Le stime della Commissione europea


Tagliata la crescita dell’Italia del 2020

La Commissione europea ha tagliato le stime di crescita del PIL italiano per il 2020 dal +0,4% al +0,3%, una previsione che collocherebbe il nostro Paese fanalino di coda nell’Unione europea. Per l’Eurozona si prevede invece una crescita dell’1,2% sia quest’ano che il prossimo. «Le prospettive dell’economia europea – ha spiegato Paolo Gentiloni, commissario agli Affari monetari – sono di una congiuntura stabile, anche se debole. Abbiamo assistito a segnali incoraggianti sul fronte commerciale ed evitato anche un’uscita senza acc+ordo della Gran Bretagna dall’Unione europea».


Germania, ancora giù gli ordini all’industria


Calo del 2,1% mensile e dell’8,7% annuo

Ancora segnali negativi dall’economia tedesca e in particolare dalla manifattura. A Dicembre, infatti, gli ordini al settore manifatturiero tedesco sono diminuiti del 2,1% congiunturale e dell’8,7% tendenziale. Gli economisti si aspettavano, a livello mensile, una variazione opposta di mezzo punto. Pesano in particolare gli ordini esteri, calati del 4,5%, contro il -1,4% che ha interessato quelli nazionali. Rivisto leggermente il dato di novembre: il confronto mensile è stato corretto a -0,8% dal -1,3%.

 


Coldiretti, giù i consumi di frutta e verdura


Consumo individuale sotto i 400 grammi

Secondo stime diffuse sabato dalla Coldiretti, nel corso del 2019 gli italiani hanno tagliato gli acquisti di frutta e verdura del 3%, facendo scendere la quantità acquistata a 8,5 miliardi di chili. Dopo tre anni di aumento progressivo dei acquisti si è verificato infatti un brusco calo che, sottolinea la Coldiretti, ha fatto scendere il consumo individuale sotto la soglia minima di 400 grammi di frutta e verdure fresche per persona, da mangiare in più volte al giorno, raccomandato dal Consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per una dieta sana.


Prometeia: su economia pesano le frizioni nella maggioranza


Limate le stime di crescita del 2020 (dal +0,6% al +0,5%)

Se da un lato c’è il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che in audizione alla Camera sulla legge di Bilancio parla di «alcuni primi segnali incoraggianti” dall’economia italiana, dall’altro c’è Prometeia che taglia leggermente le stime di crescita per il 2020, dal +0,6% al +0,5, aggiungendo che si «tornerà a sfiorare cifra tonda (+0,9%) solo nel 2022», senza però «raggiungere i livelli pre-crisi su tutti i principali indicatori». Per Prometeia sulla ripresa incide negativamente l’incertezza politico-economica, legata alle frizioni nella maggioranza e ai dossier non ancora definiti come Ilva e Alitalia. Stando infatti al Rapporto di Previsione dicembre 2019, «la politica economica italiana risulta incerta, e il miglioramento suggerito dagli indicatori congiunturali potrebbe svanire senza interventi più strutturali».


Stato imprenditore


La crisi non perdona e soprattutto non passa, al punto che la soluzione delle vertenze, al di là delle (in)capacità del Governo di turno, diventa sempre più difficile e complessa. Di investitori in Italia non ce ne sono molti e l’incertezza che regna sovrana anche sui mercati internazionali rende gli investitori più cauti, meno disposti a rischiare su breve e medio termine. Sarà per questo anche che dall’ex Ilva e persino per Alitalia si fa strada l’ipotesi, al momento non ancora suffragata dai fatti, di un intervento, ancorché temporaneo o “pseudo”, dello Stato. È vero, l’Italia non è mai stata un campione in materia privatizzazioni – o perché ha svenduto selvaggiamente o perché non è riuscita a “mollare” de tutto – , ma ogni Stato europeo si assicura una “presenza” in assets strategici, predicando poi per gli altri il verbo del libero mercato e della libera impresa nell’Ue, contraria, come si sa a qualsiasi aiuto di Stato. La Francia – che dal 2004 ha l’Ape ovvero Agence des participations de l’État, Agenzia delle Partecipazioni dello Stato – ha solide partecipazioni, vantando nel 2015 un portafoglio di 1500 imprese-partcipazioni. Sebbene la parola nazionalizzazione sia considerata quasi blasfema, in Germania si sta tentando il salvataggio di una banca con capitale pubblico e in particolare dei Lander. Per il futuro dell’ex Ilva che in queste ore sembrerebbe chiarirsi almeno per quel che riguarda lo spegnimento degli altiforni, qualche giorno fa il Sole24Ore – e non Il Manifesto – tra le varie ipotesi prevedeva una amministrazione straordinaria estesa all’intero corpo dell’Ilva con un commissario straordinario sorta di amministratore delegato in grado di operare con pieni poteri, fino a quella più auspicata da tutti, politici e sindacalisti, di una «nazionalizzazione mascherata», attraverso l’utilizzo di Cassa depositi e prestiti o una società da essa controllata, purché con il via libera delle fondazioni bancarie, per finanziare un’operazione che potrebbe costare non meno di un miliardo di euro. Per Repubblica, oggi, su un articolo di Lucio Cillis per Alitalia si è parlato dell’esistenza di un “piano B”, qualora nessun partner industriale dovesse concretizzare l’offerta, ovvero una «nazionalizzazione temporanea». Entro giovedì, con la pronuncia di Ferrovie dello Stato, dopo quella di Lufthansa e e di Atlantia, sul piano Nuova Alitalia, dovremmo sapere cosa succederà. Se tutto dovesse andare male, il piano B di Alitalia durerebbe 12 mesi, durante i quali sistemare il “personale in eccesso” sena traumi e rimettere a punto rotte e flotta. A volte ritornano.