L’Italia e il ruolo che le spetta

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Il viaggio odierno del presidente del Consiglio, Mario Draghi, in Libia apre importanti prospettive. L’Italia sta dimostrando, quanto meno l’intenzione, di voler ricoprire un ruolo strategico in Europa e nel mondo, mirato anche, ma non solo, alla difesa dei propri interessi. Un ruolo che le spetta di diritto e per ragioni storiche. È strategico che il premier italiano abbia assunto per conto dell’UE, in accordo con la presidente Ursula von der Leyen, quindi con la Commissione europea, il compito di condurre intensi colloqui con le big pharma produttrici di vaccini, al fine di garantire il rispetto degli accordi sottoscritti, lo è altrettanto che il primo viaggio internazionale di un premier italiano sia stato organizzato in Libia, nel sud del Mediterraneo. Draghi è in queste ore a colloquio con il Governo libico di transizione – che deve portare il Paese a elezioni il 24 dicembre 2021 – guidato dal nuovo premier Abdul Hamid Dbeibeh, sostenuto dall’Onu, con l’obiettivo di arrivare ad un memorandum di intesa, che avrà importanti ricadute sul piano geopolitico, non solo economico. Accordi fondamentali, per aspetti diversi, sia per la Libia sia l’Italia. La Libia si trova ora al centro dell’attenzione e delle mire espansionistiche di Turchia e Russia, anzi rappresenta la piattaforma per il loro espansionismo sul Mediterraneo, mirato ad indebolire l’Europa, ma anche di Emirati, Egitto, Qatar e sul fronte europeo, affatto unito, di Francia, Germania, Grecia, Malta. La Libia non ha ancora ritrovato la necessaria unità, ma dopo anni di guerra, nei quali l’Italia ha sempre tenuto aperta l’ambasciata, ha bisogno di rinascere a nuova vita. Il progetto più importante che il nostro Paese è chiamato a realizzare, attraverso un consorzio di aziende private e pubbliche, è la ricostruzione in dieci mesi dell’aeroporto internazionale di Tripoli, circa 80 milioni di euro. Così come il ripristino delle infrastrutture per l’erogazione di elettricità e acqua. Nonché una collaborazione in ambito sanitario per il contrasto al Covid-19 e la realizzazione di una promessa fatta nel 2008 dall’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al Generale Gheddafi: l’autostrada costiera. Quasi duemila chilometri, tra il confine egiziano e quello tunisino, pari a ben 5 miliardi di dollari di investimento. In ballo c’è anche la cooperazione sul controllo del traffico dei migranti. Senza dimenticare le centinaia di piccole e medie aziende italiane che attendono pagamenti e di poter tornare a fare affari in Libia. Quasi inutile sottolineare a questo punto quanto sia importante per l’Italia, che oggi ha certificato la perdita di 1 milione di posti di lavoro in un anno, un suo rilancio ad ampio raggio nello scenario europeo e internazionale.

Le prime parole di Draghi
Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha parlato di un «legame storico per i due Paesi» nel corso della conferenza stampa per la sua prima visita ufficiale all’estero a Tripoli. «Voglio notare che è un momento unico per la Libia. Il governo è stato riconosciuto e legittimato dal Parlamento ed è un governo che sta procedendo alla riconciliazione nazionale: in questo senso il momento è unico nel ricostruire quella che è stata un’antica amicizia e una vicinanza che non ha mai conosciuto pause».

Rider: i confronti facciamoli come si deve

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Con lo slogan #iorestoautonomo i ciclofattorini dell’UGL Rider oggi sono scesi in piazza, in particolare a Roma a Montecitorio e con il sostegno di tutta la Confederazione, per affermare sia il sacrosanto diritto di difendere la peculiarità del loro lavoro, fondamentalmente autonomo, sia di scegliere il migliore strumento contrattuale a loro disposizione. Nonostante l’UGL abbia, poco meno di una settimana fa, sottoscritto alla presenza del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, insieme ad Assodelivery – l’associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery nel quale operano 30 mila addetti – lo stesso protocollo firmato da Cgil, Cisl e Uil “contro il caporalato, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento lavorativo nel settore del food”, il quale nulla aggiunge e nulla toglie al ccnl Rider UGL-Assodelivery, perché in esso erano già sancite delle linee di contrasto al fenomeno, si continua a protestare, come venerdì scorso, in ambienti di sinistra e vicini alla rete dei centri sociali, sostenendo che i ciclofattorini sono senza tutele. Il che non è vero – almeno da quando il 15 settembre 2020 Ugl e Assodelivery hanno firmato il contratto ad hoc – e a demonizzare uno strumento innovativo, studiato per difendere sia i diritti e gli interessi dei ciclofattorini, fino ad allora non fissati in un contratto, sia per rispondere alle esigenze delle imprese del food delivery. Oltre a vili attacchi alle nostre sedi territoriali, che non ci hanno fermato né ci fermeranno, sono state raccontate molte falsità intorno al ccnl UGL-Assodelivery ed è stato esaltato come unico strumento di garanzia il contratto ipotizzato dalle altre sigle sindacali, che rende i rider lavoratori dipendenti. Bisogna sapere che però sono solo 15 mila su un totale di 100 mila lavoratori, che svolgono attività per conto delle piattaforme digitali, a fare delle consegne la loro principale fonte di reddito. Inoltre, la maggior parte di essi lavorano per diverse piattaforme, avendo di conseguenza interesse a restare autonomi. In più il ccnl UGL-Assodelivery stabilisce un compenso minimo di 10 euro lordi per ogni ora lavorata e in caso di maltempo, lavoro notturno e festività prevede indennità integrative crescenti. C’è anche un sistema premiale, con ulteriori 600 euro ogni 2000 consegne. Invece, il modello proposto dalle altre sigle sindacali e Just Eat con 10 ore settimanali di lavoro non frutterà come importo netto mensile più di 250 euro.
A questo punto, in un mondo del lavoro che sta vivendo una radicale trasformazione, per un’organizzazione sindacale la domanda da farsi è: i sindacati esistono per difendere al meglio il lavoro e i lavoratori o esistono per difendere, a prescindere, strumenti e modelli che non sono più al passo con i tempi e con le reali esigenze dei lavoratori e delle imprese?

Se la rivoluzione della PA parte da Sud

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Nelle legittime polemiche interne alla maggioranza di Governo in merito al piano vaccinazioni e alle chiusure/riaperture, si è persa l’importanza di una notizia che in altri tempi e contesti avrebbe attirato ben altra attenzione. Uno dei tanti segnali di quello stato di “abbandono” nel quale il Mezzogiorno si trova ormai da troppo tempo. Ma ora è il momento per cambiare passo. Il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, e la ministra per il Sud, Mara Carfagna, hanno illustrato le linee guida della prima selezione, pronta a partire, di 2.800 tecnici per il Mezzogiorno e che poi si potrà replicare su tutto il territorio nazionale. Dunque il Sud sarà non solo protagonista di una importante tornata di nuove assunzioni, ma capofila di un metodo che, come spiegato dallo stesso ministro, qualora funzionasse sarebbe applicato per tutte le procedure di assunzione nella Pa, «a cominciare da quelle legate ai progetti del Recovery Plan», ha sottolineato Brunetta.
È quindi dal Mezzogiorno che partirà una rivoluzione digitale che ha l’obiettivo altrettanto importante di assumere, in una terra con scarse opportunità, a tempo determinato, massimo 36 mesi, in cento giorni 2.800 professionisti “high skill” (cioè altamente specializzati) per le amministrazioni del Sud. Ci siamo: nei primi giorni di aprile, il 1° o il 2 avverrà la pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale e si avranno 15 giorni di tempo per candidarsi. Cinque i profili tecnici richiesti: tecnici ingegneristici, esperti gestione/rendicontazione/controllo, project manager del territorio, amministrativi giuridici e project data analyst.
Rivoluzionaria anche la procedura, visto che stiamo parlando di un concorso digitale, quindi con pc e senza carta e penna, e «fast track», cioè veloce. I test, a risposta multipla, non dureranno sei ore, ma soltanto una. Non saranno più centralizzati, ma territoriali. Le graduatorie non saranno a scorrimento e a durata pluriennale. La prima selezione avverrà per titoli, poi un’unica prova digitale e differenziata per i cinque profili, effettuata in più sedi decentrate, assunzioni più veloci. Una prima graduatoria degli idonei sulla base dei titoli sarà pronta per maggio. La prova scritta si svolgerà a giugno. Tutte le procedure dovranno concludersi entro il mese di luglio, con la pubblicazione delle graduatorie di vincitori e idonei e le assunzioni del personale.
Queste, a grandi linee, le intenzioni annunciate dal Governo e quindi non resta che augurare e augurarci che vada davvero a buon fine l’avvio dal Mezzogiorno, non più terra dimenticata, della rivoluzione digitale della e nella Pubblica Amministrazione. Un salto tecnologico che tutto il Paese, dalle imprese ai lavoratori, passando ai cittadini, non ha quasi più il coraggio e l’ambire di aspettarsi. Ma che l’Ugl non ha mai smesso di chiedere.

SPECIALE DL SOSTEGNI – Riprende il cammino

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Il decreto-legge Sostegni contiene delle misure fortemente richieste dalle organizzazioni sindacali in queste settimane

Il decreto-legge Sostegni, sintetizzato nei suoi punti salienti nelle pagine che seguono, rappresenta la prima vera discesa in campo del nuovo governo presieduto da Mario Draghi e che poggia su una compagine molto più ampia rispetto alla precedente esperienza dell’esecutivo Conte. Un provvedimento che, per molti versi, si innesta nel percorso avviato con il Cura Italia del marzo dello scorso anno, ma che, per molti altri versi, rappresenta un punto di cesura dal quale ripartire con maggiore forza e vigore. Neanche da Draghi si può infatti pretendere l’intervento risolutore, quello capace di stravolgere in un istante il corso della partita. Draghi, come nel suo stile, ha assicurato che avrebbe fatto il massimo possibile, ma, proprio per questo, necessita del tempo che serve. Tutti vorrebbero maggiori ristori per le imprese, commisurati alla perdita di fatturato, ma servirebbero risorse almeno doppie rispetto a quelle già stanziate dal marzo dello scorso anno in poi. La vera discontinuità è sul versante dei vaccini, per l’acquisto dei quali sono state stanziate risorse importanti. Del resto, Draghi lo aveva detto a chiare lettere: la priorità è quella di vaccinare le persone, dalle più fragili ai lavoratori e alle lavoratrici, passando per tutte le fasce di età e tutte le categorie. Senza mettere in sicurezza il lavoro, si rischia di dover continuare a finanziare gli ammortizzatori sociali e i vari bonus ogni tre mesi, come è successo finora. Passate queste prime settimane, ci aspettiamo quindi che, finalmente, fra le istituzioni e i cittadini si rafforzi la necessaria fiducia, senza la quale non sarà impossibile rimettere in piedi il nostro Paese, come tutti auspichiamo.

La crisi del settore Giochi grava sulle casse dello Stato

di Riccardo Pedrizzi
già Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato

Questa pandemia sta gettando nel disastro migliaia di imprese di tutte le dimensioni e di ogni settore merceologico. Ce ne è uno però – quello dei giochi – che, oltre a subire direttamente gli effetti della crisi, sta producendo gravi danni allo Stato e, quindi, indirettamente a tutta la comunità nazionale di conseguenza a tutti noi. E non sempre la politica sembra rendersene conto, come dimostra l’ultimo provvedimento, il Decreto “Sostegni” che lo ha del tutto ignorato.
Dopo oltre 250 giorni di chiusura totale se si vuole evitare il collasso di questo settore del gioco che partecipa alla creazione della ricchezza nazionale per oltre il 2%, lo Stato dovrà intervenire sia con provvedimenti d’urgenza immediatamente, sia con misure a medio termine. I primi per supportare finanziariamente la pressoché totale mancanza di liquidità; le seconde, per accompagnare le imprese all’uscita dalla crisi in un percorso di recupero, non potendo farcela da sole.

I provvedimenti di emergenza
Ed allora, da un punto di vista finanziario, in questa drammatica situazione, appare opportuno rinviare gli imminenti versamenti delle imposte, cosi come previsto per tutti gli altri settori economici. Il Decreto Legge 30 novembre 2020 n. 157, con la legge di conversione del 18 dicembre 2020, n. 176, infatti, ha prorogato il versamento del saldo del Preu (si tratta del prelievo da parte dello Stato effettuato su tutte le giocate) e del canone concessorio del quinto bimestre 2020, prevedendone il versamento: quanto al 20 per cento del dovuto entro il 18 dicembre 2020, versamento già effettuato; quanto alla restante quota, pari all’80 per cento, in 6 rate mensili di pari importo. La prima rata è stata versata entro il 22 gennaio 2021, la seconda il 28 febbraio e le successive dovranno essere versate entro l’ultimo giorno di ciascun mese.
Il rispetto delle suddette scadenze, nell’attuale drammatico contesto, sta mettendo in gravissime difficoltà tutti gli operatori del settore che non hanno incassato alcunché a causa delle chiusure totali delle attività.
E’ pertanto di vitale importanza spostare in avanti i suddetti pagamenti, successivamente alla ripresa delle attività di raccolta, onde consentire ai concessionari ed alle loro filiere di essere in grado prima di incassare e poi di adempiere alle proprie obbligazioni nei confronti dello Stato.
Non si comprende infatti perché il Decreto “Sostegni”, che sembrava lo strumento idoneo per tale proroga non sia stato utilizzato per questo mero slittamento dei termini che sarebbe avvenuto nel corso dello stesso esercizio finanziario.
Ancora una volta, probabilmente, il buon senso ha dovuto cedere il passo a pregiudiziali di carattere ideologico.
Le misure a medio termine, che ho definito di accompagnamento, dovranno servire a colmare il buco che si è creato nei bilanci delle aziende. E’ essenziale prevedere ristori che vadano a riequilibrare i bilanci del 2020 chiusi in forte perdita ed approntare liquidità anche per il periodo delle ulteriori probabili chiusure che saranno previste. Solo in questo modo si riuscirà a dare un concreto sostegno alle imprese nella copertura almeno dei costi fissi.
Inoltre, proprio perché si possa già affrontare la fase di uscita dalla crisi, dopo la straordinaria emergenza epidemiologica, e nell’impossibilità di prevedere il quadro macro-economico nel quale ci si andrà a muovere e, tanto meno, di ipotizzare quale dovrà essere l’equilibrio finanziario in base al quale partecipare alle gare per le varie concessioni, i termini di scadenza del prossimo giugno e del marzo 2022, dovrebbero essere prorogati, come richiesto dallo stesso Direttore dell’Agenzia Minenna, prevedendo anche che gli oneri concessori siano dovuti dagli affidatari delle concessioni in proporzione alle perdite subite.
Infine, poiché dal primo gennaio 2021, il Preu sulle AWP e sulle VLT è stato ancora una volta aumentato, sarebbe auspicabile che tale aumento venga bloccato ed, anzi, si possa prevedere che queste nuove aliquote, già eccessive, possano essere riviste proprio per consentire il recupero delle perdite.
Ma vediamo di cosa stiamo parlando. Si tratta di un settore costituto da: 263.00 apparecchi AWP (1), che fanno capo a 5.000 aziende di gestione ed occupano 150.000 addetti, con 11 concessionari (2) e 63.000 esercenti; da 16.744 punti vendita per Scommesse Sportive ed Ippiche, con 223 concessionari; da 58.000 apparecchi VLT (3), distribuite in 4.900 Sale, con 11 concessionari; dalle Lotterie Istantanee (Gratta e Vinci) con 58.790 pubblici esercizi ed un concessionario (4); dai Giochi Online che fanno capo a 109 concessionari; dai 34.538 pubblici esercizi, con 2 concessionari, che gestiscono Giochi Numerici a Totalizzatore (5) e Lotto (6).
I rischi di chiusura definitiva dunque li corrono principalmente piccole imprese familiari di gestione di agenzie di scommesse, esercizi pubblici e potrebbero riguardare centinaia di sale scommesse, di sale giochi e migliaia di bar e tabaccherie, interessando solo in questo ultimo segmento della filiera almeno 30.000 addetti.
A questo pezzo di settore si aggiunge tutto il comparto dei Concessionari sul quale si è abbattuto, come ha rilevato giustamente il Direttore Generale delle Dogane e dei Monopoli: «l’emergenza epidemiologica e il blocco totale della raccolta del gioco pubblico che ha comportato nel periodo da marzo e fino alla fine di giugno e dal mese di ottobre a gennaio 2021 un impatto profondo non solo sulle entrate erariali derivanti dal gioco ma anche sugli stessi bilanci dei concessionari di Stato con effetti ancora totalmente da individuare sul quadro economico complessivo e sullo stesso equilibrio delle concessioni».
La crisi ha, dunque, effetti “diretti” sulle imprese e sui dipendenti dei Concessionari ed “indiretti” sui conti dello Stato, perché si tratta in questo caso di un segmento della filiera che funge da player e da motore dell’intero settore, svolgendo, oltre il ruolo di sostituto d’imposta nell’interesse dello Stato, anche quello di garante della legalità, della trasparenza e della regolarità di tutto il processo del gioco (si pensi, ad esempio al collegamento delle varie “macchinette” alla Sogei).
Il cittadino italiano ha una particolare propensione al gioco, per cui davanti alle restrizioni per Covid ha continuato a giocare, indirizzandosi verso il gioco illegale ed in particolare verso le piattaforme che vengono intercettate dall’Agenzia dei Monopoli e Dogane e dalla Guardia di Finanza, l’impegno perciò è quello di riportare nell’ambito del gioco legale queste attività, come dimostrano le brillanti operazioni portate a termine dal benemerito corpo di polizia finanziaria.
In questa direzione di marcia bisogna continuare se si vuole perseguire con efficacia l’obiettivo principale delle forze dell’ordine, G.d.F.,Polizia di Stato e Carabinieri, che oltre al contrasto alla criminalità, è anche quello di tutelare tutti gli attori della filiera regolare e legale del gioco dalla concorrenza sleale di operatori abusivi e i giocatori da proposte di gioco illegali, insicure e prive di alcuna garanzia, salvaguardando le fasce più deboli, prime fra tutte i minori, la salute del cittadino consumatore ed, in genere, l’ordine pubblico.
Dunque come si vede stiamo parlando di un settore che ha questi numeri:
Raccolta del gioco è passato dai 47,5 miliardi del 2008 a 110,5 miliardi del 2019 (nda.giro d’affari NON spesa dei giocatori).
Il gettito allo Stato è passato dai 14,5 miliardi del 2018 ai 15,5 del 2019 e si è drasticamente ridotto a 9,8 miliardi nel 2020 cioè meno 5,7 miliardi rispetto al 2019
Il gioco fisico si è drasticamente ridotto a causa delle chiusure pandemiche da 74,1 miliardi del 2019 ai 39 miliardi del 2020 (-35,1).
Questo significa che buona parte di tutto quello che manca nel gioco fisico è finito nel gioco illegale e quindi nelle mani della criminalità, attirata dalla prospettiva di guadagno, di grande guadagno.
Per comprendere bene di quale quantità di gioco stiamo parlando, si pensi che il Procuratore Nazionale Antimafia stima che il gioco illegale potrebbe valere circa 20 miliardi di Euro cioè il 20% di quello legale e ciò è confermato dall’incremento delle segnalazioni, da parte solo dai prestatori di servizi di gioco, di operazioni sospette che sono passate dalle 2.600 del 2017 alle 5.067 del 2018, alle 6.470 del 2019 ed alle 5.772 del 2020, nonostante la chiusura totale.
Si tratta, per giunta, anche di un settore estremamente complesso per le sue implicazioni normative che sono andate sovrapponendosi nel corso degli anni; per i differenti regolamenti e trattamenti da parte dello Stato, delle regioni ed enti locali (addirittura cambiano le regole tra comuni limitrofi nell’ambito della stessa regione); per il sovrapporsi di competenze tra il Ministero degli interni (per la salvaguardia dell’ordine pubblico ed il contrasto ai reati di usura, riciclaggio, evasione fiscale, ecc. ecc.), Ministero della salute (per la tutela della salute del cittadino consumatore) e dell’Economia (per il gettito che assicura allo Stato), tanto per citarne solo alcuni.
E parliamo perciò di un settore che richiede lo studio di leggi, provvedimenti, di indagini merciologiche, di ricerche come quelle del Censis e dell’Eurispes, di documenti come quello dell’Istituto Superiore della Sanità; di indagini come quella della DDA, della G.d.F.; dell’ISS in collaborazione con l’Istituto Mario Negri con ISPRO, con le Università di Pavia e del San Raffaele; dei Report dell’“Organismo Permanente di Monitoraggio ed analisi su rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso”, costituito da tutte le forze dell’ordine; ecc. ecc.
Senza questi approfondimenti, senza questi studi, senza questa preparazione si cade nella facile demagogia, utile solo a raccattare qualche voto in campagna elettorale ed a far ingrassare consulenti più o meno preparati ed associazioni di pseudo volontariato.
Consulenti ed associazioni che si accreditano per aiutare quantità di ludopati, che pure ci sono e che pur arrivano a distruggere famiglie ed imprese, che pur vanno aiutati seriamente, ma non nei numeri e nelle quantità di cui si parla per fare allarmismo e del facile populismo.

Quando il giustizialismo non piace ai giustizialisti

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

In questi giorni stanno suscitando aspre polemiche i comportamenti opinabili, anche se in misura diversa, dei quali sono stati protagonisti ex rappresentanti, rappresentanti e simpatizzanti del Movimento Cinque Stelle. Il caso del presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra, recatosi personalmente e con la propria scorta – che ha effettuato persino delle identificazioni – presso il centro vaccinale di Cosenza per “un’ispezione”, più simile però ad un blitz, si sta rivelando un boomerang per lo stesso Senatore, nonostante abbia spiegato di aver esercitato una «prerogativa parlamentare, per verificare la campagna vaccinale». È vero, la Calabria è Regione agli ultimi posti della classifica per i vaccini somministrati, la sua piattaforma informatica di prenotazione, sostituita con un numero, è entrata in funzione quasi con un mese di ritardo e ha creato inoltre pericolosi assembramenti di anziani, cioè di soggetti fragili, fuori dal centro vaccinale. Ma è altrettanto vero che la versione dei fatti raccontata da Nicola Morra è diametralmente opposta – «migliorare il servizio prenotazione e tutto quanto riguardi la somministrazione vaccinale in Calabria» – a quella del medico legale nonché direttore di Igiene pubblica e Direttore dipartimento di prevenzione dell’Asp di Cosenza, Mario Marino, il quale ha annunciato querele per «abuso di potere» e «interruzione di pubblico servizio». Le istituzioni in guerra fra di loro non sono mai un bello spettacolo e contribuiscono ad alimentare quel caos che purtroppo ancora aleggia intorno alla campagna vaccinale. Sempre in tema di vaccinazioni non si sgonfia ancora il caso del giornalista e scrittore, Andrea Scanzi, molto attento alle sorti della galassia pentastellata, vaccinato in tempi record in Toscana, perché entrato, a suo dire, dalla panchina dei riservisti come caregiver familiare. Sugli eventi raccontati dal giornalista – che hanno suscitato una valanga di critiche su social e non solo -, si è mossa anche la Procura, che, al momento, non prevede ipotesi di reato né tantomeno indagati, ma il procedimento è partito dopo la consegna di un’informativa dei Carabinieri della Polizia giudiziaria per accertamenti finalizzati a verificare che nelle procedure seguite non si configuri appunto qualche reato. «Fatti raccontati in modo grottesco», così si è difeso Morra. «Dovrei essere ringraziato», ha sentenziato Scanzi. Ulteriore scalpore ha suscitato il dubbio di una parentopoli nel Comune di Roma, bloccata, a quanto riportano le cronache, dalla stessa Sindaca Virginia Raggi, quando ha saputo che uno dei suoi assessori più fidati, Gianni Lemmetti, aveva assunto la sua compagna nello staff non del suo assessorato (al Bilancio) ma in quello di un altro, Urbanistica, guidato da Luca Montuori.
Ammesso e non concesso che siano tutti degli innocenti perseguitati, il punto è che chi di giustizialismo ferisce, prima o poi di giustizialismo perisce. Se non è del tutto immacolato.