Stop al burocratese nella PA


Spesso il burocratese rappresenta un ostacolo (addirittura insormontabile, a volte) tra cittadini e istituzioni. Frasi lunghissime, costruite utilizzando termini arcaici, rendono la comprensione dei documenti burocratici praticamente una missione impossibile. L’accordo sottoscritto domenica tra il ministro della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, e il presidente dell’Accademia della Crusca di Firenze, Claudio Marazzini, punta a superare questo ostacolo, favorendo l’utilizzo di un italiano comprensibile nelle comunicazioni tra i cittadini e le istituzioni. «Aiutare i cittadini a capire gli atti», è l’obiettivo dichiarato da Dadone. Come intende riuscirci? Attraverso la creazione di un gruppo di lavoro, composto da esperti in materia, pronto a fornire consulenze agli impiegati nella Pubblica amministrazione. L’accordo prevede anche la possibilità di organizzare, in collaborazione con altri enti, corsi di aggiornamento, elaborare suggerimenti in tema di semplificazione, chiarezza e omogeneità dei testi delle pubbliche amministrazioni. Saranno organizzati anche dei seminari on-line. Annunciando l’intesa, il ministro della Pubblica amministrazione ha sottolineato che «l’importante è riavvicinare i cittadini al linguaggio complicato dei documenti dei cosiddetti burocrati». L’intesa, che ha una durata biennale, potrà essere rinnovata.


Il gap demografico: l’Italia si restringe


di Mario Bozzi Sentieri

L’Italia si sta restringendo. A dircelo gli indicatori demografici annuali dell’Istat: per il quinto anno consecutivo il nostro Paese fa registrare un calo di popolazione di 116mila unità in meno rispetto al 2018. L’istituto nazionale di statistica mette in evidenza anche un altro dato importante: per ogni 100 persone che muoiono in Italia ne nascono solo 67, dieci anni fa erano 96. Il tasso di ricambio naturale tra nascite e decessi è il più basso mai espresso dal paese da 102 anni. Dato ancora più preoccupante è la spaccatura dell’Italia, con un Mezzogiorno, tradizionalmente prolifico, dove  si concentra il calo della popolazione, mentre a crescere è la popolazione del Nord, in modo particolare nelle provincie autonome di Trento e Bolzano, in Lombardia ed Emilia Romagna. I numeri non danno scampo: secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è  di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il Paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica. Questa la fotografia della realtà, oggettivamente disarmante anche per le conseguenze della crisi demografica, che avranno – sempre di più – un peso determinante sul sistema pensionistico (con la diminuzione della massa dei contribuenti e l’aumento dei beneficiari), sul sistema sanitario  (sostenuto da una popolazione attiva ridotta), sulle dinamiche socio-economiche nel loro complesso (sempre più “frenate”) e sulle relazioni tra le diverse aree del mondo (con un’evidente sproporzione delle nascite tra il nord ed il sud del pianeta). Sul “che fare” le indicazioni appaiono decisamente poco aggressive. Scontati i richiami alle politiche sulla famiglia, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, ai servizi insufficienti, al welfare inaccessibile e al disatteso, da decenni, “Quoziente Famiglia”, cioè il calcolo delle tasse basato sul numero dei figli. Oltre non si va. Soprattutto per “aggredire” le cause “strutturali” del crollo delle nascite. Il tema, infatti, ancor più che relativo alle politiche sociali, è antropologico e culturale. Il primo dato è la “percezione” della maternità tra le giovani generazioni, figlie del relativismo etico e dell’edonismo, nel nome del “child-free”, che ormai ha contaminato ampi strati della popolazione, facendosi cultura diffusa, luogo comune condiviso. Secondo una ricerca dell’Eurispes, pubblicata nel 2019 (“Soprattutto io. Coppie millenians tra stereotipi, nuovi valori e libertà”), per sette italiani su dieci i figli non sono una condicio sine qua non per essere felici nella vita. Oltre i numeri, oggettivamente allarmanti,  ancora più allarmante è che nessuno sembra volersi fare carico del  problema. Pochi ne parlano. I mass media ne fanno appena cenno. Nessun talk show dedica attenzione alla crisi demografica. Quando va bene si possono ascoltare le solite, spesso stanche  e ripetitive critiche sulla mancanza di politiche per la famiglia e sulla crisi economica: troppo poco per trasformare in  un caso il crollo delle nascite, creando il necessario allarme nazionale sulle ricadute socio-economiche di tale crollo. L’invecchiamento italiano (con un’età media che si aggira intorno ai 44 anni) condiziona infatti  le stesse dinamiche sociali, come confermano gli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Pensiamo all’Italia degli Sessanta del ‘900 (dove, non a caso il tasso di natalità era doppio rispetto a quello attuale)   espressione di un un’energia sociale ed economica, in cui la spinta demografica era un fattore essenziale, una sorta di “investimento” sul futuro che, oggi, purtroppo non si riesce neppure ad immaginare. A vincere è l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale. A crescere sono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. Siamo insomma al “letargo esistenziale collettivo”. In discussione c’è l’esistenza stessa del nostro Paese: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani.  Decisamente una brutta prospettiva… A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di una nuova cultura  dell’accoglienza alla vita e delle politiche in grado di favorirla. Di questo bisogna trovare il coraggio di discutere, prendendo consapevolezza delle conseguenze della crisi demografica e invitando le forze politiche e le istituzioni a una forte assunzione di responsabilità.  Consapevolezza e responsabilità: di questo, alla prova dei fatti, c’è un gran bisogno, ancora prima che degli asili, degli assegni  familiari e degli incentivi per le famiglie. Che pure servono, ma non bastano.


I costi sociali e ambientali dell’e-commerce


di Mario Bozzi Sentieri 

Quanto costa l’e-commerce? Non parliamo – sia chiaro – dei costi d’invio dei singoli pacchetti, quanto piuttosto dell’impatto sociale e ambientale che l’espansione delle consegne a domicilio stanno provocando sulle nostre città. In apparenza l’e-commerce sembra essere un efficace strumento per garantire acquisti a buon mercato e a stretto contatto con le esigenze del consumatore. I numeri parlano chiaro.  Il fatturato dell’e-commerce quest’anno dovrebbe salire a 1.950 miliardi di euro nel mondo, di cui 400 in Europa (dati eMarketereEcommerce Foundation). Non si tratta più di un mercato di nicchia, perché man mano che la penetrazione tecnologica aumenta, il numero degli utenti-acquirenti online segue. In buona sostanza, il 10,1% delle vendite nel mondo quest’anno avverrà online, ma nel 2021 dovrebbe raggiungere il 16% a quota 4.479 miliardi di dollari. USA e Cina rappresentano da sole il 69% del business e con l’Europa arrivano al 95%. Tutto bene, dunque? In realtà – in un mondo in cui sembra aumentare  l’attenzione verso la tutela dell’ambiente – proprio dall’e-commerce passa un aumento delle emissioni inquinanti. Anche qui i numeri parlano chiari. Secondo il rapporto di McKinsey il numero dei veicoli commerciali nel mondo è cresciuto da 250 a 330 milioni di unità nel mondo tra il 2006 e il 2014. A provocare questo aumento (più 32%) il diffondersi delle consegne a domicilio, attraverso gli acquisti online, sempre più veloci, efficienti, puntuali, a scapito di un generale ingolfamento del traffico delle città con conseguente emissioni di gas di scarico inquinanti da parte di furgoni proporzionalmente più inquinanti degli altri veicoli. A Londra, ad esempio, i furgoni delle consegne rappresentano il 30% delle emissioni inquinanti, nonostante siano appena il 10% del parco macchine in circolazione. Per non parlare dell’aumento del tempo trascorso alla guida per gli automobilisti, conseguenza proprio dell’impennata di presenza di furgoni per le consegne. McKinsey stima che se nella capitale britannica erano necessari 20 minuti per compiere un tragitto nel 2012, adesso ne servono 25. Un abitante di Los Angeles, poi, passerebbe in strada due settimane lavorative all’anno della sua vita. Quali le possibili soluzioni? Un rimedio consisterebbe nel fare uso di furgoni elettrici per le consegne, che non emettendo sostanze inquinanti, contribuirebbero a ridurre l’impatto negativo sull’ambiente. Al momento questo tipo di furgoni rappresentano però un’esigua minoranza. Secondariamente, si potrebbe optare per consegnare la merce anche di notte, fatto questo che inciderebbe però sul rapporto con il cliente (costretto ad essere disturbato nel sonno), sull’importo dei salari per i lavori notturni (con ricadute sui prezzi finali del prodotto) e sullo stesso inquinamento, spostato dal giorno alla notte. Ci sono poi dei costi sociali e culturali che non possono essere sottovalutati. Essi gravano sullo stesso tessuto urbano letteralmente assediato e spogliato delle sue prerogative commerciali. Negli ultimi 10 anni sono quasi 63mila i negozi che hanno abbassato per sempre la serranda, con il numero degli esercizi commerciali in calo del 11,1% rispetto al 2008. Un dato preoccupante contenuto nel rapporto “Demografia d’impresa nei centri storici italiani” realizzato da Confcommercio. Tra le realtà più inquietanti messe in evidenza dallo studio c’è quella dei centri storici delle principali città italiane, che dal 2008 ad oggi hanno visto scomparire quasi il 12% degli esercizi commerciali. La riduzione dell’offerta commerciale rappresenta dunque un impoverimento reale, economico e culturale, per le nostre città. A venire meno non c’è infatti solo la filiera del commercio ma anche il presidio del territorio (con conseguenti ricadute sull’ordine pubblico e sulla stessa estetica urbana) e – più in generale – un graduale abbandono di spazi ricchi di storia, di tradizioni, di coesione sociale. In questi contesti la via più immediata è recuperare il rapporto tra cittadino e centro storico attraverso politiche a  favore delle piccole realtà commerciali e della piena fruibilità dei centri storici delle nostre città. Al fondo la ripresa di consapevolezza rispetto ad  una cultura complessa e stratificata in grado di dare organicamente senso e valore ai diversi ambiti della vita delle nostre comunità, dal commercio al vivere civile, alle architetture dei nostri centri urbani. Parafrasando Jean Fourastié che, già cinquant’anni fa, scriveva “Non è bene che Parigi divenga Los Angeles più Notre-Dame; né che Atene divenga Toronto più l’Acropoli” va, oggi, detto che – nel segno di un commercio sregolato – non è bene che Roma divenga Amazon più il Colosseo; né Firenze Alibaba più Palazzo Vecchio. Vorrebbe dire il trionfo dell’Ecumenopolis senza anima.

 


Sindacalismo non è “pensiero unico”


di Mario Bozzi Sentieri

“Se il Paese avesse un solo sindacato sarebbe meglio. Il sistema industriale è uno solo, al suo interno ci sono diverse proprietà. Sarebbe meraviglioso che succedesse la stessa cosa con i sindacati”. Lo ha detto Romano Prodi intervistato da Paolo Mieli all’evento per i 110 anni di Confindustria alle Ogr di Torino. “Lo sostengo da tanti anni – ha aggiunto – Il pluralismo sindacale non giova al Paese perché per definizione un sindacato deve andare più avanti dell’altro e in questo caso la concorrenza non può essere virtuosa. È una concorrenza che non ha senso perché il Paese è unico”. È veramente disarmante il semplicismo intellettuale con cui, proprio nell’ambito di una celebrazione storica, viene posto ed affrontato un tema cruciale per la Storia sociale e culturale del nostro Paese. Prodi dovrebbe sapere che l’esistenza di diverse voci sindacali non è una bizzarria, ma ha ragioni profonde, che nascono dalla complessità dei percorsi sociali e culturali che hanno segnato l’Italia, almeno dalla metà del XIX secolo. Se per Sindacalismo, soprattutto in Italia, deve intendersi l’insieme delle teorie e dei movimenti sorti per organizzare i lavoratori dipendenti e per tutelarne i diritti e gli interessi economici, politici, sociali e culturali, è la divergenza dei rispettivi orientamenti ideologici, che ha portato a distinguere diverse “scuole sindacali”: social-riformista, rivoluzionaria, nazionale, cattolica. È contrapponendosi a Karl Marx e all’idea di un partito guida del proletariato, che, nel nome dell’indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato, che il Sindacalismo Rivoluzionario ha affermato l’idea che la classe operaia debba agire in maniera autonoma sul terreno della produzione e contando soltanto sulle proprie capacità. È ancora in opposizione alla visione dogmatica del socialismo scientifico d’impronta marxista, nei due aspetti del materialismo storico e dell’internazionalismo di classe che ne sono alla base, che il Sindacalismo nazionale ha anteposto gli interessi nazionali al concetto puro di lotta di classe. Ed è nel segno della Dottrina sociale della Chiesa che è nato il sindacalismo d’estrazione cattolica ed interclassista. Ognuna di queste “scuole sindacali” ha sviluppato una profondità di vedute e diverse chiavi di lettura della realtà che vanno comprese e valorizzate, ben oltre le contingenze, i passaggi contrattuali, la lotta per la rappresentanza. Ignorarne o sottovalutarne l’esistenza, in un’Italia in cui la tendenza all’omologazione culturale e politica è un rischio oggettivo, vuole dire non solo negare il valore del pluralismo sindacale quanto soprattutto, azzerare storie diverse, diverse visioni. Vuole dire omologarsi al “pensiero unico”, un rischio che soprattutto i lavoratori non possono permettersi di correre.


Fiducia nei sindacati in crescita tra gli italiani


In calo, invece, la fiducia verso le istituzioni. Lo sostiene l’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes

Cresce la fiducia degli italiani nei sindacati. O meglio: torna a crescere. Lo sostiene l’Eurispes nella 32esima edizione del Rapporto Italia, sottolineando che il 46,4% degli italiani dichiara di avere fiducia nelle organizzazioni sindacali. Si tratta di un dato in aumento rispetto al 37,9% registrato nel 2019. Diminuisce complessivamente, invece, la fiducia nelle istituzioni: nel 2020 gli italiani fiduciosi verso le istituzioni sono il 14,6%, in calo del 6,2% rispetto allo scorso anno. Il gradimento verso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, resta stabile – il capo dello Stato raccoglie il consenso del 54,9% degli italiani, in linea il 2019 (55,1%) – mentre diminuisce quello verso il governo e il Parlamento: il 26,3% ripone fiducia nell’esecutivo – quelli che dichiaravano di averne verso il governo Lega-M5s erano il 36,7% – e il 25,4% lo fa verso il Parlamento. Erano il 30,8% nel 2019. Fiducia in crescita verso la Magistratura, adesso al 49,3% (+2,8% su base annua). Se i giudici non riescono a superare la soglia del 50%, lo stesso non vale per le forze dell’ordine: Guardia di Finanza (70,4%, +2,1%), Polizia di Stato (69%, -2,5%) e Carabinieri (65,5%, -5% su base annua). Sebbene in calo di 3 punti percentuali rispetto al 2019, la fiducia verso i Vigili del Fuoco resta altissima (84,3%). Vanno oltre il 50% e seguono un trend positivo di consensi le associazioni dei consumatori (dal 53% del 2019 al 58,4%); le associazioni di volontariato (dal 64,2% al 70%); la Chiesa cattolica (dal 49,3% al 53,4%) e il sistema sanitario (dal 62,3% al 65,4%; +3,1%).


Che fine ha fatto la “dottrina sociale”?


di Mario Bozzi Sentieri

Sulla scia della Rivoluzione Industriale, la Chiesa Cattolica ha elaborato, nel corso degli anni, un’organica dottrina sociale, in grado di fissare principi, insegnamenti e teorie rispetto ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo. Al fondo l’idea che debba essere la Dottrina a guidare e giudicare la prassi socio-economico-politica, non viceversa. In realtà, i recenti orientamenti cattolici sembrano guardare più alla denuncia sociologica che all’elaborazione di efficaci contromisure, com’era stato nel passato, a partire dall’Enciclica “Rerum Novarum” (1891) emanata da Leone XIII, frutto di un complesso lavorio intellettuale, che aveva coinvolto la cultura cattolica dell’epoca, alternativa al giacobinismo e alla rivoluzione liberal-borghese. Centrale in quel “progetto” il ricostruito ordine corporativo, inteso – per dirla con Giuseppe Toniolo, il maggiore esponente del pensiero cattolico sociale di fine Ottocento – non certo con finalità di mera restaurazione, ma quale strumento rappresentativo della società reale, dalla famiglia al Comune alle professioni. Le encicliche seguenti la “Rerum novarum” si sono mosse su questa linea di pensiero, ribadendo sempre la centralità dell’integrazione sociale e della partecipazione del lavoratore alla gestione dell’azienda. L’impressione è che, oggi, questa ricca tradizione sociale e culturale sia non sufficientemente valorizzata e divulgata dalla stessa Chiesa Cattolica, nel segno di un facile sociologismo di denuncia, impegnato a stigmatizzare l’ambivalenza dell’economia globalizzata, ma poco propenso a dare soluzioni. “Da una parte, mai come in questi anni – ha dichiarato Papa Francesco – l’economia ha consentito a miliardi di persone di affacciarsi al benessere, ai diritti, a una migliore salute e a molto altro. Al contempo, l’economia e i mercati hanno avuto un ruolo nello sfruttamento eccessivo delle risorse comuni, nell’aumento delle disuguaglianze e nel deterioramento del pianeta. Quindi una sua valutazione etica e spirituale deve sapersi muovere in quest’ambivalenza, che emerge in contesti sempre più complessi”. In questo contesto, il ruolo della Chiesa sembra sempre più simile a quello di una ONG con finalità assistenziali piuttosto che espressione di un chiaro progetto alternativo, in grado di informare gli assetti produttivi. E’ un peccato che ciò non avvenga, particolarmente oggi, allorché, in una fase di profonde trasformazioni economiche e sociali, si sente particolarmente la mancanza di organiche indicazioni costruttive e ricostruttive, che riescano a ridare nuova consapevolezza ai lavoratori; che sappiano declinare, sul piano degli istituti rappresentativi (a livello di azienda e di sistema Paese), il richiamo a principi extraeconomici; che indichino realistici meccanismi ridistributivi; che ridiano centralità ai corpi sociali, sfibrati da una sistematica opera di disintermediazione. L’auspicio è che dai principi e dalle denunce si passi alla realtà dura del lavoro quotidiano, finalmente affrancato dagli eccessi del mercato, della globalizzazione incontrollata, della precarietà cronica. Come ha ammonito Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus (1991), in piena continuità con la “Rerum Novarum”, “Si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società”. A questo “controllo”, non solo etico, la Chiesa dovrebbe avere ancora il coraggio di appellarsi, proprio nel nome del mai abbastanza ricordato modello partecipativo: ben più di uno slogan o di un mito suggestivo, ma una concreta prospettiva per ricostruire l’auspicata integrazione sociale, vera emergenza di un mondo spaccato a metà, tra chi  ha molto e chi stenta a vivere.