Tria: «Non sono contrario alla flat tax»


Arrivando a Lussemburgo per la riunione dell’Eurogruppo il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha spiegato che le voci su una discussione tra e il vicepremier Matteo Salvini sul flat tax «sono false», o peggio «inventate». «oggi ho letto sui giornali notizie che non so chi le diffonda, ma sono chiaramente false; saranno notizie di colore: che io abbia litigato durante un vertice di governo, che Salvini è uscito perché arrabbiato con me. Siamo usciti insieme, perché uno andava per impegni al suo ministero e l’altro andava per impegni al suo ministero». Riferendosi alla flat tax il titolare del dicastero economico ha spiegato di non essere contrario, «ma che bisogna vedere le compatibilità. Si può fare in deficit? Bisogna vedere quando, in questo momento gli obiettivi di deficit sono quelli: già un deficit è previsto». Questa mattina anche il vicepremier Luigi Di Maio aveva smentito il diverbio tra Tria e Salvini, spiegando di non aver «visto il ministro Tria che diceva no, la flat tax non si può fare o non si può contemplare alcun tipo di deficit. Quando l’incontro è finito ci siamo alzati tutti quanti, il ministro dell’Interno non ha partecipato dopo a questioni più tecniche che riguardavano altri ministeri». Parlando poi nello specifico della flat tax stessa il vicepremier pentastellato ha spiegato che «verrà messo un tetto. Non si andrà oltre i 60-70.000 euro di reddito annuo come tetto massimo. Noi dobbiamo riuscire ad abbassare le tasse al ceto medio». Un abbassamento che però deve essere reale, ha precisato, «non è che a fine anno si aumenta l’Iva per trovare i soldi della flat tax. Il nostro obiettivo è il salario minimo e l’abbassamento del cuneo fiscale».


PE: sovranisti divisi? Ma la rivoluzione del buonsenso è già in atto


Le “famiglie” politiche che andranno a comporre il nuovo Parlamento europeo si stanno formando ma non esattamente in ordine del tutto coerente con l’emergere dell’ondata sovranista o populista. Le forze europeiste, che amano definirsi democratiche – solo loro “ovviamente” possono esserlo –, stanno al momento esalando un sospiro di sollievo alla notizia che il nostro vice premier, Matteo Salvini, non stia riuscendo a unire in un unico movimento europeo le varie formazioni sovraniste che o hanno vinto o sono cresciute nei rispettivi Stati dell’Unione. Se oggi cantano vittoria, come hanno fatto all’apertura delle urne all’indomani del 26 maggio scorso, sostenendo che l’onda sovranista è stata frenata dal baluardo dal Ppe, in cui si trova e intende restare Orbán, e dai Socialdemocratici, vuol dire che in realtà qualche paura invece ce l’hanno, visto che qualcuno è ancora intento a sistemare i cocci rotti in casa propria. Paura delle conseguenze che il cambiamento chiesto dai popoli europei, impoveriti dopo più di un decennio di crisi, potrebbe generare. Hanno paura tanto quanto ha dichiarato e scritto di averne oggi su La Stampa Jean Luis Cebriàn, giornalista e saggista spagnolo, quando ha sottolineato come sia «particolarmente preoccupante quello che è successo in due Paesi centrali, fondatori del Trattato di Roma, come la Francia e l’Italia» ovvero la vittoria del Rassemblement National e quella in larga misura della Lega.
Dunque c’è poco da scherzare e se Paesi come Polonia e Ungheria o invece più rappresentativi come il Regno Unito non intendono seguire Salvini nel suo disegno di unire movimenti che intendono cambiare l’Europa, quello che resta e che può ancora crescere, a causa di pagelle e giudizi ispirati al più cieco e assoluto rigore sui conti pubblici, è la spinta della montante insoddisfazione e della richiesta di nuove risposte che viene dal “basso”, a preoccupare gli europeisti ma anche qualche sovranista, intento forse a non annacquare la propria identità nazionale in una famiglia nuova e tutta da verificare nella sua capacità di incidere sulle scelte del Parlamento o di ritagliarsi un ruolo. O a evitare le piccate reazioni della Commissione Ue che può minacciare procedure non proprio “amiche”.
Però, come ha fatto notare qualche giorno fa l’ex ideologo di Donald Trump, Steve Bannon: «Non credo che vedrete i partiti populisti unirsi sotto un’unica bandiera soprattutto per una questione relativa alla politica interna al Regno Unito. Credo che i partiti voteranno allo stesso modo sugli argomenti chiave, ma non credo che formeranno un partito unico». «Marciare divisi, colpire uniti», diceva “un certo” Mao Tse-Tung.


BRI, Tria: «Tempesta in un bicchier d’acqua»


«Si sta facendo credo una gran confusione su questo accordo, che non è un accordo, è un Memorandum of understanding», così il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, parlando a margine dell’Ecofin con i giornalisti riguardo la nuova via della seta della Cina. «Si ribadiscono i principi di cooperazione economico e commerciali presenti in tutti i documenti europei», ha puntualizzato il ministro spiegando che «nessuna regola commerciale ed economica viene cambiata» e che «questo non sarebbe neanche nelle competenze italiane, dato che il commercio internazionale è una competenza europea; credo che si stia facendo un po’ una tempesta in un bicchier d’acqua». Sempre ai cronisti il titolare del dicastero economico ha espresso la sua opinione sulla questione, dicendo che per lui la via della seta «è una grande visione di cooperazione economica e di connessione attraverso infrastrutture fra l’Europa e l’Asia. Di per sé è chiaro che è una visione positiva; poi ognuno interpreta come vuole». Sulla questione sono intervenuti anche i due vicepremier. Per il leader del M5s «la via della Seta non è assolutamente l’occasione per noi per stabilire nuove alleanze a livello mondiale e geopolitico, ma è il modo, per dire che dobbiamo riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato, un rapporto ora sbilanciato sulla Cina». Il ministro Salvini, invece, ha precisato che «non abbiamo pregiudizi, ma molta prudenza. Siamo favorevoli al sostegno e all’apertura dei mercati per le nostre imprese. Altre però sono le valutazioni, sempre attente, che occorre fare in settori strategici per il nostro Paese come telecomunicazioni e infrastrutture».


Salvini ribadisce: «Una patrimoniale non la farò mai»


Intervenendo alla puntata di oggi di Mattino Cinque, su Canale 5, il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha ribadito: «Una patrimoniale non la farò e non la faremo mai. Tasse su casa, risparmi e conti correnti io e questo governo non le faremo. C’è scritto nel contratto». «Con le sue previsioni – ha aggiunto il vicepremier – la Commissione europea non ne ha mai beccata una. A Bruxelles si preoccupino di fare le poche cose che dovrebbero far bene e non fanno». «Abbiamo fatto una manovra economica opposta alle precedenti- ha specificato il ministro Salvini -, che tagliavano. Abbiamo messo dei soldi nell’economia e nelle imprese italiane. I risultati li vedremo nei prossimi mesi».


I confini del territorio italiano e i limiti della coerenza


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

È il segnale che ci aspettavamo già da prima e che, ci auguriamo, diventi ancora più forte: il M5s, dopo la lettera del vice premier Matteo Salvini pubblicata dal Corriere della Sera, sembrerebbe propenso a cambiare linea sul “sì” all’autorizzazione a procedere nei confronti dello stesso Salvini per il blocco della nave Diciotti. Qualcosa nell’animo grillino si è mosso a cominciare dall’On. Emilio Carelli e dal sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, che hanno compreso e evidenziato come un eventuale processo sarebbe contro tutto il governo. Servirebbe qualche segnale in più e più deciso. A mio parere il Governo del Cambiamento, o ancora meglio la sua parte che malauguratamente dovesse votare “sì”, non potrà uscire facilmente indenne da un processo su decisioni peraltro già assunte. Per essere più chiari, checché ne dicano alcuni ministri grillini, non si può votare “sì” all’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, per salvare la coerenza con un passato antigarantista, e allo stesso tempo difendere in sede di processo la collegialità del Governo nell’assumere quella stessa decisione. Sarebbe più coerente andare tutti a processo. Più coerente, sì, ma non più giusto.
In questo caso il vice premier, – che non rinnega le scelte fatte, anzi continua a portarle avanti rischiando di innescare la spirale per ora felicemente cavalcata, anzi sarebbe meglio dire “motoscafizzata”, dal Pd, – non viene accusato di reati da Prima e Seconda Repubblica. In questo caso “a processo” è l’esistenza o meno di un interesse pubblico nella scelta del ministro dell’Interno di bloccare la nave Diciotti. Per quanto mi riguarda la risposta è palese e si trova già nella stessa domanda. Come sostiene lo stesso Salvini nella lettera: «La mia vicenda giudiziaria è strettamente legata all’attività di ministro dell’Interno e alla ferma volontà di mantenere gli impegni della campagna elettorale. Avevo detto che avrei contrastato l’immigrazione clandestina e i confini nazionali». E così è stato guardando ai numeri indicati dallo stesso capo degli Interni: nel 2018 ci sono stati meno morti, 23.370 sbarchi contro i 119.369 dell’anno precedente, trend che viene confermato nelle prime settimane del 2019. In gioco però non c’è soltanto il mantenimento delle promesse elettorali scritte, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, nero su bianco su un contratto, controfirmato dai due partiti che compongono il Governo del Cambiamento, ma ben di più. In questo caso, infatti, non viene contestato un comportamento del privato cittadino Matteo Salvini, ma il suo operato da ministro dell’Interno mettendo a giudizio la facoltà di quello stesso ministro, e di qualsiasi altro come lui e dopo di lui, di poter agire, nel caso specifico, per «verificare la possibilità di una equa ripartizione tra i Paesi dell’Ue degli immigrati a bordo della nave Diciotti». Ciò è pienamente legittimo e nell’interesse del Paese, lo capirebbe persino un bambino. C’è allora da chiedersi in una parte della maggioranza quale messaggio arriverebbe all’elettorato e ai Capi di Stato di altri Paesi rispetto alla reale capacità che il Governo del Cambiamento ha o avrebbe di portare avanti e fino in fondo scelte coraggiose, talmente coraggiose da scatenare la levata di scudi, che infatti si sta scatenando contro lo sbilanciamento di equilibri e di interessi stabiliti per tanti malaugurati anni non precisamente nell’interesse della nostra amata Nazione. Come ormai sta diventando chiaro anche a coloro che il Governo del Cambiamento non hanno contribuito a far nascere con il loro voto.