Respinta autorizzazione a procedere contro Salvini


«Ora la palla passa al Senato, dove Pd e 5 Stelle hanno la maggioranza. Io non avevo e non ho paura». Così il leader della Lega, Matteo Salvini, ha commentato la decisione della Giunta per le Immunità di palazzo Madama di respingere  la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti sul caso Open Arms. I voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, sono stati 13, tra cui quello dell’ex senatore del M5s, Mario Michele Gianrusso, e quello della senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi, che quindi non si è attenuta alle indicazioni del suo gruppo parlamentare. Sette voti contrari. Tra i partiti di maggioranza, Italia viva non ha preso parte alla votazione. A motivare il perché di questa scelta alla Giunta è stato Francesco Bonifazi, spiegando che «dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex Ministro dell’Interno dei fatti contestati». Salvini è accusato dal Tribunale dei ministri di Palermo di sequestro di persona e omissioni di atti d’ufficio, per aver vietato lo sbarco della nave della ONG spagnola Open Arms con a bordo 151 migranti. «La Giunta del Senato ha votato stabilendo che Salvini ha fatto il suo dovere, ha agito per interesse pubblico e non privato», ha concluso Salvini.


Nodi senza pettine


Dall’ex Ilva al caso Csm: per il Governo tanti i nodi ancora da sciogliere

È una settimana a dir poco intensa, quella che il Governo sta per iniziare a vivere. A cominciare dal nodo ex Ilva o Arcelor Mittal che secondo i sindacati sta mandando alla deriva i pur strategici stabilimenti siderurgici. Fino ad oggi, giornata di confronto al Mise in videoconferenza con il capo del dicastero Stefano Patuanelli, con i ministri del Lavoro e dell’Economia e tutte le sigle sindacali e azienda, nessuna azione da parte del Governo è stata messa in atto per vigilare sulla condotta da parte della proprietà, quanto meno sospetta visto l’ingente ricorso alla cassa integrazione. Di fronte alle sollecitazioni del Governo, l’amministratore delegato di Arcelor Mittal ha confermato l’impegno della proprietà nell’ex Ilva e chiesto altri 10 giorni per presentare un nuovo piano, ma le perplessità dichiarate dai sindacati lasciano immaginare quanto sia lontana la soluzione del problema acciaio. Restando nell’ambito industriale, oltre ai casi Automotive e Alitalia, c’è dell’altro in sospeso: Autostrade. La società ha chiesto di un prestito con garanzia statale per 1,25 miliardi, che servono anche a pagare gli stipendi, mentre le trattative sul mix fra tagli ai pedaggi ed investimenti in cambio del rinnovo della concessione sino al 2038 sono ancora in stallo. Circa 10 mila lavoratori restano con il fiato sospeso. Non c’è solo il nodo industriale: come anticipato nello scorso numero di venerdì, la Scuola resta in alto mare. Nulla di fatto sulla riapertura delle Scuole a settembre, mentre per il concorso dei precari la selezione sembrerebbe esserci accordo. Si terrà dopo l’estate – e questo lascia ampi dubbi su cosa accadrà a settembre per alunni e professori – non sarà più un test a risposta multipla, ma una prova scritta. Altra tegole sul ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: appena salvato dalla mozione di sfiducia nei suoi confronti, dal quotidiano La Verità vengono pubblicate le intercettazioni delle chat di importanti magistrati, tra cui uno, il pm Luca Palamara e ex consigliere del Csm, coinvolto in un’altra inchiesta a Perugia, i quali, pur ammettendo il giusto operato dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in materia di immigrazione clandestina scrivevano che in ogni caso «va attaccato». Il Csm dovrà essere riformato per forza. Ma se il ministro Bonafede interverrà così come ha fatto negli altri nodi scottanti della Giustizia, processo penale, prescrizione e affollamento delle carceri, c’è solo da immaginare una strada in salita. Ciliegina sulla torta, gli sbarchi di migranti che sono ripresi sulle coste dell’agrigentino: a centinaia arrivano sulle nostre coste per poi disperdersi sul territorio. Tanti i nodi da sciogliere e oltretutto il Governo sembra non possedere il pettine adatto per districarli.


Caso Gregoretti, slitta ad ottobre udienza Salvini


La decisione è stata presa a causa dell’emergenza sanitaria

Inizialmente previsto per il 4 luglio, a causa dell’emergenza coronavirus, il processo all’ex ministro dell’Interno e leader della Lega, Matteo Salvini, per il caso della nave Gregoretti è slittato al 3 ottobre. La decisione è stata presa dal presidente dei Gip di Catania, Nunzio Sarpietro. L’ex titolare del Viminale è imputato per sequestro di persona nella gestione dello sbarco di 131 migranti bloccati a bordo di nave Gregoretti, della Guardia Costiera italiana, da 27 luglio al 31 luglio 2019. Domani invece la Giunta per le immunità del Senato dovrà esprimersi sull’autorizzazione a procedere sul caso Open Arms. Anche in questo caso, le accuse verso Salvini sono di «sequestro di persona» e «rifiuto di atti d’ufficio».


Indisciplinata


Fase 2: adesso è scontro sulla Scuola, 80 mila i posti di lavoro in gioco. Come da copione: Dem, Leu, Psi da una parte, Azzolina e M5s da un’altra

Dovrebbe essere la regina, dovrebbe dare l’esempio, e invece viene trattata come una cenerentola qualsiasi. «Per settembre stiamo lavorando ad un protocollo per la sicurezza che sarà chiuso a breve. Siamo consapevoli dell’importanza della scuola nel contesto sociale», aveva dichiarato ieri il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che per l’obiettivo riapertura a settembre – nodo che si intreccia con il lavoro – sta collaborando a stretto contatto con il ministro della Salute, Roberto Speranza, e il Comitato Tecnico Scientifico. Ma per arrivare ad una sintesi è dovuto intervenire Palazzo Chigi, ma il vertice di maggioranza previsto per ieri sera è slittato. I nodi da sciogliere sono sempre due. Il primo è il ritorno tra i banchi di scuola, una difficile prova, in primis sanitaria, con la quale l’esecutivo si gioca la faccia. Il secondo, i concorsi a cattedra e il concorso rivolto ai docenti con 36 mesi di servizio, oggetto di scontro durissimo che ha attirato sulla ministra, Lucia Azzolina, diverse critiche da Pd (Orfini: «Se si trova un accordo di maggioranza adeguato bene. Altrimenti deve votare la Commissione») Psi e Leu. I parlamentari Dem accusano Azzolina di voler andare avanti da sola senza condividere le scelte, lei (intervistata oggi da Il Messaggero) sostiene l’esatto contrario. Dem, Psi, Leu (e Cgil, Uil, Snals pronti scioperare) vogliono una modifica normativa, un concorso per soli titoli e a scorrimento, mentre l’idea della ministra, «il mio obiettivo è assumere i precari nel rispetto della Costituzione», e del M5s è quella di voler procedere, nel rispetto di accordi presi a dicembre, con il contenuto della normativa vigente che prevede una prova selettiva, garantendone lo svolgimento «in condizioni di sicurezza per i partecipanti e per il personale coinvolto». In effetti c’è un’epidemia con cui fare i conti e il rischio di innescare una seconda ondata di contagi. Infatti ci sarebbe anche un piano B, ma è ancora tutto in stallo. La posta in gioco è alta: incrementati di altre 16mila unità i concorsi straordinario e ordinario, il totale dei docenti assunti alla fine arriverà a quasi 80mila posti. Potrebbe essere Azzolina l’alibi perfetto per un rimpasto di Governo? Ma così si perde di vista il punto fondamentale: gli interessi di studenti, famiglie, genitori che dovranno far conciliare la Scuola e il loro lavoro, il futuro del Paese. In più il tempo scorre: il decreto scuola, all’esame del Senato, a fine mese deve passare all’esame della Camera ed essere varato definitivamente entro il 7 giugno.

 

 


Meloni: «Certi personaggi andrebbero cacciati»


Così la leader di FdI sulle chat dei magistrati contro Salvini

«In uno Stato normale, questi personaggi sarebbero già stati cacciati dalla magistratura». Così la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, commenta le chat, riportate da La Verità, tra il pm Luca Palamara e alcuni colleghi, in cui l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, veniva insultato: pur riconoscendo che il leader della Lega aveva ragione sulla questione migranti – «Non vedo dove Salvini stia sbagliando» –, Palamara scriveva ai suoi interlocutori: «Ora» Salvini «va attaccato». «Il premier Conte, nei suoi infiniti monologhi e discorsi, ha parlato anche di riforma della giustizia. Su questo siamo d’accordo. La prima riforma della giustizia da fare è liberare la magistratura dal cancro delle correnti; dal mercanteggiamento di poltrone e incarichi; dai giochi di potere della politica. Mettiamoci subito al lavoro», ha concluso Meloni.


Coronavirus, da Salvini e Meloni critiche al governo


Il leader della Lega: «Ha agito nell’ombra della notte»

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sostiene di essere consapevole dell’attuale emergenza: «Non mi sfugge la gravità di questa crisi, testimoniata anche da gesti forti come la consegna delle chiavi da parte dei piccoli imprenditori», ha detto nel corso dell’informativa in Aula alla Camera sulla cosiddetta “Fase 2”, aggiungendo che si tratta di «una prova dalla quale ci rialzeremo in fretta se ognuno farà la propria parte».
Eppure il governo ha fatto tante, troppe cose in modo inadeguato, hanno denunciato i partiti d’opposizione. Questo è un «governo senza vergogna», ha accusato il leader della Lega, Matteo Salvini. «Agisce nell’ombra della notte e sottrae risorse a tanti comuni italiani che dalla sera alla mattina non si ritrovano più nell’elenco di quelli inclusi nella zona rossa», con conseguenze che potrebbero essere disastrose. A spiegare il perché è sempre Salvini: «In sostanza dopo aver pagato le conseguenze delle regole più restrittive non potranno più accedere alle misure ad hoc per un parziale ristoro», proprio perché il loro nome è stato depennato dalla lista dei comuni che si trovano in una zona rossa. Altre cose potevano essere fatte meglio, a partire dal decreto legge rilancio, contenente le misure per risollevare l’economia italiana. Intervenendo alla Camera, dopo l’informativa del premier, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha denunciato sia il ritardo con cui il governo ha licenziato il testo – «Lei presidente è andato in Tv e ha presentato il suo decreto, ma il decreto non c’era ed è uscito dopo una settimana. Che immagine dà di sé lo Stato di fronte a imprenditori, a investitori internazionali» – che la sua complessità: «Se si vuole rilanciare la prima cosa è semplificare l’Italia», ha detto, commentando la lunghezza del decreto: circa 500 pagine. Inciso finale: l’Aula del Senato ha dato il via libera al decreto legge Covid, il testo che fornisce la cornice giuridica ai Dpcm emanati nel corso dell’emergenza Coronavirus. Il testo è stato definitivamente approvato con la fiducia a Palazzo Madama. I voti a favore sono stati 155, 123 quelli contrari.