Decreto lavoro, corsa contro il tempo


Destino incerto sul decreto lavoro, approdato finalmente in aula al Senato. Come noto, ogni decreto legge deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla entrata in vigore. Il decreto legge è entrato in vigore il 5 di settembre per cui i tempi sono molto ridotti. Il governo ha presentato degli emendamenti che riscrivono in molte sue parti il provvedimento, una manovra che punta verosimilmente a ridurre al massimo il dibattito alla Camera, così da evitare una seconda lettura al Senato.


NaDEF, la Camera dà il via libera


Con 318 voti a favore, 194 contrari e due astenuti, l’aula di Montecitorio ha dato il via libera alla risoluzione di maggioranza sulla Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. Per l’approvazione era prevista la maggioranza assoluta. Ieri sera era già arrivato il via libera alla risoluzione di maggioranza sulla NaDEF anche da parte del Senato, con 169 voti a favore, 123 no e quattro astenuti. Sempre oggi la Camera dei Deputati ha dato il via libera anche alla risoluzione di maggioranza sullo spostamento del pareggio di bilancio, in questo caso i sì sono stati 319, i voti contrari 193 e tre gli astenuti.


Questione di fiducia, le pagliuzze e le travi


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Per la prima volta da quando è in carica, l’Esecutivo ha deciso di ricorrere al voto di fiducia, per evitare l’ostruzionismo che avrebbe rallentato l’approvazione del decreto “milleproroghe”. Come ricordiamo bene, l’utilizzo dell’istituto della fiducia, ovvero della prassi “prendere o lasciare” che per non far cadere il governo in carica obbliga Deputati e Senatori a scegliere solo fra un sì o un no alla legge presentata dall’Esecutivo senza poter apporre emendamenti, non è certo una novità per i governi italiani. Specie nell’ultima legislatura, quella tristemente nota agli Italiani per essere stata monopolizzata dal Pd, è stata utilizzata a dismisura. Allora il Partito Democratico, nonostante il fatto che alle politiche del 2013 avesse ottenuto più o meno un terzo dei voti, riuscì comunque, tramite il sistema elettorale al tempo vigente, il cosiddetto “porcellum”, a conquistare una stentata  maggioranza dei seggi parlamentari e, dopo uno stallo durato due mesi e grazie ad una serie di alleanze, a dar vita agli esecutivi Letta, poi Renzi ed infine Gentiloni. Con una così scarna maggioranza a disposizione, il ricorso alla fiducia è stato piuttosto frequente: è stata usata 10 volte dal governo Letta, 66 da quello Renzi e 32 dall’ultimo, guidato da Gentiloni. In tutto, quindi, 108 volte, determinando così l’approvazione di più di cento fra le 354 leggi approvate nella XVII Legislatura, circa un terzo. Le leggi approvate tramite queste votazioni di fiducia hanno riguardato materie anche delicatissime come la riforma della pubblica amministrazione, il jobs act, la buona scuola, il salva banche, il decreto migranti, perfino la legge elettorale. Ora però, dimostrando la memoria di un pesce rosso o meglio una notevole dose di sfacciataggine, alla prima richiesta di fiducia su una legge da parte del nuovo Governo, il Pd, ora all’opposizione, si scandalizza e promette barricate. La motivazione, sostanzialmente, cavilli regolamentari. Gli esponenti dell’opposizione hanno parlato di “fiducia illegittima” mentre il Governo ha rispedito le critiche al mittente affermando che è tutto nella norma e che già ci sono precedenti simili. Ora, francamente, pur senza entrare nei tecnicismi dei regolamenti parlamentari e senza voler scomodare evangelici paragoni fra travi e pagliuzze negli occhi, l’impressione generale è quella di una certa mancanza, fra i banchi del Pd, di un comunissimo eppure indispensabile senso del ridicolo che ci risparmierebbe simili annaspamenti volti a riconquistare l’opinione pubblica. L’opposizione in democrazia è indispensabile, ne ha bisogno anche e soprattutto chi ha voluto dare fiducia a questo Governo, e per questo ci auguriamo dibattiti serrati in Parlamento, sì, ma sul merito più che su forme e metodi, e critiche sensate e circostanziate, soprattutto finalizzate ad ottenere il meglio per il Paese.


Web tax, per l’Upb è incentivo a rimanere nell’ombra


di Claudia Tarantino

L’Ufficio parlamentare di Bilancio ha espresso, in questi giorni, alcuni dubbi sull’efficacia della cosiddetta ‘web tax’, introdotta con la manovra correttiva 2017, quella misura cioè, detto in parole molto semplici, che punta a far pagare le tasse in Italia alle società e ai gruppi che operano su internet, come Google o Facebook, ad esempio.

Innanzitutto, secondo l’Upb, la ‘web tax’ si configura a tutti gli effetti come una “sanatoria preventiva e volontaria con una regolarizzazione agevolata delle posizioni fiscali pregresse e la garanzia per gli anni futuri di un trattamento basato sull’accordo e la collaborazione tra impresa e Amministrazione”.
Ed è proprio su questo aspetto che l’Upb nutre i maggiori dubbi, perché “le imprese digitali potrebbero essere incentivate a rimanere ‘nell’ombra’ sfruttando i margini di elusione dei quali dispongono e cercando di differire la contrattazione dell’onere tributario”.

Quindi, anziché condurre alla ‘emersione’ delle attività svolte sul web e dei relativi guadagni, porterebbe ad un ulteriore occultamento. E’ ovvio infatti, che – come precisa l’Upb – “la convenienza ad aderire alla procedura sarà tanto maggiore per imprese per le quali un accertamento ordinario è più probabile e rischioso”, mentre le altre continueranno a ‘nascondersi’ e, quindi, ad eludere il fisco.
Inoltre, “la convenienza per le imprese, e per il Fisco, dipende dalla valenza del vincolo, previsto dalla norma, di 50 milioni di ricavi prodotti in Italia in uno dei tre anni precedenti”. Ma, in assenza di un coordinamento internazionale, c’è “un’oggettiva difficoltà dei singoli Paesi a risolvere le complesse questioni tributarie legate alla diffusione dell’economia digitale”.

Per l’Ufficio parlamentare di Bilancio, dunque, anziché prevedere una penalizzazione di un certo rilievo che fungesse da incentivo per le imprese a regolarizzare la propria condizione, come il cosiddetto ‘DDL Mucchetti’ attualmente in discussione in Parlamento, si è preferito “incentivare l’adempimento fiscale volontario, legato quindi a una agevolazione”, la cui efficacia, però, potrà essere valutata solo nei prossimi mesi.


Siamo leader mondiali nell’industria della pasta, ma con Ceta primato a rischio


di Claudia Tarantino

Proprio nel giorno in cui migliaia di allevatori, agricoltori, ambientalisti sono arrivati a Roma da tutta Italia per manifestare in piazza Montecitorio contro il trattato di libero scambio con il Canada (Ceta) che, tra le altre cose, legittima imitazioni di tante eccellenze agroalimentari italiane, spalancando le porte all’invasione di grano duro e di carne a dazio zero, vengono diffusi i dati di Aidepi (Associazione dell’industria del dolce e della pasta) che confermano la supremazia del nostro Paese come primo produttore mondiale di pasta.

Una ‘strana’ coincidenza che induce a riflettere sulle conseguenze che l’accordo pensato per fluidificare gli scambi tra i due lati dell’Atlantico avrebbe non solo sui prodotti Made in Italy, come appunto la pasta e i prodotti da forno, ma anche sull’agricoltura della nostra penisola che verrebbe esposta ai rischi di una concorrenza sleale dal punto di vista economico e pericolosa sotto l’aspetto della sicurezza alimentare.

Ma andiamo con ordine. Dicevamo che, secondo i dati raccolti da Aidepi, una delle industrie simbolo del Bel Paese, quella della produzione di pasta, conquista nuovamente il podio raggiungendo la quota di 3,32 milioni di tonnellate di prodotti ‘trafilati’ dai pastifici italiani nel 2016, nonostante il calo del fatturato, sceso a 4,74 miliardi di euro (-1,1%), dovuto principalmente alla diminuzione del loro valore (arrivato a 2,17 miliardi, pari al 46% dei ricavi totali) e dei consumi interni (1,42 milioni di tonnellate).

Un dato significativo, che vale la pena analizzare in relazione alla discussione sulla ratifica del Ceta, riguarda le esportazioni di pasta, che nel 2016 risultano in crescita con 1,98 milioni di tonnellate (+3,4%), a fronte degli 1,83 milioni del 2015 e agli 1,93 milioni del 2014.

Se a questo, poi, aggiungiamo il fatto che il Canada è il nostro principale competitor nel mercato del grano duro, di cui è il primo paese produttore ed esportatore mondiale, ci si può rendere facilmente conto del danno che può provocare questo trattato sul nostro mercato in generale e su alcuni settori particolarmente fiorenti della nostra economia, come appunto quello della produzione di grano duro e di pasta. Senza contare che può rappresentare un pericoloso precedente nei negoziati con altri Paesi, anche emergenti, che potrebbero sentirsi autorizzati a chiedere le stesse condizioni, a danno di altri settori della nostra economia, già duramente ‘fiaccata’ da anni di crisi.

Tra le motivazioni avanzate da Coldiretti e da numerose altre associazioni per bloccare una ratifica che porterebbe ad un’indiscriminata liberalizzazione e deregolamentazione degli scambi, con una vera e propria svendita del Made in Italy, c’è anche quella della sicurezza alimentare.

In Canada si producono, grosso modo, due tipi di grano duro, uno dei quali è ricco di contaminanti. L’accordo Ceta spalancherà le porte all’invasione di grano duro trattato in preraccolta con il glifosato, un diserbante che è vietato in Italia, e con chissà quali altri prodotti chimici attualmente proibiti dal nostro Paese.

Secondo un Dossier della Coldiretti, ben 250 denominazioni di origine (Dop/Igp) italiane riconosciute dall’Unione Europea non godranno di alcuna tutela sul territorio canadese. Peraltro, il trattato dà il via libera all’uso di libere traduzioni dei nomi dei prodotti tricolore, (pensiamo al ‘Parmesan’ che potrà essere liberamente prodotto e commercializzato dal Canada a danno del formaggio italiano più esportato nel mondo, il Parmigiano Reggiano), mentre per alcuni prodotti (asiago, fontina e gorgonzola) è addirittura consentito in Canada l’uso degli stessi termini accompagnato con ‘genere’, ‘tipo’, ‘stile’, e da una indicazione visibile e leggibile dell’origine del prodotto. Ma, se sono stati immessi sul mercato prima del 18 ottobre 2013 possono essere perfino commercializzati senza alcuna indicazione.

Riepilogando, dunque, concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori; liberalizzazione indiscriminata e deregolamentazione degli scambi con una vera e propria svendita del Made in Italy; rischio di avere un ‘effetto valanga’ sui mercati internazionali; sicurezza alimentare messa a repentaglio dall’uso di prodotti chimici vietati in Italia.

Ma allora chi ci guadagna con il Ceta? Le multinazionali, ovviamente.