Roma vuole voltare pagina


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Non è solo la più grande metropoli italiana, con i suoi tre milioni di abitanti, praticamente un italiano su venti è suo cittadino, senza considerare l’hinterland, ma è anche un simbolo, capitale dello Stato, sede delle Istituzioni, centro della Cristianità, con una storia pressoché unica, fondatrice di una civiltà che rappresenta uno dei maggiori pilastri della cultura occidentale. Roma. Eppure negli ultimi anni è nota più che altro per disagi e disservizi, per una sensazione crescente di insicurezza e declino, dalle strade dissestate alla raccolta dei rifiuti, dall’insoddisfacente sistema di trasporti ai frequenti casi di violenza, in sintesi, per una qualità della vita in continuo peggioramento. Tanto che molte aziende, che prima di Roma facevano naturale punto di riferimento per le proprie attività in Italia, hanno portato altrove le proprie sedi principali. Al punto che il triste fenomeno dell’emigrazione giovanile, alla ricerca di una prospettiva di vita migliore, non riguarda più solo il Meridione, ma si è diffuso anche tra i ragazzi romani. Una situazione intollerabile. Roma ha bisogno di aiuto, e con urgenza. Certo non sarà tutta colpa della Raggi, ma quel che è certo è che l’amministrazione da lei guidata non solo non è riuscita a risolvere la situazione, ma l’ha anzi ulteriormente peggiorata e i cittadini romani sono sempre più sconfortati. Le ultime rilevazioni statistiche – realizzate da Tecnè per l’Agenzia Dire e presentate ieri al Senato – lo confermano: otto cittadini romani su dieci bocciano una giunta considerata incapace di gestire una città complessa come la Capitale. Se si votasse domani, Virginia Raggi non arriverebbe al 10% dei consensi. Non solo una perdita di fiducia verso la persona del sindaco, ma anche nei confronti della formazione di cui è espressione. Anche cambiando candidato, ad esempio puntando su un’icona grillina come Alessandro Di Battista, il M5S sarebbe fuori dai giochi e ad un eventuale ballottaggio passerebbero Centrodestra e Centrosinistra. Ma i romani, oltre ad aver chiaro cosa non vogliono più, saprebbero anche con altrettanta convinzione a chi rivolgersi. Infatti nello scontro fra una coalizione di destra, che il sondaggio immagina a sostegno di Giorgia Meloni candidata sindaco, e una sinistra riunita attorno al nome di Carlo Calenda, non ci sarebbe partita, con la prima in vantaggio di circa dieci punti rispetto al secondo. Dopo l’infatuazione per i pentastellati, naufragata nel fallimento targato Raggi, ancora profondamente delusa dalla sinistra, Roma adesso guarda a destra. Anche in Campidoglio però, come dalle parti di Palazzo Chigi, si fa finta di non vedere e non sentire, andando avanti anche a dispetto della volontà popolare. Ma Roma, come l’Italia intera, ha bisogno di cambiare e non può più permettersi di perdere tempo.


Un omaggio e un impegno per il futuro


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

In questo fine settimana dedicato alle celebrazioni in memoria dei defunti, vogliamo ricordare ancora una volta su La Meta Serale, quotidiano del nostro sindacato, le vittime del lavoro in Italia. Non ci stancheremo mai di puntare i riflettori su questa tragedia silenziosa, almeno finché la serie degli incidenti non inizierà a diminuire sensibilmente. Per questo, anche negli scorsi giorni, abbiamo riproposto la nostra iniziativa “lavorare per vivere”. Ad Arezzo, con 81 sagome in ricordo delle persone che hanno perso sul lavoro in Toscana nel corso del 2018, con proprio la città di Arezzo ai vertici delle classifiche nazionali per numero di morti bianche, e poi a Latina, con 92 sagome installate a rappresentare le vittime del lavoro nella Regione Lazio, sempre nel 2018. Nel complesso lo scorso anno abbiamo contato 1.133 i decessi sui posti di lavoro, 104 in più rispetto al 2017. E già nel corso del 2019 contiamo più di 700 incidenti mortali. L’obiettivo al quale aspiriamo, mediante l’uso della rappresentazione offerta dalle sagome, è quello di avvicinare l’opinione pubblica, i lavoratori, i datori di lavoro, i mass-media, i decisori politici a un problema che forse le “fredde” statistiche che vengono proposte solitamente non sono in grado di raffigurare in tutta la sua drammaticità. Facendo in modo che ognuno possa vedere con i propri occhi, osservando le nostre silhouette di cartone, quanto sia alto il numero delle persone che oggi non ci sono più a causa di incidenti sul lavoro, con le sagome che riempiono le piazze, speriamo, invece, di riuscire sensibilizzare in modo più profondo le persone su questo importantissimo tema. Come le feste di novembre della nostra tradizione rappresentano in un certo qual modo un passaggio di consegne fra i morti e i vivi e il legame fra le generazioni, mescolando la memoria del passato e la speranza per il domani, così, anche sulla questione della salute e della sicurezza sul lavoro, riteniamo che ricordare adeguatamente le vittime significa non solo rendere doverosamente omaggio a chi non c’è più, ma anche cercare di fare in modo che nel futuro le cose possano migliorare e che si riducano il più possibile le morti sul lavoro. Anche e soprattutto investendo sulle prossime generazioni di lavoratori e imprenditori. Per questo, accanto alla richiesta di buone leggi su salute e sicurezza, maggiori e più efficaci controlli e formazione per chi già è in attività, al centro della nostra proposta c’è l’inserimento in tutte le scuole superiori di una specifica materia d’insegnamento dedicata alla salute e alla sicurezza sul lavoro. In questo modo la cultura della sicurezza diverrebbe parte integrante del percorso educativo degli studenti e le nuove generazioni potrebbero crescere con una maggiore consapevolezza, da traghettare poi nel mondo del lavoro, per un futuro migliore.


Il vertice senza le basi


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

In attesa del vertice di maggioranza e del successivo Consiglio dei Ministri, le liti sulla manovra arrivano al grande pubblico ammorbidite e attutite da quei media che in altri tempi, invece, avrebbero annunciato a gran voce l’imminente caduta del governo. Ora si tende a minimizzare, ma i toni sono piuttosto alti. La speranza dell’establishment è che l’esecutivo duri il più possibile e, del resto, un collante formidabile che accomuna M5S, Pd e Italia Viva è la necessità di tenersi ben saldi alla poltrona, finché dura. Specialmente dato il futuro, incerto a causa del vistoso calo dei consensi dei pentastellati e della scissione interna alla sinistra, e reso ancor più aleatorio dal taglio dei parlamentari. Poi c’è la volontà di assicurarsi per l’ennesima volta l’elezione di un Presidente della Repubblica “amico”, come del resto ha anche detto esplicitamente Renzi alla Leopolda: garantire, anche mischiando le carte e con incredibili voltafaccia, “una maggioranza europeista e antisovranista per l’elezione del nuovo capo dello Stato”. Ma a ben guardare, questa certezza di riuscire a mantenersi in sella fino al 2022, anno in cui si sceglierà il nuovo inquilino del Colle, non è poi così granitica. E poi, comunque, c’è l’imminente test delle regionali in Umbria, e nessuno vuole mettere la faccia su provvedimenti antipopolari. Così si spiega la necessità di smarcarsi da una manovra indigesta agli italiani, onde evitare un’ecatombe elettorale. E quindi Renzi e Di Maio hanno preso le distanze dal Documento programmatico di bilancio appena presentato. Il primo chiedendo la soppressione di Quota 100 e criticando la sugar tax e gli altri “microbalzelli”, il secondo strizzando l’occhio a piccoli imprenditori e autonomi finiti nel mirino e quindi sostenendo il mantenimento della Flat Tax parziale avviata dal passato governo e un tetto più alto per l’uso del contante. Insomma, sembrerebbe che a scrivere il testo della manovra siano stati solo Conte e il Pd. Il primo figura tecnica e indifferente quindi al calo dei consensi, il secondo ormai votato solo dal proprio inossidabile zoccolo duro rintanato nei quartieri alti. Gli altri due, M5S e IV, nel tentativo di mostrarsi ancora come movimenti popolari, senza però né il coraggio né la volontà di staccare la spina all’esperimento di palazzo rappresentato dal Conte 2, provano a tenere il piede in due staffe. Ma i cittadini, quelli che con le nuove tasse introdotte dall’esecutivo, in pieno stile Monti, dovranno fare i conti veramente, guardano altrove. Come dimostra Piazza San Giovanni, piena all’inverosimile per la manifestazione della Lega e di tutto il Centro Destra di sabato scorso. Anche in questo caso i media, in modo non certo imprevedibile, hanno messo il silenziatore, offrendo solo il “minimo sindacale” di copertura mediatica a un evento particolarmente imponente.


La sfida delle idee


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

Se c’è qualcosa della sinistra da cui prendere esempio è la capacità di fare rete, sempre e comunque. Una rete di relazioni che va oltre il puro e semplice mondo della politica e abbraccia anche quello del giornalismo, della letteratura, dell’arte, dello spettacolo, in una parola della cultura. Una capacità che spesso invece alla destra manca ed è mancata. Non che non ci siano figure interessanti di intellettuali dalla “nostra” parte, anzi, ce ne sono, eccome, e ulteriormente raffinate e rafforzate dall’essere sempre controcorrente, dall’incontrare difficoltà infinitamente maggiori rispetto a quelle dei colleghi progressisti nell’affermarsi ed essere riconosciute. Per questo il mainstream ha facile gioco nel descrivere la destra come illetterata: ponendo ai margini anche i più valenti fra gli esponenti del mondo culturale conservatore o sovranista, si fa finta che essi non esistano per costruire l’immagine artefatta di un ambiente rozzo e privo di idee. L’Ugl, espressione di quella parte del mondo del lavoro e della società civile che si rifà a determinati valori, anche in questo vuole fare la sua parte. Ci siamo definiti “la casa sociale degli italiani”, di coloro che come noi, oltre le appartenenze partitiche, credano nei principi dell’identità nazionale e della giustizia sociale. Compresi quegli artisti e quegli intellettuali spesso emarginati proprio perché alternativi al coro uniforme del “politicamente corretto”. Per questo vogliamo aprire le porte della Confederazione, rendendola un luogo di incontro e confronto dove ospitare le figure più valide e interessanti della cultura “alternativa”. Lo abbiamo fatto, ad esempio, qualche giorno fa, invitando nella nostra sede Mario Vattani, diplomatico, musicista e scrittore, che recentemente ha dato alle stampe il suo nuovo romanzo, Al Tayar, ambientato nel mondo arabo. Come sempre, privato e politico si intrecciano e, così come siamo abituati a riconoscere spesso e malvolentieri precise visioni del mondo nella letteratura più sponsorizzata dai media, allo stesso modo, anche qui dagli specifici eventi che costituiscono la trama del noir si dipanano considerazioni più generali su temi importanti, come il rapporto politico e culturale tra le due sponde del Mediterraneo e la questione migratoria. Questo bel romanzo, del quale abbiamo avuto il piacere di parlare nella nostra sede, non è certo una mosca bianca, ma una delle tante pregevoli espressioni artistiche e intellettuali provenienti dal nostro mondo, che vanno conosciute, diffuse e promosse. Per questo la nostra non è stata certo un’iniziativa singola ed estemporanea, ma frutto di una precisa scelta che abbiamo intenzione di replicare. A vantaggio di tutti, non solo di chi condivide con noi un comune sentire, ma, riteniamo, ad accrescimento del dibattito politico e culturale dell’intero Paese.


USA: nuove frontiere per l’Ugl


Sappiamo quanto siano stretti i rapporti fra Italia e Stati Uniti, quanto numerosa sia la comunità d’origine italiana che vive in America, quanto le nostre economie siano ormai interconnesse. Per questo una delegazione l’Ugl, che ho avuto il piacere e l’onore di guidare, si è recata in questi giorni Oltreoceano. Una visita intensa e ricca di incontri e avvenimenti. A Washington abbiamo visitato la Niaf (National Italian American Foundation), ovvero una fondazione a livello nazionale avente sede legale a Washington, D.C., che è considerata la maggiore e più fedele rappresentante degli oltre 20 milioni di cittadini italo-americani che vivono negli Stati Uniti. Poi abbiamo visitato luoghi simbolici, come la Little Italy di Baltimora, o istituzionali, come la Casa Bianca o la sede della Corte Suprema. Ma soprattutto ci siamo confrontati con le questioni inerenti il mondo del lavoro e con le problematiche comuni ai lavoratori al di là come al di qua dell’Atlantico. Si pensi, ad esempio, non solo all’importanza di alcune industrie americane di dimensioni multinazionali, ma anche al ruolo sempre più pregnante dei giganti americani delle nuove tecnologie, che operano anche da noi nel settore delle comunicazioni, da Google a Netflix, e in quello del commercio, come Amazon. Non solo dal punto di vista fiscale, ma anche da quello delle condizioni di lavoro dei dipendenti. Poi ci siamo concentrati in particolare sul settore sicurezza. Abbiamo svolto un importante incontro con i rappresentanti dell’organizzazione sindacale Fleoa, che rappresenta gli agenti di 65 agenzie federali operanti negli Usa, tra cui Ncis, Cia ed Fbi. Abbiamo conosciuto il presidente nazionale Larry Cosme, il vicepresidente esecutivo Mat Silverman e il direttore degli affari culturali Tat Shum. Con loro la nostra delegazione, composta da Gianluigi Ferretti e Mimmo Ragozzino e accompagnata da Elia Mannetta, ha affrontato i temi legati alle problematiche e alle istanze comuni tra le forze dell’ordine delle due nazioni. Abbiamo potuto constatare che, nonostante la distanza geografica, in realtà Stati Uniti e Italia devono affrontare esperienze molto simili nella lotta alla criminalità. Abbiamo avuto modo di confrontarci sulle rispettive attività di tutela dei lavoratori del settore della sicurezza con l’intenzione di continuare un percorso di collaborazione sindacale internazionale su tutte le questioni chiave inerenti il lavoro delle forze dell’ordine.


Ancora tu…


Ma non dovevamo vederci più? C’è stato un periodo, quello compreso tra il flop al referendum costituzionale, la débâcle alle urne e l’elezione di un altro segretario alla guida del suo partito, in cui pensavamo fosse destinato all’oblio e invece oggi non si fa che parlare di lui: il redivivo Matteo Renzi. L’ex capo del Pd e ora leader della nuova formazione scissionista Italia Viva al momento sembra dettare le regole del gioco in un governo che appare particolarmente debole, in assenza di una precisa identità e visione politica. È lui che ha contribuito in modo decisivo, con una mossa inaspettata, ad avvicinare M5S e Pd per far nascere il Conte 2 ed è sempre lui a tenere il governo sulle spine, tra pungolate sulla manovra e sull’ipotesi di taglio del cuneo fiscale, «un pannicello caldo», e allusioni in merito a intrighi internazionali tra le due sponde dell’Atlantico, «Conte ceda la delega ai servizi». Nel frattempo, in barba ad ogni senso istituzionale – ma non era questa la caratteristica principale della nuova era giallorossa da contrapporre alla barbarie sovranista? – all’indomani della nomina di ministri e sottosegretari, ormai certo di avere suoi uomini all’Avana, o per meglio dire comodamente seduti su qualche poltrona ministeriale, ha pensato bene di fondare il suo nuovo partito, finalmente tagliato su misura per lui, e andare alla conquista della terra promessa, quel luogo favoleggiato e forse inesistente del quale si narra ormai da decenni, dalla scomparsa della fu Dc, ma che nessuno è mai riuscito ad individuare: il centro. Un grande equivoco ideologico, quello di confondere la politica basata sulla dottrina sociale della Chiesa e l’attuale neoliberismo in stile Jobs Act, magari ammorbidito da qualche bonus. La sua nuova formazione, comunque, ha suscitato l’interesse di alcuni parlamentari, di sinistra, di destra o grillini, evidentemente insoddisfatti dalla precedente compagine di appartenenza, alcuni maligni sospettano anche solo per questioni meramente economiche relative a contributi al partito o taglio dello stipendio che dir si voglia. Ma tutt’altra cosa è conquistare le simpatie e soprattutto i voti al di fuori del Palazzo e al momento a Italia Viva viene attribuito un 3 massimo 4% di consensi dai sondaggisti. Un po’ poco per dare la spallata definitiva e poi doversi confrontare veramente con gli elettori, ma abbastanza per innervosire Conte, Di Maio, Zingaretti e il loro governo nato “per garantire stabilità” e invece più litigioso e traballante che mai. Si torna sempre al punto di partenza: manca un’idea chiara di Paese e l’esecutivo è retto da un unico collante, ovvero l’essere “contro”. Contro Salvini e il sovranismo, naturalmente, ma anche e soprattutto contro le urne, nel timore di veder ridimensionato dagli italiani il proprio peso politico e quindi il proprio potere.