Lavoro e welfare, puzzle incompleto


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Non mancano le risorse finanziare, anche al netto dei decreti attuativi in ritardo; manca la visione d’assieme

Non sarebbe onesto intellettualmente dire che mancano le risorse; però, anche il governo dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere come molte delle misure contenute nella legge di bilancio sfuggono da qualsiasi logica di sistema. Spesso, infatti, non si comprende quale sia la strategia complessiva che sottende un provvedimento rispetto ad un altro, alimentando così la spiacevole sensazione che tanta parte di questi sia stato approvato, peraltro con il ricorso alla Fiducia, soltanto per assecondare esigenze di quartiere. Prese in sé, infatti, tanta parte delle misure adottate sono condivisibili. Come si può, ad esempio, negare un sostegno anche minimo ai caregivers, coloro che assistono in maniera non professionale un congiunto non autosufficiente? Non si può, come non si può non pensare a tante altre piccole e grandi esigenze che investono le politiche sociali e il lavoro. Eppure, tutto appare troppo slegato e frutto sostanzialmente della necessità di passare, se possibile, la nottata. Ha ragione chi, anche fra gli ex alleati di governo, rimprovera al premier Giuseppe Conte e al ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, una scarsa visione prospettica, quella che rischiamo di ritrovarci anche nelle prossime settimane nel momento in cui andremo a parlare dell’utilizzo delle risorse del Recovery fund. Nel presente numero di Meta sabato analizziamo la parte della legge di bilancio dedicata al lavoro e alle politiche sociali, dopo aver visto, in un precedente numero, tutte le novità relative alla previdenza. Si punta molto sulla decontribuzione per favorire nuova occupazione, ma non è sufficiente per almeno due ragioni: le imprese assumono se c’è chi compra e se ci sono le competenze necessarie.


I numeri della realtà e quelli della politica


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Mentre in Senato si lotta o, sarebbe meglio dire, si mercanteggia per arrivare ad una soglia che consenta al Governo di restare a galla per governare, illudendo l’Italia l’Ue di saper assumere decisioni all’altezza di sfide epocali, nella vita quotidiana, nell’economia reale, nei mercati veri, fatti di persone, consumatori, lavoratori e imprese, si combatte duramente, fino anche a lasciarci la pelle. I dati di Confcommercio diffusi oggi rivelano che il 2021 è iniziato peggio del previsto. Il quadro generale porta a una stima della variazione del PIL per il mese di gennaio del -0,8% su dicembre (quinto calo consecutivo) e del -10,7% sullo stesso mese del 2020. Per molti servizi di mercato, in seguito all’inasprimento delle misure nelle festività natalizie, – che dureranno fino a marzo e verosimilmente anche più a lungo – la caduta dei consumi ha ampiamente superato il 50% nel preconsuntivo di fine 2020. La produzione industriale di novembre ha fatto registrare un calo congiunturale dell’1,4%, con una flessione del 4,3% su base annua. Date le premesse, è chiaro che la ripresa per il Governo è una «scommessa» difficile da vincere perché basata quasi sostanzialmente sullo sfruttamento delle risorse europee. La ripresa è fondamentale alla luce di un debito che si sta ingigantendo pericolosamente. Gli scostamenti di bilancio, necessari a sostenere (non adeguatamente) categorie e settori in difficoltà, non sorreggono vere strategie, non hanno prospettive né visione. Il rischio che abbiamo davanti a noi è che l’Italia finisca in una trappola finanziaria, dalla quale sarà costretta a uscire con ‘lacrime e sangue”, molte delle quali in capo alle future generazioni. Molto dipende dal Recovery Plan italiano che, come più volte qui denunciato, non è ancora all’altezza dell’emergenza e della sfida. Non a caso è stato oggetto della crisi di Governo e di un lieve ma significativo richiamo, visto il momento in cui è arrivato, del Commissario europeo all’Economia. Ha detto Paolo Gentiloni che il piano italiano va bene ma che deve essere rafforzato. Il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha aggiunto che agli Stati devono far arrivare a destinazione i loro piani con la «massima tempestività». Ma in Italia ancora la discussione in Parlamento e con le parti sociali è ferma per la crisi di Governo ancora in corso. La situazione di grave instabilità istituzionale in atto danneggia il Paese e non basterà una maggioranza creata artificialmente in queste ore con modalità da Prima Repubblica a illudere i cittadini. Sarebbe più opportuno, nonché auspicabile, un esecutivo forte e autorevole, in grado di traghettare l’Italia fuori dal dramma sanitario ed economico. Non possiamo permetterci di avere un Premier in balia del fuoco amico. I numeri della realtà richiedono alla politica soluzioni all’altezza di una situazione che non può essere superata con il solito “tirare a campare”.


Pensioni, richieste ancora in campo


La legge di bilancio ritocca la normativa in alcuni suoi punti mirati, in particolare sul part time ciclico verticale. Senza Covid-19, si andava verso il taglio anticipato di Quota 100, un errore perché si sarebbe creata una nuova pesantissima generazione di esodati, dopo quella della riforma Fornero. Totalmente assente una vera rivalutazione degli assegni pensionistici, con taglio consistente dell’Irpef

La Storia, è noto, non si va con i se e con ma. Ed allora, potrebbe apparire quasi un esercizio senza senso andare ad immaginare cosa sarebbe successo nel nostro Paese, se alla fine di febbraio dello scorso anno non ci fossimo trovati davanti ad una pandemia veramente universale. Su un punto, però, questo sforzo di immaginazione si rende necessario perché la situazione è destinata a ripresentarsi molto presto. Verosimilmente, senza Covid-19, l’esecutivo avrebbe messo mano su Quota 100, se non altro perché rappresenta uno dei provvedimenti manifesto fortemente voluti dalla Lega di governo. È noto, infatti, che fra la fine del 2019 e le prime settimane del 2020, ben oltre i dibattiti sulla carta stampata, il ministero del lavoro si era attivato con le parti sociali per studiare il dopo Quota 100, partendo anche dall’ipotesi che la sperimentazione di questo strumento si potesse concludere prima della sua naturale scadenza, vale a dire il 31 dicembre 2021. Senza Covid-19, quindi, oggi ci saremmo potuti trovare a discutere dell’ennesima nuova riforma previdenziale con il rischio, sempre presente, di vivere una nuova stagione di esodati, come accaduto fra il 2011 e il 2012 con la riforma Fornero. Un anno fa, al presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, e la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo, chiedemmo alcune cose: il mantenimento di Quota 100 fino alla sua naturale scadenza; la sua successiva sostituzione con quella che chiamammo Quota 100 libera, vale a dire uno strumento senza i paletti rigidi dei 62 anni di età e dei 38 anni di contributi; una vera rivalutazione degli assegni pensionistici, con taglio consistente dell’Irpef. Le richieste sono ancora in campo.


Quelli che mandano avanti l’Italia


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Mentre dentro (e fuori) le Istituzioni proseguono le manovre per innescare o disinnescare una «crisi al buio», con l’alibi della pandemia il Governo Conte bis, ormai ai titoli di coda, perpetua scelte dirigistiche che non gioveranno né all’economia né alla lotta al coronavirus. Così come hanno già dimostrato le restrizioni a singhiozzo, scelte prima e durante il periodo natalizio, che non sono servite a frenare la pandemia e che hanno depresso in maniera più che consistente consumi, fatturato e aspettative delle imprese. Palazzo Chigi ha deciso un’ulteriore stretta antiCovid sotto la pressione di possibile terza ondata, ma senza ascoltare i tanti allarmi lanciati che arrivano da diversi settori, da aziende e dai sindacati. È doveroso quindi esprimere piena solidarietà anche agli imprenditori e in particolare a quelli aderenti a Mio Italia (Movimento Imprese e Ospitalità), che hanno dato il via in tutto il Paese ad una serrata, quale segnale di protesta contro il Governo Conte. Consentire, ad esempio, la riapertura nelle giornate di giovedì 7 e venerdì 8 gennaio per poi imporre nuovamente la chiusura nel fine settimana ha segnato l’ennesima presa in giro nei confronti degli italiani e ha accentuato il clima di esasperazione sempre più diffuso. Un esecutivo realmente attento alle esigenze delle aziende saprebbe che è fondamentale un minimo di programmazione per riprendere a regime le attività e consentire ai fornitori di consegnare la merce. Le imprese nel settore della ristorazione e dell’ospitalità sono allo stremo, da un lato la morsa delle tasse con la partenza delle cartelle esattoriali, dall’altro il crollo del fatturato, per effetto delle restrizioni governative. Le Regioni del Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Valle d’Aosta, Trentino, Veneto, Friuli) proprio oggi hanno lanciato un chiaro monito al Governo: con il nuovo Dpcm si decreterà la mancata ripartenza, a suo tempo promessa, della stagione sciistica e il turismo invernale rischia di non rialzarsi mai più. Servono quindi ristori certi «immediati e proporzionati alle perdite subite». Non solo, c’è da aggiungere per turismo e ristorazione, anche per un vastissimo indotto. Ma il Governo Conte per dare risposte, nel pieno di una crisi al buio e senza sapere se domani ci sarà, dovrebbe far uscire fuori dal cassetto subito il decreto Ristori 5, rimasto fermo per un mese, e farsi autorizzare dal Parlamento un altro scostamento di bilancio. Un altro indebitamento, forse di 24 o di 30 miliardi, solo per mettere una pezza, che non basterà, e senza prospettive di rilancio. Nei Palazzi invece proseguono manovre che nulla hanno a che fare con i problemi che di giorno in giorno si aggravano e nei quali sono indissolubilmente legati imprese e lavoratori.
Di fatto gli unici, questi ultimi, ad andare avanti nonostante tutto e a mandare avanti l’Italia.


Da Stellantis alla polveriera dei debiti 2020


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Una Stellantis appena nata grazie al via libera dei rispettivi azionisti alla fusione tra i gruppi Fca e Psa, in un periodo di profonda emergenza e a fronte di un mercato, quello italiano dell’Auto, che si è chiuso nel 2020 con un -27% di immatricolazioni (pari a mezzo milione in meno di macchine), porta indubbiamente speranza ad un settore in difficoltà e agli stabilimenti italiani di Fca, stando a vedere ovviamente con il confronto tra nuovo Gruppo e sindacati i dettagli del piano industriale. Ma allo stesso tempo si è aperto davanti a noi, alla luce dei dati diffusi ieri dal Centro Studi Confindustria, un mare di debito in capo alle imprese italiane, come era peraltro prevedibile, che moltiplica le ombre sinistre sul futuro del nostro sistema produttivo. Il debito creato nell’anno appena trascorso è servito alle imprese per arginare la loro crisi di liquidità causata dal crollo dei fatturati, generato dal lockdown e dalle altre misure restrittive scelte dal Governo Conte per arginare la pandemia. I dati del Centro studi Confindustria dicono che nel 2020 il credito bancario alle imprese italiane ha registrato un vero e proprio balzo, pari al +7,4% annuo a ottobre, spinto dai prestiti emergenziali con garanzie pubbliche, arrivati oggi a circa 146 miliardi di euro. Per il Csc il peso del debito è cresciuto in misura marcata in molti settori rispetto al 2019 e allo stesso modo è cresciuto l’onere per interessi.
Siamo di fronte a livelli impressionanti di debito e per un sindacato è doveroso far squillare l’allarme, perché senza imprese e senza investimenti non c’è lavoro. Non prendiamocela solo con pandemia, come se tutto ciò che è accaduto fosse stato una conseguenza inevitabile. Al contrario di quanto avvenuto in altri Paesi europei, il nostro Governo ha incentivato il ricorso al debito, invece di prevedere cospicui finanziamenti a fondo perduto a favore delle aziende che ora si trovano strette nella morsa dei pagamenti. La situazione appare ancora più preoccupante considerate le nuove norme europee in materia di identificazione di posizione in default e di crediti deteriorati.
È inutile nasconderlo, siamo seduti su una polveriera pronta a saltare, con ripercussioni occupazionali devastanti se non si adottano misure tempestive. In primis occorre un prolungamento del periodo di rimborso, in particolare per quanto riguarda i debiti di emergenza contratti nel 2020. Occorre altresì intervenire implementando l’erogazione di liquidità per dare ossigeno all’intero tessuto produttivo ormai in ginocchio, riducendo un carico fiscale insostenibile al fine di supportare la crescita e la patrimonializzazione, salvaguardando così al contempo i posti di lavoro.


L’Italia nelle mani di Matteo Renzi


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Se il Governo Conte cadesse e si andasse a elezioni sarebbe, finalmente, un esercizio di sana e doverosa democrazia. L’unico modo per cambiare un paradigma politico raccogliticcio, inadeguato a fronteggiare sfide enormi come quelle attuali, che fin dall’inizio ha mostrato tutte le proprie debolezze.
Il Paese è nel mezzo di una crisi senza precedenti, una delle più drammatiche della sua storia: centinaia di migliaia di posti di lavoro persi, aziende che già dal primo lockdown non sono mai più riuscite a riaprire i battenti, altre che ci stanno riprovando, rischiando l’osso del collo. Intere filiere produttive e abitudini di consumo totalmente saltate. Totale l’incertezza sul futuro. Ci sono riforme non più rinviabili per il Paese da realizzare, una pandemia ancora da fronteggiare e una campagna vaccinale da portare a termine. Senza tralasciare il fatto che l’Italia deve presentare all’Europa un adeguato Piano di rilancio e sviluppo per poter sfruttare al meglio la (in parte presunta) occasione rappresentata dalle risorse messe a disposizione dalla UE attraverso il Recovery Fund. In questo contesto, è davvero difficile per chiunque, a maggiore ragione per chi non è un sostenitore del Conte bis – e secondo i sondaggi sempre più numerosi -, trovare un briciolo di senso di responsabilità nei protagonisti della lunga crisi di Governo arrivata oggi quasi al capolinea. Proprio in questi giorni fondamentali per far ripartire un Paese bloccato da norme ancora più restrittive, scelte per arginare la pandemia da Covid-19 e rivelatesi inefficaci. In questo contesto, l’Italia e gli italiani avrebbero meritato ben altra guida, più rispettosa quanto meno delle tragedie che il Paese sta ancora vivendo.
Invece Italia Viva sta portando avanti un vero e proprio gioco d’azzardo con il suo gruppo di ministre (due), sottosegretari (uno) e parlamentari (26 alla Camera, 16 in Senato insieme al Psi), guidata da un leader che è cresciuto soltanto grazie al progressivo dissanguamento di parlamentari verificatosi nel principale partito che tiene in piedi la maggioranza, il M5s, e alle ambiguità del Pd. Matteo Renzi continua a sostenere di non voler far cadere il Governo e che tutto sta nelle mani di Giuseppe Conte: ovvero o il premier accetta le condizioni di Italia Viva su Recovery Plan (e Servizi Segreti) o ministri e sottosegretari di Italia Viva si dimetteranno, perché «noi non siamo come gli altri, le poltrone le lasciamo». Conte, fino a pochi giorni fa intenzionato a far credere di poter trovare una nuova maggioranza in Parlamento, grazie alla minaccia “o questo Governo Conte o nuove elezioni”, dovrà capitolare alle richieste di Renzi e rimpastare il suo esecutivo, accettare varie condizioni, pur di evitare al M5s nuove elezioni.
Conte, e con lui tutta l’Italia, sarà ancora di più nelle mani di un partito mai stato votato dagli italiani, perché nato in Parlamento, da un’operazione di palazzo, e non nelle urne elettorali. L’Italia e gli italiani non meritano tutto questo.