Nuovo fronte dal pubblico impiego


Scoppia la grana lavoro agile, anche se il tema è il rinnovo del contratto collettivo

Si allarga il solco che divide il governo dal sindacato. Se per qualche sigla, in particolare l’Ugl, questo non è un problema, essendo abituata per natura a ragionare sui provvedimenti, prima ancora che sulle persone, per qualche altra, tutto ciò rappresenta un problema di non poco conto. Dopo la ministra Lucia Azzolina, nell’occhio del ciclone è finita la collega pentastellata alla funzione pubblica, Fabiana Dadone. La causa scatenante è da ricercarsi nel recente decreto ministeriale sul lavoro agile, che regolamenta lo smart working alla luce dei recenti provvedimenti legislativi, anche se il vero snodo è rappresentato dal mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, scaduto al 31 dicembre 2018. Prendersela con la ministra, però, vuol dire disconoscere che la questione va posta al ministro dell’economia, il democratico Roberto Gualtieri. È soprattutto da lui che dipendono le risorse destinate ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego


In sette mesi, spariti quattro lavoratori su dieci


Luglio meno peggio di giugno, ma lo tsunami occupazionale continua

Il dato sicuramente più scioccante, che neanche la timida ripartenza di luglio può far venir meno, è quello relativo al numero di assunzioni in meno nei primi sette mesi dell’anno. Da gennaio, le assunzioni nel nostro Paese sono crollate del 38%. A causa del Covid-19, sicuramente, senza dimenticare, però, che siamo davanti ad un’onda lunga iniziata già prima della dichiarazione dello stato di emergenza. Nel complesso, nei primi sette mesi dell’anno le assunzioni sono state 2,9 milioni, un dato che non deve trarre in inganno, in quanto per l’Inps anche il solo contratto di un giorno è conteggiato. L’effetto Covid-19 si evidenzia soprattutto su aprile, quando il calo è stato dell’83%; anche a luglio, però, il calo rimane molto consistente, in quanto mancano all’appello un contratto su cinque, con un impatto devastante su tutte le tipologie di contratto a tempo determinato. E meno male che finora è stato imposto un blocco ai licenziamenti, perché altrimenti la statistica sarebbe stata devastante anche sotto l’altro profilo. Guardando ai soli mesi di giugno e di luglio, l’Inps, però, prova a instillare un minimo di fiducia, in quanto luglio è stato meno peggio di giugno, con 780mila posizione lavorative in meno rispetto agli 815mila. Il sindacato, intanto, continua a lamentare i ritardi del governo; dopo l’Ugl, anche Cgil, Cisl e Uil si sono resi conto della inconcludenza delle politiche adottate finora.


Licenziamenti, si avvicina il giorno del giudizio


Poche settimane al termine dello stop da Covid-19; migliaia i posti a rischio

Poco più di tre settimane a quella che gli inglesi chiamerebbero la dead-line, la linea della morte. Manca infatti poco tempo al termine del blocco dei licenziamenti, iniziato con il Cura Italia, proseguito con il decreto Rilancio e ribadito con il decreto Agosto. Attenzione, però, in quanto la scadenza di metà novembre riguarda soltanto uno dei paletti posti dal decreto-legge 104/2020, vale a dire quello riferito all’utilizzo delle diciotto settimane di ammortizzatore sociale con causale Covid-19 a decorrere dal 13 di luglio. È bene ricordare che, già oggi, i licenziamenti sono possibili, laddove, ad esempio, l’azienda abbia chiuso i battenti senza possibilità di riapertura o senza che vi sia in campo una ipotesi di ricorrere a strumenti di gestione riservati alle grandi imprese. Escludi dal blocco anche gli accordi collettivi con incentivo all’esodo, ma soltanto per coloro che si avviano al pensionamento. Davanti a questo scenario, la preoccupazione del sindacato è alta. Il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, ha ricordato gli 841mila posti di lavoro in meno, mentre Cgil, Cisl e Uil sembrano in attesa delle comunicazioni del ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, che, su questo punto e non solo, si pensi, in particolare, allo scottante tema delle previdenza, ha sopravanzato la collega al lavoro, Nunzia Catalfo, sempre più in difficoltà nel dare risposte definitive alle problematiche avanzate.


Scuola, è scontro continuo


Ministra e sindacati sempre più ai ferri corti; la questione docenti in quarantena

Si apre l’ennesimo fronte di scontro fra la ministra Lucia Azzolina e i sindacati di categoria. Dopo i concorsi, si torna infatti a parlare di cosa succede se un docente è posto in quarantena. A suo tempo, la quarantena e l’isolamento domiciliare erano stati equiparati a malattia dall’Inps, con tutte le conseguenze del caso: un lavoratore in malattia non può lavorare, neanche in smart working. Poi la norma è stata alleggerita di molto ed oggi il ministero dell’istruzione dice che i docenti possono insegnare anche da remoto, purché in buona salute. Il termine impiegato è oggettivamente poco chiaro. Secondo una interpretazione possibile, il docente positivo al tampone non potrebbe, quindi, insegnare; viceversa, l’insegnante posto in isolamento per un caso riscontrato in una classe, potrebbe proseguire con la didattica a distanza, almeno fino al momento in cui non dovesse saltar fuori un tampone positivo. Insomma, la linea è molto sottile.


Il difficile e necessario equilibrio fra salute e lavoro


Il sindacato preoccupato per le ricadute sull’occupazione già in forte calo

La linea fra lavoro e salute diventa ad ogni giorno più sottile e rischia di spezzarsi da un momento all’altro. Come giustamente ha fatto notare il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, è necessario bilanciare le due esigenze, considerando che già a giugno si è segnato un meno 841mila posti di lavoro su base annua, per cui è fondamentale tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, senza però perdere di vista il tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese, «spina dorsale dell’economia del Paese». Il sindacato, alla luce di queste considerazioni, è quindi tornato a chiedere un sostegno vero e non soltanto sulla carta, come è spesso successo finora, tenuto conto che molti decreti attuativi previsti dai provvedimenti urgenti, dal Cura Italia in poi, sono rimasti desolatamente sulla carta. È pure evidente, però, che il semplice aiuto fiscale potrebbe non bastare, come pure potrebbe non bastare aggiungere altre diciotto settimane di cassa integrazione. La questione infatti è più ampia ed abbraccia due aspetti oggi poco sentiti dal governo, se non nelle dichiarazioni di principio: vale a dire la capacità delle nostre imprese di restare sui mercati, che in pieno lockdown hanno perso quota molto significative di commesse, soprattutto con l’estero, e la riqualificazione del personale dipendente, altro tallone d’Achille, con l’esecutivo in fortissimo ritardo.


Pensioni, le ipotesi in campo


Il ministero smentisce le indiscrezioni, però continua il tam tam

A precisa domanda delle organizzazioni sindacali, il ministero del lavoro ha più volte ribadito che di riforma previdenziale si parlerà nel corso del prossimo anno. Sarà anche così, ma non passa giorno che sulla stampa si danno per scontati due percorsi per uscire dal lavoro a decorrere dal 1° gennaio 2022. Al termine della sperimentazione di Quota 100, le opzioni potrebbero essere due: Quota 102 e Quota 41, anche se non è chiaro se una è alternativa all’altra. Quota 102 dovrebbe basarsi sull’incremento dell’età anagrafica minima a 64 anni (invece di 62) fermo restando il paletto di 38 anni di contributi. Quota 41, invece, è riferita ai soli anni di contributi. In un caso e nell’altro, si prospetta comunque un periodo di maggiore permanenza a lavoro per i dipendenti; nella migliore delle ipotesi, parliamo di due anni. L’eventuale uscita anticipata rispetto i 64 anni potrebbe avere una penalizzazione di diversi punti percentuali, due o tre per anno.