Coronavirus, in Italia un milione di “nuovi poveri” in più


Tra cui molti lavoratori a tempo determinato o piccoli commercianti

Un’analisi di Coldiretti stima che, in Italia, a causa dell’emergenza sanitaria, i “nuovi poveri”, termine che indica tutte le persone che hanno bisogno di aiuto anche per mangiare, sono oltre un milione in più. L’indagine si basa sui dati relativi a quanti hanno beneficiato di aiuti alimentari con i fondi Fead, distribuiti dalla Caritas, dal Banco Alimentari o associazioni simili, dall’inizio della pandemia: le richieste d’aiuto sono aumentate del 40%. L’identikit dei “nuovi poveri”? Coldiretti spiega che sono «coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commerciati o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie». Una fascia di nuovi indigenti che fa salire a 3,7 milioni il numero totale di persone che in Italia in questo momento hanno bisogno di aiuto per mangiare. A livello territoriale, non esistono regioni “esentate”, anche se le maggiori criticità sono state riscontrate nel Mezzogiorno, con il 20% che risiede in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia. Alte anche le quote di indigenti registrate nel Lazio e in Lombardia: 10 e 9%. Tra le persone che l’emergenza sanitaria ha messo in difficoltà, ci sono anche 700mila under 15, con la chiusura delle mense scolastiche, infatti, in molti hanno perso un pasto garantito.


Il caso di Silvia Romano, intervista ad Alfredo Mantovano


Dare risposte alle questioni aperte
a cura di Mario Bozzi Sentieri

La vicenda della cooperante milanese Silvia Romano, impone, per la sua gravità, una lettura più approfondita, che vada oltre la stessa figura della cooperante. Il trionfalistico ritorno in Italia, alla presenza del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, non ha del resto fatto venire meno i dubbi sulle modalità della liberazione della Romano. Da un certo punto di vista li ha perfino aggravati, scatenando polemiche di taglio politico e attacchi personali, che hanno “depistato” l’attenzione rispetto agli elementi sostanziali della vicenda.
Per cercare di delimitare i confini reali della vicenda abbiamo intervistato Alfredo Mantovano, magistrato, direttore responsabile di L-Jus, la rivista semestrale on line del Centro studi Livatino, di cui è vicepresidente, con esperienze pregresse in tema di sicurezza in Parlamento e al Governo.

Da dove partire per cercare di ricostruire, senza facili strumentalizzazioni di parte, la recente liberazione di Silvia Romano ed il suo ritorno in Italia?
Dalla natura terroristica della vicenda. Come riferito da più fonti mediatiche, e come è presumibile in considerazione dei luoghi del rapimento e della prigionia, l’uno e l’altra sono stati gestiti da bande criminali e dall’organizzazione al-Shabab. Al-Shabab è un gruppo terroristico che ha nei sequestri di persona, ma anche di imbarcazioni nel mare di Somalia, una delle fonti di finanziamento. Per anni gli attacchi terroristici di matrice islamica sono stati al centro dell’attenzione, soprattutto quando hanno interessato le strade e le piazze delle nostre città. Da quando lo Stato Islamico ha subito una serie di sconfitte nei territori nei quali si era radicato, fra Siria e Iraq settentrionale, l’audience sul tema è notevolmente calata. Ma questo segnala la superficialità delle reazioni mediatiche, non già la scomparsa del fenomeno, che peraltro ha continuato a far registrare attentati e omicidi in zone lontane dagli occhi, e quindi dal portafoglio e dal cuore: a chi interessano i conventi distrutti e i religiosi annientati in Siria, o le giovani cristiane rapite, stuprate e uccise da Boko Haram in Nigeria, o le chiese fatte esplodere in Sri Lanka o in Egitto?
Come vanno giudicate le scelte della giovane durante i mesi di prigionia?
Non vanno giudicate. E’ ragionevole pensare che una giovane che si trova in totale isolamento a migliaia di km da casa nelle mani di criminali sconosciuti non abbia né libertà fisica, né libertà morale. Trovo triste tuttavia che le polemiche e i contrasti siano ruotati attorno a lei, e non si sia affrontata in modo chiaro e diretto la questione vera, che è quella della persistente operatività di organizzazioni terroristiche islamiche.

Al centro della vicenda c’è il tema del riscatto e dei possibili beneficiari. E’ realistico pensare che sia stato veramente pagato?
Il Presidente del Consiglio ha mantenuto il silenzio sul punto, pur non avendo fatto mancare la sua presenza e la sua voce al rientro in Italia della giovane. Il ministro degli Esteri ha invece sostenuto che a lui non risulta alcun pagamento; il che, con lo scarso coordinamento spesso mostrato fra i vari ministri, non significa negare che il pagamento sia avvenuto, ma solo che si tratta di particolare ignoto al titolare di uno dei dicasteri più importanti. Per il rilievo della vicenda, il Governo – e chi in esso ha la delega ai Servizi di informazione e sicurezza, quindi il Presidente del Consiglio – non può fare mancare una seria informativa al Parlamento, in particolare al Copasir, l’organismo parlamentare di verifica e di controllo dell’attività dei Servizi. Si può comprendere che finora siano stati pubblicamente omessi molti particolari, anche della liberazione: divulgare tutto comprometterebbe eventuali informatori e collaboratori in territori difficili. Tuttavia la forma ristretta del Copasir e il riserbo che ne connota i lavori fornirebbero le adeguate garanzie di riservatezza. Qualche forza politica (in particolare, Fratelli d’Italia) ha chiesto l’audizione in quella sede del Capo del Governo: mi auguro che segua a breve.

Veniamo ai beneficiari della somma. Chi sono i terroristi di al-Shabab?
Al-Shabab appartiene al network di al-Queda, che controlla le aree nelle quali sono avvenuti sia il rapimento che la liberazione. I suoi aderenti sono – per ricordare una delle loro gesta più efferate – gli autori della strage di Garissa, nelle vicinanze di Nairobi, del 2 aprile 2015, allorché oltre 150 universitari furono uccisi uno per uno dopo la prova di recitazione del Corano: fu tagliata la testa di chi non lo conosceva a memoria.

Esistono margini d’intervento da parte del governo italiano per limitare l’operatività di al-Shabab?
Poiché è certo che il denaro ricevuto per la liberazione di Silvia Romano servirà per acquistare più armi, compiere più attentati, e organizzare nuovi sequestri di persona e di navi, in una zona marina di rilevante interesse economico, bisognerebbe sapere se il Governo italiano intende proporre una collaborazione ai Governi somalo e keniota per limitare l’operatività di questo gruppo criminale, che sarà senza dubbio incrementata dalle risorse ricevute. Magari sollecitando il coinvolgimento di quella Turchia – nostra alleata nella NATO – che, come è stato riferito ufficialmente, ha avuto un ruolo nell’esito positivo di questa vicenda, grazie all’influenza che esercita in quell’area, ed esigendo l’appoggio dell’Unione europea. Se una iniziativa del genere non fosse realizzabile, andrebbe spiegato perchè: in un passato anche recente dall’Italia sono partite missioni militari all’estero, impegnate nel sostegno alle autorità di singoli Stati aggrediti dal terrorismo; talune di esse sono ancora in corso, e l’area somala è al tempo stesso fra le più colpite, e fra quelle che per ragioni storiche giustificherebbe un intervento italiano. Sarebbe singolare se l’Esecutivo italiano si ritenesse appagato della liberazione della giovane milanese: che è importante che sia avvenuta, ma che non risolve la questione in prospettiva.

Sono ipotizzabili interventi legislativi in grado di bloccare richieste simili da parte di altre organizzazioni terroristiche internazionali?
Esiste una antinomia con cui fare i conti. In Italia, dopo anni di sequestri di persona a scopo di estorsione – oltre 450 fra il 1970 e il 1990 -, consumati fra Calabria, Sardegna e Lombardia, la svolta e l’azzeramento del fenomeno vi furono quando una legge, la n. 82/1991, stabilì l’obbligo del sequestro del beni del sequestrato e dei suoi familiari. Il periodo seguente fu drammatico, ma è stata la carta vincente. E’ vero, un conto è l’ordinamento interno di uno Stato come l’Italia, che è in grado di controllare il proprio territorio, un conto è muoversi all’estero, in aree ostili, avendo a che fare con autorità locali non sempre affidabili, comunque deboli. E tuttavia il sistema andrebbe riportato a coerenza. Esistono peraltro precisi obblighi europei: nel documento del Consiglio UE del 30 novembre 2005, cui ha concorso anche l’Italia, si legge del comune impegno di “smantellare l’attività terroristica e perseguire i terroristi oltre frontiera”, mentre più di recente la direttiva 2017/541 disegna in termini stringenti gli obblighi di prevenzione e di contrasto al terrorismo gravanti sui paesi membri. Esistono obblighi internazionali, a cominciare dalla Convenzione di Palermo dell’ONU in tema di contrasto al crimine organizzato e al terrorismo: non attribuire cogenza a essi mina la credibilità e la coerenza del nostro Paese nella lotta alla criminalità, soprattutto terroristica.

Esiste una responsabilità oggettiva da parte di una Onlus come quella a cui Silvia Romano apparteneva e per conto della quale operava in Africa?
Non è solo una responsabilità oggettiva, tant’è che è stata avviata una indagine penale sulla Onlus per la quale Silvia Romano era presente nella zona del rapimento (Africa Milele onlus): sul Corriere della sera del 12 scorso Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, federazione di 87 Onlus di cooperazione e volontariato internazionale, ha affermato che “nessuna delle nostre associazioni avrebbe fatto partire una ragazza sola e per giunta diretta in un Paese con tensioni interne come il Kenia”. Un nodo da affrontare è proprio quello relativo allo statuto delle Ong. Si tratta di organizzazioni private che sono ammesse a fruire di finanziamenti pubblici, in buona parte provenienti dall’UE, allo scopo di realizzare progetti ricadenti, fra l’altro, nell’ambito della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. L’estrema pericolosità delle condizioni di intervento dovrebbe indurre le organizzazioni che fanno questa scelta a seguire protocolli di sicurezza rigorosi, a partire dalle necessarie informative da rivolgere agli Stati di provenienza e a quelli dove si va ad operare, prima della partenza e durante la permanenza in un territorio a rischio. Ciò anche perché le missioni riguardano molto spesso zone nelle quali i cooperanti vengono considerati dalle parti in conflitto non per quello che fanno ma per quello che sono, cioè occidentali, dunque nemici. La vicenda di Silvia Romano dimostra quanto sia attuale la questione.


Quel pasticciaccio brutto del regionalismo all’italiana


50 anni dopo
di Mario Bozzi Sentieri

Non è un bel compleanno per il sistema regionale italiano. A cinquant’anni dalla sua nascita (la legge sui “Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario” è del 16 maggio 1970), il regionalismo “all’italiana” mostra tutti i segni di una cattiva crescita e di una vecchiaia malandata. Al punto che perfino i suoi estimatori storici sono oggi critici nei confronti del regionalismo, messo duramente alla prova, con l’emergenza sanitaria, dai conflitti di competenza tra gli Enti locali e lo Stato. Più che un anniversario da festeggiare e rivendicare è un de profundis per quella che, negli Anni Sessanta, è stata la riforma costituzionale principe del neonato centrosinistra. In realtà l’ottava disposizione transitoria della Costituzione del 1948, stabiliva che “le elezioni dei Consigli regionali e degli organi elettivi delle amministrazioni provinciali” dovessero essere indette “entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione”. Ma – come noto – nell’Italia repubblicana è la provvisorietà a dettare legge o meglio – in questo caso – l’opportunità politica, visto il rischio, paventato dai democristiani del dopo ’48, che il Partito Comunista potesse, in piena “Guerra fredda”, raggiungere la maggioranza in alcune regioni. Ci vollero ventidue anni per passare dagli auspici costituzionali alla nascita delle regioni ordinarie. Fu con il primo governo Moro (1963) che la questione venne posta al centro dell’alleanza DC – PSI. Nel 1967 il Ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, presentò alla Camera un disegno di legge poi approvato come legge elettorale regionale (Legge 17 febbraio 1968 n. 108), che vide il voto favorevole dei partiti di centrosinistra (Dc, Psi, Pri e Psdi), ma anche – non a caso – dell’opposizione di sinistra (Pci e Psiup). Il dibattito sui provvedimenti finanziari per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario passò alla Storia delle cronache parlamentari, grazie all’opposizione intransigente delle destre (allora rappresentate dal Msi, dai liberali e dai monarchici). Giorgio Almirante prese più volte la parola durante il dibattito. Il 26 gennaio 1970 intervenendo sull’articolo 15, che prevedeva l’attribuzione alle regioni delle materie indicate nell’art. 117 della Costituzione, Almirante fece un intervento fiume di quasi dieci ore, guadagnandosi l’appellativo di “vescica di ferro”. L’opposizione missina fu di principio, contro il pericolo che venisse meno l’unità nazionale, ma anche sui contenuti e sui rischi per la gestione delle nuove istituzioni: “… le regioni tanto più costeranno – disse allora Almirante – quanto più saranno politicizzate; tanto meno costeranno quanto più rappresenteranno o potranno rappresentare o potrebbero rappresentare (poiché la mia credo sia ormai una vana illusione) degli organismi meramente amministrativi”. A cinquant’anni di distanza la politicizzazione delle regioni, con i conseguenti costi “di sistema” è una verità condivisa dai più. Già sul nascere, in anni segnati dallo strapotere partitocratico e da una bassa tensione nazionale, a vincere furono i particolarismi (di schieramento, di corrente e territoriali), le inefficienze (sanate dagli ancora “allegri” bilanci dello Stato), la corruzione diffusa. Per non dire dei costi fissi dei venti Consigli Regionali (più di un miliardo di euro, per gestione, rappresentanza e ristorazione: una somma simile a quella della Camera dei deputati), della burocrazia, delle aziende partecipate, delle agenzie di promozione. L’esatto contrario di quanto auspicato, cinquant’anni fa, nella fase di partenza, quando l’idea (un po’ propagandistica) era di ridurre la burocrazia al centro, per spalmarla sui territori. In realtà le vecchie strutture ministeriali sono rimaste immutate, duplicate però sulle regioni, ed affiancate a quelle dei Comuni e delle Province, a cui, con grande fantasia, si sono aggiunte le Comunità montane. Ai costi in crescita degli apparati amministrativi non ha peraltro corrisposto il miglioramento (ecco l’ulteriore elemento propagandistico) dei rapporti tra i cittadini e le istituzioni, grazie alla celebrata vicinanza dei nuovi enti con il territorio. Proprio nell’ottica di una difesa/dilatazione degli interessi partitocratici e dell’apparato, non si ebbe neppure il coraggio di realizzare un riordino delle competenze e dei rapporti tra gli Enti, con il risultato che oggi a gravare sui bilanci e sulla capacità di governo, permane la centralistica presenza dei ministeri, affiancati da cinque regioni a Statuto speciale, quindici ordinarie, 8.000 comuni, un centinaio di province e 14 città metropolitane. Insomma una Babele costosa e pletorica che non solo pesa sui bilanci, ma ha dilatato il peso della burocrazia, diminuendo le capacità di lavoro/risposta. Il pasticciaccio brutto del regionalismo “all’italiana” sta in questo coacervo di contraddizioni che ne hanno segnato la nascita ed accompagnato la crescita: duplicazione delle competenze, debolezza nei controlli da parte dello Stato, logiche spartitorie, corruzione, cattiva gestione. A cinquant’anni dalla nascita del sistema regionale più che “celebrare” è giunto il tempo di correre ai ripari. Facendo ordine nei bilanci, magari riportando le regioni al compito originario della programmazione e pianificazione territoriale, ridisegnandone i confini. Soprattutto decidendosi una buona volta su quale “modello” (federalista ovvero centralista) si intende puntare. Restando – come oggi – a metà del guado l’Italia intera rischia di affogare.


Ritorna l’Iri


Tra mercato e intervento pubblico, proviamo a resettare il sistema produttivo

di Mario Bozzi Sentieri

Alla vigilia della Fase2 e della più o meno piena ripresa delle attività economiche, il quesito ricorrente è: tornerà lo Stato imprenditore? Non è un quesito da poco, vista l’eccezionalità della crisi economica e del già grave stato della nostra realtà produttiva. Farne una battaglia ideologica (di qui i paladini del libero mercato dall’altra parte i neobolscevichi statalisti) sarebbe però un errore. Il vero tema è come ed in che misura raddrizzare le vacillanti sorti della nostra economia, individuando strumenti efficaci d’intervento. Partiamo da un dato di fatto. Il nostro sistema economico, così come quello della maggioranza degli altri Stati europei, non stava proprio, ancora prima dell’emergenza sanitaria, in buona salute. Dal 2008 qualcosa si era inceppato nelle sorti e progressive del neocapitalismo globalizzato, a cui molti avevano creduto, dopo la rottura, nel 1989, del vecchio ordine mondiale. Tramontata quella d’impronta comunista, l’utopia liberista sembrava vincente su tutta la linea. Così come preconizzato da Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo) il turbo liberismo pareva votato a rappresentare l’estremo e più perfetto stadio dell’evoluzione economica mondiale. L’utopia era destinata a realizzarsi nel progresso tecnologico ed industriale, con il capitalismo all’apice dello sviluppo, in un perfetto connubio tra democrazia liberale e democrazia economica, tra libertà ed opportunità individuali. In realtà l’accelerazione del quadro storico, lungi dall’assumere i tratti della “linearità” – così come teorizzato dopo l’89 – verso il progresso tecnologico-industriale ed il suo corollario politico, rappresentato dal liberalismo assoluto, ha aperto, nel primo ventennio del Terzo Millennio, scenari critici dagli sviluppi tutt’altro che scontati. Il laissez faire laissez passer si è scontrato con la spregiudicatezza degli Stati emergenti (Cina in testa) e la loro capacità invasiva. D’altro canto – ed è storia degli ultimi mesi – il mitico Mercato, di fronte a certe emergenze, ha dimostrato di non avere né prodotti, né soluzioni da offrire, lasciando allo Stato interventista di provvedere: ordinando quarantene, chiudendo le frontiere, limitando le attività economiche, privando i cittadini di alcune libertà costituzionali, intervenendo nei rimpatri, attivando le Forze Armate per gestire le emergenze, fornendo mascherine. Per le stesse considerazioni, nella fase della “ricostruzione” post pandemia, lo Stato non può esimersi dal farsi carico direttamente (cioè ben oltre gli “incentivi” e le “norme salvagente”) della crisi economica e sociale. Deve farlo – questo è il tema – sulla base di una corretta valutazione del proprio ruolo e ritrovando un’ormai dimenticata vocazione d’indirizzo, riemersa sull’onda dell’emergenza, in grado di programmare le grandi scelte strategiche nazionali in campo economico e sociale, attraverso un’attenta politica previsionale, unita alla partecipazione, sulla base delle competenze, delle categorie produttive. Non serve insomma una qualsiasi “bad company”, attraverso la quale ammortizzare le perdite e gestire le “dismissioni”. Ci vuole qualcosa di più. La prima necessità è ripensare un progetto aggiornato d’intervento pubblico, un vero e proprio Istituto nazionale (un IRI bis?) capace di costruire una nuova stagione di crescita, ricapitalizzando le imprese e favorendo investimenti in innovazione. Lavorando – in definitiva – ad un futuro, che – ci dicono gli istituti di ricerca – deve puntare sulla logistica, sui trasporti, sui porti, 5G, robotica, energia, sanità, cultura, turismo, costruzioni, sistema creditizio. Non dunque un ruolo di mero “salvagente” per le aziende in crisi. Sul fronte delle risorse a disposizione c’è la più volte citata Cassa depositi e prestiti. Un’idea innovativa è venuta recentemente dall’ Osservatorio permanente sulla sicurezza dell’EURISPES, diretto da Gian Maria Fara, che ha proposto di dare vita ad una holding che metta a frutto i 32 miliardi sottratti alle mafie: una sorta di IRI 2 articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente). E poi c’è il grande tema dell’individuazione della classe dirigente e degli assetti istituzionali. Occorre tornare a “selezionare” le elites e nello stesso tempo salvaguardare la partecipazione-rappresentanza degli interessi generali. La capacità di partecipare deve essere determinata dalla preparazione culturale e tecnico-professionale acquisita dall’esercizio delle specifiche competenze, messe a disposizione del bene collettivo, nel contempo occorre però puntare ad un coinvolgimento sistematico e istituzionalizzato delle categorie produttive, che parta dalle aziende e dai territori. Anche qui è necessario voltare pagina, imparando a declinare il nuovo lessico dell’emergenza e a mobilitare le risorse sociali e professionali, già presenti. Competenze, dunque, partecipazione, decisione, programmazione di sistema e – se necessario – intervento pubblico: ecco gli ulteriori elementi che l’emergenza sanitaria ha portato al centro del dibattito e del doveroso intervento riformatore. E che ora diventano essenziali per fronteggiare la crisi economica con interventi “strutturali”. Su questo occorre confrontarsi e decidere, senza preconcetti ideologici. Pena una crisi sistemica dalle prospettive devastanti.


«A rischio la salute mentale del 41% degli italiani»


Situazione economica e lavorativa principali fonti di stress

Il lockdown non ha un impatto solo sull’economia – aziende chiuse, smartworking… –, ma anche sulla salute psicologica dei cittadini, chiamati a rispettare le misure restrittive. Una ricerca finanziata e condotta da Open Evidence, spin-off dell’Universitat Oberta di Catalunya, con la collaborazione del Bdi Schlensinger and Group e i ricercatori di diverse università, tra cui quella di Milano e quella di Trento, ha cercato di offrire un quadro più chiaro sotto questo aspetto. Cosa è emerso? Che la salute mentale del 41% degli italiani è a rischio – quote analoghe sono state registrate in Spagna (46%) e Regno Unito (42%) –, a causa dello stress dovuto all’incertezza sul futuro economico e lavorativo. Dall’inizio della quarantena, proseguono i ricercatori, il 59% degli italiani si è sentito depresso con una certa frequenza. Vale a dire? Il 13% si è sentito tale per la maggior parte del tempo (ovvero 5-7 giorni), il 18% per un discreto periodo (3-4 giorni) e il 28% qualche volta (1-2 giorni). La riduzione del reddito rappresenta la maggiore fonte di stress. In molti l’hanno subìta: il 55% degli italiani coinvolti nell’indagine ha dichiarato che il proprio reddito si è ridotto nell’ultima settimana. Gli italiani non sono soltanto preoccupati dall’epidemia: oltre a contenere il contagio, il governo dovrebbe concentrarsi su come evitare una crisi economica, secondo il 67,4% della popolazione italiana, percentuale che scende, rimanendo comunque elevata, al 63,5%, se il dato non viene “aggiustato” per l’Effetto di desiderabilità sociale. Il 65% chiede al governo anche un piano chiaro per tornare alla normalità.


«Solo il 20% degli italiani pronto alle vacanze»


In pochi si dicono disposti a viaggiare, finita l’emergenza

La cosiddetta Fase 2 è iniziata ufficialmente oggi, ad un passo da un’estate che si preannuncia molto diversa dalle altre. Seppure meno preoccupati dall’emergenza sanitaria, cresce la quota degli italiani che «non si muoverà per fare una vacanza anche dopo la fine dell’emergenza», passando dal 53% di marzo al 57% di aprile. A rivelarlo è un sondaggio di Confturismo e Confcommercio realizzato in collaborazione con Swg. Saranno, dunque, pochissimi gli italiani che andranno in vacanza. “Solo” il 20% degli italiani si dice pronto a viaggiare, una volta conclusa l’emergenza, un numero troppo esiguo per il turismo italiano. A questi si aggiungono quanti non lo faranno per altri motivi: alcuni rinunceranno alle vacanze per motivi economici – a confessarlo è stato il 15% degli intervistati –, altri, invece, lo faranno per impegni lavorativi (8%). Che estate dobbiamo aspettarci, dunque? A rispondere sono sempre Confcommercio e Confturismo, spiegando che «le vacanze degli italiani» assomiglieranno «ai cosiddetti “short break” di mezza stagione, con un impatto molto più ridotto sui consumi». Questo sondaggio delinea un quadro preoccupante, per uno dei settori strategici dell’economia italiana. La sua salvaguardia è un interesse vitale per il nostro Paese. Non farlo significherebbe mettere a rischio 3,5 milioni di posti di lavoro, pari al 15% dell’occupazione totale. Tante sono le persone impiegate nel comparto, secondo i dati dell’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo.