I “vorrei, ma non posso” della previdenza complementare


La seconda gamba è fondamentale, ma mancano incentivi fiscali veri

Come un videogame, siamo giunti al quarto appuntamento dei cinque messi in preventivo dalla ministra del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo, per snocciolare tutti i vari aspetti che attengono al mondo delle pensioni. L’appuntamento odierno, che ha visto al tavolo di confronto prima Ugl, Cisal, Confsal, Usb e altre sigle del pubblico impiego e dei dirigenti e poi Cgil, Cisl e Uil, è servito per fare il punto sulla previdenza complementare. La cosiddetta seconda gamba, laddove la prima è rappresentata dalla pensione targata Inps, è destinata, nel tempo, ad avere un peso sempre maggiore per effetto della riduzione degli assegni pensionistici, causata dal passaggio al sistema di calcolo contributivo. Per tale ragione, prima l’Ugl e poi le altre sigle hanno insistito affinché il governo riveda l’attuale normativa fiscale, che negli anni è sensibilmente peggiorata sia sul versante della tassazione che su quello della possibilità di portare in detrazione i versamenti volontari. Non convince, fra le altre cose, la proposta del presidente Pasquale Tridico di creare un fondo di previdenza complementare pubblico presso l’Inps. Il quinto ed ultimo confronto, ancora non in calendario, riguarderà il tema della non autosufficienza. Al termine, fra le fine di marzo e i primi di aprile, sarà la ministra Catalfo a tirare una prima somma delle varie posizioni emerse e delle proposte del governo.


Il Reddito di cittadinanza non va


Pochi i posti di lavoro creati, 39mila su un totale di 908mila potenziali

A conti fatti, se non un fallimento poco ci manca, soprattutto se andiamo a guardare la parte relativa all’occupazione: sono appena 39mila coloro che, beneficiari del reddito di cittadinanza, hanno trovato una occupazione finora; considerando che i disponibili a lavorare sono 908mila, parliamo di una percentuale del 4,4%. Numeri bassissimi, se consideriamo che complessivamente la manovra ha finora interessato 2,6 milioni di persone per un milione e 59mila famiglie. Molto al di sotto della aspettative la spesa effettiva. Nel corso dell’anno sono state impiegati 3,85 miliardi di euro con un avanzo addirittura di 1,8 miliardi, una cifra enorme che dovrebbe convincere il governo che, se vuole insistere sul reddito di cittadinanza, deve investire forte sui centri per l’impiego, sulle politiche attive e la formazione, tutti aspetti che oggi penalizzano fortemente l’intera platea dei disoccupati e non soltanto dei percettori del reddito di cittadinanza.


Automotive, riconversione a rischio


Un passaggio che non è e non può essere semplice. A maggior ragione nel nostro Paese, che, come noto, non ha una propria indipendenza energetica. Il terzo tavolo di confronto presso il ministero dello sviluppo economico sul settore dell’automotive, al quale partecipano i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, delle associazioni datoriali e gli organismi di rappresentanza dei comparti produttivi interessati, è servito per evidenziare, ancora una volta, la complessità del passaggio da una economia incentrata principalmente sui combustibili fossili ad una da fonti rinnovabili. L’Italia, sicuramente, è cresciuta negli ultimi anni, ma è difficile credere che ciò sia sufficiente. Ecco quindi che dal tavolo di confronto è arrivata una fotografia che rappresenta plasticamente l’attuale momento. Se, da una parte, il governo – all’incontro era presente il ministro Stefano Patuanelli – ipotizza che nel 2030 circoleranno 11,6 milioni di auto private alimentate con carburanti alternativi, compresa una piccola quota ad idrogeno, dall’altra i gestori dei 24mila distributori di benzina lanciano un grido d’allarme, in quanto si rischiano fino a 100mila posti di lavoro. Una discussione che peraltro non ha affrontato il tema della riqualificazione del personale attualmente impiegato né l’altra di come produrre l’energia elettrica che poi in concreto servirà per far spostare gli italiani ogni giorno.


Dipendenti Air Italy, in protesta continua


La decisione dei due soci di Air Italy non è piaciuta assolutamente. Anzi, ogni giorno che passa si comprende appieno quanto la stessa sia stata dettata da motivazioni che esulano completamente la salvaguardia dell’occupazione e la continuità dei servizi da e per la Sardegna. Le sigle di categoria, dalla Cgil alla Ugl, sono sul piede di guerra. La protesta è arrivata fin sotto i palazzi del consiglio regionale sardo che da tempo aveva denunciato l’incongruenza e i rischi delle strategie aziendali.


Conad-Auchan, c’è la cassa


Ammortizzatori sociali per oltre 5mila ex dipendenti del gruppo francese

La notizia, purtroppo, era nell’aria da tempo, tanto che non si può parlare di doccia gelata o di sorpresa. Certo, però, non si pensava ad un impatto così forte. Il passaggio degli ipermercati da Auchan a Conad rischia di lasciare sul campo tantissimi posti di lavoro. La Conad, infatti, ha avviato la procedura di richiesta di cassa integrazione per il 60% della forza lavoro della ex Auchan. Si tratta in totale di 5.323 dipendenti su 8.873. La cassa integrazione riguarda in particolare i punti vendita di Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna e Veneto. La situazione rimane molto fluida con la Conad che assicura che non intende procedere a tagli importanti, puntando piuttosto su uscite volontarie ed incentivate, forte anche del fatto che già in 2.500 ex Auchan sono stati assorbiti. Le federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl rimangono però guardinghe sul futuro.


Pari opportunità e discriminazioni, i sindacati in Parlamento


Le proposte di legge di maggioranza e minoranza in discussione in Commissione

Un pacchetto consistente di proposte di legge messe in campo da parlamentari di tutti i gruppi politici, di maggioranza e di minoranza. Proprio in questi giorni, la commissione lavoro della Camera dei deputati ha avviato la fase conoscitiva con le audizione delle parti sociali e degli esperti su una serie di proposte di legge in materia di contrasto alle discriminazioni sul lavoro, dovute ad aspetti quali l’età, il sesso, la condizione psico-fisica, lo stato di gravidanza o di maternità/paternità. Nella giornata di domani, saranno sentiti i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil, Ugl ed Usb, organizzazioni che negli anni hanno portato avanti importanti battaglie nel nome del non discriminazione delle persone sui luoghi di lavoro. Il punto di partenza più evidente è, chiaramente, quello reddituale, una situazione che non dovrebbe neanche esistere, considerando che il punto di partenza è il medesimo per gli uomini e le donne, vale a dire l’applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro. Tutti i dati, però, portano ad evidenziare la presenza di un marcato gap stipendiale che si alimenta negli anni, a causa di fattori, quali, ad esempio, l’assenza o la forte carenza di servizi per l’infanzia e la non autosufficienza, che impongono scelte drastiche in seno alla famiglia, con la donna che, sovente, si vede costretta a ricorrere al part time per conciliare esigenza di vita e di lavoro.