Tensione nella maggioranza dopo le regionali


Botta e risposta fra Orlando e Di Stefano

Il risultato delle elezioni regionali in Emilia-Romagna non ha causato una frattura tra Partito democratico e Movimento 5 stelle. Qualche scricchiolio si sente, però. «È giusto  che oggi si usi questo risultato per modificare l’asse politico del governo su molte questioni», ha detto il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, a Circo Massimo. «Ad esempio il M5s, dopo questa severa sconfitta, dovrebbe rinunciare a un armamentario che non paga elettoralmente e che rende difficile l’attività di governo. Ad esempio, sulla questione della giustizia dovrebbe esserci una disponibilità al confronto superiore a quella che c’è stata finora». Il Movimento 5 stelle non la pensa allo stesso modo. E non lo nasconde, affidando la replica al sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. «Consiglio vivamente al Pd di evitare che la giusta esultanza si trasformi in bislacche fughe in avanti su ipotetiche “modifiche dell’asse politico del governo”. Le riforme del M5S già fatte stanno tutte dando risultati ottimi, quindi c’è poco da chiedere, tantomeno pretendere, di cambiare» e «non vorrei dover ricordare a tutti che gli equilibri numerici in Parlamento non sono mutati di una virgola», ha scritto Di Stefano in un post su Facebook.


Ancora in partita


Regionali in Emilia-Romagna e in Calabria: il risultato non è pari. Il fortino non è più così rosso

Scampato il pericolo di perdere l’ultimo fortino rosso, l’Emilia-Romagna, il Pd e l’ampia grancassa mediatica, che da sempre lo circonda, oggi cantano vittoria, forti del confronto tra i candidati alla guida della Regione, Stefano Bonaccini, che è stato votato dal 51,6%, e Lucia Borgonzoni, che ha raccolto il 43,7% delle preferenze. Ma è davvero tutto qui. Bonaccini ha chiaramente vinto per propri meriti e grazie alla suggestione mediatica delle Sardine, non certo per il sostegno del Pd: Zingaretti è pervenuto “quanto basta”, tanto meno di Italia Viva che non ha versato neanche una goccia di sudore in questa intensa campagna elettorale. Mentre il solitario M5s è scivolato al 5%. «Dopo 70 anni ci sia stata una partita, è già questa un’emozione», ha commentato il leader leghista, Matteo Salvini. A confermarlo sono anche i numeri, basti sapere che, mettendo insieme Lega (43,7%) e Fratelli d’Italia (8,6%) e Forza Italia (8,6%), l’Emilia-Romagna non può essere più considerata così rossa. Significative da questo punto di vista anche alcune delle prime parole pronunciate dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti, il quale, dopo aver ringraziato i suoi candidati, ha dichiarato che è stato «archiviato il 4 marzo» e sentenziato che «Salvini ha perso le elezioni». Affermazioni che tradiscono la paura che ha percorso tutto il centrosinistra in questi mesi (Matteo Renzi compreso, che oggi vede davanti a sé «praterie» da conquistare) e l’unico vero interesse che gli è rimasto è quello di sconfiggere il nemico, altro che governare bene. Schiacciante, per non dire umiliante, la vittoria del centrodestra e della candidata di Forza Italia Jole Santelli in Calabria, dove per Pd e M5s (7,3%) non c’è stata partita: Santelli al 55,3%, (con l’appoggio di Lega, FdI e del resto del centrodestra), Callipo candidato del Pd e del centrosinistra al 30,3%. Infine bisognerebbe dare uno sguardo anche alla cartina geografica per vedere che nel 2014 erano 16 le regioni di centrosinistra e 3 di centrodestra, mentre dal 2019 il rapporto si è ribaltato, tanto che il risultato delle elezioni di ieri in Emilia-Romagna e in Calabria non cambia il fatto che oggi 13 regioni sono governate dal centrodestra e 6 dal centrosinistra. Ci sono altre importanti partite da giocare, le elezioni in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto. Dalla vittoria di Pirro del Pd in Emilia-Romagna, il Conte bis non ne esce affatto rafforzato, semmai ancora più debilitato dalla pessima performance del M5s, che potrebbe rivelarsi la scheggia impazzita del Governo, e dalle non facili riforme da realizzare, promesse alla vigilia delle regionali.

 


Tutto in una notte


Alla vigilia delle regionali, Consiglio dei Ministri “sospetto”: dall’approvazione del taglio del cuneo fiscale a cospicui stanziamenti per il sisma e per il maltempo in Emilia

Come fosse l’ultima notte di un Governo in scadenza di mandato, ieri il Conte bis riunito in un lunghissimo e notturno Consiglio dei Ministri ha approvato di tutto e di più, durante e dopo il duello nelle piazze di Bibbiano tra Lega e Sardine e soprattutto a poco meno di tre giorni dalle elezioni regionali che si celebreranno questa domenica, 26 gennaio, in Emilia Romagna e in Calabria. “Guarda caso”, Giuseppe Conte ha rinunciato a recarsi al World Economic Forum di Davos, dove avrebbe potuto confrontarsi con gli Usa su diverse questioni di non poca importanza, come i dazi e la web tax, ma ha preferito restare a casa. Prima di tutto per approvare il decreto legge che introduce «misure urgenti per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente» ovvero il famigerato taglio del cuneo fiscale con l’ampliamento della platea dei percettori dell’attuale «bonus Irpef» (tutti gli approfondimenti del caso alla pagina Lavoro). Ha deliberato anche un ulteriore stanziamento di circa 345 milioni di euro per il proseguimento dell’attuazione degli interventi finalizzati all’assistenza alla popolazione che ancora non può rientrare nelle proprie abitazioni, a seguito degli eventi sismici che a partire dal 24 agosto 2016 hanno interessato il territorio delle regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Altri 25,4 milioni di euro per la realizzazione degli interventi nei territori della regione Emilia-Romagna interessati «dagli eccezionali eventi meteorologici» di maggio 2019. Più 3 milioni di euro circa per la realizzazione degli interventi nei territori delle province di Bologna, di Modena e di Reggio Emilia «interessati dagli eccezionali eventi meteorologici» del 22 giugno 2019. Da abbinare al piano per la mobilità dei più giovani, con trasporti pubblici gratuiti «per tutti i 600 mila studenti, dai 5 ai 19 anni, dell’Emilia-Romagna», presentato il 22 gennaio dal presidente uscente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. Altre norme sono state approvate, ne citiamo solo alcune per ragioni di spazio: nuove nomine, mercato del gas naturale, rideterminazione dei vitalizi, Protezione civile, lotta contro le frodi finanziarie nell’unione europea, legge di delegazione europea 2019 nonché relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2020. Giuseppe Conte nel pomeriggio di ieri si è occupato anche dell’ex Ilva: «Massima priorità al “Cantiere Taranto”, il cui dossier procede spedito». «Non sarà semplice, ma ce la stiamo mettendo tutta». Per restare attaccati alla poltrona.


Regionali, Salvini: «Secondo il governo, gli elettori sono fessi»


Conte: «Voto regionale non è sul governo»

La tempistica è quantomeno sospetta: ieri il Consiglio dei ministri ha approvato lo stanziamento di fondi per la realizzazione di interventi nei territori dell’Emilia-Romagna colpiti «dagli eccezionali eventi meteorologici» di maggio 2019. Specialmente considerando le elezioni regionali di domenica. Una “coincidenza” che non è sfuggita al leader della Lega, Matteo Salvini: «Al governo c’è qualcuno che pensa che gli emiliani-romagnoli siano fessi», ha commentato, intervenendo durante una diretta su Facebook. «Guarda caso ieri, proprio ieri, il Consiglio dei ministri con Conte e compagnia cantante, si è ricordato del maltempo che ha colpito l’Emilia-Romagna l’anno scorso e ha stanziato 28 milioni di euro, a 3 giorni dalle elezioni. Questa è gente senza pudore e senza vergogna», ha aggiunto. E ancora: «Non vi ricorda molto da vicino Cetto La qualunque? Ecco, Renzi La qualunque, Conte La qualunque, Zingaretti La qualunque». Quella del governo potrebbe essere una mossa – l’ultima –, per conquistare qualche voto in Emilia-Romagna, dove l’esito è incerto. Anche in caso di sconfitta, però, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ribadito che il governo non subirà contraccolpi: «Sarebbe assolutamente improprio pensare che la votazione delle comunità emiliano-romagnola e calabrese possa essere un voto sul governo», ha detto.


Da Greta alle Sardine, ecco come le sinistre in Occidente usano i giovani


Le future generazioni come foglia di fico sui danni fatti da decenni di riforme sbagliate

Da Greta Thunberg che da paladina ambientalista si sta trasformando nello spauracchio da agitare davanti al presidente Usa, Donald Trump, alle Sardine che già oggi si attestano con scarsissima modestia un eventuale risultato positivo, affatto scontato, alle regionali in Emilia Romagna di domenica 26 gennaio, è sempre più evidente come la mancanza di idee, lo scollamento dall’elettorato e il declino delle “sinistre democratiche” nel mondo occidentale vengano colmati sfruttando l’immagine, la bellezza, la passione, la freschezza dei giovani o presunti tali (come il trentenne leader delle Sardine, Mattia Santori) a vantaggio di una propaganda anche’essa, come tutto il resto, caduta nelle spire della globalizzazione, quindi standardizzata, omologata, copiata e incollata. Chi se ne importa se non c’è una sola idea concreta, l’importante è l’effetto! Greta bacchetta i potenti, viaggiando però solo su barche a vela monegasche, non sapendo (perché non può) indicare ai governi quali misure efficaci adottare, preconizzando la fine del mondo ma dimenticandosi di contestare i grandi Paesi dell’estremo oriente (Cina e India) per il loro cospicuo contributo all’inquinamento della Terra e quindi alla fine del mondo. Anche le Sardine hanno già cominciato a dare i numeri, dettando condizioni al Pd: se dovesse perdere in Emilia niente accordi, ma se Bonaccini dovesse vincere «noi saremmo il vero elemento nuovo del voto e qualcosa bisognerà costruire». Forti del successo mediatico, del sostegno di tanti baroni e dello spazio illimitato per loro disponibile su tutti i media, non si curano del fatto che la loro protesta sia priva di qualsiasi contenuto, tranne quello di contrapporsi alla Lega e a Matteo Salvini. L’importante è gettare fumo negli occhi di un elettorato nostalgico di un mondo che non c’è più (peace & love) e far passare per vecchi, obsoleti e beceri tutti quelli che la pensano diversamente. Giovani usati e prestati non a cause strategiche per il loro futuro, ma al massimo utili a far vincere, ma non è detto, un partito in via di estinzione, il Pd, che può “vantare” nel suo pedigree la realizzazione di tutte quelle riforme che hanno reso precario il lavoro (dal pacchetto Treu al Jobs Act) e cancellato importanti diritti, insieme a quel mondo che alcuni di loro ancora continuano a sognare. Peace & Love.


Salvini: «Citofonare ai mafiosi? Li ho combattuti da ministro»


Il leader della Lega replica a Nicola Zingaretti

Il caso nato dalla decisione del leader della Lega, Matteo Salvini, di citofonare a un presunto spacciatore non si smorza. Oggi il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, lo ha alimentato ulteriormente. «La cosa più importante ora è ricostruire speranza e smetterla di picconare l’Italia con polemiche, odio, magari citofonando agli studenti che devono studiare», ha detto, al suo arrivo allo stabilimento della Philip Morris di Crespellano (Bologna). «Citofonassero ai mafiosi, anzi catturassero i mafiosi, visto che Salvini quando ha fatto il ministro degli Interni questo non lo ha fatto», ha concluso. Dichiarazioni che non sono cadute nel vuoto: oltre ad essere riportare dalla stampa, hanno ricevuto anche la replica dell’ex ministro dell’Interno. «Mi chiedono di citofonare ai mafiosi? Sono andato a bermi un caffè con Nicola Gratteri che è uno dei principali nemici delle mafie, che si batte ogni giorno contro la ‘ndrangheta», ha replicato a Radio Cusano Campus. «Ricordo poi che la villa ai Casamonica con la ruspa l’ho abbattuta io, non Fabio Volo o Fabio Fazio. E a Corleone il commissariato di polizia confiscato alla mafia l’ho inaugurato io. Se c’è qualcuno a cui sto sulle palle sono proprio mafiosi e camorristi», ha concluso l’ex titolare del Viminale. Zingaretti non è stato l’unico a criticare quanto fatto da Salvini. Lo ha fatto anche il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, parlando di «giustizia citofonica». Cosa ne pensa, Salvini: «Secondo Travaglio io dovrei andare in galera, con una pena maggiore rispetto a quella degli spacciatori di droga, perché il reato per cui sono imputato prevede fino a 15 anni di carcere. Assurdo che i Travaglio e il Pd ritengano che sia normale una roba del genere».