Nobel per la Pace 2020 al Programma Alimentare Mondiale


La pandemia ha contribuito a un forte aumento del numero di vittime della fame nel mondo

Il Premio Nobel per la Pace 2020 è stato assegnato il Programma alimentare mondiale – World Food Programme, tradotto in inglese –, un’agenzia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il Pam è stato premiato dal Comitato norvegese per il Nobel – a differenza degli altri, il Nobel per la Pace viene assegnato in Norvegia e non in Svezia –, «per i suoi sforzi nel contrastare la fame, per il suo contribuito nel migliorare le condizioni di pace nelle aree interessate da conflitti e per essere determinante negli sforzi di prevenzione delle guerre che sfruttano la fame come arma». Nel 2019, il Pam ha fornito assistenza a quasi 100 milioni di persone in 88 Paesi vittime dell’insicurezza alimentare acuta e della fame. Negli ultimi anni, in particolare, il Pam ha concentrato la sua attenzione sulla situazione in Yemen, dove è in corso una guerra civile dal 2015. La fame nel mondo è un problema ancora (molto) attuale e, secondo alcune statistiche, addirittura più grave rispetto al passato: «nel 2019, 135 milioni di persone soffrivano di fame acuta, il numero più alto da molti anni a questa parte», ha osservato la presidente del Comitato per il Nobel, l’avvocatessa norvegese Berit Reiss-Andersen, aggiungendo che «la maggior parte dell’aumento è stata causata dalla guerra e dai conflitti armati», sparsi per il mondo. Inoltre, la pandemia da coronavirus è destinata a peggiorare la situazione.


«La Cina ha gestito male la pandemia»


Lo sostiene il 61% del campione coinvolto in un sondaggio del Pew Research Center condotto in 14 Paesi, tra cui l’Italia

La pandemia da coronavirus è stata gestita malamente dalla Cina. A sostenerlo è il 61% degli intervistati coinvolti in un sondaggio realizzato dal Pew Research Center. L’indagine è stata condotta in 14 Paesi tra le maggiori economie avanzate, tra cui l’Italia, interpellando oltre 14mila persone. Ed è proprio il nostro Paese a dimostrarsi più indulgente nei confronti della classe dirigente della Repubblica popolare cinese. Solo tra gli italiani la quota di giudizi positivi è superiore a quelli negativi: il 51 contro il 49%. Particolarmente negativi sono i giudizi espressi dai Paesi più vicini geograficamente alla Cina, con Giappone e Corea del Sud che sono in testa con il 79%. A seguire Australia (73%), Danimarca (72%), Svezia (65%), Stati Uniti (64%), Canada (61%) e Regno Unito (60%). Nei 14 Paesi coinvolti nell’indagine, la maggior parte degli intervistati ha espresso un’opinione generale negativa nei confronti della Repubblica popolare cinese, la cui reputazione è peggiorata proprio a causa della gestione della pandemia: la percentuale di australiani ostili alla Cina è cresciuta di 24 punti percentuali. In aumento i giudizi negativi anche tra i britannici e gli statunitensi, adesso rispettivamente al 74 (+19%) e al 73% (+13%). E in Italia? Nel nostro Paese la quota di giudizi negativi è aumentata “soltanto” del 5%. Secondo il Pew Research Center, in Giappone, Svezia e Australia sono state registrate le quote più alte di opinioni negative verso la Repubblica popolare cinese, che oscillano dall’86% rilevato tra i giapponesi e l’81% riscontrato tra gli australiani, percentuali superiori alla media che si è attestata al 73%. Anche in questo caso, l’Italia è il Paese più benevolo: ha una cattiva opinione della Cina “solo” il 62% degli intervistati. A pagare personalmente, in termini di fiducia, la gestione della pandemia è il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping. Nella media complessiva, il 78% degli oltre 14 mila soggetti intervistati ha dichiarato di non avere fiducia nei suoi confronti, con un incremento notevole di giudizi negativi rispetto all’anno scorso. Anche in questo caso, l’Italia si è distinta, dimostrandosi più benevola verso il leader cinese: seppure in forte aumento rispetto al 2019, con un incremento del 19%, il livello di sfiducia è rimasto al di sotto della media generale, al 75%.


Premio Nobel per la Medicina 2020 a Alter, Houghton e Rice


Sono stati premiati per aver scoperto il virus dell’epatite C, responsabile di una malattia fino a poco tempo fa incurabile

Il Premio Nobel per la Medicina 2020 è stato assegnato a Harvey J. Alter, 85 anni, Michael Houghton, 65 anni, e Charles M. Rice. I tre sono stati premiati per aver scoperto il virus dell’epatite C, responsabile di una malattia fino a poco tempo fa incurabile. La loro scoperta «ha rivelato la causa di molti casi di epatite la cui origine non era ancora stata scoperta, aprendo la via alla possibilità di fare diagnosi attraverso l’analisi del sangue e mettere a punto farmaci che hanno salvato milioni di vite», ha spiegato l’Accademia della Svezia che ogni anno assegna i Nobel. Il genoma dell’epatite C è stato scoperto all’inizio degli Anni Ottanta. Si tratta di una malattia molto pericolosa: pur disponendo di terapie in grado di eradicare il virus in poche settimane, efficaci nel 98% dei casi, senza effetti collaterali, in molti casi l’epatite C non viene diagnosticata perché non presenta sintomi fino alle sue ultime fasi, quando è ormai troppo tardi per salvare il paziente. Secondo l’Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea, dove nel 2018 sono stati individuati 37.527 casi di epatite C, l’Italia è prima nell’UE per mortalità, con 33 morti ogni milione di abitanti. Qualche info in più sui vincitori del Premio: Alter è nato nel 1935 a New York e lavora per i National Institutes of Health; Houfhton è nato nel Regno Unito negli anni Cinquanta e, dopo la sua esperienza in Chiron in California, attualmente è impiegato all’Università dell’Alberta. Rice, nato nel 1952 a Sacramento, dal 2001 al 2018 è stato Direttore scientifico del Centro per lo studio dell’epatite C presso la Rockefeller University, a New York, con la quale collabora tuttora.


Città italiane: qualità dell’aria sotto la sufficienza


A denunciarlo è “Mal’aria edizione speciale”, l’ultimo rapporto di Legambiente

Alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure anti-smog – le norme previste dall’Accordo di bacino padano saranno valide dal 1° ottobre in diversi territori del Paese per cercare di ridurre l’inquinamento atmosferico –, una domanda è d’obbligo: che aria si respira nelle città italiane? A rispondere è Legambiente con “Mal’aria edizione speciale”, un rapporto che ha passato in rassegna 97 città italiane, assegnando un voto alla qualità dell’aria. Seguendo una metodologia chiara – chi ha condotto il report ha confrontato le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10 e Pm 2,5) e del biossido di azoto (NO2) negli ultimi cinque anni (2014-2018) con i rispettivi limiti suggeriti dall’OMS –, Legambiente ha stabilito che soltanto il 15% delle città ha conseguito nel quinquennio un voto sufficiente. Si tratta di Sassari (voto 9), Macerata (voto 8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (voto 7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (voto 6). Nel resto del Paese non è andata altrettanto bene – l’85% delle città considerate «è invece sotto la sufficienza» –, con alcune città che hanno fatto peggio di altre: a Torino, Roma, Palermo, Milano e Como, Legambiente ha assegnato uno zero in pagella, «perché nei cinque anni considerati non hanno mai rispettato nemmeno per uno solo dei parametri il limite di tutela della salute previsto dall’OMS». Eppure migliorare la qualità dell’aria è un obiettivo imprescindibile: Legambiente ricorda infatti che l’inquinamento atmosferico è responsabile di 60mila morti premature e «ingenti» costi sanitari. Un «triste primato a livello europeo» che il nostro Paese «detiene insieme alla Germania».


Recovery Fund, Italia in stallo (ma non solo l’Italia)


Lo scontro tra i Paesi di Visegrad e i “frugali” rischia di allungare i tempi

 

Qualche problema con il Recovery Fund c’è, eccome, e il rischio è l’andare in tilt. A chi dobbiamo dare retta? Al presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, che oggi in un’intervista a  Il Fatto Quotidiano difende l’operato del Governo italiano? L’Italia, sostiene l’esponente Pd, non sarebbe assolutamente in ritardo perché «dalle informazioni che arrivano tutti i Paesi sono ai blocchi di partenza…tutti stanno lavorando e alcuni Paesi hanno già annunciato che concluderanno il loro lavoro ad anno nuovo». Nel sottolineare che «proprio ieri è arrivata la buona notizia di una proposta della presidenza tedesca per inserire alcune clausole sul rispetto dello Stato di diritto», si è detto «fiducioso che il negoziato si concluda presto», nonostante «non sarà facile districarsi tra atti legislativi e ratifiche dei Parlamenti nazionali». Oppure dobbiamo dare ragione al ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, intervistato da Repubblica? Diversamente da Sassoli, Amendola sostiene che «si è aperto uno scontro tra Paesi di Visegrad, come la Polonia e l’Ungheria, che non vogliono interferenze o condizionalità sullo Stato di diritto (ovvero sul funzionamento delle istituzioni del Paese, inclusi problemi con il sistema elettorale, l’indipendenza del potere giudiziario e il rispetto per i diritti e le libertà civili), e i cosiddetti “frugali” che spingono perché lo stato di diritto sia irrinunciabile per accedere ai fondi». Sempre colpa dei “frugali”. Ma anche l’Italia, ci ha messo del suo affermando che «l’articolo 7 e le procedure sullo Stato di diritto sono fondamentali». «Rischiamo di finire in una strettoia – ha sottolineato Amendola – che allunga i tempi del Recovery», «se la discussione continua così, con questi toni e con minacce di veto si potrebbe bloccare tutto». Ma in Italia, come scrive oggi Il Messaggero, ci siamo già fermati, siamo una volta tanto in anticipo. La Commissione Bilancio è impegnata a preparare la relazione da presentare all’Assemblea proprio sul Recovery, le altre Commissioni sono impegnate in audizioni, comprese quelle dei ministri sempre sul Recovery. In Senato sta arrivando il Dl Agosto. Sulla Legge elettorale convocazioni ancora non pervenute, riforma del processo penale e Anm (solo audizioni), riforma dell’assegno di divorzio (ferma dal luglio dello scorso anno) e superamento del numero chiuso a Medicina scomparsi nel nulla.

In chi dobbiamo sperare o credere: Sassoli o Amendola?


E se ripartissimo da Cossiga?


Sulla strada delle riforme costituzionali

di Mario Bozzi Sentieri

In occasione del suo intervento all’Università di Sassari, per il decennale della morte di Francesco Cossiga – Presidente della Repubblica dal giugno 1985 al maggio 1992 – il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha ricordato l’impegno di Cossiga per le riforme costituzionali, impegno che lo spinse ad  ipotizzare una vera e propria Assemblea Costituente in grado di fare uscire il nostro Paese dall’ingorgo istituzionale nel quale  – sul finire degli Anni Novanta – l’Italia si era impantanata: “Cossiga avvertiva – ha riconosciuto Mattarella –  l’esigenza di riforme costituzionali in Italia e si riassume in questo la ricerca e la evoluzione dei rilievi che, dapprima in modo assolutamente misurato e, via via, in modo più vivace, rivolse sulla questione che animava anche il dibattito tra le forze politiche”. La “vivacità” evocata da Mattarella è quella del Cossiga “picconatore”, un’immagine che ha segnato l’ultima parte del suo mandato presidenziale, alla vigilia della stagione di Tangentopoli e della fine della Prima Repubblica. Cossiga non gradiva il ruolo del presidente notaio, soprattutto in anni in cui era evidente a tutti la crisi del sistema partitocratico e la necessità di risolutive riforme istituzionali. Fino al punto da rompere il vecchio ordine antifascista, diventando l’autore di significative aperture nei confronti del Msi-Dn (che peraltro non  aveva contributo alla sua elezione) auspicando – come ebbe a scrivere in una lettera indirizzata al partito in occasione della Festa del “Secolo d’Italia” a Rieti, nell’estate 1991 – che tutte le forze politiche dovessero concorrere al cambiamento istituzionale, senza che siano più “addotti a scusante o a motivo di rinvio spiriti di rivalsa o contrapposizioni ideologiche”, in considerazione del fatto che “abbiamo bisogno di una democrazia compiuta e governante ed oggi siamo chiamati ad edificarla insieme”. Lo  stesso Cossiga, alcune settimane prima, il 26 giugno 1991, aveva, del resto,  inviato alle Camere un messaggio proprio dedicato alle riforme istituzionali, evidenziando puntualmente (ed in modo inusuale per un presidente in carica) le principali questioni cui l’intervento riformatore avrebbe dovuto rivolgersi:  la forma di governo e il sistema elettorale, il ruolo delle autonomie, la disciplina dell’ordine giudiziario, i nuovi diritti di cittadinanza e gli strumenti relativi alla finanza pubblica. Il Presidente “picconatore” arrivava anche ad individuare le possibili procedure da adattare per la realizzazione del progetto di riforma, ipotizzando una modifica dell’art. 138 della Costituzione sulle modalità di revisione della stessa Costituzione, con l’elezione di una vera e propria Assemblea costituente, a cui affidare il compito di riscrivere la parte relativa all’ordinamento della Repubblica. Il messaggio si concludeva con un appello alle Camere per l’avvio di un processo riformatore finalizzato al superamento di quella che appariva oggettivamente come una “democrazia bloccata”, in vista della fondazione di un nuovo patto nazionale da porre a fondamento delle rinnovate istituzionali democratiche e repubblicane. Che valore può avere, nel settembre 2020, a quasi trent’anni da quel messaggio, l’invito di Cossiga, evocato da Mattarella? Innanzitutto che, oggi come ieri,  di fronte all’ingorgo  istituzionale – usiamo un termine in voga nei primi Anni Novanta che bene si adatta all’attuale fase post referendaria – è urgente fare  chiarezza, di fronte agli italiani, su quelli che sono gli orientamenti dei diversi partiti in merito all’auspicato rinnovamento istituzionale, al ruolo delle Camere, alla legge elettorale, al processo di decentramento,  fino ad arrivare – in una logica presidenzialista – al potere del Capo dello Stato e alle modalità che sovraintendono la sua elezione. Fondamentale – come era negli auspici di Cossiga – il tema della sovranità popolare, finalmente riportata al centro del confronto politico, quale base di un nuovo patto nazionale in grado di tenere conto dei mutamenti avvenuti negli ultimi decenni, della fine dei partiti che formarono l’Assemblea Costituente del ’46 e furono protagonisti della Prima Repubblica. Infine – last, but not least – le modalità d’intervento. Ripartire da Cossiga significa ritrovare l’idea di una Costituente eletta dai cittadini, grazie alla quale avviare finalmente un’organica riforma dei nostri assetti istituzionali, superando il piccolo cabotaggio di un riformismo pasticciato e contraddittorio. Quello che è accaduto dopo il recente referendum sul numero dei parlamentari era preannunciato ed infatti tutti, oggi, parlano di correre ai ripari per approvare le necessarie “correzioni”. Basterà qualche rettifica in corso d’opera? Ecco allora Cossiga. Ben oltre le sue provocatorie “picconature” Cossiga aveva tracciato un solco significativo e profondo, forte delle qualità che derivavano dalla sua lunga esperienza e  con la puntualità dello   studioso di diritto, quale  era, muovendosi dalla consapevolezza che – come egli puntualizzò più volte – erano le profonde trasformazioni sociali ed economiche, che avevano interessato l’Italia dal dopoguerra agli Anni Novanta, a rendere ineludibile una complessiva revisione dell’assetto istituzionale repubblicano. Da questo punto di vista, a trent’anni di distanza dagli interventi cossighiani, siamo ancora all’anno zero di un ingorgo istituzionale che frena la crescita del Paese, la sua modernizzazione, la corretta selezione del personale politico ed il collegamento tra i cittadini-elettori e i propri rappresentanti.  In molti ne sono consapevoli. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti, magari ripartendo dalle intuizioni di un Presidente lucidamente provocatore.