Trent’anni senza muro


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, o per meglio dire quello che la DDR comunista aveva definito la “barriera di protezione antifascista”. Era stato costruito in piena guerra fredda ed era diventato il simbolo della spartizione dell’Europa e del mondo nelle aree di influenza americana e sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, dividendo in due la capitale della principale potenza sconfitta, la Germania. Non solo, era anche l’emblema della ferocia della dittatura comunista, la prova evidente che, per costringere le persone a non fuggire dal “paradiso” rosso, era necessario fortificare le frontiere e farle controllare da sentinelle armate pronte a sparare. Fossati, mine e cani da guardia. Più che un confine, il muro di una prigione di massima sicurezza. Circa 5mila persone nel corso degli anni riuscirono comunque a scappare, mentre si stima che più di 200 furono uccise tentando l’impresa. Oggi si fa un gran parlare di “imbarbarimento della politica”, facendo finta di non ricordare cosa accadeva nel cuore dell’Europa solo trent’anni fa. Eppure il 9 novembre del 1989, finalmente, il muro venne abbattuto. In modo anche sorprendente, perché gli avvenimenti subirono un’accelerazione che i politici, dell’Est come dell’Ovest, non avevano previsto in tutta la loro portata dirompente. Il blocco sovietico già vacillava, così, a fronte delle proteste spontanee dei cittadini berlinesi, il governo della DDR annunciò, in modo improvviso, che si poteva passare liberamente il confine, forse pensando a un’apertura progressiva e parziale della frontiera. Invece di migliaia di persone scesero in strada, si diressero verso l’odiato muro, alcune armate di piccone, e lo travolsero, andando finalmente ad Ovest, dove magari vivevano parenti e amici non più visti da decenni, in un clima di rivolta pacifica e di festa. Nei giorni seguenti altre parti di muro furono abbattute e meno di un anno dopo avvenne la definitiva riunificazione della Germania. Poi crollò pezzo dopo pezzo l’intero sistema sovietico e qualcuno preannunciò la “fine della storia”, con la definitiva vittoria del modello capitalista americano su quello comunista. Ma la storia, invece, non finì. La Ue si aprì ad Est e la Germania riunificata ne divenne guida, venne la globalizzazione neoliberista, con l’ascesa delle potenze asiatiche, la Russia attraversò una profonda crisi prima di trovare una sua nuova strada, iniziò lo “scontro di civiltà” con la minaccia del terrorismo islamico, la destabilizzazione del Medio Oriente, le crisi migratorie e la nascita di un nuovo modello sovranista, e chissà cosa avverrà dopo. Ma ora, tornando con la mente a Berlino, ricordiamo quel giorno come una data importante, un giorno di festa per la Germania e per l’Europa, la fine di un incubo che incombeva su tutto il mondo, al di qua come al di là della cortina di ferro.


Un nuovo traguardo


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La Meta Serale, il quotidiano dell’Ugl “per leggere il mondo da un’altra prospettiva”, oggi compie tre anni

Ed eccoci arrivati a festeggiare il terzo compleanno della Meta Serale. La creazione del giornale è stata una scommessa per l’Ugl, oltre che da un punto di vista organizzativo, anche e soprattutto da quello metodologico. Abbiamo, infatti, deciso di cambiare prospettiva, dando vita non alla “solita” rivista sindacale, incentrata su tematiche sostanzialmente interne, ma ad un vero e proprio quotidiano che si occupasse di quanto accade ogni giorno in Italia e nel mondo, così offrendo ai nostri lettori una panoramica generale sui principali avvenimenti, ma dal punto di vista del sindacato, ovvero interpretati alla luce della nostra visione specifica improntata sui valori del sindacalismo nazionale. Anche perché, diciamolo, si tratta di un punto di vista che difficilmente coincide con quello della maggior parte dei media e quindi abbiamo avvertito l’esigenza di far sentire con maggior forza la nostra voce. La scommessa non era così semplice da vincere, eppure eccoci qua, a celebrare il terzo anno di vita del quotidiano. In questo periodo sono accaduti molti fatti significativi, sia a livello nazionale che internazionale, tanto che il mondo d’oggi è diversissimo rispetto a quello di tre anni fa e l’attuale situazione era allora pressoché inimmaginabile. E ciò contribuisce a farci ritenere vinta questa scommessa: è stato particolarmente importante, infatti, essere presenti, dire la nostra, esprimere la voce fuori dal coro dell’Ugl, partecipare al cambiamento. Ma se questa è la sintesi del passato, al nostro quotidiano, al sindacato e a tutti noi non mancano le sfide da vincere nel futuro. Viviamo una fase di transizione ancora in corso, ancora è incerto l’esito del confronto a livello mondiale tra l’ondata globalista, partita dopo il crollo del muro di Berlino, di cui in questi giorni ricorre il trentennale, ingrossatasi a cavallo del nuovo millennio e ancora forte dopo lo tsunami della crisi finanziaria del 2008, e l’argine sovranista, che con varie declinazioni sta cercando in tutto il mondo occidentale di offrire risposte diverse ai problemi culturali, politici, economici e sociali, finora irrisolti, posti dalla mondializzazione. In questo grande scenario la Meta Serale continuerà a dare il proprio contributo, offrendo ai nostri iscritti, ai simpatizzanti che con noi condividono i valori della sovranità nazionale e della giustizia sociale e a tutti i nostri lettori, la propria visione, la propria interpretazione dei fatti.

Ieri, oggi, domani

Quando il 7 novembre 2017 usciva il primo numero della Meta Serale il globalismo dell’austerità sociale era ideologia dominante e il sovranismo, invece, marginale. Da allora molte cose sono cambiate, e ora attendiamo di scoprire cosa accadrà nel prossimo futuro. La nostra intenzione è quella di offrire, anche attraverso il giornale, il nostro contributo per un cambiamento positivo, nel segno di una maggiore attenzione al sociale, di politiche espansive, incentrate sulla ripresa economica e occupazionale e attente alla salvaguardia dell’identità, della sicurezza e del benessere nazionale.


Roma vuole voltare pagina


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Non è solo la più grande metropoli italiana, con i suoi tre milioni di abitanti, praticamente un italiano su venti è suo cittadino, senza considerare l’hinterland, ma è anche un simbolo, capitale dello Stato, sede delle Istituzioni, centro della Cristianità, con una storia pressoché unica, fondatrice di una civiltà che rappresenta uno dei maggiori pilastri della cultura occidentale. Roma. Eppure negli ultimi anni è nota più che altro per disagi e disservizi, per una sensazione crescente di insicurezza e declino, dalle strade dissestate alla raccolta dei rifiuti, dall’insoddisfacente sistema di trasporti ai frequenti casi di violenza, in sintesi, per una qualità della vita in continuo peggioramento. Tanto che molte aziende, che prima di Roma facevano naturale punto di riferimento per le proprie attività in Italia, hanno portato altrove le proprie sedi principali. Al punto che il triste fenomeno dell’emigrazione giovanile, alla ricerca di una prospettiva di vita migliore, non riguarda più solo il Meridione, ma si è diffuso anche tra i ragazzi romani. Una situazione intollerabile. Roma ha bisogno di aiuto, e con urgenza. Certo non sarà tutta colpa della Raggi, ma quel che è certo è che l’amministrazione da lei guidata non solo non è riuscita a risolvere la situazione, ma l’ha anzi ulteriormente peggiorata e i cittadini romani sono sempre più sconfortati. Le ultime rilevazioni statistiche – realizzate da Tecnè per l’Agenzia Dire e presentate ieri al Senato – lo confermano: otto cittadini romani su dieci bocciano una giunta considerata incapace di gestire una città complessa come la Capitale. Se si votasse domani, Virginia Raggi non arriverebbe al 10% dei consensi. Non solo una perdita di fiducia verso la persona del sindaco, ma anche nei confronti della formazione di cui è espressione. Anche cambiando candidato, ad esempio puntando su un’icona grillina come Alessandro Di Battista, il M5S sarebbe fuori dai giochi e ad un eventuale ballottaggio passerebbero Centrodestra e Centrosinistra. Ma i romani, oltre ad aver chiaro cosa non vogliono più, saprebbero anche con altrettanta convinzione a chi rivolgersi. Infatti nello scontro fra una coalizione di destra, che il sondaggio immagina a sostegno di Giorgia Meloni candidata sindaco, e una sinistra riunita attorno al nome di Carlo Calenda, non ci sarebbe partita, con la prima in vantaggio di circa dieci punti rispetto al secondo. Dopo l’infatuazione per i pentastellati, naufragata nel fallimento targato Raggi, ancora profondamente delusa dalla sinistra, Roma adesso guarda a destra. Anche in Campidoglio però, come dalle parti di Palazzo Chigi, si fa finta di non vedere e non sentire, andando avanti anche a dispetto della volontà popolare. Ma Roma, come l’Italia intera, ha bisogno di cambiare e non può più permettersi di perdere tempo.


Ultima chiamata per il Sud


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il nuovo rapporto Svimez mostra dati sconfortanti sulla situazione del Mezzogiorno e non solo: come emerge dallo stesso rapporto, il divario che separa il Sud dal resto dell’Italia alla lunga ha prodotto conseguenze negative per l’intero Paese, come era purtroppo prevedibile. Ecco quindi la fotografia di un doppio divario: quello del Sud rispetto al Centro-Nord e quello dell’Italia intera rispetto al resto d’Europa. In una situazione generale di rallentamento dell’economia, che coinvolge tutto il Continente, l’Italia è in affanno e, all’interno del Paese, il Sud in particolare. E così il nostro diventa l’unico Stato Ue, assieme alla Grecia, a non essere tornato ai livelli pre-crisi. Le difficoltà del Mezzogiorno sono riassunte in una serie di valori negativi sia sul piano economico che su quello sociale. Per il Sud nel 2019 si prevede un calo del Pil dello 0,2% e quindi la recessione. I consumi ristagnano: nel decennio della crisi, dal 2008 al 2018, hanno subito una contrazione pari al -9%. Sul fronte del lavoro si riscontra un gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord di 3 milioni di posti di lavoro, con anche l’aumento della precarietà. E se il RdC ha offerto un sostegno economico ai disoccupati, li ha però ancor più allontanati dal mercato del lavoro. Crescono gli investimenti in costruzioni, ma non quelli delle imprese in macchinari e attrezzature, segno della mancanza di fiducia nel futuro. Poche le risorse pubbliche, deboli le politiche industriali. La vera emergenza, però, è quella sociale, come dimostra la drammatica crisi demografica in atto. In quindici anni oltre 2 milioni di cittadini del Sud – specie i giovani, specie quelli più qualificati – sono andati via e l’arrivo di stranieri regolari non ha compensato il saldo, che è negativo per 852 mila unità. Accanto alle partenze non compensate dagli arrivi, anche un calo delle nascite, con il risultato dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione. Questi alcuni dei punti salienti del rapporto, che ha affrontato anche altri argomenti importantissimi, come il divario in termini di servizi pubblici, le “infrastrutture sociali”, e quindi di diritti di cittadinanza: sicurezza, istruzione, salute. Basti pensare all’emigrazione ospedaliera che porta molti cittadini meridionali a farsi curare nelle strutture del Centro-Nord. Il presidente del Consiglio Conte ha voluto lanciare un segnale, primo Premier presente ad una presentazione del rapporto annuale, dicendo che un piano per il Sud sarà presentato entro fine anno, ma le politiche economiche messe in campo finora dal governo non lasciano ben sperare: nella manovra economica il Sud non c’è. Bisogna, invece, fare presto e adottare soluzioni energiche ed efficaci: Svimez ha parlato di un’ultima chiamata, di un’ultima occasione per invertire la tendenza prima che il gap diventi irreversibile.


Un omaggio e un impegno per il futuro


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

In questo fine settimana dedicato alle celebrazioni in memoria dei defunti, vogliamo ricordare ancora una volta su La Meta Serale, quotidiano del nostro sindacato, le vittime del lavoro in Italia. Non ci stancheremo mai di puntare i riflettori su questa tragedia silenziosa, almeno finché la serie degli incidenti non inizierà a diminuire sensibilmente. Per questo, anche negli scorsi giorni, abbiamo riproposto la nostra iniziativa “lavorare per vivere”. Ad Arezzo, con 81 sagome in ricordo delle persone che hanno perso sul lavoro in Toscana nel corso del 2018, con proprio la città di Arezzo ai vertici delle classifiche nazionali per numero di morti bianche, e poi a Latina, con 92 sagome installate a rappresentare le vittime del lavoro nella Regione Lazio, sempre nel 2018. Nel complesso lo scorso anno abbiamo contato 1.133 i decessi sui posti di lavoro, 104 in più rispetto al 2017. E già nel corso del 2019 contiamo più di 700 incidenti mortali. L’obiettivo al quale aspiriamo, mediante l’uso della rappresentazione offerta dalle sagome, è quello di avvicinare l’opinione pubblica, i lavoratori, i datori di lavoro, i mass-media, i decisori politici a un problema che forse le “fredde” statistiche che vengono proposte solitamente non sono in grado di raffigurare in tutta la sua drammaticità. Facendo in modo che ognuno possa vedere con i propri occhi, osservando le nostre silhouette di cartone, quanto sia alto il numero delle persone che oggi non ci sono più a causa di incidenti sul lavoro, con le sagome che riempiono le piazze, speriamo, invece, di riuscire sensibilizzare in modo più profondo le persone su questo importantissimo tema. Come le feste di novembre della nostra tradizione rappresentano in un certo qual modo un passaggio di consegne fra i morti e i vivi e il legame fra le generazioni, mescolando la memoria del passato e la speranza per il domani, così, anche sulla questione della salute e della sicurezza sul lavoro, riteniamo che ricordare adeguatamente le vittime significa non solo rendere doverosamente omaggio a chi non c’è più, ma anche cercare di fare in modo che nel futuro le cose possano migliorare e che si riducano il più possibile le morti sul lavoro. Anche e soprattutto investendo sulle prossime generazioni di lavoratori e imprenditori. Per questo, accanto alla richiesta di buone leggi su salute e sicurezza, maggiori e più efficaci controlli e formazione per chi già è in attività, al centro della nostra proposta c’è l’inserimento in tutte le scuole superiori di una specifica materia d’insegnamento dedicata alla salute e alla sicurezza sul lavoro. In questo modo la cultura della sicurezza diverrebbe parte integrante del percorso educativo degli studenti e le nuove generazioni potrebbero crescere con una maggiore consapevolezza, da traghettare poi nel mondo del lavoro, per un futuro migliore.


Whirlpool: un problema solo rimandato


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La notizia di ieri, la decisione presa dalla multinazionale Whirlpool di bloccare la cessione del sito di Napoli, non può che rallegrarci e farci tirare un sospiro di sollievo per la sorte dell’azienda e soprattutto dei dipendenti, più di 400, ai quali occorre aggiungere quelli dell’indotto. Ma, occorre dirlo, la questione è seria e non può essere liquidata in modo semplicistico. Vinta – grazie alla tenacia dei lavoratori – questa prima battaglia, ora, attraverso una trattativa che si preannuncia molto complessa, bisogna anche riuscire a vincere la guerra, ovvero garantire un futuro solido al sito produttivo. Dal canto suo Whirlpool è stata piuttosto chiara: se da un lato l’azienda ha preso la decisione di non interrompere subito la produzione e quindi non avviare la procedura di licenziamento collettivo, per “rilanciare un dialogo costruttivo”, d’altra parte ha ribadito che “va cercata una soluzione condivisa, a fronte di una situazione di mercato che rende insostenibile il sito”. Quindi, nonostante i toni trionfalistici di Patuanelli e del governo, il problema non è stato affatto risolto, ma solo rimandato al prossimo marzo, quando l’azienda comunque lascerà il sito, come ben sanno dipendenti e rappresentanti sindacali, che, infatti, non hanno revocato lo sciopero che oggi ha portato per le strade di Napoli migliaia di persone a protestare per il diritto al lavoro. La vicenda Whirlpool, al di là del singolo caso, sebbene importante, è emblematica perché rappresenta la situazione economica generale. Le vertenze irrisolte sono infatti centinaia e l’esecutivo dovrebbe affrontarle con un’assertività e una lungimiranza che al momento facciamo fatica a riscontrare. Occorre un progetto solido per interrompere il processo di deindustrializzazione in atto nel Paese, che attanaglia in particolare il Mezzogiorno. Un progetto fatto di politiche infrastrutturali ed energetiche, che incentivi le aziende ad investire ed a restare, un progetto che contempli soluzioni innovative e coraggiose volte a semplificare la burocrazia e alleggerire la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese, altrimenti, in un mondo globalizzato, non si riuscirà ad interrompere il processo costante delle delocalizzazioni. Insomma, non basta cercare di rattoppare una diga pronta a crollare di fronte all’alluvione incombente. L’impressione, invece, è che al momento non si riesca ad andare oltre schemi sorpassati: qualche sussidio per tamponare qua e là, per dilazionare un declino che non si riesce o non si vuole affrontare e che non si potrà certamente invertire attraverso le misure deboli messe in atto dal governo, che raschiano il fondo del barile con balzelli volti a racimolare le ultime risorse degli italiani, senza invece realizzare quel cambio di passo significativo, vigoroso, radicale, ormai necessario e non più rinviabile.