Rider, tutto in mano ai giudici


La Cassazione interviene di nuovo sulla materia; la centralità del Ccnl

La Corte di Cassazione torna ancora una volta ad occuparsi di rider, i ciclo-fattorini addetti alla consegna dei pasti a domicilio, a conferma della parzialità dell’intervento posto in essere con il decreto legge 101/2019. Una sentenza che detta un principio di base: ai lavoratori del settore vanno applicato le norme del lavoro subordinato, laddove l’organizzazione del lavoro è in capo al committente. Nel concreto, la prospettiva che si pone è quella che sia il giudice a dirimere eventuali controversie sulla natura del rapporto di lavoro. Un punto, quest’ultimo, che ha richiamato l’attenzione del sindacato. Se la Cgil ha insistito sull’adeguamento del contratto della logistica, la Ugl ha sostenuto l’ipotesi di un contratto collettivo specifico, come peraltro affermato dall’allora ministro Luigi Di Maio al tavolo di confronto con le parti sociali e gli stessi rappresentanti delle piattaforme digitali, soluzione sicuramente più efficace della prima.


Pensioni, si annuncia una trattativa lunga e difficile


Sensibilità diverse fra governo e sindacati sul post quota 100 in scadenza nel 2021

La ministra del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo, parte dai sindacati per provare a definire le nuove regole sulle pensioni in vista della scadenza di quota 100, ad oggi fissata al 31 dicembre 2021. Una scelta che ha suscitato qualche polemica nel metodo (l’esponente del Movimento 5 Stelle ha infatti convocato Cgil, Cisl e Uil la mattina e poi nel pomeriggio Ugl, Cisal, Confsal e Usb e quindi i rappresentanti della dirigenza) e non ha fatto fare particolari passi avanti sul merito delle cose. Questo perché, al di là della definizione delle due commissioni di studio prevista dalla legge di bilancio, le distanze rimangono ampie, con il governo che guarda principalmente agli aspetti strettamente finanziari e i sindacati che, viceversa, insistono sulla sostenibilità sociale delle varie misure. Come se non bastasse, si sono almeno altri due nodi da sciogliere. Il primo riguarda la controparte datoriale. Una maggiore flessibilità in uscita, infatti, è anche nel loro interesse, in quanto possono ridurre il costo del lavoro e inserire nuove professionalità. Un capitolo in bianco è invece quello del potere d’acquisto di chi già sta in pensione, crollato per effetto della crisi, dei mancati o parziali adeguamenti al costo della vita, dall’estensione del calcolo con il contributivo. Insomma, i temi sono tanti, il lavoro da fare è molto lungo e il risultato finale non è assolutamente scontato.


Solo il 23,4% degli occupati è laureato


Quanto rilevato dall’Eurostat non può farci piacere. Purtroppo. Nel terzo trimestre 2019, il 23,4% degli occupati italiani ha dichiarato di aver conseguito la laurea: il dato peggiore, dopo quello della Romania. Impietoso il confronto con la media europea, che si è attestata al 36,8%. Altrove va meglio, decisamente: nel Regno Unito il dato è al 47,2%, in Francia al 43,3% e in Germania al 30,6%. Ad alzare la media italiana, sono le donne: in Italia, le lavoratrici con una laurea sono il 30,1% – il dato medio Ue è, comunque, più alto: 40,2% –, mentre tra gli uomini la percentuale si ferma al 18,2%: anche in questo caso, il gap con l’Ue, dove la media è pari al 32,8%, è consistente. A cosa è riconducibile questa differenza tra uomini e donne? Al livello medio di istruzione delle donne, che è generalmente più alto, e al basso livello di occupazione femminile in Italia, per cui è più probabile che siano le donne più istruite a trovare un impiego. Analizzando il dato relativo al 2018, i lavoratori italiani, di età compresa tra i 20 e i 64 anni, quelli che hanno la terza media come titolo di studio più alto sono il 30,1% degli occupati totali contro il 16,3% dell’Unione europea a 28. Per quanto negativo, si tratta di un dato che è migliorato dal 2009, quando gli uomini con al massimo la terza media al lavoro erano il 41,5% degli occupati complessivi. Identica, invece, la media italiana ed europea dei lavoratori che possiedono il diploma, pari rispettivamente al 46,8% e al 47,7%, stabile negli ultimi dieci anni.


Ex padrone di Eternit: «Odio gli italiani»


Stephan Schmidheiny, ultimo padrone della fabbrica e ora sotto processo

Il magnate svizzero, ultimo proprietario della fabbrica di Casale Monferrato, già condannato a 18 anni di carcere per il disastro ambientale e poi salvato dalla prescrizione, ora è in attesa della pronuncia del Tribunale di Vercelli sul rinvio a giudizio per omicidio colposo o doloso per la morte di 392 persone. Ha detto: «Non voglio vedere una prigione italiana dall’interno, ho compassione chi vive in uno Stato fallito».


Imposte e detrazioni, le novità


La novità di maggiore rilievo, rispetto alle anticipazioni e alle indiscrezioni giornalistiche dei giorni precedenti, è quella che la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti è sperimentale e vale soltanto per il periodo compreso fra luglio e dicembre di quest’anno. Nulla si dice, viceversa, su cosa succederà a partire dal 1° gennaio del 2021, nonostante in legge di bilancio siano state stanziate risorse per 5 miliardi di euro. La conferma della misura attuativa della disposizione della legge 160/2019 nei termini anticipati alimenta, però, un grande dubbio circa l’effettiva copertura; a conti fatti, i 3 miliardi di euro sembrerebbero non essere sufficienti a coprire l’intera platea dei potenziali beneficiari, valutabile in 15,5 milioni di lavoratori dipendenti. In sintesi, il decreto prevede la sospensione del bonus Renzi per gli attuali percettori, i quali andrebbero a percepire 20 euro in più al mese. La maggiore detrazione viene altresì estesa, sempre in via sperimentale per i sei mesi considerati, alle fasce di reddito fino a 40mila euro, oggi escluse dal bonus Renzi, sempre sotto forma di detrazione dal reddito, per cui è necessario che ci sia la cosiddetta capienza, cioè imposte da pagare. Alcuni esempi per capire cosa succede, ricordando che si tratta di detrazioni, per cui il potenziale beneficiario deve avere imposte da pagare. Per un operaio con un reddito annuo lordo di 20mila euro, il maggiore beneficio, rispetto ad oggi, è di 120 euro, spalmati su sei mensilità; stesso vantaggio anche per un impiegato con un reddito lordo annuo di 24mila euro, mentre cambia tutto per il collega che ha poco meno di 28mila euro lordi annui di reddito, il quale avrà un beneficio netto di 600 euro. Nulla in più, invece, per il precario con lavori saltuari con reddito inferiore a 8.200 euro lordi annui.


Per l’Inps, si riduce la crescita dei posti di lavoro


Il saldo rimane positivo, ma preoccupa la tendenza sui dodici mesi

Numeri positivi, ma anche contesti territoriali ed aziendali di forte criticità. Il consueto rapporto dell’Inps sul mercato del lavoro evidenzia un saldo positivo nel rapporto fra assunzioni e cessazioni nei primi undici mesi dell’anno. Guardando, però, ai dodici mesi il saldo, pur restando positivo (+176mila unità), segna un calo rispetto al periodo immediatamente precedente (+368mila); una decelerazione che, se dovesse essere confermata, sarebbe evidentemente molto preoccupante, perché, se è vero che il tasso di occupazione è ai massimi, è pur vero tale indicatore rimane ancora molto al di sotto degli standard europei e ai tutti gli obiettivi indicati negli anni a margine dell’impiego dei fondi comunitari e le altre forme di incentivo. Preoccupa molto anche l’andamento della cassa integrazione. Nonostante una contrazione su base mensile, guardando ai dodici mesi si registra un sensibile incremento (+16,7%) dovuto principalmente alla cassa ordinaria (solo a dicembre, +37,8%), quella utilizzata nei momenti di difficoltà temporanea, cosa che però non deve illudere troppo: il passo verso la cassa straordinaria è spesso molto breve. A proposito di cassa straordinaria, un terzo delle ore autorizzate, vale a dire 2,5 milioni su 7,5 milioni, è per contratti di solidarietà, come richiesto dalla normativa vigente modificata con il Jobs act, cosa che sottende un sacrificio importante da parte dei lavoratori dipendenti.