comunitari alla carenza infrastrutturale. Come segnalato dalla Ugl, servirebbe un piano pluriennale da almeno 60 miliardi di euro per allineare il Sud al resto del Paese sul versante delle infrastrutture, mentre Cgil, Cisl e Uil insistono sul rispetto della clausola della ripartizione territoriale dell’80% delle risorse finanziarie verso il Meridione. Altri temi caldi, il contrasto al lavoro sommerso, la difficoltà di accesso al credito in particolare per le piccole imprese e la sicurezza.


Tria: «Stabilità finanziaria obiettivo imprescindibile»


«Le previsioni di crescita prevedono una performance per il secondo trimestre simile all’andamento dei primi tre mesi. Ci aspettiamo che nel prossimo semestre si dispiegheranno gli effetti delle principali misure adottate con la legge di bilancio, non solo sui consumi». A dirlo è stato il ministro dell’Economia Giovanni Tria nel corso del suo intervento all’assemblea Assonime. «Ho più volte ribadito – ha aggiunto – che le stime fornite dal Governo sono caratterizzate da un elevato grado di prudenza quanto mai opportuno in un quadro economico di incertezze». Il titolare del MEF ha poi spiegato che «la stabilità finanziaria è un obiettivo imprescindibile», assicurando che «il Governo è determinato a centrare gli obiettivi adottando la dove necessario le iniziative adeguate per il loro raggiungimento». Sul confronto con la Commissione europea il ministro Tria ha detto che l’esecutivo «continuerà a lavorare per rafforzare un dialogo costruttivo per chiarire la nostra posizione e fornire rassicurazioni circa i programmi che intendiamo seguire». Durante l’assemblea ha preso la parola anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale ha garantito che il governo è «massimamente determinato a evitare la procedura d’infrazione», concordando «con i partner europei un percorso credibile di riduzione del debito, nel segno della sostenibilità sociale e senza attuare manovre recessive, che sarebbero in contraddizione con l’agenda di rilancio della crescita adottata sin dallo scorso anno».


La tenuta del Governo tra sicurezza e Europee 2019


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

 

Avrà ragione il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a sostenere che quella tra i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, è «una dialettica che ricondurrei alla competizione elettorale in corso» e che all’orizzonte non c’è alcuna sfiducia nei suoi confronti e nemmeno aria di crisi di Governo. Tuttavia qualche tensione ci deve essere stata. Lo si evince non tanto da quello che tutti i quotidiani, ovviamente con sfumature e tendenze diverse, riportano rispetto al “travagliato” Consiglio dei Ministri di ieri, anzi di stamattina terminato all’1 di notte, ma dalle dichiarazioni dei singoli rappresentanti di entrambi i partiti, vice premier compresi. Conte fa indubbiamente il suo mestiere quando tenta di stemperare i toni e le discussioni, ma se persino un rappresentante del M5s, come l’ex giornalista Gianluigi Paragone, scusandosi con i suoi elettori, ha ammesso nel corso di una trasmissione televisiva che i toni sono diventati indubbiamente troppo accesi, qualcosa in merito andrà pur fatto. Lo meritano non soltanto gli elettori dei rispettivi partiti ma tutti i cittadini italiani, che devono percepire il cambiamento di passo impresso dal Governo del Cambiamento, per molti aspetti già innescato, soprattutto per quel che concerne un tema così importante e universalmente sentito come quello della sicurezza. Una questione che non smette di riempire le cronache dei giornali nazionali e locali, con fatti più o meno eclatanti, ma che in ogni caso influiscono e non poco sulla qualità della vita e del lavoro di tutti noi. Perciò ci auguriamo che il rinvio dell’approvazione del decreto sicurezza bis, necessario a detta dello stesso premier perché è un testo complesso da richiedere il vaglio del Quirinale, al fine di «raccoglierne tutte le eventuali valutazioni e approfondimenti», non venga utilizzato come arma di «dialettica elettorale», perché sarebbe profondamente sbagliato. Il decreto sicurezza bis, tra la varie cose, introduce multe per chi soccorre i migranti in mare, misura che pur toccando la questione internazionale dell’obbligo di soccorrere qualsiasi imbarcazione in difficoltà, non può e non deve non tener conto di quello che accade nel Mediterraneo, mettendolo anche in collegamento con, ad esempio, il “mercato” che a Roma è stato costruito intorno all’acquisizione italiana, tanto per dirne una, e che ieri è stato fermato grazie ad una serie di arresti. Ma per capirne l’importanza basterebbe pensare a tutti coloro che, sulla disperazione umana e sul desiderio umano di trovare miglior fortuna, lucrano fino al punto di mettere in pericolo vite umane. Che sono quelli che aiutano indirettamente gli scafisti a portare i clandestini a destinazione. È una questione umanitaria nei confronti di chi decide di attraversare il Mediterraneo, mettendo a rischio persino la propria vita e quella dei figli, ma allo stesso tempo è una, se non la, questione sociale che non a caso “esplode” sistematicamente nelle periferie, e non solo, delle nostre grandi città.