Ammortizzatori sociali, altro record negativo


Male novembre, mentre già si annunciano molto pesanti sia dicembre che gennaio

Non accenna a diminuire l’onda lunga della pandemia da Covid-19. Nonostante le rassicurazioni del ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, che, a più riprese, ha sostenuto che la nostra economia è in ripresa, l’Inps continua a portare a casa, purtroppo, un record negativo dopo l’altro. Nel solo mese di novembre, sono state autorizzate 173,3 milioni di ore di cassa integrazione, in crescita rispetto al precedente mese di ottobre, quando le ore autorizzate si fermarono a 170,8 milioni. Una variazione congiunturale ridotta, l’1,5%, ma comunque molto significativa della tendenza in atto. Novembre, è il caso di ricordare, è stato il mese nel quale una parte del territorio nazionale è diventato zona rossa, con fortissime restrizioni in diversi settori produttivi. Limitazioni che hanno colpite anche le altre aree del Paese, soprattutto nei fine settimana. La cosa più preoccupante, se possibile, è che la cassa integrazione sicuramente è utile per assicurare una copertura al personale dipendente, ma non serve in tutti quei casi nei quali il personale è a tempo determinato. Soprattutto fra la fine di novembre e gennaio, infatti, si registra, di norma, una forte ricorso al lavoro a tempo determinato o al lavoro stagionale nel turismo e nella ristorazione. Tutti posti di lavoro che quest’anno mancheranno all’appello, con tutto quello che ne consegue in termini di reddito per le famiglie.


Assunzioni, è crollo continuo: -35% in otto mesi


Il dato si ferma ad agosto, per cui è destinato a peggiorare a fine anno

Gli ultimi dati Inps rappresentano una vera e propria doccia gelata per il governo che in questi mesi ha molto puntato sulla decontribuzione per favorire le assunzioni. Nei primi otto mesi dell’anno, le assunzioni sono diminuite del 35% e tutto lascia presagire che la tendenza proseguirà in maniera simile ancora per molto tempo. Se la contrazione di aprile (-83%) per molti versi è attesa, pure durante l’estate le assunzioni hanno conosciuto un crollo importante con percentuali vicine al 20% in meno in entrambi i casi. Il blocco dei licenziamenti ha prodotto una contrazione pure sul versante delle cessazioni, fenomeno sul quale ha inciso anche il massiccio ricorso allo smart working, che potrebbe aver convinto molti a non lasciare anticipatamente il posto di lavoro per andare in pensione con quota 100. Calano sensibilmente le trasformazioni a tempo indeterminato da tempo determinato, cosa che non sorprende, mentre è salutato positivamente l’incremento delle conferme dei rapporti di lavoro in apprendistato, con un più 11% su base annua. Resta comunque il dato del ridotto ricorso ad uno strumento che pure dovrebbe segnare la porta di ingresso principale nel mondo del lavoro per i giovani. In legge di bilancio, il governo ha puntato 50 milioni a sostegno del cosiddetto sistema duale, l’apprendistato che passa dalla scuola, invece di quello più utilizzato che passa per il lavoro, soprattutto nell’artigianato.


Reddito di cittadinanza, fra scadenze ed errori


Stop momentaneo per 381mila famiglie. Le decisioni paradossali dell’esecutivo

Il reddito di cittadinanza torna a far parlare di sé. Puntuale come una cambiale di altri tempi, in queste settimane è infatti arrivata a scadenza la prima tranche di autorizzazioni. Il reddito di cittadinanza, infatti, è stato introdotto con il cosiddetto decretone del gennaio del 2019 – provvedimento che conteneva pure Quota 100 – con le prima domande dal 6 marzo successivo e gli assegni da fine aprile. Il reddito di cittadinanza ha una scansione temporale di 18 mesi, per cui fra settembre e ottobre sono andati in scadenza le prime concessioni, quelle peraltro dove si registrò il massimo afflusso, tanto che oggi sappiamo che 381mila famiglie sono già decadute dal beneficio. Se nel frattempo hanno provveduto a presentare una nuova domanda, potranno, attesi i tempi di verifica dell’Inps, percepire una nuova tranche di un anno. Secondo le prime stime, sarebbero poco meno di 300mila le famiglie che hanno nuovamente presentato domanda, ma la questione è destinata a protrarsi nel tempo. Pesa, in questo scenario, la decisione del governo di stoppare a prescindere le cosiddette condizionalità, un vero e proprio paradosso perché ha permesso ad un certo numero di percettori del reddito di cittadinanza di rifiutare le offerte di lavoro arrivate. Si ricorda che il datore di lavoro che intende assumere un percettore del reddito ha diritto ad uno sgravio contributo e a benefici di ordine fiscale.


In sette mesi, spariti quattro lavoratori su dieci


Luglio meno peggio di giugno, ma lo tsunami occupazionale continua

Il dato sicuramente più scioccante, che neanche la timida ripartenza di luglio può far venir meno, è quello relativo al numero di assunzioni in meno nei primi sette mesi dell’anno. Da gennaio, le assunzioni nel nostro Paese sono crollate del 38%. A causa del Covid-19, sicuramente, senza dimenticare, però, che siamo davanti ad un’onda lunga iniziata già prima della dichiarazione dello stato di emergenza. Nel complesso, nei primi sette mesi dell’anno le assunzioni sono state 2,9 milioni, un dato che non deve trarre in inganno, in quanto per l’Inps anche il solo contratto di un giorno è conteggiato. L’effetto Covid-19 si evidenzia soprattutto su aprile, quando il calo è stato dell’83%; anche a luglio, però, il calo rimane molto consistente, in quanto mancano all’appello un contratto su cinque, con un impatto devastante su tutte le tipologie di contratto a tempo determinato. E meno male che finora è stato imposto un blocco ai licenziamenti, perché altrimenti la statistica sarebbe stata devastante anche sotto l’altro profilo. Guardando ai soli mesi di giugno e di luglio, l’Inps, però, prova a instillare un minimo di fiducia, in quanto luglio è stato meno peggio di giugno, con 780mila posizione lavorative in meno rispetto agli 815mila. Il sindacato, intanto, continua a lamentare i ritardi del governo; dopo l’Ugl, anche Cgil, Cisl e Uil si sono resi conto della inconcludenza delle politiche adottate finora.


Inps, lo Spid complica l’accesso ai bonus sul reddito


Distanziamento e smart working rendono complessa l’intera operazione

In attesa di conoscere i dettagli della prossima manovra di bilancio, rispetto alla quale si continua a parlare di assegno unico per i figli, un provvedimento la cui efficacia dipende in larghissima parte dalle risorse che si vorranno dedicare, l’odissea dei mancati pagamenti della cassa integrazione e dei bonus vari, previsti dal Cura Italia in poi, si arricchisce di nuovi capitoli. Con l’approvazione del decreto Agosto, siamo arrivati ad un volume di fuoco mai visto prima nel nostro Paese: si parla, infatti, di cento miliardi di euro, molti dei quali, però, sono rimasti purtroppo sulla carta per la mancata presentazione delle circolari attuative, circa duecento, mentre in altri casi, come, ad esempio, quello relativo al bonus mobilità inspiegabilmente posticipati di quasi nove mesi. Come se non bastasse, da qualche giorno, per accedere ai servizi della pubblica amministrazione, Inps in particolare, è necessario essere in possesso del cosiddetto Spid, vale a dire l’identità digitale. Dalla sera alla mattina, per centinaia di migliaia di cittadini non è stato più possibile verificare il proprio estratto conto previdenziale o accedere alle varie forme di sostegno al reddito. Per poter ottenere lo Spid, occorre seguire una procedura che le nuove regole sul distanziamento e lo smart working rischiano di rendere farraginosa, soprattutto se il cittadino non è in possesso della carta di identità elettronica.


Malattia in calo fra i dipendenti


Sono diversi i fattori che hanno inciso sul dato comunicato dall’Inps

Siamo davanti ad un effetto collaterale del Covid-19, che, peraltro, si è presentato in tanti altri casi, se è vero, come è vero, che in questi mesi sono state rinviate centinaia di migliaia di visite specialistiche o di operazioni, eccezion fatta per gli interventi salva-vita. Fra aprile e giugno, si è registrato, infatti, un crollo verticale (-40,5%) dei certificati di malattia presentati dai lavoratori dipendenti. In valori assoluti, si tratta di un calo da oltre 5,3 milioni a circa 3,2 milioni. Le difficoltà di accesso agli ambulatori dei medici di famiglia hanno contribuito a questo calo, come pure il ricorso allo smart working che ha permesso al dipendente di organizzare il proprio lavoro in modalità differente. Deve aver pesato molto anche il rischio di doversi sottoporre ad un tampone, in presenza di sintomi simili a quelli del Covid-19, aspetto che si lega a quello del possibile sottodimensionamento dei contagi.