Spazio, nuova missione per Samantha Cristoforetti


Tornerà sulla Stazione spaziale internazionale nel 2022. «Sono emozionata ed onorata»

Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana dell’Esa, tornerà sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) nella primavera del prossimo anno. Il programma prevede, tra le altre cose, esperimenti di riproduzioni di parti metalliche grazie alle stampanti in 3D spaziali. «Questi esperimenti saranno molto interessanti nelle missioni di esplorazioni oltre l’orbita bassa come Luna e poi in futuro Marte», ha commentato Samantha Cristoforetti, che ha già iniziato l’addestramento per questa sua seconda missione spaziale presso il Centro europeo per gli astronauti a Colonia, in Germania, e presso il Johnson Space Center della Nasa, negli Usa. Ulteriori dettagli sulla missione saranno diffusi più avanti, inclusa la data di lancio. Nel 2014, in occasione della sua prima missione spaziale, Cristoforetti era rimasta a bordo della Iss per 200 giorni.


«In Italia, la maggioranza dei casi Covid è per variante inglese»


Lo studio suggerisce di «rafforzare e innalzare» le misure restrittive

Un stima flash dell’Istituto superiore di Sanità, del ministero della Salute e della Fondazione Bruno Kessler conferma le previsioni e i timori degli esperti: la cosiddetta “variante inglese” del Sars-CoV-2 sta diventando prevalente in Italia. Il rapporto, realizzato grazie alla partecipazione di 101 laboratori sparsi sul territorio nazionale, riferisce che «nel nostro Paese, al 18 febbraio scorso, la prevalenza della cosiddetta variante inglese del virus Sars-CoV-2 era del 54,0%, con valori oscillanti tra le singole regioni tra lo 0% e il 93,3%». Meno diffuse, ma comunque da tenere sotto osservazione le varianti “brasiliana” e “sudafricana”, riscontrate rispettivamente nel 4,3% (0%-36,2%) e nello 0,4% (0%-2,9%) dei casi. Sebbene i tre vaccini usati in Italia – Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca – sembrano efficaci anche contro la variante inglese, gli esperti invitano alla cautela e chiedono un inasprimento delle misure restrittive, perché la variante inglese è caratterizzata da una maggiore trasmissibilità, superiore, secondo le stime riportate dall’ISS, del 37% rispetto ai ceppi non varianti, con una grande incertezza statistica compresa tra il 18 e il 60%. Lo studio suggerisce di «innalzare le misure di mitigazione in tutto il Paese nel contenere e ridurre la diffusione del virus mantenendo o riportando rapidamente i valori di Rt a valori sotto 1 e l’incidenza a valori in grado di garantire la possibilità del sistematico tracciamento di tutti i casi».


Scuola: andati persi 112 miliardi di giorni dedicati all’istruzione


A denunciarlo è Save The Children in un rapporto condotto a livello mondiale
Ad un anno di distanza dall’inizio della pandemia, Save The Children ha misurato le conseguenze sull’istruzione: in ogni parte del mondo, non solo in Italia, le scuole sono state chiuse per motivi di sicurezza sanitaria, costringendo gli alunni a restare a casa, rinunciando alle lezioni oppure, dove possibile, a seguirle con la didattica a distanza. Passando in rassegna 194 Paesi, Save The Children ha stimato che «nel mondo siano stati persi 112 miliardi di giorni dedicati all’istruzione». Ad alcuni è andata peggio: i minori in America Latina, nei Caraibi e nell’Asia meridionale hanno perso quasi il triplo dell’istruzione dei coetanei dell’Europa occidentale, ha denunciato il rapporto. Secondo Save The Children, «in assenza di interventi, ci sarà una perdita di apprendimento equivalente a 0,6 anni di scuola e di un aumento del 25% della quota di bambini e bambine della scuola secondaria inferiore al di sotto del livello minimo di competenze». E in Italia? Il rapporto ha preso in considerazione 8 capoluoghi di provincia. Dall’analisi è emerso che gli studenti italiani hanno frequentato i loro istituti anche per molto meno della metà dei giorni teoricamente previsti, con alcune differenze a livello territoriale. Da settembre 2020 a fine febbraio 2021, i bambini delle scuole dell’infanzia a Bari, ad esempio, hanno potuto frequentare di persona 48 giorni sui 107 previsti, contro i loro coetanei di Milano che sono stati in aula tutti i 112 giorni. Gli studenti delle scuole medie a Napoli sono andati a scuola 42 giorni su 97 mentre quelli di Roma sono stati in presenza per tutti i 108 giorni previsti.


Scuola, al via i test Invalsi per i maturandi


Le prove, organizzate dalle scuole in autonomia, prevedono piccoli gruppi di studenti

Sono iniziati oggi i test Invalsi di Italiano, Matematica e Inglese (lettura ed ascolto) per gli studenti delle quinte superiori, in vista degli esami di Maturità – prova finale che non prevede prove scritte, ma un’orale che partirà dalla discussione di un elaborato, concordato con i professori, su tutte le materie – che, quest’anno, riguarderanno circa 500mila ragazzi e ragazze. I test Invalsi sono in presenza e sono organizzati dalle scuole in autonomia. Prevedono piccoli gruppi di studenti (misura necessaria per garantire la sicurezza sanitaria) e dureranno fino al 31 marzo. Per le prove suppletive per l’ultimo anno delle superiori c’è tempo fino al 21 maggio. Un paio di precisazioni. La prima: l’esito delle prove Invalsi non sarà vincolante per l’ammissione agli esami di Maturità, in programma dal 16 giugno. La seconda: i maturandi non saranno ammessi automaticamente alla prova finale, come accaduto l’anno scorso, perché sarà il Consiglio di classe a decidere chi potrà sostenerla. «Faccio i migliori auguri agli studenti: a loro dico che faranno un lavoro interessante per loro stessi ma anche per gli altri», ha detto Anna Maria Ajello, presidente dell’Invalsi, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione. «Dalle informazioni che arriveranno, avremo un primo dato importante, senza colpevolizzare nessuno per i tanti eventi contrari che ci hanno colpito in questi mesi. Con queste prove avremmo infatti i primi dati attendibili per poter dire cosa è successo e come e dove dovremo recuperare. E’ dunque anche un atto generoso quello di svolgere queste prove, per aiutare a comprendere l’ampiezza del gap di apprendimento», ha aggiunto Ajello. Le prove Invalsi non riguardano soltanto gli studenti all’ultimo anno delle superiori: in II elementare le prove saranno su carta e inizieranno il 6 maggio; in V elementare prove cartacee dal 5 maggio. In terza media le prove saranno al computer e la data di inizio è il 7 aprile. In II superiore – sempre su pc – le prove inizieranno il 10 maggio. Tutti i test si svolgeranno in presenza


«Universitari italiani tra i meno fiduciosi nel proprio futuro finanziario»


Tuttavia sono quelli che hanno passato più tempo a studiare durante la pandemia

Solo il 45% degli studenti universitari italiani si dice fiducioso riguardo alle proprie finanze, il secondo dato più basso tra gli studenti dei 21 Paesi coinvolti nel sondaggio: soltanto in Giappone si registra una percentuale più bassa (31%). A rivelarlo è una rilevazione di Yonder, nota precedentemente come Populus, pubblicato sul sito della Chegg, un’azienda statunitense di tecnologia per l’istruzione, con sede nella Silicon Valley. Dei circa 17mila studenti d’età compresa tra i 18 e i 21 anni coinvolti nel sondaggio, 700 sono italiani. Che dichiarano di aver dedicato mediamente 27 ore a settimana allo studio, durante l’emergenza sanitaria. Ad eccezione degli studenti tedeschi e messicani – anche loro hanno trascorso lo stesso tempo sui libri –, nessuno ha studiato di più. Gli argentini si fermano a 26 ore, russi e spagnoli a 25. Costretti a passare molto più tempo a casa, complici le misure restrittive per limitare i contagi, gli studenti italiani – il 92% dei quali riferisce che la propria università ha interrotto la didattica in presenza – hanno dedicato più tempo allo studio rispetto a quanto erano soliti fare prima della pandemia: il 47% dichiara di aver studiato di più. Solo il 23% non lo ha fatto. Rispetto ai loro colleghi-coetanei, gli studenti italiani sostengono che l’emergenza sanitaria non ha avuto un impatto negativo sulla propria salute mentale: la quota di quanti ammettono di aver sofferto si ferma al 25%, il dato più basso tra tutti i Paesi coinvolti nel sondaggio.

 


«Le app per il contact tracing frenano la diffusione del covid»


I contatti stretti rintracciati sono circa il doppio rispetto al tracciamento tradizionale

Le applicazioni per il tracciamento dei contatti aiutano a contenere la diffusione dei contagi. A sostenerlo sono diversi studi, realizzati in diversi Paesi. Al netto dei timori legati alla privacy, dunque, queste app –  anche in Italia ne abbiamo una e si chiama Immuni – possono essere uno strumento utile per impedire al virus di diffondersi, mettendo a rischio la salute delle persone e la tenuta dei sistemi sanitari nazionali. Stando ad un’analisi condotta dall’Università di Oxford, ancora non pubblicata, ma che è possibile consultare sul sito dell’Alan Turing Institute, l’applicazione utilizzata nel Regno Unito e supportata dal National Health Service ha inviato mediamente 4,4 notifiche per ogni persona risultata positiva al coronavirus, pari a circa il doppio rispetto al tracciamento manuale, che si ferma ad una media di 1,8 notifiche. Secondo lo studio, ogni aumento dell’1% degli utenti dell’applicazione abbassa il numero di infezioni dello 0,8-2,3%. A conclusioni analoghe è arrivato anche uno studio preliminare su Radar Covid, l’applicazione utilizzata in Spagna, condotto nelle isole Canarie. Anche in questo caso, l’app ha notificato circa il doppio del numero di persone esposte a infezioni rispetto al tracciamento manuale dei contatti. E Immuni come sta andando? L’applicazione italiana non sembra essere mai decollata: al 22 febbraio, l’app è stata scaricata oltre 10,3 milioni di volte mentre sono stati 12mila gli utenti risultati positivi al coronavirus che hanno caricato i codici e circa 89mila sono state le notifiche.