La rabbia e le parole


Il Governo fa i suoi annunci, ma tra lavoratori e imprese monta l’esasperazione. Si promettono «semplificazione» e «riforma degli ammortizzatori sociali» ma i fatti tardano ad arrivare

Ora «la semplificazione» burocratica, annuncia il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà. Ora la «riforma degli ammortizzatori», proclama il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo. Come se il problema dei soldi che non arrivano agli italiani e la grande trovata della “cassa integrazione interrotta” contenuta nel Dl Rilancio stesse negli strumenti e non nelle scelte politiche. Il Governo Conte annuncia nuovi provvedimenti, nuove risorse, fa promesse mentre il dl Rilancio non è stato neanche pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Solo illustrato a reti unificate.
Per la cassa integrazione prevista fino al 31 agosto, ad esempio, non vi è copertura sufficiente: sono solo 14 le settimane realmente previste per la gran parte delle aziende e per altre al massimo 18, invece che 27 come dovrebbe essere partendo dal 23 febbraio. In questo modo «un’azienda che ha mandato i lavoratori in cassa integrazione il 23 febbraio può usufruirne solo fino al 31 maggio. Se il 1° giugno non può riaprire oppure se non è in grado di far rientrare immediatamente tutto il personale, si troverà scoperta», ha spiegato in una nota il vice segretario generale dell’UGL, Luca Malcotti. E poi c’è anche il problema delle norme sulla sicurezza per evitare i contagi, gli imprenditori temono che il Covid-19 diventi infortunio sul lavoro. Nel frattempo la rabbia monta e anche i nuovi poveri. Ieri l’Istat ha certificato che nel 2018 ben 16,4 milioni di persone, pari al 27% della popolazione, erano a rischio povertà ed esclusione sociale, numeri in diminuzione, ma ben al di sopra della media europea pari al 21,7%. Dal 2018 ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata, anzi è arrivata una pandemia che stenta ad andarsene via. In Sardegna un commerciante ha distrutto a mazzate il suo negozio, un altro in Sicilia gli ha dato fuoco, entrambi non possono riaprire in queste condizioni. Sono aumentate circa di 1 milione le persone che si rivolgono alle mense della Caritas, nelle città l’aumento è addirittura del 115%, secondo una rilevazione realizzata insieme a Coldiretti. Si moltiplicano le proteste dei negozianti esasperati, le scene di insofferenza tra normali cittadini e nel frattempo non sappiamo ancora quali regole varranno dal 18 maggio. «È evidente che le legittime preoccupazioni di una situazione senza precedenti possano generare anche rabbia. Lo capiamo e per questo il governo è impegnato a sostenere imprese e famiglie, a evitare un aumento delle diseguaglianze, ad aiutare i più deboli», ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, in un’intervista al quotidiano La Repubblica. «Se nei prossimi sessanta giorni la macchina dei sussidi non gira come deve, allora la rabbia sociale può esplodere» ha detto il segretario del Pd Nicola Zingaretti, intervistato da La Stampa. Un invidiabile ottimismo.


Verso il capolinea


Dl Rilancio? Se è Matteo Renzi a lanciare un avviso al Governo Conte. Italia Viva ottiene la maxi sanatoria, ma per il suo leader non basta

Se il risultato più eclatante del dl Rilancio è la maxisanatoria per gli immigrati impiegati in agricoltura, colf e badanti, è chiara la valenza strategica del provvedimento, cioè il nulla. Visto che è il ministro Teresa Bellanova la co-protagonista, insieme al leader del suo partito (Italia Viva) di tale risultato, che per Coldiretti ha «una finalità di carattere politico-partitico» assolutamente non necessaria per le imprese («bisogna attivare i corridoi verdi come hanno fatto in questo periodo il Regno Unito e la Francia»), si potrà a questo punto pensare che il Conte bis possa aver riconquistato “finalmente” una nuova stabilità. Invece no. Non solo all’Italia manca ancora una strategia per la ripartenza, visto che nel Dl ci sono solo risorse distribuite a pioggia e misure tampone insufficienti, ma il Governo rischia anche, nonostante la manovra monstre da 55 miliardi di euro, di non arrivare neanche a Natale. Perché? «Il Piano Shock è per noi il punto chiave anche per capire come lavorare insieme a una maggioranza con la quale abbiamo molti elementi di divisione. Italia Viva ha incontrato il premier Conte e gli ha consegnato il nostro messaggio per il futuro. Nelle prossime ore, capiremo dal Presidente del Consiglio se, sui punti che abbiamo posto, possiamo camminare insieme. Sbloccare i cantieri per evitare la distruzione di altri posti di lavoro è la priorità, per noi», ha scritto oggi nella sua enews Matteo Renzi. E se lo scrive lui – «capiremo nelle prossime ore se con Conte possiamo camminare insieme» – per il premier avvocato c’è davvero da temere. Non basta, sempre Renzi ha scritto: «(Bellanova) ha dimostrato una volta di più di cosa sono capaci le donne e gli uomini di Italia Viva che portano avanti fino in fondo le battaglie in cui credono». Ma cosa vuole Renzi? «Quello che serve davvero adesso è una visione per i prossimi dieci anni. Perché il danno devastante del Coronavirus può essere occasione di rilancio se ci raccontiamo come vogliamo cambiare e dove vogliamo andare, non solo quali mosse fare durante l’emergenza. Serve una politica industriale non solo la cassa integrazione. Serve una visione non solo un sussidio». Certo, ha ragione, ma con incentivi indirizzati all’acquisto di bici e monopattini difficile andare molto lontano. Insomma, premier Conte, uomo avvisato mezzo salvato e Renzi non è persona incline a farlo.


Braccia che dividono


Migranti in agricoltura e non solo, una «maxisanatoria» che divide la maggioranza. Salvini: «Sarebbe devastante», «gli sbarchi in Italia sono quadruplicati se per settimane parli di sanatorie…»

Si aggiorna di ora in ora lo scontro anche mediatico all’interno della maggioranza sulla regolarizzazione dei migranti impiegati in agricoltura, ai quali è scaduto il contratto di lavoro stagionale. Nodo dei nodi che ha quasi portato ad una crisi di Governo, con le dimissioni minacciate dal ministro delle Politiche Agricole (IV), Teresa Bellanova, e a una (ulteriore) frenata del decreto Maggio. Alle 15 Conte si è incontrato con Italia Viva per parlarne, insieme ad altre scottanti questioni come la giustizia e il cosiddetto “piano choc” per far ripartire il Paese. Se Italia Viva parla di «clima sereno» e che non c’è volontà di rottura, certo è che di strappi ce ne sono stati molti. Ieri sera un vertice sul tema è riuscito solo a naufragare. La giornata odierna è stata aperta da un vibrante attacco della Bellanova contro il ministro del Lavoro (M5s), Nunzia Catalfo, – «la sua proposta insulta la dignità delle persone» – che sosteneva l’idea di mandare i migranti in Prefettura per avere il permesso di soggiorno di un mese. Poi a mattinata inoltrata sarebbe stato individuato il punto di mediazione ovvero la riduzione del permesso di soggiorno di 3 mesi e non più 6, com’era nella proposta iniziale portata avanti a testa bassa dal ministro Bellanova, che dalla sua parte ha anche “l’assist” esterno di Papa Francesco. Ma la nuova proposta si sarebbe scontrata con un iniziale “no” della ministra Catalfo, la quale insieme alla stessa Bellanova e ai colleghi dell’Interno e del Sud sta lavorando alla tanto agognata soluzione. Tecnicamente saranno gli uffici legislativi dei ministeri a dover mettere la mediazione nero su bianco, per poi farla arrivare nelle mani dei capi delegazione nel Governo per valutare se inserirla nel decreto maggio che andrà nel cdm di domani. Se è vero che senza il rinnovo dei contratti dei migranti i prodotti agricoli rischiano di marcire nei campi, lo è altrettanto che la misura non andrebbe a interessare solo loro ma quanto meno anche colf e badanti. In questo modo la platea si amplierebbe (circa 600 mila persone) e si aprirebbero le porte ad una maxiregolarizzazione. Conseguenza che attira lo sfavore non solo del leader della Lega, Matteo Salvini, per il quale «la maxisanatoria sarebbe devastante», ma anche del capo politico del M5s, Vito Crimi, («la regolarizzazione dei migranti non è la soluzione per l’agricoltura, questo è un altro tema»), a meno di non essere smentiti nelle prossime ore. Se per il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, è semplice affermare che «la Bellanova pone un tema giusto», per il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ormai si tratta di trovare ogni giorno e con tutti una mediazione, pur di restare in piedi.


In cerca di consenso


Dl “Maggio”: Palazzo Chigi sempre più solo e in cerca di consenso

Mentre a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, concertava in videoconferenza ieri sera con i sindacati e di nuovo oggi con le imprese sulle misure economiche che andranno nel decreto “Aprile” diventato “Maggio” – da varare, si dice, entro la settimana – allargando il dialogo a tutte le sigle, nel frattempo la maggioranza litigava su diversi fronti, compresi quelli oggetto del provvedimento stesso, con una dote da 55 miliardi di euro, ma non solo. La discordia è ormai talmente evidente che le possibilità di una fine del Governo Conte bis dopo la Fase 2 si fanno sempre più reali sotto le spinte, ma sarebbe meglio definirle cannonate, dell’insidiosissimo leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e l’instabile appoggio del M5s. Ben sapendo però che l’orientamento del Colle in caso di caduta del Conte bis – presumibilmente in estate – è di sciogliere le Camere e andare ad elezioni, non di procedere ad nuovo esperimento governativo in laboratorio. Non c’è solo il “caso Bonafede”: sulla regolarizzazione di ben 600 mila lavoratori in nero, tra braccianti, colf e badanti, il ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, oggi ha minacciato le proprie dimissione di fronte all’ondeggiamento del M5s, tra il far finta di nulla e il dichiararsi apertamente contrario, e al mancato ingresso della super sanatoria nel dl Maggio. Già così l’instabilità di Conte sarebbe evidente, ma c’è di più: criticate nel merito e nel metodo sia da Italia Viva sia dal Pd altre misure economiche e loro tempi/modalità di attuazione, intorno alle quali ieri Conte si è confrontato con i sindacati, dalla Cgil all’Ugl, e oggi con le imprese, con Confindustria alquanto critica. Gualtieri, pur sulla carta ministro di peso, sta sullo sfondo. Oggi il segretario di via del Nazzareno, Nicola Zingaretti, è stato chiaro: «I ritardi nell’attuazione e concretizzazione dei provvedimenti già presi sono insopportabili e minano la credibilità dello Stato perché cresce tra le persone la percezione di solitudine». Dunque attenzione a non fare lo stesso errore con il prossimo, che però è già slittato di un mese e si dubita possa essere varato entro la settimana alla luce delle tante discordie. C’è infatti disaccordo sul Reddito di emergenza, sulla volontà del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di ridurre l’orario di lavoro a parità di retribuzione, sull’ingresso dello Stato nel capitale delle società. L’impressione è che Conte abbia voluto ampliare gli interlocutori nella trattativa più per cercare consenso che per amore per il pluralismo. Avrebbe dovuto pensarci prima, molto prima.


Gli spostati


Coronavirus: tanti i consulenti del Governo, altrettanta la confusione

È giusto affidarsi a esperti in momenti di emergenza ma in Italia forse si sta esagerando. L’ultimo manager in ordine di tempo reclutato dal Governo Conte è Vittorio Colao, fortemente voluto dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e messo a capo di una nuova task force, composta da altri 17 esperti, mirata a gestire la riapertura delle attività. Sorvolando sul fatto, non secondario, che appena arrivato ha già scatenato forti diatribe – qualcuno lo voleva ministro, qualcun altro, Conte, ha preferito “posteggiarlo” in una più innocua Commissione invece di metterlo a capo di un organismo – va detto che la nomina è piombata su Conte, ma sarebbe meglio dire su tutti noi e sulle nostre tasche, all’indomani della Conferenza stampa nella quale il presidente del Consiglio ha fatto «nomi e cognomi». Quindi essendo probabilmente il fine un altro, contenere le intemperanze del premier e costringerlo a confrontarsi con la maggioranza prima di prendere una decisione o una iniziativa, c’è il rischio che l’obiettivo dichiarato della Commissione, la ripresa delle attività, non faccia bene “centro” come tutti si aspettano. Troppo sospettosi? Pensiamo allora alla nomina, 20 febbraio corso, del Commissario straordinario per «l’attuazione e il coordinamento dell’opera di contrasto all’emergenza Coronavirus», nella persona del manager Domenico Arcuri, catapultato ad occuparsi degli approvvigionamenti di materiale e di attrezzature sanitarie, un lavoro delicato e immane per il quale ha messo su una squadra di 39 esperti. L’emergenza è davvero tale e c’è tantissimo da fare, talmente tanto che i comuni cittadini, ma a quanto ci risulta anche tanti operatori sanitari e lavoratori in prima linea, non riescono ancora a procurarsi con facilità e senza incorrere in speculazioni del caso delle semplici mascherine, fondamentali per proteggersi dal contagio. C’è da considerare anche un’altra Commissione istituita dal ministro per l’Innovazione per i controlli a distanza dei contagiati, in quarantena, dal Coronavirus, senza dimenticare Protezione Civile, con il suo Comitato tecnico scientifico, e l’Iss. Ogni presidente di Regione si è poi dotato, giustamente, di propri consulenti e ognuno sta fronteggiando la pandemia con misure che non combaciano tra di loro e con le disposizioni del Governo che ha autorizzato l’apertura di poche attività, librerie, cartolerie e negozi di indumenti per bambini, suscitando diverse critiche. Insomma la confusione, invece di diminuire, aumenta mentre nel frattempo altri Paesi europei che sono andati in lockdown dopo di noi stanno già seriamente organizzando la riapertura.


Mes, scontro nella maggioranza tra M5s e Pd


Crimi: «Il Pd mette in discussione la linea del governo»

Sul Mes la linea governativa non è univoca. «L’Italia non farà mai ricorso al Mes: noi Cinquestelle non potremmo mai accettarlo», ha ribadito il capo politico del Movimento 5 stelle, Vito Crimi, al Fatto Quotidiano. Chiarissimo. Gli alleati di governo la pensano diversamente, però. E Crimi non ne fa un mistero: «Mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi» sanitaria. «Accettando il Mes, l’Italia metterebbe un’ipoteca sul suo futuro», ha sottolineato Crimi, ribadendo che «il Mes senza condizionalità non esiste». Dichiarazioni che potrebbero trovare l’appoggio della Lega – il leader leghista Matteo Salvini ha paragonato il Mes ad uno «strozzino» –, ma non quello del Partito democratico (favorevoli al Mes anche Italia viva e Forza Italia): «Non condivido questa ostinazione terminologica», ha replicato il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, interpellato da Repubblica. «Il Fondo salva-Stati ora è un’altra cosa, è una opportunità da cogliere, anche se bisogna continuare a insistere sui coronabond». Pur ammettendo di avere «difficoltà a comprendere la posizione del M5s», che in quanto «membro della maggioranza dovrebbe andare orgoglioso e sostenere questo enorme passo avanti che è stato fatto sul Mes», Marcucci non ha espresso preoccupazioni sulla tenuta della maggioranza.