Governo, Renzi: «Darò battaglia per una manovra senza tasse»


Una spina (fastidiosa) nel fianco del governo. Pur continuandolo a sostenere in Parlamento con Italia viva, Matteo Renzi non perde l’occasione per punzecchiare l’esecutivo. Lo ha fatto nelle scorse settimane – un esempio: ieri Italia viva ha presentato due emendamenti al decreto fiscale collegato alla manovra che prevedono la reintroduzione dello scudo penale per ArcelorMittal, nonostante il parere contrario del Movimento 5 stelle –, lo ha fatto anche oggi nella sua e-news. Commentando la situazione economica del Paese, ha osservato che il problema non è rappresentato dalla legge di bilancio, ma dagli scarsi investimenti che l’Italia riesce ad attirare. «C’è un dato di fatto oggettivo. La situazione economica del Paese non è rosea. Tutto ristagna. E il problema non è la legge di bilancio – su cui continueremo la nostra battaglia #NoTax – ma la situazione di incertezza sugli investimenti. Per questo do a tutti appuntamento a Torino, venerdì 15 novembre», si legge nell’e-news. Tutto qui? No. A leggere attentamente il post si nota un particolare: oltre all’iniziativa, Renzi ha annunciato che Italia viva continuerà a battersi per ridurre le tasse previste dalla legge di bilancio. Un modo per distanziarsi da Pd e M5s agli occhi dell’elettorato. Ieri Renzi ha poi aperto alla proposta di Giorgetti di creare una Costituente per le riforme mentre Pd e M5s sono sembrati meno disponibili.


Aria di tempesta su Palazzo Chigi


Il Conte Bis nato in estate finirà per mangiare un magro panettone

Fosse solo l’Ilva (ma potremmo aggiungere anche Whirlpool, Alitalia e altre vertenze irrisolte), che in ogni caso difficilmente si risolverà senza generare pesanti effetti collaterali. «Così non si va avanti» è il nuovo mantra che aleggia da qualche giorno sempre più insistentemente tra rappresentanti sia della maggioranza sia della minoranza. Se anche i quotidiani storicamente non avversi alla sinistra non risparmiano da giorni pesanti colpi al Governo giallorosso – o giallorosé come ormai ironicamente lo chiama qualcuno – qualcosa vorrà dire. Ieri Repubblica titolava in apertura «Fumata nera per l’Ilva e anche per il Governo», colpo a gamba tesa corredato dall’editoriale di Ezio Mauro, «L’agonia di un’alleanza senz’anima». Un altro sintomo della gravità della situazione sta nel fatto che testate un tempo contrarie a qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione, oggi si lasciano andare intorno all’ipotesi di nazionalizzazione dell’ex Ilva. Sarà che il governo è giallorosso e non più gialloblu, ma sta di fatto che spira sempre più forte un’aria di tempesta. Persino al di là dei confini italiani. Tutti sanno che il governo giallorosso è una “creatura” di Bruxelles e di quelli che tutto avrebbero da guadagnare tranne che da elezioni anticipate – Matteo Renzi oggi avvisa: «Un suicidio tornare al voto, il Pd ci pensi bene» su Repubblica – , ma anche in Europa c’è aria di burrasca. È notizia abbastanza eclatante di oggi per il mondo intero – l’Economist gli ha dedicato l’apertura – che il presidente francese Emmanuel Macron abbia decretato la fine della Nato («is becoming brain-dead» che più o meno equivale all’espressione ”encefalogramma piatto”) e che Angela Merkel – attesa nel nostro Paese il prossimo lunedì per un bilaterale con il nostro premier – abbia espressamente dichiarato di avere una visione totalmente contraria a quella dell’alleato di sempre. Insomma si litiga dappertutto. In Italia sempre più e trasversalmente, dal Pd a Italia Viva passando anche per il M5s, si pensa «allo strappo». Vuoi vedere che l’ombra di Mario Draghi, al momento “disoccupato”, si sta sempre più allungando non sul Quirinale (aspettando fino al 2022), ma su Palazzo Chigi? Un aiutino potrebbe darlo sempre lui, Matteo Renzi, il quale sempre oggi ha dichiarato: «Conte? Oggi lo aiutiamo, del doman non v’è certezza».


La manovra arriva in Senato


La maggioranza è divisa su tutto: dalla plastic tax ai fringe benefit per le auto aziendali, M5s e Pd sempre più in disaccordo

Inizia domani l’esame della legge di bilancio al Senato. Seguiranno le audizioni congiunte, che dovrebbero tenersi tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Il provvedimento, che si compone di 119 articoli, è arrivato in parlamento ben oltre il termine fissato dalla legge ovvero il 20 ottobre e così restano meno di due mesi per l’esame della manovra, che va approvata entro il 31 dicembre. Tra i capitoli già al centro della discussione, per possibili modifiche che potrebbero essere introdotte nel corso dell’iter parlamentare, la plastic tax e la stretta sulla tassazione del fringe benefit per le auto aziendali. Mentre il decreto legge fiscale, che è la seconda parte della manovra, ha iniziato il turno di audizioni alla Camera, ed è atteso nell’aula di Montecitorio a partire dal 4 novembre e dovrà essere licenziato entro il giorno di Natale. Non c’è solo la difficoltà tecnica, tra le due assemblee, di coordinare i due provvedimenti affinché arrivino alla loro versione definitiva entro i termini stabiliti dalla legge. C’è soprattutto quella politica. Il Governo, per bocca del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha dichiarato anche oggi di aprire la possibilità di modifiche in particolare sulla plastic tax. Fino ad oggi il Governo ha sempre fatto orecchie da mercante davanti al grido di allarme delle aziende e dei settori coinvolti. Ma qualche mattone nel “muro” si è sgretolato. L’Italia è leader mondiale del packaging, le aziende migliori si trovano tutte sulla via Emilia. La Lega e Forza Italia ha promesso battaglia e per i giallorossi si mette male. Da qui a pochi mesi ci saranno le elezioni regionali in Emilia Romagna, dove è sorto il distretto industriale di 228 imprese e oltre 17mila occupati solo nell’imballaggio, che realizza un fatturato annuo pari a 3 miliardi di euro. La tassa può rivelarsi oltre che un buco nell’acqua in termini ambientali – Legambiente ha detto che dovrebbe essere formulata diversamente, pur apprezzandola in termini di principio – soprattutto un disastro economico e  politico. Stesso effetto rischiano di produrre la sugar tax e quella sulle auto aziendali, senza dimenticare l’uscita di Arcelor Mittal da Ilva.  Plastic tax, sugar tax e auto aziendali – cavalli di battaglia del M5s – faranno racimolare al Governo meno di 2 milioni di tasse. Per questo Italia Viva di Matteo Renzi propone di far slittare il taglio del cuneo fiscale – cavallo di battaglia del Pd – e realizzare cassa senza nuove tasse inique o comunque rimodulandole – e per Italia Viva significa conquistare nuovi voti. Non c’è bisogno di essere politologi o veggenti per capire che il Governo giallorosso rischia o prima o poi o per un motivo o per un altro di deflagare.


Quota 100: governo sempre diviso


Soltanto alla fine del percorso della legge di bilancio, e quindi a dicembre inoltrato, si saprà se a vincere sono stati coloro che hanno continuato a sostenere Quota 100 o se, piuttosto, sono stati coloro che hanno voluto cancellare la norma. L’esecutivo continua, infatti, ad essere molto diviso sull’argomento previdenza, nonostante che, dopo l’Ugl, anche Cgil, Cisl e Uil si sono unite nella difesa della misura che permette un’uscita anticipata dal lavoro almeno fino al 31 dicembre del 2021. I numeri confermano l’impatto positivo che Quota 100 ha avuto sulla platea dei lavoratori, considerando soprattutto che la scelta è assolutamente volontaria. Stanno però avendo un significativo riscontro anche le altre misure previdenziali. Secondo i dati anticipati dal Sole 24 Ore, sono oltre 28mila le domande relative alla pace contributiva e al riscatto agevolato della laurea, due aspetti di cui si parla meno, nonostante gli indubbi vantaggi.


Decreto lavoro, corsa contro il tempo


Destino incerto sul decreto lavoro, approdato finalmente in aula al Senato. Come noto, ogni decreto legge deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla entrata in vigore. Il decreto legge è entrato in vigore il 5 di settembre per cui i tempi sono molto ridotti. Il governo ha presentato degli emendamenti che riscrivono in molte sue parti il provvedimento, una manovra che punta verosimilmente a ridurre al massimo il dibattito alla Camera, così da evitare una seconda lettura al Senato.


Cambi in corso a via Veneto


Non più uno per due, ma due per uno. Si può sintetizzare con questa formula matematica quanto successo con il passaggio dal governo giallo-verde a quello giallo-rosso. Se nel primo governo Conte, il leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, aveva in carico sia il ministero del lavoro e delle politiche sociali che quello dello sviluppo economico, nel Conte-Bis, le due deleghe sono state rispettivamente assegnate ai senatori, sempre di 5 Stelle, Nunzia Catalfo e Stefano Patuanelli. Più conosciuta, sicuramente la prima, che già nella passata legislatura si era intestata il disegno di legge sul reddito di cittadinanza, che poi ha trovato attuazione, pur con qualche modifica rispetto al progetto iniziale, con il decreto-legge dello scorso gennaio, che ha introdotto anche Quota 100 ed altre misure di carattere previdenziale. Sui tavoli dei due neoministri sono molti i dossier aperti, dal salario minimo orario ai casi Whirlpool, Alitalia ed Ilva.