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Umbria: vittoria storica e schiacciante della coalizione di centro destra

Ridimensionare il risultato politico della sconfitta in Umbria riferendosi alla piccola percentuale rappresentata dalla popolazione della regione rispetto al resto della nazione, così come continua a fare dalla settimana scorsa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è la dimostrazione più evidente di quanto sia scottante il fatto che, dopo 50 anni, non sia più la sinistra a governare la Regione ma il centro destra. Vediamo l’esito del voto: la Lega, secondo i dati definitivi del voto raccolti oggi, ha ottenuto il 36,9% (il 14% in più delle precedenti regionali), Fratelli d’Italia il 10,4% (era al 6,2) e Forza Italia il 5,5 (era all’8,5). Nella coalizione Bianconi, il Pd si è attestato al 22,3% (35,8 nella precedente consultazione) e il M5s al 7,41 (era al 14,6). A Terni, in particolare, la Lega ha superato il 40%, mentre il M5s si è fermato sotto il 10%. Così il leader della Lega, Matteo Salvini, a Perugia, nella conferenza stampa sul voto in Umbria ha commentato: «È un voto che ha anche una valenza nazionale, Conte continua con la sua arrogante distruzione dell’Umbria». Non c’è solo il botta e risposta a distanza tra Conte e Salvini, ormai la coalizione targata M5s-Pd è agli sgoccioli ed è iniziato il fuoco amico. Per il M5s: «Dalla formazione del primo esecutivo ci è stato subito chiaro che stare al Governo con un’altra forza politica – che sia la Lega o che sia il Pd – sacrifica il consenso del Movimento 5 Stelle. Ma noi non siamo nati per inseguire il consenso». Male anche per il Pd che ha visto fallire al primo test la strategia del suo stato maggiore. Zingaretti: «Rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare», puntando anche il dito su Italia Viva di Matteo Renzi, che non ha contribuito a creare le condizioni migliori per il voto in Umbria: «Un voto certo non aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del Governo». Ma va detto anche che in Umbria al centrosinistra era rimasta solo la presidenza della Regione, tuttavia macchiata dallo scandalo della sanitopoli perugina e quindi le colpe vanno ricercate prima di tutto in casa. A sua volta si è schernito Matteo Renzi affermando che si tratta di «una sconfitta scritta figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi. Lo avevo detto, anche privatamente, a tutti i protagonisti. E non a caso Italia Viva è stata fuori dalla partita». Al di là dei torti e delle ragioni, è evidente che ora si apre un’altra fase, Salvini è stato chiaro: «Non ci sono spallate in democrazia. Ci sono le elezioni. Di elezione in elezione vediamo quanto resteranno attaccati alla poltrona».


Ilva, primo grave incidente a Taranto


Primo grave incidente sul lavoro nel nuovo corso di Ilva, dopo l’acquisizione da parte di ArcelorMittal. Un operaio di 43 anni è stato investito da un getto di acqua bollente alle gambe che ha provocato ustioni, giudicate guaribili in un mese. Un incidente importante che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche, se il dipendente fosse stato colpito in altre parti del corpo. La reazione delle organizzazioni sindacali è stata compatta ed immediata, considerate anche le polemiche delle settimane scorse in ordine alla effettiva attuazione degli impegni presi nell’accordo che ha portato alla cessione del sito di Taranto alla nuova proprietà. Da parte delle organizzazioni sindacali è arrivata la richiesta di un incontro per verificare le procedure di sicurezza e per valutare in maniera attenta la disponibilità di dispositivi di protezione individuale. Sul caso specifico, sono in corso le indagini da parte degli organi competenti.


I confini del territorio italiano e i limiti della coerenza


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

È il segnale che ci aspettavamo già da prima e che, ci auguriamo, diventi ancora più forte: il M5s, dopo la lettera del vice premier Matteo Salvini pubblicata dal Corriere della Sera, sembrerebbe propenso a cambiare linea sul “sì” all’autorizzazione a procedere nei confronti dello stesso Salvini per il blocco della nave Diciotti. Qualcosa nell’animo grillino si è mosso a cominciare dall’On. Emilio Carelli e dal sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, che hanno compreso e evidenziato come un eventuale processo sarebbe contro tutto il governo. Servirebbe qualche segnale in più e più deciso. A mio parere il Governo del Cambiamento, o ancora meglio la sua parte che malauguratamente dovesse votare “sì”, non potrà uscire facilmente indenne da un processo su decisioni peraltro già assunte. Per essere più chiari, checché ne dicano alcuni ministri grillini, non si può votare “sì” all’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, per salvare la coerenza con un passato antigarantista, e allo stesso tempo difendere in sede di processo la collegialità del Governo nell’assumere quella stessa decisione. Sarebbe più coerente andare tutti a processo. Più coerente, sì, ma non più giusto.
In questo caso il vice premier, – che non rinnega le scelte fatte, anzi continua a portarle avanti rischiando di innescare la spirale per ora felicemente cavalcata, anzi sarebbe meglio dire “motoscafizzata”, dal Pd, – non viene accusato di reati da Prima e Seconda Repubblica. In questo caso “a processo” è l’esistenza o meno di un interesse pubblico nella scelta del ministro dell’Interno di bloccare la nave Diciotti. Per quanto mi riguarda la risposta è palese e si trova già nella stessa domanda. Come sostiene lo stesso Salvini nella lettera: «La mia vicenda giudiziaria è strettamente legata all’attività di ministro dell’Interno e alla ferma volontà di mantenere gli impegni della campagna elettorale. Avevo detto che avrei contrastato l’immigrazione clandestina e i confini nazionali». E così è stato guardando ai numeri indicati dallo stesso capo degli Interni: nel 2018 ci sono stati meno morti, 23.370 sbarchi contro i 119.369 dell’anno precedente, trend che viene confermato nelle prime settimane del 2019. In gioco però non c’è soltanto il mantenimento delle promesse elettorali scritte, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, nero su bianco su un contratto, controfirmato dai due partiti che compongono il Governo del Cambiamento, ma ben di più. In questo caso, infatti, non viene contestato un comportamento del privato cittadino Matteo Salvini, ma il suo operato da ministro dell’Interno mettendo a giudizio la facoltà di quello stesso ministro, e di qualsiasi altro come lui e dopo di lui, di poter agire, nel caso specifico, per «verificare la possibilità di una equa ripartizione tra i Paesi dell’Ue degli immigrati a bordo della nave Diciotti». Ciò è pienamente legittimo e nell’interesse del Paese, lo capirebbe persino un bambino. C’è allora da chiedersi in una parte della maggioranza quale messaggio arriverebbe all’elettorato e ai Capi di Stato di altri Paesi rispetto alla reale capacità che il Governo del Cambiamento ha o avrebbe di portare avanti e fino in fondo scelte coraggiose, talmente coraggiose da scatenare la levata di scudi, che infatti si sta scatenando contro lo sbilanciamento di equilibri e di interessi stabiliti per tanti malaugurati anni non precisamente nell’interesse della nostra amata Nazione. Come ormai sta diventando chiaro anche a coloro che il Governo del Cambiamento non hanno contribuito a far nascere con il loro voto.


Amianto: dal tribunale di Venezia, arriva un sentenza rivoluzionaria


La decisione del tribunale di Venezia nei confronti di Fincantieri è destinata a fare storia. Il giudice ha condannato l’azienda ritenendola responsabile della morte della moglie di un suo dipendente, alla quale la consorte ha pulito per anni la tuta da lavoro da polveri d’amianto, inconsapevole del rischio che stava correndo. La signora, dopo una malattia rapida e devastante, è morta nel 2016. Il risarcimento totale a favore dei familiari, non solo marito e figlia, è superiore a 500mila euro.


SPECIALE BANCHE – La stretta sulle sofferenze


La prima conseguenza è stata un calo sostanzioso in Borsa, la seconda le forti polemiche sulla tempistica e le modalità adottate. La Banca centrale europea, sulla base dell’accordo sull’unione bancaria, ha chiesto agli istituti di credito di azzerare tutti i crediti in sofferenza (in sigla Npl) in tempi veloci. L’unica apertura è per quelle banche in maggiore difficoltà, le quali potranno programmare un intervento su più anni. In simultanea sono partite 119 lettere, indirizzare ad altrettanti istituti di credito europei. Secondo uno studio di Mediobanca, alla banche nostrane potrebbero servire fino a 15 miliardi di euro, cosa che avrebbe ricadute significative sui profitti di tutti gli Istituti. In qualche caso, come per Monte dei Paschi di Siena, Ubi Banca e Banca popolare di Milano il calo potrebbe essere addirittura del 60%, mentre meglio andrebbe a Unicredit ed Intesa Sanpaolo, che comunque potrebbero perdere fino a 15 punti percentuali. In valori assoluti, Intesa Sanpaolo dovrebbe accantonare 4,4 miliardi di euro in sette anni, Unicredit 2,7 miliardi, Mps 2,1 miliardi, BpM 2 miliardi. Nel complesso, i crediti in sofferenza ammonterebbero a poco meno di 22 miliardi di euro. La comunicazione della Banca centrale europea, che è peraltro partita da un italiano, Andrea Enria, da un paio di settimane a capo del Meccanismo di vigilanza unica, è stata fortemente criticata dal vicepremier Matteo Salvini, che ha parlato senza mezzi termini di «atteggiamento prevaricatore».


Trattativa Fca – Sindacati


Prosegue a ritmo serrato la trattativa per il rinnovo del contratto collettivo applicato in Fca con Fim, Uilm, Ugl Metalmeccanici, Fismic ed Associazione quadri. Nell’ultimo incontro, si è parlato, in particolare, di welfare con l’aumento delle fasce salariali da un minimo di 250 euro ad un massimo di 1.800, più un contributo aggiuntivo in presenza di determinate condizioni. Intanto, si profila l’ipotesi di mille addetti in uscita volontaria fra i poli di Grugliasco e Mirafiori.