Salvini: «Resteremo al governo finché serve»

Il leader della Lega assicura che la Lega non fa parte dell’esecutivo solo «per il gusto di starci»

«Siamo lì per rimanerci finché serve». Così il leader leghista, Matteo Salvini, assicurando che la Lega resterà al governo «finché serve» e «non per il gusto di starci». «Stiamo lavorando a un’estate post-bellica, che sia l’inizio di un rinascimento non solo economico ma anche mentale», ha detto, intervenendo alla conferenza stampa per la presentazione del libro “Salute o libertà: un dilemma storico-filosofico”, scritto da Corrado Ocone. Che il governo sia al lavoro per far ripartire il Paese, lo ha assicurato anche la ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, Mariastella Gelmini, a TgCom24, aggiungendo che «maggio sarà il mese delle riaperture di tutte le attività economiche». «Dobbiamo riaprire in sicurezza senza poi essere costretti di nuovo a chiudere», ha sottolineato, sposando le richieste di tanti ristoratori e commercianti, alcuni dei quali hanno manifestato in diverse città di Italia, tra cui Roma. «Da ministro avrei autorizzato quel corteo: io sono sempre per la libertà di manifestare», ha detto Salvini, commentando la manifestazione di ieri nella Capitale, caratterizzata da qualche momento di tensione tra chi protestava e le forze dell’ordine, dispiegate in piazza.

MICROFRATTURE

Tra ristoratori, ambulanti e esercenti cresce un movimento che chiede di riaprire per non morire. Tutte le attività sono essenziali per far ripartire il Paese

Più di un anno di pandemia, di crisi sanitaria ed economica, di mine lasciate inesplose dal Conte bis ha prodotto conseguenze. Lavoratori autonomi “contro” lavoratori dipendenti, settori senza ristori “contro” quelli che ne possono usufruire, ma che ancora li attendono. Sta crescendo un variegato e trasversale “movimento” per le riaperture: venerdì scorso i mercatali e i ristoratori, ieri a Roma a piazza San Silvestro, oggi in 21 città i commercianti «lasciati in mutande» e ancora gli ambulanti sulla A1. La piazza contro il Palazzo, inteso come luogo di decisioni, di provvedimenti e di leggi. Scelte difficili, perché l’emergenza non è passata e perché la campagna vaccinale, impostata molto male dal precedente Governo, con strascichi giudiziari tali dal far vacillare la poltrona del ministro della Salute, Roberto Speranza, non riesce ancora a decollare così come previsto dal Generale e Commissario all’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. I decennali ritardi e le inefficienze dello Stato si fanno più che mai sentire. Nel frattempo, si fa strada l’impressione che alcune aziende farmaceutiche, e anche alcuni Stati, stiano speculando sulla pandemia e che l’Europa stia mostrando la sua fragilità politica. Esperti e scienziati, non tutti però, frenano sulle riaperture e tra gli operatori sanitari, che potrebbero-dovrebbero vaccinare, ci sono anche “no vax”.
Il Cts almeno ha iniziato a esaminare i nuovi protocolli per gli spettacoli e per un settore in grande affanno, il turismo. Non è un caso se è da quest’ultimo che si è aperto un ulteriore conflitto tra Governo e Regioni sulla eventuale creazione di aree o isole “Covid free”. Il Governatore-sceriffo della Campania Vincenzo De Luca (PD), un tempo rigido garante delle regole anticovid, si è trasformato in un “secessionista”, mentre il presidente del FVG (Lega), Massimo Fedriga, appena nominato presidente della Conferenza Regioni, invita tutti a «restare uniti», chiedendo allo stesso tempo al Governo di «dare segnali importanti ai ristoratori». È chiaro: per far ripartire l’economia e riprogrammare le attività serve una data. In merito si sono sbilanciati due sottosegretari, Durigon (Lega) e Sileri (M5s), rispettivamente all’Economia e alla Salute: per il primo «si possono valutare riaperture graduali prima del 2 maggio», mentre per il secondo «non prima del 30 aprile», ma se l’indice RT lo consente «dal 1° maggio si può tornare ad una colorazione più tenue delle Regioni». Microfratture, categorie diverse e contrapposte, ma tutte sulla stessa barca.

Durigon: «Si possono valutare riaperture graduali prima del 2 maggio»

SETTIMANA DECISIVA

Dossier Alitalia e Piano vaccinale, due grandi nodi da sciogliere. Oggi appello dei lavoratori al Capo dello Stato, domani l’audizione dei sindacati. In arrivo questa settimana circa due milioni e duecentomila dosi di vaccino

Settimana decisiva per il dossier Alitalia e per il piano vaccinale. Proprio ieri, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, su Alitalia ha dichiarato che «sono attese per la fine di aprile le sentenze per gli aiuti di Stato». Non solo, auspicando che la trattativa in corso con la Commissione UE porti ad una «soluzione positiva», ha tenuto a sottolineare che «se fossimo stati proni alle richieste la trattativa si sarebbe chiusa tre mesi fa». Ma è altrettanto vero che «la nuova compagnia sarà molto diversa, molto più ristretta per rotte e velivoli», ha aggiunto. Ma i sindacati non apprezzano il nuovo piano. Così anche i lavoratori, alcuni dei quali, anticipando l’audizione di domani dei rappresentanti di Filt Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Ugl Trasporto Aereo presso le Commissioni riunite Trasporti e Attività produttive della Camera, hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché intervenga nel dossier Alitalia che rischia «di finire in modo inglorioso». Quello dei lavoratori è «un estremo tentativo per riaprire la discussione», soprattutto perché «fatichiamo a capire le ragioni» del progetto del Governo che «ha intenzione di creare un nuovo vettore ex novo, con costi sociali elevatissimi». Per i lavoratori «lo Stato potrebbe rilevare l’attuale vettore (che dispone di flotta e abilitazioni varie), ristrutturarlo e porre le basi per costruire finalmente una Compagnia aerea». La loro convinzione è che, a fronte dell’approvazione di prestiti giganteschi ad Air France e Lufthansa, la UE non possa «opporsi in un altro gioco dalla doppia morale come nel ’98». Senza dimenticare che «il nuovo vettore, ITA, non potrebbe avere un futuro, a causa delle restrizioni imposte da una Ue che ha rilevato 108 punti di infrazione di regole in questa manovra». Infine, ma non ultimo – e semmai ancora più decisivo per il rilancio dell’intero Paese – il piano vaccinale. Si sa, le dosi scarseggiano in tutto il Paese, ma in questa settimana o al massimo entro otto giorni si capirà se l’Italia riuscirà a recuperare tempo sulla tabella di marcia. L’obiettivo, fine settembre 70% della popolazione immunizzato, stabilito dal Generale Figliuolo è già frutto di una revisione al ribasso: 300 mila dosi al giorno, non più a 500 mila, a causa dei ritardi nelle consegne delle case farmaceutiche. Intanto da oggi, fino a mercoledì, è previsto un nuovo carico settimanale Pfizer, circa 1 milione e mezzo di dosi, più altre 400mila di Moderna e altre 360mila, di cui 184.800 Johnson & Johnson e le altre 175.200 AstraZeneca. Circa due milioni e duecento mila dosi in tutto. Nel frattempo, l’Ue è ancora in attesa di risposte da Astrazeneca sui ritardi nelle consegne, mentre il premier Draghi sta trattando con le società interessate per garantirsi la puntualità, se non addirittura qualche anticipazione (Pfizer), nelle consegne.

Salvini: «Riaprire dove si può, a partire già da domani»

Pur dicendosi «ottimista» sul futuro, il ministro della Salute, Roberto Speranza, frena e chiede di vaccinare prima «la maggior parte della popolazione»

Il 2 giugno, Festa della Repubblica, è una data che «va bene per la riapertura generale». Così il leader della Lega, Matteo Salvini, a margine di una visita a Mind, nell’area dove si svolse Expo 2015, sottolineando, però, «che, come dice lo stesso Draghi, già dai prossimi giorni, dove la situazione sanitaria è sotto controllo, non sia un diritto, ma un dovere riaprire attività economiche, sociali, sportive e culturali». Pur condividendo la data indicata per la riapertura generale dal ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, in un’intervista a La Stampa, il leader leghista non abbandona la linea tracciata nei giorni scorsi: riaprire in sicurezza, già da subito, laddove la situazione epidemiologica lo consente. «Non puoi chiedere mesi di chiusure e di sacrifici, quando altri Paesi europei sono già aperti da tempo», ha sottolineato Salvini, confrontando la situazione italiana con quella dei partner europei, alcuni dei quali sono più avanti nella campagna vaccinale. Nonostante qualche rallentamento nelle somministrazioni delle dosi, in un’intervista a La Repubblica, il ministro della Salute, Roberto Speranza, si è detto «ottimista» sul futuro prossimo. «Se riusciremo a vaccinare la maggior parte della popolazione, questa estate ci potremo consentire molte più libertà», ha aggiunto. Parlando alla Stampa, Garavaglia ha aperto alla possibilità di introdurre le cosiddette “isole Covid-free” – «Si può fare ed è anche opportuno farlo perché se lo faranno gli altri e noi no, lo svantaggio diventerà enorme», ha detto –, che non trova d’accordo né il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, né del governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (va comunque puntualizzato che, secondo quanto riferito dall’Agi, l’ultima ordinanza del commissario straordinario all’emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, non consente la creazione di località turistiche Covid-free). D’accordo con le riaperture anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che non ha esitato a sottolineare una contraddizione: «È un controsenso tenere chiusi ristoranti, palestre o teatri perché non si può garantire il distanziamento e poi vedere ogni giorno le persone ammassarsi sui mezzi pubblici per andare al lavoro», ha detto al giornale.it. «Anche per questo gli italiani sono arrabbiati e stanchi, le regole che sono costretti a rispettare sono sempre meno comprensibili e non seguono una logica», ha concluso.

Salvini: «Un dovere riaprire le zone non a rischio»

Il leader della Lega chiede di procedere con le riaperture, ma il governo vuole prima vaccinare più persone possibili

«I dati» sui contagi «per fortuna sono in progressivo miglioramento, quindi, senza forzare come leggo su qualche giornale, minacciare o addirittura ricattare, riaprire tutte le attività economiche, sportive, sociali e culturali nelle zone non più a rischio è un dovere morale e civico». Così il leader della Lega, Matteo Salvini, invitando il governo a riaprire laddove la situazione epidemiologica lo consente. Quello relativo alle riaperture è un tema molto “caldo” – negli ultimi giorni, ristoratori, ambulanti e commercianti hanno manifestato in diverse città – e centrale nell’agenda di governo: «Normale chiedere aperture: la migliore forma di sostegno all’economia sono le aperture, ne sono consapevole», ha ammesso ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, in conferenza stampa. Prima, però, occorre vaccinare il maggior numero possibile di persone: nonostante la decisione del ministero della Salute di somministrare il vaccino AstraZeneca preferibilmente agli over 60, che costringe il governo a rivedere il piano iniziale – a Radio Anch’io, in onda su Rai Radio Uno, la ministra degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha assicurato che la campagna vaccinale sarà riprogrammata «nel tempo più breve possibile» –, l’obiettivo fissato dal governo (500mila somministrazioni al giorno) è rimasto invariato e non ancora raggiunto. «Chi vaccinerà di più, riaprirà prima», ha assicurato Gelmini, confermando la linea tracciata dal premier (un appunto: il 15 aprile, alle ore 12, il ministro della Salute, Roberto Speranza, terrà un’informativa urgente alla Camera proprio sui vaccini). «Sul piano vaccinale bisogna correre, correre e correre», ha osservato Salvini, intervenendo al termine di un incontro con il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, a Roma. Un faccia–a–faccia utile a rinsaldare la collaborazione tra le due formazioni politiche che, seppure praticamente antitetiche, compongono l’attuale maggioranza e intendono proseguire su questa inedita strada: «Con la Lega andremo a elezioni su fronti contrapposti, ma in questo momento sosteniamo Draghi e lavoriamo insieme per il successo del governo, per far uscire l’Italia dalla pandemia, con le vaccinazioni e la ripresa economica», ha assicurato Letta.

Figliuolo: «Il piano vaccinale non cambia»

Lo ha ribadito, dopo la decisione di somministrare il vaccino AstraZeneca agli over 60

«Il piano» vaccinale «non cambia». Così il commissario straordinario all’emergenza Covid-19, Francesco Paolo Figliuolo, ribadendo che, nonostante la decisione del ministero della Salute di somministrare preferibilmente il vaccino AstraZeneca agli over 60, il target di somministrazioni giornaliere rimane fissato a «500mila entro fine mese». «Da oggi l’inoculazione del vaccino AstraZeneca è aperta alla platea dei 60-79 anni, mentre gli under 60 che hanno già ricevuto la prima dose, riceveranno anche la seconda», ha sottolineato (si veda anche la pagina di Società), aggiungendo che a breve sono previste nuove consegne. «Tra questo trimestre e il prossimo arriveranno 30 milioni di dosi AstraZeneca». Dosi «che potranno essere destinate, quindi, anche alla platea degli over 60 fino ai 79 anni che è di circa 13 milioni e 275 mila utenti», due milioni e 270mila dei quali hanno «già ricevuto la prima dose». Secondo Figliuolo, «se ci vacciniamo, ne usciamo». Un concetto espresso, seppure diversamente, anche l’altro ieri dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha indicato nel vaccino l’unica via per uscire dalla fase delle restrizioni. «I nostri territori hanno sofferto, questo è uno territorio del made in Italy e dobbiamo riportare il made in Italy nel mondo, dobbiamo riaprirci», ha aggiunto.