La morsa italiana, tra bassa inflazione e tasse


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Due le notizie, ma sarebbe meglio chiamarle conferme, drammatiche di oggi: l’Istat ha rilevato nelle stime preliminari un’inflazione negativa per il quarto mese consecutivo e, la seconda, l’inizio, domani, del tour de force delle scadenze fiscali. Quanto all’inflazione (+0,3% su agosto e -0,5% sull’anno, il mese precedente era al -0,4%), il segno negativo è determinato sia dall’andamento dei prezzi dei beni energetici regolamentati (da -13,6% a -13,7%) e non regolamentati (da -9,0% a -8,6%) sia dal calo più netto dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da -0,9% a -2,3%). In questa situazione non manca il sospetto dell’esistenza di qualche speculazione in atto. Coldiretti in merito è esplicita nel segnalare che i prezzi pagati ad agricoltori e allevatori spesso non coprono più neanche i costi, nonostante in controtendenza alla deflazione generale si trovino proprio i prezzi al consumo nel carrello della spesa: dai salumi (+3,2%) alla pasta (+2,1%), dal latte (+1,5%) alla frutta (+8,1%) ma anche carne (+2,4%), pesce fresco (+2,1%), pane (+1%) e vino (+0,4%). «Sono in atto tentativi di speculazione al ribasso – continua Coldiretti – nei compensi riconosciuti agli agricoltori». Ma non solo. Perché se gli italiani spendono di più, e forse sarebbe anche più giusto dire fondamentalmente, per mangiare, il dubbio che si speculi anche sui consumatori potrebbe sorgere. A determinare però un peggioramento di sistemi economici, fragili o meno che siano, indubbiamente aggrediti dagli effetti di un’epidemia mondiale senza precedenti, ci sono anche le scelte molto discutibili di chi governa, come nel caso del nostro Paese a trazione giallorossa che non è ancora uscito da una politica economica puramente d’emergenza e neanche efficace. Ricordiamo che, notizia della settimana scorsa, il lavoro è in picchiata, dramma al quale si va ad aggiungere l’inflazione di segno negativo, che, come sostiene il Codacons, produrrà anche un risparmio su base annua stimabile in -200 euro per un nucleo con due figli e -154 euro per la famiglia “tipo”, ma tale presunto risparmio non è certamente il sintomo di un ritrovato benessere, anzi. E la morsa degli impegni fiscali è senza ombra di dubbio l’ulteriore patologia, tutta italiana, che contribuisce a peggiorare il quadro. Per la Cgia di Mestre le scadenze fiscali di domani metteranno a dura prova la tenuta finanziaria di  tantissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni. Non tutti i contribuenti dovranno onorare 192 scadenze, ovviamente, ma il conto da pagare sarà salato. Numeri e problemi che, senza considerare la crescita del debito pubblico, con governi di diverso colore, avrebbero fatto gridare alla catastrofe. La domanda legittima da farsi, sapendo purtroppo già la risposta, è se il Conte bis sia davvero in grado di gestire una sfida enorme come quella del Recovery Fund che dovrebbe farci uscire dal pantano. Il condizionale è d’obbligo.


Ricordando la rivolta di Reggio


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Cinquant’anni fa scoppiava nel nostro Paese quella che sarebbe stata conosciuta come la rivolta di Reggio Calabria. Fu forse la più importante manifestazione di protesta mai avvenuta nella storia della Repubblica, una vera e propria insurrezione, una guerriglia urbana che durò mesi, partita il 14 luglio del ‘70, giorno rivoluzionario per antonomasia, e conclusa solo nel febbraio seguente. La rivolta era scaturita dalla decisione di assegnare a Catanzaro e non a Reggio il ruolo di capoluogo dell’appena costituita regione Calabria, anche se questa specifica faccenda fu tutto sommato solo la scintilla necessaria a infiammare una miccia che nasceva nella profonda insoddisfazione di un popolo, quello reggino, ma anche calabrese e più in generale meridionale, che non si sentiva tutelato e rappresentato dalle istituzioni. Stanco della povertà, della disoccupazione, di un contesto economico e sociale che costringeva molti ad emigrare. A quella rivolta noi dell’Ugl siamo necessariamente affezionati, perché, anche se con forza, ebbe lo scopo di far sentire la voce del popolo, le sue richieste e i suoi bisogni e fu trasversale, partecipata da cittadini di ogni orientamento, ma guidata dalla destra e in particolare da Ciccio Franco, nostro sindacalista dell’allora Cisnal e militante missino, che per l’occasione diede nuova luce al motto dannunziano “boia chi molla”. Fu una rivolta dura: ci furono vittime, feriti e migliaia di arresti. Ma ci fu anche la solidarietà espressa dai lavoratori del Nord pronti a scendere a Reggio. Alla fine, dopo le repressioni, persino con l’intervento dei carri armati, mai visti prima in tempi di pace, i moti furono sedati. Il governo concesse a Reggio che lì si riunisse il Consiglio Regionale, in una sorta di divisione dei compiti con Catanzaro, e alcuni progetti di sviluppo economico e industriale che rimasero, però, irrealizzati. Fu una rivolta, una delle poche nel nostro Paese, autenticamente popolare, oggi si direbbe forse “populista”. Non assecondata dai media, e anche per questo poco conosciuta ai giorni nostri, temuta dalle istituzioni più di quelle degli studenti borghesi di sinistra o dei lavoratori vicini al Pci forse per l’intensità e la partecipazione popolare, forse perché proveniente non dalle grandi città, dalle università, dalle industrie, ma dalla “periferia dell’impero”, solitamente quasi invisibile e invece, se capace di alzare la testa, potenzialmente ancor più minacciosa. Si dice spesso che quella fu l’ultima rivolta del Sud, ma non bisogna mai pensare che la storia possa dirsi finita. Proprio in questi giorni vediamo il Mezzogiorno e la Calabria pronti di nuovo a ribellarsi di fronte all’ennesima ingiustizia di vedersi costretti ad essere terra d’approdo senza tregua, nonostante una situazione economica e sociale già difficilissima e ancora più dopo la crisi causata dal Covid.


Una guida forte e sicura per rimettere in piedi l’Italia


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

 
Potrebbe bastare il tweet di oggi dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Joseph Borrell, con cui ha espresso «solidarietà» all’Italia? Certo che no. Sappiamo che a partire dalle 17.00 di oggi i leader dei 27 Paesi dell’Ue si riuniranno in videoconferenza per coordinare le misure da dare in risposta all’emergenza coronavirus e che da noi è atteso un nuovo Consiglio dei ministri per aggiornare la Relazione al Parlamento sulla richiesta di scostamento dagli obiettivi di deficit 2020. Una situazione, quindi, che richiede decisionismo e capacità di imporsi anche di fronte all’Ue la quale, ancora una volta, sta dimostrando di non comprendere la realtà. Ritengo condivisbile che, tra le importanti richieste espresse anche oggi dai partiti del centro destra, oggi ricevuti dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, vi sia quella di istituire un super coordinamento o un super commissario, che dir si voglia, anche se politicamente le parole hanno un peso preciso, “modello Bertolaso” con poteri di ordinanza così come fu dopo il terremoto de L’Aquila.
Serve altro e molto di più di quello che ieri la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha lasciato molto vagamente intendere ovvero di poter considerare la flessibilità al patto di stabilità e crescita. Il rinvio della decisione all’Ecofin della prossima settimana che, peraltro, dovrebbe approvare la riforma del Mes, non è un segnale che lascia ben sperare. Si vuole ancora a tutti i costi approvare una riforma ad un Meccanismo di stabilità economia dell’Ue, da noi – e non solo – già fortemente criticato perché rischia di mettere in ginocchio intere nazioni, redatto in una congiuntura completamente diversa da quella che stiamo vivendo e da quelle, del tutto imprevedibili e non positive, che ci attendono. Il governo italiano, da parte sua, si è dichiarato deciso a chiedere una “flessibilità” maggiore di quella fino ad ora concessa. Giusto, ma non basta.
Ho il sospetto che non si stia comprendendo o si stia facendo finta di non comprendere qualcosa che anche un bambino sarebbe in grado di vedere: in emergenza non è soltanto una zona o delle zone circoscritte ma una nazione intera. Qualcosa che non è mai accaduto e di cui siamo fortemente preoccupati in particolare per tutti, e soprattutto ex lavoratrici e lavoratori presenti e futuri, per quelli impegnati in prima linea a fronteggiare l’emergenza coronavirus, dai medici agli operatori sanitari, ai membri di tutte le forze dell’ordine. Siamo preoccupati allo stesso modo per le imprese. Non basta ottenere o concedere flessibilità rispetto ad un sistema di regole già sbagliato in tempi meno difficili di quello che non solo l’Italia ma tutto il mondo Occidentale – e non solo – sta vivendo e sta per vivere. Servono regole completamente nuove.


Nonostante tutto, un plauso alla sanità italiana


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Se qualcosa di positivo esiste nell’emergenza Coronavirus, va cercato nella Sanità in particolare pubblica, sebbene anche quella Privata sia parte integrante del sistema, e nella dimostrazione, fornita dai fatti, della sua centralità all’interno di un sistema economico e sociale che voglia definirsi civile e avanzato.
Ora più che mai si sta comprendendo quanto siano pericolosi i tagli e i risparmi inferti al Servizio sanitario nazionale non solo per il Settore in sé ma per l’intera comunità, parte della quale, quella cioè in maggiore difficoltà economica, rinuncia persino a curarsi. Lo affermo con forza e convinzione pensando, soprattutto, ai tanti “Torquemada dei conti pubblici”. Come ad esempio Carlo Cottarelli il quale, di fronte all’evidenza di una recessione ormai alle porte e di un probabile crack del nostro sistema economico, continua a sostenere che ricorrere al deficit non basterà e che resteranno ineludibili le famigerate riforme, attese dai soliti mercati, mirate a ridurre il nostro mostruoso debito pubblico. Riforme quasi sempre fatte di lacrime e sangue, perché portano alla riduzione di servizi e welfare erogati dallo Stato.
Tuttavia, “grazie” al Coronavirus, stanno emergendo gli errori compiuti negli ultimi 10 anni e fotografati dal 4° Rapporto Gimbe sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale: dal 2010 al 2019 «sono stati sottratti al SSN circa 37 miliardi» di euro, 25 miliardi nel periodo 2010-2015 determinati dalla sommatoria delle manovre finanziare e 12,11 nel 2015-2019 «per la continua rideterminazione al ribasso dei livelli programmati di finanziamento». Così, secondo il rapporto, l’Italia ha fatto precipitare «il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale». Gli sforzi pur fatti dal penultimo Governo si riducono così alla classica goccia nel mare. Allora non meravigliamoci quando le cronache riferiscono di reparti di medicina riconvertiti in pneumologia, dell’incremento di letti in rianimazione e in terapia intensiva per curare i casi gravi da Coronavirus, dello spostamento di malati oncologici per fare spazio a quelli da Covid-19, dei posti in terapia intensiva arrivati ormai alla saturazione (90%) e di spese aggiuntive che si renderanno indispensabili sia in termini di nuovi mezzi sia di “risorse umane”. A queste ultime, in particolare, va il mio pensiero di sindacalista e di cittadino, perché esse già nell’ordinario sarebbero costrette a operare in un continuo stato di emergenza, ma che adesso con il Coronavirus si ritroveranno ad essere né più né meno in trincea, in prima linea. È di questo che l’Italia ha bisogno per essere considerata un paese civile e credibile, più delle famigerate riforme attese dai fantomatici mercati.


Le sinistre del mondo allo sbando


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Non che avessimo qualche dubbio ma, dopo gli endorsement di Romano Prodi, di Nicola Zingaretti e Giuseppe Conte, poi di George Soros e infine della foto di gruppo con Luciano Benetton e Oliviero Toscani, da oggi abbiamo la prova definitiva che il movimento delle Sardine è di sinistra, grazie alla scissione romana delle Sardine, dichiarata da Stephen Ogongo (lo stesso che non avrebbe avuto nulla in contrario a condividere la piazza di Roma con Casapound), rimasto dopo poche ore da solo in quanto a sua volta scisso dal suo stesso gruppo romano. Così le Sardine non sono ancora diventate partito, ma la tentazione della scissione si è manifestata in loro. Tentazione, anzi realtà, che come sappiamo ha già colpito più volte il Pd. Ma non è solo in Italia che la sinistra o, sarebbe meglio dire, le sinistre continuano a deragliare.
Anche negli Usa le primarie del Partito Democratico non sono iniziate, da ieri, nel migliore dei modi. Per i prossimi cinque mesi, gli elettori democratici di ogni Stato saranno chiamati a esprimere la propria preferenza per chi dovrà sfidare Donald Trump alle Presidenziali Usa del 3 novembre. Ma la macchina organizzativa del Partito Democratico ieri è andata letteralmente in tilt: a notte fonda (orario degli Stati Uniti) ancora non c’erano i risultati dei caucus dell’Iowa (caucus, in questo caso, è l’assemblea di un partito politico o di un sottogruppo dello stesso per nominare i candidati a una carica), quasi tre ore di “buio” nelle quali le solite fonti “bene informate” sostengono sia accaduto un po’di tutto, tanto che alla fine si è dovuto procedere con il conteggio manuale, mentre nello stesso stato Donald Trump vinceva le competizioni repubblicane contro l’ex membro del Congresso Joe Walsh e l’ex governatore del Massachusetts Bill Weld. Problemi organizzativi che legittimamente lasciano dedurre che nel Partito Democratico le fila non riescano più (e non solo da ieri) ad essere serrate. Il manager della campagna di Trump non si è lasciato sfuggire l’occasione per dichiarare su Twitter: «Non riescono a gestire i caucus e vogliono governare. No grazie». Tutto sommato l’Italia non è così lontana.
E che dire infine del “faro” di tutte le sinistre? Proprio oggi non solo la leadership di Pechino ha ammesso «mancanze» nella risposta all’epidemia di coronavirus in Cina, ma anche il presidente Xi Jiping ha sottolineato come l’epidemia di Coronavirus rappresenti «un test importante» per il sistema cinese e per la capacità di governo, parlando anche lui di «mancanze e debolezze emerse». Una buona notizia c’è: a quanto pare aumenta il numero di persone e di popoli che non hanno più alcuna intenzione di fare da cavie né del virus e tanto meno delle sinistre.


Governo Conte bis, la realtà bussa alla porta


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

 

Da quanto si legge sui giornali e ascoltando le dichiarazioni, i partiti della maggioranza stanno pensando al loro futuro. Chi vuole aprire alle Sardine e alla società civile. Chi invece guarda agli Stati Generali che però ancora non si sa a cosa dovrebbero dare vita, visto che il M5s di esperienze di Governo ne ha fatte sia con la destra (che per una sua parte, Conte compreso, adesso rinnega) sia adesso, ora, con il centrosinistra. Quest’ultimo cerca di battere il ferro finché caldo nell’ottenere un maggiore peso decisionale, ripensamenti su riforme come quella della prescrizione, importante per carità, e delle legge elettorale. Argomenti interessanti per gli addetti ai lavori, ma, come dimostra la piazza di oggi a Palermo dove a rischio ci sono più di 1700 posti di lavoro considerando Almaviva ma decine di migliaia in più in tutto il settore dei call center e telecomunicazioni, le persone in carne ed ossa – lavoratori, pensionati, famiglie e disoccupati – sono interessate e preoccupate da ben altro.
Sì, è vero, in questi giorni il Governo ha aperto il tavolo delle pensioni, che serve superare la legge Fornero – ma era già superata da Quota100! – e, prima delle regionali, aveva aperto anche il cantiere del cuneo fiscale. Tuttavia alle porte di Palazzo Chigi e dei ministeri coinvolti bussano vertenze, ancora irrisolte ma strategiche per lo sviluppo del Paese. Parliamo dell’ex Ilva, di Alitalia, di Atlantia e di Autostrade – ovvero, ciò che più mi interessa, del futuro dei rispettivi lavoratori – delle quali ancora non si capisce quale destino le attende. Non si sa se la concessione di Autostrade sarà tolta oppure no e, come per tutte le altre vertenze, non è una questione di poco conto, ma è già entrata a essere parte del braccio di ferro che, all’indomani delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria, si sta verificando tra le due anime della “maggioranza”, con una delle due che maggioranza lo è solo nominalmente. Fine vertenza mai?
Ma non possiamo e non dobbiamo arrenderci al fatto che anche nelle prossime settimane si impiegheranno importanti spazi sui quotidiani, radio e tv, per capire quale futuro attende le sardine o se il Pd fagociterà o meno una parte del M5s e se una parte di quest’ultimo cercherà di divincolarsi dall’abbraccio mortale dell’alleato. Non ci interessa. Nel frattempo, i problemi non si risolvono da soli, restano e, anzi, aumentano, visto che proprio oggi una sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue ha stabilito che, dando così ragione alla Commissione Europea e torto all’Italia, il nostro Paese ha violato la direttiva Ue contro i ritardi nel saldo nelle transazioni commerciali. Governo Conte bis (o tris?), la realtà bussa alla porta.