Sulla strage di Parigi

Quanto accaduto ieri a Parigi, dove un funzionario di Polizia ha aggredito i suoi colleghi con un coltello, uccidendone quattro, oltre ad essere un fatto tragico di estrema gravità, può far comprendere alcune cose sull’attuale contesto sociale francese. Saranno gli inquirenti a individuare dinamica e movente, ma, onde scongiurare il ripetersi di simili eventi, occorre scandagliare tutte le possibili implicazioni. Innanzitutto, non si può non pensare alla minaccia sempre serpeggiante dell’estremismo islamico. A quanto si apprende, infatti, l’omicida, Mickael Harpon, di origini martinicane, si era convertito da un paio d’anni all’Islam, e ciò spinge a riflettere sulle questioni relative all’integrazione degli stranieri, degli immigrati di seconda generazione, ma anche dei francesi d’oltremare per evitare il fatto che, spinti da una già precaria situazione individuale, alcuni di essi possano rivolgersi al fanatismo islamico come strumento di rivolta personale o politica. Nel caso si identificasse qui il movente, ci si dovrebbe ulteriormente interrogare sulle capacità di infiltrazione dei terroristi, capaci di agire non più solo nelle strade e nelle piazze, ma anche nei centri nevralgici dello Stato, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare. Oltre a ciò, però, la strage di Parigi ci ricorda quanto difficili siano le condizioni di vita e di lavoro della polizia transalpina. Il malessere che si è diffuso fra i poliziotti francesi è tangibile e lo racconta un interessante approfondimento uscito oggi sul Corriere della Sera. Determinato da una serie di ragioni che si sono sommate, generando una profonda insoddisfazione. Tanto che solo il giorno prima dell’eccidio c’era stata un’imponente manifestazione, 27 mila poliziotti scesi in piazza a protestare – fatto senza precedenti – per le dure condizioni di lavoro, per i turni impossibili, per le paghe particolarmente basse. Un poliziotto in Francia guadagna in media 1.300 euro al mese, solo 7 centesimi netti l’ora per gli straordinari notturni. Una situazione intollerabile. Non solo. Mentre all’epoca dei grandi attentati, quello di Charlie Hebdo o del Bataclan, i poliziotti si erano guadagnati la stima ed il sostegno della popolazione, ora, dopo la dura repressione scatenata da Macron contro le proteste dei gilet gialli, le simpatie di cui godono le forze dell’ordine in Francia sono drasticamente diminuite. Tutto ciò ha abbattuto il morale dei poliziotti. Solo nell’anno in corso si sono verificati 52 suicidi con l’arma di servizio. Un puzzle di tensioni, causato da una serie scelte profondamente sbagliate da parte del governo francese, che stanno presentando il proprio tragico conto. Un conto che come sempre, però, viene pagato non dalle élite chiuse nei propri palazzi, ma dalla gente comune, dai lavoratori, in questo caso dai poliziotti, in una parola: dal popolo.

Enrico Letta e Mark Twain

Ecco le “nuove” proposte della sinistra per il Paese: da un lato l’immancabile Ius Soli, ora ribattezzato Ius Culturae, dall’altro l’abbassamento dell’età di voto a sedici anni. Ne ha parlato recentemente Enrico Letta, ma già se ne discute da settimane. Far votare i sedicenni può essere una cosa giusta, sull’onda della grande partecipazione dei giovani ai “friday for future”, sperando in un loro maggiore interessamento alla politica. In realtà in buona parte dei Paesi occidentali si inizia a votare, così come da noi, a diciotto anni. In Europa si vota a sedici anni soltanto in Austria. Comunque, perché no? Allo stesso modo la riforma del sistema di acquisizione della cittadinanza: anche l’Ugl aveva elaborato delle proposte di revisione della legge che legassero percorso di studi e cittadinanza. In ogni caso non è una priorità, abbiamo norme simili a quelle di molti altri Stati, che funzionano relativamente bene. Ora quello di cui abbiamo maggior bisogno è rigore e trasparenza nella gestione delle migrazioni, ma la questione resta un chiodo fisso per la sinistra. Perché il Pd parla di questi temi? Probabilmente la causa è meno nobile di quanto si afferma nelle dichiarazioni retoriche sulla necessità di ascoltare i giovani e integrare gli stranieri. E si può individuare senza troppa difficoltà nella convinzione della dirigenza dem di poter in questo modo aumentare la propria quota di elettorato. Anche qui è possibile un’altra riflessione: nel suo essere immancabilmente snob, la sinistra è convinta che ragazzi e immigrati di seconda generazione debbano per forza di cose votare il Pd. Se non è classismo, quello di voler catalogare politicamente a priori intere fasce sociali, non sappiamo come altro considerarlo. Non potrebbero, invece, giovani e nuovi italiani, sentirsi più rappresentati da altre forze più vicine ai bisogni del popolo? Il Pd, attribuendosi di diritto i voti di giovani e immigrati, sembra voler fare “i conti senza l’oste”. In fondo, però, a pensarci ancora meglio, quello della riforma del diritto di voto è un problema che non si pone. Sappiamo infatti che il primo e principale obiettivo della sinistra ora di nuovo al governo è ritardare il più a lungo possibile il ritorno alle urne e, nel caso in cui si riesca a votare, è quello di mischiare le carte in tavola fino a tornare, volenti o nolenti gli elettori, al governo del Paese. Quindi inutile dibattere su chi debba e possa votare se già abbiamo difficoltà, noi ultradiciottenni e in possesso della cittadinanza, a poter dire la nostra e vedere rispettata la nostra volontà. Ricordando il celebre motto di Mark Twain, giovani o meno giovani, italiani o immigrati “se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare” perché, come abbiamo ormai imparato, qualunque risultato esca dalle urne, poi arriva il Pd e rimette le cose “a posto”.

Il lavoro che verrà

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Al netto di ogni considerazione politica sulla formazione, ormai imminente, del governo Conte 2, da un punto di vista sindacale occorre ora concentrarsi sulle proposte annunciate dal nuovo esecutivo, per comprendere cosa intenda fare il duo Pd-M5S, in particolare nell’ambito del mondo del lavoro. Ancora non sappiamo con certezza con chi dovremo confrontarci, chi occuperà lo scranno più alto nel ministero del Lavoro, ma la lista dei nuovi ministri dovrebbe essere consegnata a breve da Conte a Mattarella. Per quanto riguarda il da farsi, possiamo basarci sui punti programmatici finora concordati e resi pubblici. L’intenzione dichiarata è quella di intervenire sul famoso “cuneo fiscale” che molto pesa sulle tasche di dipendenti e datori di lavoro, rendendo meno conveniente fare impresa in Italia. Anche l’Ugl lo chiede da tempo. Non è ancora chiaro, però, in cosa si tradurrà concretamente questa “buona intenzione”. Con tutta probabilità non dovrebbe trattarsi che di una riedizione del bonus per eccellenza dell’era renziana, gli 80 euro, con un ampliamento della platea dei beneficiari, consentita anche dal nuovo atteggiamento più amichevole dell’Europa. A suo tempo la Ue chiese in cambio all’Italia di assumersi pressoché da sola i pesanti oneri della gestione degli sbarchi di migranti. Insomma il gioco, almeno per gli italiani, non valse la candela, tutt’altro. Vedremo cosa accadrà ora. Altro punto è il salario minimo legale, ma anche qui, passando dalle enunciazioni alla concretezza, non è stato stabilito se si propenderà per i 9 euro lordi l’ora per tutti come chiedono i 5 Stelle, proposta che rischia di essere non solo non migliorativa, ma addirittura peggiorativa rispetto alle condizioni attuali dei lavoratori dipendenti, o se si cercherà un aggancio con la contrattazione collettiva come chiede il Pd. Nell’elenco dei punti programmatici, il nuovo governo si ripropone di realizzare un piano strategico per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali e ci auguriamo vivamente che questo proposito si traduca in realtà, anche potenziando adeguatamente il sistema ispettivo. Si parla anche di una legge sulla rappresentanza sindacale, che auspichiamo sia in grado di tutelare rappresentatività e pluralismo. Si annuncia l’intenzione di assicurare parità di genere nelle retribuzioni, ma, dato che ogni discriminazione in Italia è già ovviamente vietata, immaginiamo che si intenda puntare sulla conciliazione tra lavoro e vita privata, vero ostacolo alla carriera e quindi ad una migliore retribuzione delle lavoratrici. L’Ugl, comunque, ci sarà: pronta a verificare in cosa consisteranno realmente le azioni del nuovo governo e a dire la propria, come sempre nell’interesse esclusivo dei lavoratori italiani e della nostra comunità nazionale.

La resa dei conti

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Alla fine il giorno della resa dei conti è arrivato. Sin da quando, ormai più o meno un anno e mezzo fa, venne sottoscritto il contratto di governo fra Lega e Movimento 5 Stelle, era noto il fatto che c’erano profonde divergenze di vedute su materie significative e che fra queste la più difficile da superare era quella riguardante il dossier Tav. Se Carroccio e Pentastellati fino ad ora erano riusciti, pur con qualche difficoltà, a trovare un compromesso su molte questioni, stavolta non è stato possibile mediare fra un sì alla prosecuzione dell’opera, anche alla luce dei miglioramenti sul fronte della ripartizione dei finanziamenti, ed un no rimasto netto, nonostante il tentativo di mediazione portato avanti fino alla fine dal Presidente del Consiglio Conte. Oggi in Senato si è verificata quindi una situazione inedita: il Governo si è spaccato e mentre il 5 Stelle hanno votato la propria mozione finalizzata a fermare l’opera, la Lega ha appoggiato le altre, favorevoli alla sua prosecuzione. Da questa giornata possiamo trarre alcune conclusioni. Innanzitutto sulla questione specifica. Dopo mesi di tentennamenti, con conseguenti ripercussioni anche dal punto di vista della credibilità del Paese, finalmente abbiamo un responso definitivo: la Tav si farà. Per il bene dell’Italia. Per gli impegni già presi, per le penalità che sarebbero scaturite da un dietrofront, per la necessità di avere più infrastrutture, per le ricadute economiche e occupazionali. L’Ugl da tempo si è dichiarata favorevole all’opera e siamo quindi lieti dell’esito della votazione. Questo per quanto riguarda l’infrastruttura in sé. Altro tema è quello politico. Come interpretare la divisione all’interno del Governo e il fatto che l’ok sia giunto tramite i voti della parte leghista della maggioranza e anche dai principali partiti di opposizione? I pentastellati hanno mantenuto la storica posizione di contrarietà, seppure in modo più simbolico che concreto attraverso l’escamotage di passare la palla al Parlamento e tentando di smarcare il Governo. La Lega, invece, si è dimostrata ancora una volta più vicina al sentire degli italiani, favorevoli in larga maggioranza alla prosecuzione dei lavori della Torino-Lione, votando sì alle mozioni pro-Tav, da quelle presentate dagli storici alleati Forza Italia e Fratelli d’Italia, a quelle di +Europa e Pd, pur se acerrimi nemici del Carroccio. Più aperta al confronto, come già aveva dimostrato ieri al tavolo al Viminale con le parti sociali, dove è stato ripristinato quel dialogo inclusivo che da Monti in poi era stato interrotto. L’Esecutivo gialloblu, che in diverse occasioni aveva tenuto anche a fronte di duri scontri interni, stavolta sembra davvero traballare: la “botta” è stata particolarmente fragorosa e non si può escludere che si arrivi, dopo la resa dei conti odierna, alla crisi.

In Irlanda, ricordando Bobby Sands

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La questione nordirlandese, che ha insanguinato l’Isola di smeraldo per decenni, sembra ai nostri giorni qualcosa di antico, appartenente più al mondo della storia che a quello della politica. Eppure rappresenta ancora oggi un problema aperto, dato il fatto che la separazione fra l’Eire e l’Irlanda del Nord persiste e peraltro rischia di tornare alla ribalta con la prossima Brexit, che dovrebbe rendere di nuovo tangibili i confini fra il Regno Unito ed il resto d’Europa, Repubblica d’Irlanda compresa. Forse anche per questo è opportuno ricordare che in Irlanda il ricordo della lunga e tragica guerra civile e dello scontro con la Gran Bretagna è ancora molto sentito. La lotta per la sovranità nazionale e per l’indipendenza da Londra dei cattolici repubblicani nordirlandesi ha suscitato empatia in tutto il mondo e anche in Italia, compresa buona parte del nostro ambiente politico, assomigliando a quella del piccolo Davide contro il gigante Golia, rappresentato dalla Corona inglese. Per tutte queste ragioni vogliamo ricordare una commemorazione importante, quella tenutasi ieri, domenica 4 agosto, per la prima volta nella città di confine di Strabane, per ricordare, trentotto anni dopo, il secondo National Hunger Strike, lo sciopero nazionale della fame che si svolse dal marzo all’ottobre del 1981 per protestare contro la disumana pratica carceraria dell’amministrazione Thatcher nei confronti dei militanti repubblicani, ai quali, fra l’altro, non veniva neanche riconosciuto lo status di detenuti politici. Una vicenda particolarmente drammatica, una tappa importante nella lunga storia del conflitto nordirlandese, che è stata ricordata domenica scorsa in una cerimonia organizzata dal Sinn Fein alla quale hanno partecipato migliaia di persone. Il National Hunger Strike costò la vita a dieci persone, fra le quali non possiamo non ricordare Bobby Sands, il primo ad iniziare lo sciopero della fame, che morì il 5 maggio del 1981. Alla fine delle proteste il governo britannico fu costretto a rivedere parzialmente il proprio sistema carcerario e il digiuno influì anche sulle modalità d’azione politica degli indipendentisti repubblicani irlandesi. Ora, tornando ai nostri giorni, sarà importante verificare come saranno gestiti i confini dopo la Brexit, prevista entro il 31 ottobre, elemento fondamentale al fine di scongiurare nuovi motivi di tensione e per mantenere unite la Repubblica irlandese e l’Irlanda del Nord.

Riflessioni a latere su Bibbiano

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il caso drammatico di Bibbiano continua a scuotere l’opinione pubblica e ad infiammare il dibattito politico. Fermo restando il bisogno di far piena luce su una vicenda inquietante come poche, punire senza sconti chi risulti colpevole di reati così aberranti, impedire in ogni modo che situazioni simili si ripetano e fare del tutto per rimediare, per quanto possibile, al male fatto ai minori e alle loro famiglie, questo gravissimo evento offre lo spunto anche per alcune considerazioni più generali. La prima, non da poco, riguarda il ruolo dei media. Diciamolo a chiare lettere, inizialmente all’inchiesta è non è stato dato uno spazio proporzionale alla sua importanza o per meglio dire a quella che in gergo si chiama “notiziabilità”. Eppure il caso rispondeva a tutte le caratteristiche elencate nei manuali di giornalismo: attualità dei fatti, l’essere avvenuto in un luogo vicino, il coinvolgimento di molte persone, la drammaticità, l’interesse umano, la presenza di individui investiti di cariche pubbliche. In seguito, grazie al montare dell’indignazione popolare espressa essenzialmente sui social, con l’aiuto di qualche testata fuori dal coro, anche i professionisti dell’informazione più riottosi sono stati “costretti” a occuparsene. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sul ruolo della rete, che, pur con l’inevitabile presenza di haters e facinorosi, stavolta e non solo questa volta ha svolto un ruolo meritorio, impedendo che fatti così gravi potessero non ricevere l’attenzione che meritavano. L’ennesima dimostrazione di quanto il “famigerato” web sia uno degli elementi chiave nel cambiamento in corso. Internet, infatti, si è rivelato uno strumento utile alla circolazione delle idee in un sistema che si era fatto impermeabile, autoreferenziale e spesso fazioso come quello dei media tradizionali. La seconda riflessione concerne la politica. A chi ancora si chiede perché un’alleanza improbabile come quella di governo riesca a stare in piedi, nonostante profonde differenze, dalla Tav alle autonomie, dal salario minimo alla politica estera e così via, si potrebbe rispondere con una sola parola: Bibbiano. Basta osservare il posizionamento dei principali partiti sulla vicenda, con da un lato i “minimizzatori” e dall’altro la strana – e litigiosa – coppia Salvini-Di Maio a chiedere con forza verità e giustizia su fatti tanto gravi (con anche, è giusto sottolinearlo, la formazione di Giorgia Meloni, non a caso in crescita). Alla base dell’attuale e peculiare situazione politica c’è una richiesta fortissima che proviene da una grande parte della popolazione a cui solo lo strano duo gialloblu sta dando ascolto: quella di cambiare un vecchio sistema giudicato – nella migliore delle ipotesi – non più in grado di riconoscere quali siano le priorità per la maggioranza degli italiani e fare il possibile per garantirle.