Avanza la generazione Neet


di Mario Bozzi Sentieri

“Vita”, il mensile del Terzo settore e del mondo non profit, pubblica, sull’ultimo numero, un’ampia inchiesta dedicata ai cosiddetti Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Di che cosa si tratta? Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico. Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione. La fotografia offerta da “Vita” è inquietante: nel 2018, in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. Nel 47% dei casi i ragazzi hanno tra i 25 e i 29 anni, nel 38% i ragazzi hanno tra i 20 e i 24 anni e il restante 15% è nella forchetta 15-19 anni. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9%. Il problema è oggettivamente complesso. E non può essere assimilato alla vecchia condizione del “disoccupato”. Qui ad essere rilevanti  sono fattori di carattere psicologico-esistenziale, che vanno ben al di là del puro e semplice dato occupazionale. I Neet sono dei veri e propri “inghiottiti dalla rete”, poiché spesso nella loro auto-reclusione, l’unico contatto con il mondo rimane quello virtuale, che passa per il web: così la loro seconda esistenza, tra chat, social newtork e giochi di ruolo online diventa prioritaria rispetto a quella reale. La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine determinano nei ragazzi una perdita delle competenze sociali e comunicative. Ad alimentare questa condizione ci sono disuguaglianze sociali, che riducono le possibilità di rompere i meccanismi della povertà e dell’esclusione, ed insieme contesti familiari, culturali, economici, sociali che non investono adeguatamente sulle potenzialità dei giovani e sul loro futuro, insieme ad una generale sfiducia verso le istituzioni ed il mondo del lavoro, sentiti come estranei e lontani. Famiglie, istituzioni, mondo del lavoro: è il fallimento di un Sistema, un fallimento rispetto al quale i fondi dedicati alla formazione e l’estensione del diritto allo studio appaiono come i classici “pannicelli caldi”. Il problema è infatti “strutturale” e tocca la “percezione” che i giovani hanno del loro rapporto con la realtà, a cominciare dal primo ambito familiare. Alla base l’idea che lo studio sia inutile (anche se il 49% dei giovani Need ha conseguito il diploma di scuola secondaria superiore e l’11% risulta essere laureato), che la mobilità appaia bloccata (favorendo chi è già socialmente garantito), che la meritocrazia non esista (in un mondo in cui a vincere sono sempre i soliti “furbi”), che il futuro sia già predeterminato (e quindi sia inutile mettersi in gioco per costruirsene uno proprio). La percezione è di una netta cesura tra i giovani ed il sistema Paese, con conseguenze che – in prospettiva – rischiano di aumentare le fasce degli esclusi, degli “inghiottiti” dall’inedia, a causa di un corpo sociale sempre più debole e sfilacciato, vista la perdita di ruolo e di certezze autentiche offerte dalle famiglie (con una lunga e paradossale dipendenza dei figli adulti dai genitori),  l’avanzare dei processi di disintermediazione, a seguito del depotenziamento dei corpi intermedi (ed il sostanziale isolamento sociale), la precarietà (resa palese dal lavoro in nero). “Vince” la Rete, ma in realtà – come abbiamo visto – avanza l’autoesclusione e l’autoreclusione: un’autentica emergenza che priva le giovani generazioni di una possibilità di futuro e il Paese di poter contare su quelle risorse culturali e spirituali, ancor prima che socio-economiche, rappresentate dai giovani. All’inverno demografico rischia insomma di seguire una sorta di glaciazione generazionale, con conseguenze disastrose per tutti, giovani e meno giovani. Esserne consapevoli è il primo passo. Alla politica, al mondo della cultura e del lavoro di mettere in campo le doverose contromisure. In gioco, insieme a quelli dei giovani,  ci sono i più ampi destini nazionali.

 


La sinistra debole


Quando a regnare è il mimetismo politico

di Mario Bozzi Sentieri

Cos’è il pensiero debole? A volere semplificare è il trionfo del relativismo, una non-verità circoscritta nel tempo e dunque destinata a spegnersi. Insomma, l’esatto opposto di qualsiasi visione “alta” della vita e quindi della politica. La crisi della sinistra italiana è tutta qui. Impegnata a sbiadire la propria Storia e la propria identità, a cambiare nome, a frantumarsi, sempre nel segno dell’evocata unità, in una miriade di partitini e movimenti, quella che un tempo era (art. 6 dello Statuto del Pci, gennaio 1966) “l’avanguardia della classe operaia e di tutti i lavoratori” impegnata a lottare “per l’indipendenza e la libertà del paese, per l’edificazione di un regime democratico e progressivo, per la eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per la libertà e la valorizzazione della personalità umana, per la pace tra i popoli: per il socialismo” è ora diventata una pallida rappresentazione politica, non più in grado di parlare all’Italia reale (la disprezzata “pancia” del Paese), di interpretarne bisogni ed aspettative. “Il PD è un partito antifascista che ispira la sua azione al pieno sviluppo dell’Art.3 della Costituzione”: esordisce così, all’articolo 1, il nuovo statuto del Partito democratico approvato, recentemente a Bologna. Antifascismo e uguaglianza: un po’ poco per rispondere alla complessità contemporanea e per “dare una linea”  ai tanti cittadini in cerca di ragioni autentiche per credere nella politica, nella possibilità dell’atteso cambiamento, per anni coltivato. I risultati si vedono. Non a caso, in piazza, anche lo “Stato nascente” delle sardine rifiuta bandiere e simboli di partito, accontentandosi di qualche sagoma di cartone e trincerandosi dietro un “no” generico (contro i sovranisti) senza porsi il problema del “che fare”. Anche le sardine pagano la pochezza intellettuale di un mondo (di sinistra) da cui provengono, che si alimenta di non-verità (l’avversario brutale ed opprimente) e che coltiva il mimetismo, dimostrandosi tanto nuovo da cadere nel trappolone di “Bella Ciao”, l’inno della nostalgia antifascista (guarda caso l’incipit dell’articolo 1 del nuovo statuto del Pd). Lo stesso mimetismo che ha contraddistinto l’avvio della campagna elettorale, per le Regionali in Emilia-Romagna, di Stefano Bonaccini (del Pd fino a prova contraria) impegnato a smarcarsi rispetto a qualsiasi appartenenza (e sfida) politica fino al punto da scegliere un manifesto senza simbolo con un colore di base verde simil-bossiano, che ha suscitato un certo sconcerto nell’elettorato tradizionale della sinistra, polemiche a non finire sui social e  commenti sarcastici nel mondo politico (Bonaccini gioca a fare il leghista?). Il presidente uscente si vergogna talmente della classe dirigente che sta al Governo che ha chiesto ai ‘big’ della maggioranza di non andare in Emilia Romagna per non penalizzarlo. Qualche anno fa Matteo Renzi, ai vertici del Pd, teorizzava (e praticava) il movimento continuo, venendo così risucchiato nei gorghi della società liquida, alla ricerca perpetua di un “progetto” tanto evanescente da fare perdere di vista gli esatti confini tra il partito politico e la fondazione “di famiglia” (ora nel mirino della Magistratura). A sollevare una “questione di etica politica” il tesoriere del Pd, Luigi Zanda, che invita a riflettere sul “conflitto di interessi” di Renzi, quando questo raccoglieva fondi per la Fondazione stando alla guida del partito. In vista delle elezioni regionali, anche in Calabria il Pd gioca sul mimetismo politico, con la candidatura civica dell’imprenditore Pippo Callipo, il “re del tonno”, alternativa a quella di Mario Oliverio, l’attuale governatore del dem, scaricato dal partito, a causa dei troppi guai giudiziari in cui si è impantanato. Mettiamo tutto insieme ed avremo l’immagine perfetta (e perdente) del Pd zingarettiano, punta avanzata della nuova sinistra di governo: debolezza di pensiero, mancanza di una visione strategica, ambiguità di fondo (tra il moralismo della piazza sardinista e l’affarismo), timore ad affrontare il confronto politico (con un presidente di regione uscente che nasconde le sue appartenenze di partito). In sintesi propaganda pura senza una visione progettuale. Scriveva, nel 1949, Ignazio Silone, in rotta con il Fonte popolare social-comunista: “La distinzione fra teorie e valori non è ancora abbastanza chiara nelle menti di quelli che riflettono a questi problemi, eppure mi sembra fondamentale. Sopra un insieme di teorie si può costruire una scuola e una propaganda; ma soltanto sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini”. A settant’anni di distanza la sinistra conferma di essere ferma alla propaganda. La Politica, quella con la P maiuscola – evocata dalle sardine – è evidentemente un’altra cosa. Certamente non dimora a casa del Pd, di Bonaccini e di Renzi.


Il nuovo numero di “Nova Historica”


Quando la destra voleva cambiare l’Italia

E’ in distribuzione il nuovo numero di “Nova Historica” (n. 69 – settembre 2019): duecento pagine dedicate in larga parte alla “proposta riformatrice della destra italiana”, presidenzialista e partecipativa, ricostruita attraverso le figure di alcuni suoi esponenti storici (Franco Franchi, Gaetano Rasi, Diano Brocchi), con particolare attenzione al progetto politico alternativo che dalle origini fino agli Anni Novanta del ‘900 ha caratterizzato l’impegno missino. Alla Terza Via, corporativa e presidenzialista, è dedicato l’ampio saggio di Mario Bozzi Sentieri, che ricostruisce il dibattito sullo Stato Nazionale del Lavoro e  sull’Idea partecipativa e corporativa, rimarcata ad ogni congresso e trasformata, di legislatura in legislatura, in efficaci proposte di legge, fino ad arrivare, negli Anni Settanta, alla campagna per la Nuova Repubblica, in grado di coinvolgere settori sempre più ampi della pubblica opinione sul tema delle riforme istituzionali. Scorrono, nella ricostruzione di Bozzi Sentieri, i nomi-simbolo nella battaglia della cosiddetta “alternativa al Sistema” (Ernesto Massi, Gaetano Rasi, Carlo Costamagna, Ugo Spirito, Primo Siena, Giorgio Almirante, Giorgio Bacchi, Pinuccio Tatarella, Giano Accame) le cui  idee mantengono, pur nello scorrere degli anni, un valore culturale e politico di grande attualità. Lo sottolinea, nell’editoriale di apertura di “Nova Historica”, il direttore della rivista, Massimo Magliaro, che invita  a riflettere, con serenità e serietà, sulla proposta riformatrice del Msi, “tenendo presente lo spirito modernizzatore col quale la destra politica italiana la offrì all’attenzione degli studiosi, degli altri partiti e della pubblica opinione (ne parla Franchi nella sua introduzione). Spirito che oggi appare ancor più necessario”. Sui temi sindacali e sociali, Nazzareno Mollicone continua la  sua storia del Sindacalismo Nazionale e Rivoluzionario, giunta alla terza puntata, approfondendo il periodo fascista fino alla Repubblica Sociale Italiana. Per la rubrica  delle destre europee  si segnala l’articolo “Gli anni di Ordre Nouveau” di Philippe Pierson, dedicato all’esperienza dell’originale movimento francese, caratterizzato dalla grafica di Jack Marchal, l’inventore del famoso topo nero, largamente riprodotta. Di grande interesse la ricostruzione di Carlos Carmona Flores del contestato “golpe” spagnolo (fallito) del 23 febbraio  1981, l’articolo di Roberto Rosseti, dedicato a “Rosario Bentivegna, il gappista di Via Rasella”, e la puntuale lettura della vita e dell’opera di Aleksander Solzhenitsyn a 101 anni dalla nascita di Roberto Pecchioli. Completano il fascicolo di “Nova Historica” le recensioni e la suggestiva rassegna dedicata alla simbologia dei fascismi sconosciuti, a cura di Michele Rallo. Per informazioni ed acquisti info@pagine.net – tel. 0645468600.


Tutti schiavi dell’algoritmo?


Nuove tecnologie e mondo del lavoro

di Mario Bozzi Sentieri

“La meccanizzazione del mondo – scriveva, nel 1953, Georges Bernanos in “Lo spirito europeo e il mondo delle macchine” – corrisponde a un desiderio dell’uomo moderno, un desiderio segreto, inconfessabile, un desiderio di degradazione, di rinuncia”. Ancora oggi, agli albori dell’Evo 4.0 le intuizioni di Bernanos, pensate a misura del macchinismo industriale, appaiono tutt’altro che datate. Apparentemente più pulito e meno invasivo, il tempo degli algoritmi offre spunti inquietanti sulla via della “rinuncia”. Finché, attraverso le nuove applicazioni tecnologiche, l’uomo può togliersi lo sfizio di giocare a scacchi col robot o provare il brivido dell’automobile senza conducente, siamo ancora nell’ambito delle curiosità tecnologiche. Quando però gli algoritmi tracimano nel privato e nel mondo dell’organizzazione del lavoro, iniziando a dettare legge, il tema si fa serio. Gli esempi non mancano. E’ di questi giorni la notizia che Deutsche Bank, il primo istituto bancario tedesco e tra i leader in Europa, sta usando l’Intelligenza artificiale e gli algoritmi più sofisticati per rimpiazzare posti di lavoro. A sparire 18mila dipendenti, che saranno sostituiti da robot ed algoritmi destinati a svolgere attività di rendicontazione, invio di e-mail e report ai clienti del segmento azionario. Non si tratta di un esempio isolato. Nel settore della finanza e delle assicurazioni sono già attivi i robo-advisor, in servizi di consulenza e di investimento. Anche nei prestiti l’utilizzo degli algoritmi è già presente per rilevare il livello di rischio di un cliente e dell’opportunità quindi di concedere un finanziamento. Il potere delle nuove tecnologie non si limita però al solo settore dei servizi. Nella fabbrica 4.0 sono gli algoritmi a controllare la produzione, l’orario, il ritmo delle linee, le pause, i carichi di lavoro. A dettare legge è il Mes, Manufacturig Execution System, un modello matematico che consegna gli ordini di lavoro alle linee e tiene traccia di ogni azione dell’operaio, attraverso scanner ottici, codici a barre, tablet. Il programma è matematico, “neutrale” e quindi indiscutibile. Ed ancora, è l’algoritmo a selezionare i manager, attraverso colloqui con un computer che “spia” mimica e tono di voce. Non siamo in un film di fantascienza. È la realtà di HireVue un programma, già operativo negli Stati Uniti presso grandi aziende e multinazionali, in grado di monitorare circa 15mila tratti di una persona, compresi la scelta del linguaggio, i movimenti dell’occhio, la velocità di risposta e il livello di stress. Domina la macchina, ai cui “parametri” i candidati debbono adeguarsi, senza possibilità d’appello: tutti uguali e standardizzati, secondo gli orientamenti di software che riflettono i pregiudizi di chi li ha creati e si alimentano di big data forniti dagli stessi. La partita – ci dicono i “profeti” del “Nuovo Mondo” – è agli inizi. Proprio per questo è urgente prendere coscienza della sfida in atto, dei reali rapporti di forza, soprattutto culturali, attivando le doverose “contromisure” sociali. Dobbiamo insomma cominciare ad abbandonare ogni “rinuncia”, iniziando a fissare dei discrimini e a porre delle domande: la tecnologia è moralmente neutra? La base razionale dei nuovi “mezzi” esclude l’etica? Dove cercare il limite? L’efficienza può essere il solo “valore” di riferimento? Possiamo continuare a restringere gli spazi della giustizia sociale nel nome del profitto? Non sono quesiti facili, né di facile risposta. A noi piace sottolineare come, ben al di là delle nuove tecnologie, ci sia sempre una dignità dell’uomo-lavoratore non solo da salvaguardare, ma da esaltare. Di un nuovo Umanesimo c’è dunque bisogno. Di un Umanesimo del lavoro e della tecnica, che sappia coniugare modernità e consapevolezza, sfide nuove e spiritualità profonda. “Non si tratta di distruggere le macchine, si tratta – per dirla ancora con Bernanos – di rialzare l’uomo, cioè di restituirgli la fede nella libertà del suo spirito, assieme alla coscienza della sua dignità”. Di fronte a questi principi non c’è algoritmo che tenga. La sfida è aperta.


Il vero dissesto è politico e culturale


L’Italia frana e non solo metaforicamente. I numeri sono drammatici: secondo l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, negli ultimi tre anni il nostro Paese è stato colpito da 620.808 frane, che hanno interessato 7.275 comuni (il 91,1% del totale). Un vero disastro, a cui si aggiunge la recente “acqua alta” di Venezia. Il tema – è ormai ben chiaro ai più – non riguarda solo un generico appello alla “coscienza ecologica”. Non è neppure paradossalmente un problema di risorse. Una recente analisi della Corte dei Conti relativa al “Fondo per la progettazione contro il dissesto idrogeologico (2016-2018)” fa emergere lo scarso utilizzo delle risorse stanziate per il Fondo e l’inefficacia delle misure sinora adottate, di natura prevalentemente emergenziale e non strutturale. “Le risorse effettivamente erogate alle Regioni, a partire dal 2017 – si legge nel rapporto – rappresentano, negli anni oggetto dell’indagine, solo il 19,9% del totale complessivo (100 mln di euro) in dotazione al Fondo”. Numerose le criticità a livello nazionale e a livello locale: l’inadeguatezza delle procedure e la debolezza delle strutture attuative; l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi; la mancata interoperabilità informativa tra Stato e Regioni; la necessità di revisione dei progetti approvati e/o delle procedure di gara ancora non espletate; la frammentazione e disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto. La vicenda Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico, che dovrebbe proteggere Venezia fino ai 300 cm di acqua alta) ha occupato le prime pagine dei giornali: al momento (i lavori sono iniziati nel 2003) sono stati spesi 5,493 miliardi di euro per la realizzazione del 90% dell’opera. In totale nel bilancio del Consorzio Venezia Nuova (concessionario dell’opera) sono stati iscritti lavori per un costo di quasi 7 miliardi di euro. Anche qui blocchi, denunce e ritardi. Di fronte a questi problemi di portata epocale c’è chi, come il Ministro Luigi di Maio, pianta un alberello contro i cambiamenti climatici (è accaduto l’altro giorno a Casoria) o chi si accontenta dell’ennesimo appello ambientalista, stile FridaysForFuture (“Siamo davvero disposti a cancellare la bellezza dei mari, delle foreste, delle montagne, di queste montagne? A dire addio al piacere di vedere fiorire, germogliare, crescere la natura?”) perdendo di vista la complessità della materia, che mette insieme aspetti tecnico/politici e culturali. Bisogna insomma andare ben oltre un generico ecologismo, affrontando intanto i nodi burocratici e gestionali che frenano gli interventi. Quando, per rispondere ad un’emergenza, viene nominato un commissario straordinario (accade a Venezia ed è accaduto a Genova per la ricostruzione dopo il crollo del Ponte Morandi) siamo di fronte ad un’ammissione di colpa: l’inadeguatezza istituzionale a reggere certe criticità (bypassando i lacci e laccioli della burocrazia), le lungaggini dell’intermediazione politica, l’esorbitante peso normativo (che espone all’azione della Corte dei Conti e delle Procure). Al fondo c’è però anche bisogno di una chiara presa di coscienza culturale. C’è una responsabilità spirituale di fronte alla cementificazione delle culture ed un chiaro discrimine tra chi crede, da una parte, nella tutela delle specificità (territoriali, culturali, ambientali) e chi dall’altra pensa a tutto livellare, nel segno di una speculazione onnivora dei territori. E c’è soprattutto la necessità di intervenire per fissare chiari obiettivi “di sistema” e conseguenti strumenti, non tanto per salvare una “vecchia natura”,  ma per costruire una cultura, in grado di ristabilire un nuovo equilibrio, in cui l’umanità potrà conservare la posizione attraverso cui si è costituita. Si tratta di una “visione” non ideologica del rapporto uomo-ambiente, una visione attraverso la quale sia possibile realizzare un reale bilanciamento tra protezionismo e intervento antropico, una visione resa pressante dalle emergenze di questi mesi. Importante è capirsi sui discrimini di fondo e di valore, più che di “schieramento”. In campo non ci può essere un richiamo estetizzante all’ambiente o qualche alberello piantato contro i cambiamenti climatici.


È l’ora di un patto per la partecipazione


Dopo il convegno dell’Ucid a Genova

di Mario Bozzi Sentieri

Forte di una Dottrina che affonda le proprie radici nell’enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII, confermata e attualizzata, durante i decenni, alla luce dei mutati scenari socio-economici (è del 2009 la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI), l’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) ha organizzato a Genova un convegno nazionale dedicato alle “Nuove forme partecipative e nuovi modelli di relazioni industriali alla luce della dottrina sociale della Chiesa”. La novità dell’incontro, coordinato da Riccardo Pedrizzi, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Ucid, è che, uscendo fuori dai semplici riferimenti dottrinari, ad animare il confronto, concluso dall’intervento dell’Arcivescovo di Genova Cardinale Angelo Bagnasco, sono stati i rappresentanti delle forze sociali (Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e Ugl), impegnati a declinare unitariamente un tema fino a qualche decennio fa considerato tabù. A prevalere, soprattutto sul fine degli Anni Sessanta del ‘900, è stata, infatti, la cosiddetta “partecipazione conflittuale”, eufemistica immagine per giustificare un classismo esacerbato, che vedeva Cgil, Cisl e Uil uniti da un’identica visione dei rapporti di classe. Solo il Sindacalismo Nazionale, prima con la Cisnal e poi con l’Ugl, ha tenuto alta la bandiera partecipativa, appellandosi al diritto dei lavoratori, riconosciuto dall’art. 46 della Costituzione, ad oggi inapplicato, a “collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Oggi sono i mutati scenari dell’economia, le trasformazioni produttive e la crisi delle vecchie appartenenze ideologiche a riportare al centro del confronto sociale e del dibattito culturale e politico il tema della partecipazione. Con inusuali aperture. Lo si è visto al convegno genovese. All’appello, fatto da Giulio Romani, Segretario Confederale della Cisl, al fine di costruire un nuovo modello di convivenza sociale e civile, in grado di competere con i processi di trasformazione tecnologica e con le nuove forme di organizzazione del lavoro, e al riconoscimento, proposto da Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl, del ruolo dei corpi sociali intermedi e di un sistema partecipativo sostenuto da una contrattazione a tre livelli (nazionale, di integrativa e territoriale) in grado di realizzare l’organica collaborazione tra lavoratori, aziende ed Enti locali, hanno fatto riscontro le parole di Vincenzo Colla, vicesegretario generale della Cgil, che ha riconosciuto il valore della “cogestione alla tedesca”. Un modello – ha spiegato Colla – nel quale la partecipazione dei lavoratori alle scelte produttive dovrebbe costituire un elemento essenziale, soprattutto se si vuol dare vita a un sistema di relazioni industriali capace di tener insieme tutti gli attori della filiera, avendo come riferimento quel “modello renano” che la dottrina considera elemento distintivo del capitalismo sociale in alternativa a quello finanziario di stampo anglosassone e statunitense. Ognuno dei partecipanti al convegno genovese, compresi i rappresentanti di Confindustria e della Uil, ha sostanzialmente sottoscritto l’invito lanciato dall’Ucid: riscrivere i termini di un nuovo patto tra capitale e lavoro, facendo sintesi nel nome di obiettivi comuni. Lo strumento dato è certamente l’art. 46 della Costituzione, integrato dalle nuove forme di Welfare aziendale (l’insieme delle prestazioni non monetarie a sostegno del dipendente: dai servizi alle famiglie alle polizze sanitarie, dalla previdenza completare ai trasporti) e con un occhio rivolto all’Europa, la quale già dal 1992, invitava i Paesi membri a introdurre nelle imprese la partecipazione agli utili e all’azionariato dei lavoratori; a prendere in esame la possibilità di accordare incentivi fiscali o finanziari per favorire l’introduzione di meccanismi di partecipazione; a incoraggiare l’uso di formule di partecipazione, agevolando la messa a disposizione di informazioni adeguate. Non sono mancate, a livello parlamentare, proposte di legge ed approfondimenti (da segnalare il “Codice della partecipazione”, elaborato, nel 2010, su iniziativa del Ministro Maurizio Sacconi, con lo scopo di realizzare uno strumento capace di fornire alle parti sociali un aiuto fondamentale in merito all’individuazione delle criticità della normativa legale e contrattuale in vigore ora in Italia, proponendosi di avviare un percorso condiviso nella costruzione di una via italiana alla partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa).  Siamo però ancora alle idee di massima, alle visioni d’assieme, mentre è assente la volontà politico-sindacale di dare forma compiuta alle aperture sindacali e confindustriali sul tema. Occorre – in definitiva – che qualcuno traduca le disponibilità, verificate a più riprese sul tema della partecipazione, magari in un protocollo d’intesa, una sorta di “Patto per la partecipazione”, sottoscritto da tutte le parti sociali, che fissi una vera e propria “road map” sul tema. Da quello che abbiamo verificato il momento è propizio. Ora bisogna passare dal dire al fare, augurandosi che chi ha manifestato la propria disponibilità non faccia marcia indietro.