Disgelo tra Salvini e Berlusconi


Ieri sera colloquio telefonico tra i due, dopo le ultime vicende che avevano raffreddato i rapporti

Colloquio telefonico ieri sera tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. A darne notizia è stato il primo, in un’intervista rilasciata al Gazzettino, confermando il disgelo tra i due leader politici, dopo le ultime vicende – il passaggio di tre deputati da Forza Italia alla Lega, la tiepida accoglienza di Berlusconi alla proposta di Salvini di creare una federazione tra le forze di centrodestra…–, che avevano contribuito a raffreddare un pochino i rapporti. In attesa di un faccia-a-faccia (a breve i leader di centrodestra si incontreranno in un vertice) Berlusconi ha ribadito che non ci sarà «un cambio di governo in questa legislatura»: «Non vedo nessuna prospettiva realistica», ha ammesso al Giornale, confermando che la collocazione naturale di Forza Italia è tra le forze di centrodestra e quindi, per il momento, all’opposizione, con l’obiettivo di cambiare le cose. Ancora scettico sull’idea di federare il centrodestra – «Non servirebbe e non sarebbe utile a nessuno» –, il leader di FI preferirebbe «lavorare insieme fin da adesso con i nostri parlamentari e i nostri esperti, ad un progetto comune per l’Italia in vista delle prossime elezioni politiche». Nell’immediato, però, Forza Italia è disposta a votare lo scostamento di bilancio, «a condizione che si passi dalla consultazione formale dell’opposizione». La stessa cosa è disposta a fare la Lega, purché, si proceda allo scostamento «per ridurre le tasse ai cittadini italiani e aumentare le pensioni in base all’inflazione», ha spiegato ieri il presidente dei Senatori leghisti, Massimiliano Romeo. Nel tracciare un bilancio complessivo della chiacchierata con Berlusconi, Salvini ha ricordato che «il centrodestra è maggioranza nel Paese», rilanciando l’idea di una federazione: «Non è interesse di nessuno perdere altro è far passare alcune nostre idee all’attuale governo: su questo la federazione può essere utile. Nei prossimi giorni bisognerà votare i provvedimenti su ristori, scostamento di bilancio, manovra, decreti Covid. Se ciascuno rinuncia a un pochino del suo e ci mettiamo insieme sia dentro che fuori dal Parlamento abbiamo più forza».


Pa, smart working al 50%


Il nuovo decreto firmato dalla ministra della Funzione pubblica, Fabiana Dadone

Nella serata di ieri, è arrivato il nuovo decreto ministeriale sul ricorso al lavoro agile nella pubblica amministrazione, a firma della ministra Fabiana Dadone. Il testo, in linea con le indicazioni contenute nei vari provvedimenti urgenti, gli ultimi, in ordine di tempo, sono il decreto-legge 104 e il decreto del Presidente del consiglio dei ministri del 18 ottobre, detta i comportamenti che tutte le amministrazioni pubbliche dovranno tenere nelle prossime settimane e fino al 31 gennaio 2021, quando le singole amministrazioni potranno dotarsi dei cosiddetti Pola, i piani organizzativi del lavoro agile. Come confermato più volte, alla fine si è raggiunto un equilibrio che viene incontro anche alle richieste dei sindaci, preoccupati per la tenuta dei servizi: lo smart working vedrà coinvolto almeno il 50% del personale e non almeno il 75%, soluzione quest’ultima che avrebbe avuto ricadute economiche importanti sull’indotto, in particolare bar e ristoranti.


Economia in affanno, la “ripresina” è un fuoco di paglia


Gli ultimi dati sembrano essere incoraggianti, ma per il momento è soprattutto “effetto rimbalzo”. Servono misure più incisive

Di «estesi segnali di ripresa», osservabili già da maggio, ha parlato l’Istat nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia italiana. E, ancora oggi, sempre l’Istat ci informa di un notevole rimbalzo a luglio della produzione industriale (+7,4% rispetto a giugno). Sono dati incoraggianti, certamente, che tuttavia una lettura superficiale ostacolerebbe una reale visione d’insieme. Un rimbalzo – «meccanico» – era comunque atteso, con la ripresa dell’attività economica a seguito del lockdown. Analizziamo la produzione industriale: in termini tendenziali l’indice complessivo scende dell’8%. La domanda interna è inoltre ferma, con le vendite al dettaglio che l’Istat ha stimato a luglio in diminuzione su giugno del 2,2% in valore e del 3,1% in volume. In più Fitch ha abbassato le previsioni di crescita del Pil italiano nel 2020 a -10%, dalla precedente stima di -9,5% (anche se ha alzato la previsione per il 2021 al 5,4%), mentre per Oxford Economics la contrazione del Pil sarà del 9,7%, nonostante un probabile rialzo dell’attività a oltre il 10% nel terzo trimestre, una spinta che tuttavia, secondo gli esperti, perderà presto slancio e non riuscirà a compensare la contrazione del periodo appena precedente. Per quanto i numeri dell’Italia non differiscano troppo da quelli di altri paesi europei, c’è una differenza sostanziale che colloca il nostro in una posizione di svantaggio. Il crollo del Prodotto interno lordo arriva dopo una lunga fase stagnante, che di fatto ci ha impedito – ancora nel 2019 – di recuperare appieno le perdite derivanti dalla crisi economica del 2008. Non è tutto. L’Italia è un paese esportatore e a proposito di export, il 2020 registrerà le peggiori performance da diversi anni a questa parte. Secondo il rapporto annuale di Sace, presentato oggi, le esportazioni italiane, infatti, sono attese in netta diminuzione per quest’anno con un -11,3%. Si tratta del ritmo di crescita più basso dal 2009, appunto, anno in cui le nostre vendite oltreconfine avevano registrato un -20,9% e che riporterà le esportazioni italiane intorno ai 422 miliardi di euro, un livello di poco superiore a quello registrato nel 2016. Una vera e propria risalita avverrà soltanto nel prossimo biennio. Mentre la Svimez avverte sul rischio di un ampliamento dei divari Nord-Sud per effetto della pandemia e del lockdown, anche per il mercato del lavoro – che pure ha dato recentemente segnali di timida vitalità – c’è apprensione: se si considerano la sottocupazione e il ricorso alle misure di Cig, il tasso di disoccupazione esteso potrebbe essere vicino al 20%. In altre parole, al netto di qualsiasi previsione ottimistica da parte degli esponenti di governo, è piuttosto evidente che il “ritorno alla normalità” è molto lontano. E osservando la fragilità dell’esecutivo, può quest’ultimo riuscire a varare provvedimenti in grado di condurre l’Italia ai livelli pre-lockdown? I dubbi sono quantomeno giustificati.


A settembre, previste il 30% delle assunzioni in meno


310mila posizioni libere, ma si allarga pesantemente la forbice col 2019

In un momento di grave crisi occupazionale, la nota positiva è che, secondo le previsioni di Anpal e Uniocamere, nel mese di settembre sono previste 310mila assunzioni, una inversione di tendenza significativa dopo i tanti posti di lavoro persi nella prima parte dell’anno. Certo, in questo caso, si tratta di stime e di intenzioni che è cosa ben diversa dalle effettive decisioni che poi andranno a prendere le singole aziende. L’aspetto negativo è che, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, le assunzioni sarebbero quasi il 30% in meno, un numero altrettanto enorme, che, spalmato, su base annua, fornisce la chiara sensazione di come stiano andando realmente le cose. Da capire, quanto potranno incidere, in un tale scenario, i provvedimenti adottati dal governo. Il decreto Agosto, per incentivare le assunzioni, ha infatti previsto degli sgravi contributivi per tutte le regioni e per il Mezzogiorno in particolare. Gli sgravi valgono sempre in caso di contratto a tempo indeterminato, mentre sono possibili anche per i contratti a tempo determinato, ma soltanto per i settori del turismo e del termale. Accanto alla decontribuzione, è anche ripartito il contatore degli ammortizzatori sociali, con la possibilità di fruire di diciotto settimane per il periodo compreso fra il 13 luglio e il 31 dicembre 2020. Le diciotto settimane sono aggiuntive rispetto a quelle previste dal Cura Italia e dal decreto Rilancio.


Eurozona, rallenta l’attività economica ad agosto


L’indice PMI, calcolato da Markit, si è attestato a 51.9 punti

 Rispetto a luglio, quando l’indice PMI calcolato da IHS Markit si è attestato a 54.9 punti, la ripresa del settore privato dell’Eurozona ha rallentato notevolmente (portandosi a 51.9 punti), riflettendo in particolar modo l’andamento del settore sei servizi. Mentre, infatti, la produzione manifatturiera è fortemente aumentata e al tasso più rapido da aprile 2018, l’attività terziaria, seppur in crescita, ha rallentato di molto, portandosi poco al di sopra dei 50 punti che delimitano una fase di contrazione dell’attività da una fase di espansione. Osservado la dinamica dei principali Paesi dell’area, solo l’Italia e la Spagna presentano un PMI in “zona contrazione”, rispettivamente a 49.5 e 48.4 punti, mentre in Germania l’indice composito del settore privato è a 54.4 punti, in Irlanda a 54 punti e in Francia a 51.6 punti.


Fase 3: dall’Ance all’Upb, il Governo ancora senza una strategia


Né l’Associazione dei Costruttori né l’Ufficio Parlamentare di Bilancio risparmiano all’esecutivo severe strigliate

Botte da orbi oggi per il Governo. Cominciamo dall’Ance con il presidente, Gabriele Buia: sul fronte delle opere pubbliche, «l’Italia è un Paese zavorrato» dalle norme, una legislazione che pesa con «500 provvedimenti messi in campo dal ’94 ad oggi». Non basta, c’è di peggio, nel Dl Semplificazioni «non vediamo nulla per semplificare la realizzazione delle Opere pubbliche». In particolare, l’Ance ha evidenziato che la legislazione in materia di appalti è aumentata a un ritmo crescente: si è passati in media da circa 8 provvedimenti l’anno negli anni ‘90 ai quasi 30 nell’ultimo decennio. Anno record il 2019 con 39. Anche a livello generale il corpo normativo per l’Ance è diventato sempre più ingestibile e lo ha dimostrato attraverso i numeri dei tre principali provvedimenti adottati nel corso dell’emergenza Covid. Tra Dl Cura, Dl Liquidità e Dl Rilancio, le norme da scandagliare sono in totale 750 suddivise in 360 pagine, per un totale di 437 articoli comprendenti 1710 commi e con 1807 rimandi. E c’è anche una massa di norme incomplete: del governo Conte I sono 165 i provvedimenti approvati su 351, nel Conte II 73 provvedimenti sono stati approvati su 431. Poi ce ne sono addirittura 341 dei governi precedenti al Conte I ancora da adottare.

Non più clemente è stato oggi il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, nel corso di un’audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, per l’esame del Programma nazionale di riforma: il Pnr elenca «un vasto programma di interventi settoriali, non dissimile da quelli contenuti nei precedenti e non sembra cogliere l’occasione per individuare alcune priorità strategiche sulla base delle quali predisporre in autunno il Piano di ripresa e resilienza in modo da concentrare le risorse del dispositivo europeo su aree di intervento ritenute fondamentali». Si può essere d’accordo o meno sul “grande” e “storico” aiuto che l’Ue sta dando ai Paesi in difficoltà, ma è evidente a molti che il Governo ancora non ha una strategia.