Società: pensioni prima fonte reddito per 7,4 milioni di famiglie


Il 36,3% dei pensionati riceve un assegno inferiore ai mille euro lordi al mese, a renderlo noto è l’ISTAT

Molte famiglie italiane faticano ad arrivare alla fine del mese. Alcune di queste ci riescono grazie alla pensione di un proprio caro. A rivelarlo è l’ISTAT, sottolineando che, nel 2017, per circa 7 milioni e 400mila famiglie con pensionati i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile. Nel 21,9% dei casi – oltre 2 milioni e 600mila famiglie – le pensioni sono l’unica fonte di reddito. L’ISTAT osserva che «la presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili” (genitori soli o famiglie in altra tipologia) consente quasi di dimezzare l’esposizione al rischio di povertà». Quanti sono i pensionati in Italia? A rispondere è sempre l’ISTAT, riferendo che nel 2018 hanno raggiunto quota 16 milioni «per un numero complessivo di trattamenti pensionistici erogati pari a poco meno di 23 milioni». La spesa totale pensionistica – il computo include anche la componente assistenziale – nello stesso anno ha toccato i 293 miliardi di euro, pari al 2,2% in più su base annua. Il peso relativo della spesa pensionistica sul Pil si è attestato al 16,6%, valore appena più alto rispetto al 2017 (16,5%), «segnando – prosegue l’ISTAT – un’interruzione del trend decrescente osservato nel triennio precedente». Nel dettaglio: il 36,3% dei pensionati riceve ogni mese meno di 1.000 euro lordi, il 12,2% non supera i 500 euro. Un pensionato su quattro (24,7%) si colloca, invece, nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro».


Più Stato meno mercato?


Un dibattito da riaprire

di Mario Bozzi Sentieri

Deve ritornare l’interventismo pubblico in economia? Ecco un bel tema sul quale riaprire il confronto, senza schematismi politico-culturali. Un tema che dovrebbe trasversalmente interessare e coinvolgere al di là delle vecchie appartenenze, guardando alla realtà, alla crisi economico-sociale in atto, alle debolezze “di sistema”. Dopo decenni di neo-iper-vetero liberismo una qualche messa a punto, nel motore di un capitalismo sempre meno “turbo”, bisognerà pur iniziare a farla. Partendo dallo stato di salute del Bel Paese e dai nuovi problemi sul tappeto. Questioni come l’Ilva o la gestione-ammodernamento della rete autostradale, tanto per citare due casi emblematici all’onore delle cronache, non possono oggettivamente essere gestite in modo ordinario o appellandosi genericamente al mercato e alle sue capacità di autoregolamentazione. E poi c’è la crisi economica. Sono ormai più di venticinque anni che l’Italia deve fare i conti con la stagnazione. Sono i numeri a parlare chiaro. Nell’ultimo decennio il nostro Prodotto Interno Lordo è calato dello 0,3% l’anno, laddove in Germania è cresciuto dell’1,3% e dello 0,9% in Francia. Scende la produzione e con essa gli occupati nell’industria manifatturiera (meno seicentomila dal 2008 al 2018). Le cause sono diverse. Sta proprio qui la tipicità del “caso italiano”. A concorrere alla crisi sono, infatti, diversi fattori che interessano non solo, genericamente, il mercato, le modalità produttive, la capacità competitiva delle nostre aziende. L’instabilità politica, con la conseguente incertezza delle scelte programmatiche a livello governativo, è certamente il primo fattore. Ma, in una sorta di effetto trascinamento, a seguire c’è la Scuola, la crisi demografica, i freni burocratici, la tassazione, i tempi della giustizia, la debolezza della ricerca applicata. È insomma un sistema a non funzionare e a pesare sul mondo della produzione e del lavoro, con, in più rispetto al passato, l’emergere della questione ambientale, il dilatarsi della povertà, i nuovi scenari della globalizzazione. Sul versante degli investimenti green perfino l’Unione Europea sembra orientata a rivedere le regole sui vincoli di bilancio, fino ad arrivare ad un riesame del Patto di Stabilità, con un riferimento agli investimenti pubblici ecosostenibili. Sul piano sociale, gli ultimi dati Eurostat disegnano un quadro nel quale, per l’Italia, la forbice sociale si allarga, evidenziando come il 20% della popolazione con redditi più alti può contare su entrate superiori a sei volte quelle di coloro che sono nel quintile in difficoltà. L’economia globalizzata, favorendo lo spostamento della produzione verso i cosiddetti paesi in via di sviluppo (vere e proprie zone franche in cui i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi) ha reso evidente l’assenza dello Stato regolatore, a tutto vantaggio di un capitalismo senza frontiere e senza regole. Visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo importa allora poco ricapitolare vecchie scuole e categorie desuete. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti, capaci di creare un diverso clima sociale, in grado di informare, di dare nuova  forma e speranza al sistema-Paese. Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola (con in testa il radicalismo neoliberista) e andiamo alla sostanza delle cose, magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto, l’economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali, la massimizzazione del profitto a breve termine, lo strapotere finanziario. Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema-Paese. Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Non escludendo l’intervento pubblico, a partire dai settori strategici delle infrastrutture, della Scuola e della ricerca, del gap demografico e dell’efficienza burocratica. Nessuno – sia chiaro – vuole restaurare l’idea di uno Stato omnia facies, talmente invasivo da occuparsi – per dirla con una battuta – della produzione dei panettoni. D’altro canto però i temi sul tappeto evidenziano un quadro generale di crisi che non può essere affrontato con strumenti usuali o peggio ancora appellandosi alle mitiche leggi di mercato, ormai alla corda. È piuttosto a uno Stato autorevole ed inclusivo che bisogna fare appello, uno Stato, espressione di una Politica “alta”, che non sia solo momento di mediazione, quanto soprattutto luogo ideale per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale. E’ insomma mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. Al contrario è alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto “al dopo”. Pena un irreversibile tramonto.


L’invito (di attualità) di Ignazio Silone: superare l’antifascismo


di Mario Bozzi Sentieri

Prepariamoci – viste le premesse – a un 2020 in cui a “dare la linea” della politica nazionale, ben oltre le contingenze, sarà il peggiore nostalgismo antifascista. Lo si è visto nell’anno appena trascorso, dove tra (immaginarie) onde nere, emergenze democratiche e banalizzazioni storiche è stata la retorica antifascista a dettare legge. L’anno appena iniziato, calendario alla mano, ci porterà il settantacinquesimo anniversario del 25 aprile, occasione ghiotta, data alle vestali dell’antifascismo, per riperpetuare l’idea della memoria come mezzo di lotta politica. Poca Storia insomma e tanta facile retorica, laddove il tempo trascorso dovrebbe ormai invitare ad analisi meno scontate e soprattutto meno strumentali. A una sinistra culturalmente allo sbando, priva com’è di chiare visioni politiche (e per questo in grande affanno, come hanno dimostrato, nel 2019, le imbarazzate cronache dedicate alla caduta del Muro di Berlino) l’antifascismo continua a rappresentare il classico salvagente a cui attaccarsi. Un salvagente – sia chiaro – vecchio e rattoppato, ma di facile smercio, anche dopo tanti anni. Quanto l’antifascismo sia inadatto a superare gli attuali marosi della politica e dei mutamenti sociali ci viene confermato da ciò che scriveva, nell’ottobre 1945, Ignazio Silone, su “Avanti!”, quotidiano del Partito Socialista. Silone non era un antifascista qualunque. Soprattutto non era uno dei tanti “voltagabbana”, scopertisi antifascisti a Regime caduto. Esule antifascista, intellettuale “disorganico”, “socialista senza partito” e “cristiano senza Chiesa”, peraltro legato alla memoria di Don Orione, con cui aveva avuto un significativo incontro in gioventù, Silone non a caso era stato espulso, negli Anni Trenta, dal Partito Comunista, per dissidenza antistalinista, riconoscendosi poi nel socialismo democratico-riformista (fatto questo che gli costerà, per anni, l’ostracismo della critica italiana, gramscianamente controllata dal partito togliattiano e filosovietico). “Ciò che mi colpì nei comunisti russi – dichiarò a Indro Montanelli – anche in personalità veramente eccezionali come Lenin e Trotsky, era l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi inconcepibile”. A sei mesi dalle drammatiche giornate dell’aprile 1945 Silone lancia, sulla prima pagina dell’Avanti!, l’appello “Superare l’antifascismo”, che rappresenta, pur nella sua sinteticità, ancor oggi, un efficace vaccino alla vecchia e nuova retorica antifascista. L’idea di fondo è che, una volta liberatasi dal fascismo, l’Italia dovesse cercare di superare anche l’antifascismo. “Una tale necessità – scrive Silone – può essere serenamente e fortemente concepita da noi socialisti, per la semplice ragione che il socialismo non si esaurisce nell’antifascismo. Il socialismo è più antico, più duraturo, più preciso, più vasto, più profondo dell’antifascismo”. L’invito è a “disancorare la vita italiana dall’atteggiamento negativo dell’antifascismo” per affrontare i problemi reali del Paese, appena uscito dalla guerra, superando, nel contempo, le nuove e vecchie “fratture” (non a caso Nenni – nota Silone – si muove cercando di ridurre le politiche “epurative” nei confronti degli fascisti). Con in più la necessità di non cadere prigionieri delle logiche “oligarchiche”, insite nel nuovo potere dei partiti: “La democrazia alla quale noi aspiriamo non può essere, non dev’essere, una democrazia di comitati o di segretari federali, una “république des camarades” o dei compari; ma la democrazia, la repubblica di tutti i cittadini; una democrazia nella quale la legge protegga le minoranze dalle sopraffazioni della maggioranza e dia ogni possibilità alle minoranze di diventare a loro volta maggioranza”. Nelle parole di Silone c’è già la consapevolezza dei rischi della partitocrazia, con cui l’Italia repubblicana da decenni continua a fare i conti, e insieme dell’ipocrisia delle coperture antifasciste (la “république des camarades” o dei compari) che costi altissimi ha fatto pagare agli italiani. Non ultimo lo svilirsi di molti partiti nella mera retorica antifascista. Con l’antifascismo rischiano insomma di esaurirsi – è il ragionamento di Silone – le stesse ragioni d’essere dei partiti, facendo venire meno il confronto politico, insterilendolo in ragione degli interessi di parte e perdendo di vista i problemi reali del Paese. I risultati li abbiamo ancora oggi di fronte. Con in testa il paradosso di un antifascismo ancora da superare. Come settantacinque anni fa.


«Le famiglie italiane sono sempre più piccole»


Lo rende noto l’Istat nel suo Annuario

L’ultimo ventennio è stato caratterizzato da numerosi cambiamenti. Uno di questi riguarda le famiglie italiane. A sottolinearlo è l’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, nel suo consueto Annuario diffuso oggi. Quali sono questi cambiamenti? Le famiglie italiane – nel nostro Paese, se ne contano 25 milioni e 700mila – «sono sempre più numerose». Allo stesso tempo, però, l’ISTAT osserva che sono «sempre più piccole». Rispetto a vent’anni fa, infatti, è diminuito il numero medio dei componenti: se la media del 1997-1998 era di 2,7 componenti a nucleo familiare, il dato è sceso a 2,3 nella media registrata nel 2017-2018. A spiegare cosa ha determinato questo abbassamento è sempre l’ISTAT. A incidere è stato l’aumento delle famiglie unipersonali. Quest’ultime sono cresciute di oltre 10 punti percentuali. Un incremento notevole. Dal 21,5% nel 1997-98 al 33,0% nel 2017-2018, raggiungendo così un terzo del totale delle famiglie italiane. Una quota analoga (33,2%) sono coppie con figli. Una tipologia che ha registrato la diminuzione più consistente negli ultimi anni. A diminuire, però, sono stati anche i matrimoni: nel 2017 ne sono stati registrati 191.287, circa 12mila celebrazioni in meno rispetto all’anno precedente. In calo anche le separazioni legali, passate da 99.611 del 2016 a 98.461 del 2017, mentre i divorzi, dopo il recente aumento dovuto all’entrata in vigore del cosiddetto “divorzio breve”, hanno subìto una contrazione: nel 2017 sono stati 91.629, 7.442 in meno rispetto al 2016.


“Il salvadanaio” di Riccardo Pedrizzi


Per un’economia partecipativa e solidale

di Mario Bozzi Sentieri

Con buona pace per chi la considera ancora una “demonia”, l’economia rappresenta, oggi, uno dei principali terreni su cui si confrontano e si scontrano diverse visioni della vita e del mondo. Oltre la rigidità dei “parametri”, agitati come i simboli dell’equilibrio di bilancio, oltre le vecchie scuole, spesso non all’altezza per leggere una realtà in rapida trasformazione, e ben oltre ogni determinismo produttivistico, inadeguato ad affrontare la complessità sociale, si allarga lo spazio per una visione “organica” dei temi economici. Una “visione” che bisogna sapere cercare e costruire, partendo dalla consapevolezza di un retroterra culturale, in grado di sconfiggere il vuoto etico, che domina i mercati e che scarica a pioggia i suoi effetti sui soggetti più deboli. Su questi crinali si è mosso Riccardo Pedrizzi, con il suo corposo, ma leggibilissimo, “Il salvadanaio. Manuale di sopravvivenza economica” (Guida editore, pagg. 404, Euro 18,00), autentica bussola nel complesso mondo dell’economia globalizzata, della finanza vorace, dell’Europa egoista ed arrogante. Il titolo del libro di Pedrizzi, oggi Presidente del Comitato tecnico scientifico dell’Unione Cristiana imprenditori dirigenti (Ucid), nel passato Senatore della Repubblica (con ruoli apicali in diverse Commissioni Finanza e Tesoro), non deve trarre in inganno. “Il salvadanaio” non è il classico vademecum, utile al cittadino/consumatore per orientarsi nell’intricato mondo dell’economia. L’immagine accattivante propone in realtà un quadro inusuale dei più vasti scenari economici e sociali, selezionando nella grande messe di notizie, che quotidianamente vengono divulgate dai mass media e, nel contempo, offrendo nuove chiavi di lettura, con ampi squarci ricostruttivi, rispetto ad una condizione contemporanea che pare ineluttabilmente segnata dall’insanabile cesura tra economia ed etica, tra scelte di valore e rigide formule “di mercato”. Su queste basi Pedrizzi delinea i tratti di una “buona economia”, offrendo non solo interessanti spunti di riflessione ma anche esempi gratificanti, rappresentati da banchieri perbene, da autorità morali da ascoltare, da esperienze segno di un sistema produttivo sano e solidale. A cominciare dal risparmio privato, una grande risorsa del nostro Paese, simbolo della probità delle famiglie italiane, come testimoniano i 4300 miliardi di euro accantonati, espressione della loro ricchezza finanziaria. Questa massa “sana” deve però letteralmente fare i conti con i processi di sradicamento del risparmio dal territorio, a fronte della mondializzazione della finanza, una finanza arbitra e padrona, che ha snaturato ogni connessione virtuosa tra risparmio, lavoro e sviluppo. Il quadro è disarmante: “Al 2018 – scrive Pedrizzi – il Pil, cioè la ricchezza prodotta mondiale ammontava a circa 80.000 miliardi di dollari, mentre i prodotti derivati, quei titoli strutturati il cui rischio non è quantificabile e spesso sono semplici scommesse, ammontavano a quasi 32 volte il valore del Pil, quattro volte di più di quanto si pensava nel passato”. Quello della mondializzazione è la classica punta d’iceberg di un processo di imbarbarimento della finanza e dell’economia che ha provocato non pochi contraccolpi sugli assetti dei singoli Stati. Ne sono significativi segnali il dirottamento verso l’intermediazione finanziaria anche del cosiddetto “risparmio obbligato”, cioè quello destinato alle pensioni ed all’assistenza sanitaria; l’indebolimento dei controlli da parte delle deputate funzioni nazionali, con il conseguente aumento degli scandali finanziari; la perdita della sovranità monetaria, con l’emergere di una oligarchia di tecnocrati, tra loro internazionalmente collegati; la rottura delle linee cardine del vecchio ordinamento bancario (regolato, in Italia, sulla legge del 1936, che distingueva interventi a breve, medio e lungo termine, separava banche ed imprese, il tutto sotto il rigido controllo dell’Organo di vigilanza) con la possibilità, oggi data alle banche, di assumere partecipazioni azionarie in imprese industriali, in un contesto nel quale l’organo di controllo si limita ad una “vigilanza prudenziale” e vige la libertà per le banche UE di prestare servizi in ogni Paese dell’Unione, sulla base delle norme del proprio Paese d’origine. Dall’ambito strettamente bancario e finanziario Pedrizzi allarga la sua visuale accompagnando il lettore lungo i tortuosi sentieri dell’economia tra sigle, norme poco conosciute, contesti internazionali, che vengono a gravare sulle specifiche realtà nazionali, offrendo – nel contempo – chiavi di lettura inusuali. Non solo denunce perciò, ma anche una serie di richiami “di principio”, che aprono ad una speranza nuova: dalla centralità della famiglia alla Dottrina Sociale della Chiesa, dai temi dello sviluppo solidale alla necessità di ritrovare uno spirito identitario nazionale ed europeo fino ai richiami etici in economia. Al fondo il recupero di una dimensione valoriale anche nella vita sociale, con un particolare “focus” sui Corpi sociali intermedi, i grandi dimenticati nell’attuale dibattito politico-sociale. Per Pedrizzi “i corpi intermedi costituiscono l’ossatura, la struttura sulla quale si regge una società ben ordinata, che potremmo definire organica, nell’ambito dei quali la persona nasce e sviluppa. Il primo di essi è ovviamente la famiglia, ma tutte quelle forme di aggregazione che gli uomini organizzano fra loro per raggiungere i diversi obiettivi, sociali, economici, politici, culturali o ricreativi, sono corpi intermedi; fra questi gli ordini professionali e le diverse associazioni di categoria, le camere di commercio ed anche i partiti politici”. Quello dei Corpi sociali intermedi è un ambito in cui si gioca una partita determinante, a fronte dei processi di “disintermediazione”, che hanno portato da un lato allo smantellamento socio-politico della Nazione e degli enti che per tradizione ne sono protagonisti, dall’altro, di conseguenza, alla desertificazione della rappresentanza, nel segno di un sistematico isolamento-indebolimento del cittadino-lavoratore. In questo contesto entra a pieno titolo il “principio di sussidiarietà”, finalmente declinato, fuori da ogni retorica, nella visione di una società “ordinata” ed organica, “capace di valorizzare – scrive Pedrizzi – le autonomie sociali, di riconoscere il valore dei ‘piccoli’, affidando ai ‘grandi’ il compito di insegnare loro le modalità migliori per esercitare i propri diritti, le proprie funzioni, senza sottrarglieli o, peggio, senza sostituirsi a loro; e altresì capace di costruire un sistema di rappresentanza, di cura degli interessi e di promozione dello sviluppo delle comunità locali, finalmente centrato sull’autonoma e originaria responsabilità degli enti locali”. Terza “gamba”, insieme ai corpi intermedi e al “principio di sussidiarietà”, in grado di “reggere” la complessità contemporanea (segnata dalla globalizzazione dei mercati, dalla rivoluzione tecnologica e dal potere della finanza) è l’opzione partecipativa, ogni tornata al centro del dibattito sull’ ottimizzazione, all’interno delle aziende, delle risorse umane, ma soprattutto, in linea di principio, sintesi di un nuovo umanesimo, anticipato dalla Dottrina Sociale della Chiesa, culturalmente elaborato nella prima metà del XX Secolo (dal sindacalismo nazional-rivoluzionario al futurismo, dalla scuola corporativa alla visione gentiliana) e trasfuso nel dettato costituzionale, ancora inapplicato. Di fronte a quella che si prefigura come la quarta fase del capitalismo, il cosiddetto “capitalismo della responsabilità”, ad emergere, da oggi è la necessità di un riordino generale di sistema, nel quale Stato, finanza, banche, aziende, imprese e lavoratori trovino organicamente la via, la retta via, di un nuovo modello di sviluppo, in grado di dare soluzioni mature ai grandi quesiti posti dall’economia dell’anarchia e del “laissez faire” selvaggio, che tanti danni ha provocato. Per non arrivare impreparati a questo appuntamento è necessario passare dalla fase della mera denuncia (oggi sovrabbondante sui mass media e sulla letteratura economico-sociale) ad una visione di prospettiva. E’ quello che ha fatto Pedrizzi con il suo “salvadanaio”, in grado di offrire una realistica via d’uscita nella quale valori etici, leggi di mercato, politiche partecipative e distributive possono realisticamente arrivare a sintesi. L’invito di fondo è crederci, abbandonando ogni passivo fatalismo, muovendosi di conseguenza.


A Praga un monumento al comandante dell’armata antibolscevica


Vlasov il filonazista sfratta il maresciallo di Stalin

di Mario Bozzi Sentieri

Nella “guerra dei monumenti” (da abbattere, conservare, “emendare”) che attraversa il mondo (dall’America anticolombiana alla Spagna post franchista), Praga si segnala per il suo anticonformismo. Dopo una lunga serie di atti vandalici e di scritte (“No al maledetto Marshal! Non perdoneremo”) il sindaco di un distretto di Praga ha, infatti, deciso non solo di coprire la statua del maresciallo dell’Armata Rossa Ivan Konev, che si trova in un parco pubblico della città, ma addirittura di sostituirla con un monumento ad Andrej Andreevič Vlasov. Chi sono i due protagonisti del “ribaltone” commemorativo? Konev alto ufficiale sovietico, famoso per i suoi metodi spietati e per questo apprezzato da Stalin, fu, nel maggio 1945, uno dei “liberatori” di Praga. Divenuto, nel dopoguerra, comandante del Patto di Varsavia guidò la repressione contro la Rivoluzione ungherese del 1956, organizzò, nel 1961, l’edificazione del Muro di Berlino, assumendo il comando delle forze sovietiche in territorio tedesco, e partecipò, nel 1968, alla pianificazione dell’invasione della Cecoslovacchia. Due volte insignito del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica” fu sepolto, nel 1973, sotto le mura del Cremlino. Vlasov, generale dell’Armata Rossa, catturato dai tedeschi sul fronte di Leningrado, nel 1942, passò con le forze dell’Asse, lanciando l’idea di costituire il Comitato di liberazione dei popoli della Russia e l’Esercito Russo di Liberazione, un’armata di ex prigionieri, volontari ed emigrati russi, reclutati nel nome del ritorno alla Russia nazionale, che avrebbero dovuto unirsi alla Wehrmacht contro l’Unione Sovietica. Propagandista appassionato (Vlasov ottenne dal comando tedesco il permesso di costituire un centro di propaganda a Dabendorf, non lontano da Berlino, compiendo poi alcuni viaggi in Germania, a Bruxelles e a Parigi per promuovere l’iniziativa) venne designato, durante una solenne cerimonia a Praga, a capo del Comitato e dell’armata, senza però incontrare il pieno appoggio di Hitler (malgrado ciò alla fine del 1943 ben 427.000 soldati ex appartenenti all’esercito sovietico erano inquadrati in varie unità filo tedesche). Arresisi agli alleati, Vlasov e undici alti ufficiali dell’Esercito di Liberazione, vennero riconsegnati ai sovietici, processati e impiccati il 2 agosto 1946. Le figure di Konev e Vlasov esprimono specularmente l’atteggiamento dei praghesi nei confronti di due protagonisti della seconda guerra mondiale: da una parte il risentimento verso il “servo di Mosca”, responsabile della repressione contro gli insorti anticomunisti, dall’altra la “vera Storia” della liberazione di Praga dall’esercito tedesco, attribuita da alcuni storici cecoslovacchi proprio all’esercito di Vlasov e all’arrivo, a partire dal 19 aprile 1945, delle forze statunitensi. Da una parte il simbolo della repressione comunista, guidata da uno dei marescialli dell’Armata Rossa più amati da Stalin, dall’altra la speranza della liberazione dal giogo rosso incarnata da Vlasov, estensore del manifesto ideologico del Comitato di liberazione dei popoli della Russia, presentato proprio a Praga il 14 novembre 1944, che si proponeva, dopo la vittoria, di garantire ai russi molte delle libertà negate dal regime sovietico: il ritorno dei territori agricoli al possesso privato, la liquidazione del lavoro forzato e la libertà di religione e di parola. In “La questione russa alla fine del secolo XX”, Solzenicyn afferma essere “indicativo che finanche negli ultimi mesi (inverno 1944-45), quando per tutti era ormai evidente che Hitler aveva perduto la guerra, ebbene proprio in quei mesi molte decine di migliaia di russi che si trovavano all’estero presentassero domanda per arruolarsi nell’Esercito russo di liberazione (Roa) – ecco qual era la voce del popolo russo. E sebbene non soltanto gli ideologi bolscevichi (insieme con i timidi intellettualoidi sovietici), ma anche l’Occidente (incapace di immaginare che i russi potessero avere un loro proprio obiettivo nella guerra di liberazione) abbiano ricoperto di sputi la storia dell’Esercito russo di liberazione, quest’ultimo entrerà comunque nella storia del Paese (…), e ne rappresenterà una pagina significativa e coraggiosa”. La sostituzione della statua di Konev con un monumento a Vlasov la dice lunga sulla memoria del popolo praghese e sulla sua volontà di mettere la parola fine alle incomprensioni e falsificazioni relative agli anni dell’occupazione sovietica e del terrore comunista. Un esempio – per dirla alla Solzenicyn – che dovrebbe far riflettere anche certi “intellettualoidi” occidentali.