Altro Super Tuesday stessa corsa per le presidenziali


di Barbara Faccenda

Un martedì di voto in: Florida, North Carolina, Ohio, Illinois, Missuori (per maggiori dettagli sui voti e i delegati: http://edition.cnn.com/election)
Hillary Clinton è stata il suo peggior nemico alle volte, ma la sua grande vittoria in Ohio al super Tuesday del 15 marzo ha probabilmente catapultato la Clinton nella storia come prima nomination di una donna di un grande partito alle elezioni presidenziali americane. Il clamorososuccesso in Ohio (le sue solide vittorie in Florida e North Carolina erano molto più significative in termini di delegati) ha dimostrato che Hillary Clinton può catturare consensi ed il popolo industriale del Midwest in un campo di battaglia diversificato, solo una settimana dopo la sua scioccante perdita nel Michigan. La vittoria della Clinton in Ohio è stata ancora più impressionante perché si è tenuta in uno stato con le primarie aperte che ha permesso la registrazione nello stesso giorno da parte di indipendenti.
Per Marco Rubio è stato il peggiore giorno della sua carriera politica, consegnando un sentimentale – anche profetico – discorso di addio che succintamente definisce il dilemma del suo partito diviso come la più aspra campagna di primarie che si sia mai trascinata finora. Il senatore 44enne, un eloquente conservatore in un partito che non dà molto valore a questi attributi, era un uomo senza un’impronta geografica o ideologica nel GOP e i suoi 20 punti di perdita a casa sua, nel suo stato, l’hanno reso un soldato dell’impossibile. Il suo ritiro ha sottolineato cosa, fondamentalmente, l’ha fatto fallire: ha cercato l’energia insorgente del movimento del tea party mentre cercava di mettere un coperchio sulla sua rabbia fuori controllo. Tuttavia, incastrato nelle sue contraddizioni, si è dovuto arrendere alla semplice circostanza che la rabbia è un prodotto di nicchia con una data di scadenza molto vicina, l’ottimismo ha più consumatori ed una illimitata durata a scaffale.
La vittoria di Kasich in Ohio ha messo altra carne sul fuoco di un GOP confuso, proprio perché il credo religioso di Kasich sembra averlo messo in conflitto con il dogma del partito repubblicano. Nel corso degli anni, ha parlato abbastanza della sua fedee citato le scritture spesso, tanto che è possibile legare molte delle sue decisioni politiche ai cardini della sua fede, specialmente quelli che deviano dall’ortodossia del GOP. (Nel 2011, la Chiesa di casa Kasich, la Chiesa Anglicana di Sant’Agostino aWesterville, Ohio, fu una di quelle che si è spaccata in due in una nuova, più conservatrice denominazione, chiamata la Chiesa Anglicana del Nord America). Ad esempio una pietra angolare della carica di governatore di Kasich è stata l’espansione del Medicaid sotto l’Affordable Care Act. Ampliare il Medicaid non era una mossa politica astuta per un aspirante candidato di un partito dedicato ad abrogare l’Obamacare. Tuttavia, quando Kasich ha dichiarato al Christian Broadcasting Network che stava giocando una partita più grande, ha citato le sue motivazioni con un passaggio della Bibbia, di Matteo, in cui Gesù parla dell’importanza della bontà.
In Florida, dove Trump ha dominato di 20 punti su Rubio, il magnate razzista non ha preso più del 50%. Qui Rubio è stato profetico asserendo che la politica di risentimento di altre persone non lascerà solo il partito fratturato, ma lascerà anche una nazione fratturata. Con le vittorie di Trump di martedì notte, il magnate xenofobo pone un ancor più pressante e profondo test al partito repubblicano. Non ha ancora agguantato la nomination, ma il momento della verità si sta avvicinando, quando ogni repubblicano, incluso ogni funzionario eletto, ogni candidato, ogni elettore sarà costretto a confrontarsi con una domanda basilare e molto semplice: “Sei con o contro Trump?”.

Il test per il GOP rimane. Se il treno Trump non deraglia, i repubblicani, molto prima che si riunisca la convention, debbono dichiarare se sono o no sul treno. E se non lo saranno, cosa vorranno fare? Rubio accusa Trump di essere il genio della truffa. Sebbene elementi dell’establishment repubblicano si sono mobilizzati contro Trump, la loro campagna non è stata ben organizzata, ben finanziata o abbastanza convincente. I maggiori esponenti conservatori hanno messo in programma di escogitare un piano per far correre uno sfidante conservatore contro Trump in autunno.
L’impatto dell’uscita di Rubio – e la veloce crescita di Kasich – creano una confusione di scenari imprevedibili che potrebbero alla fine incoronare Trump; una convention contestata o qualche sorta di decisione divisiva che indirizza la convention dei repubblicani a metà luglio verso una difficile anarchia. Il prossimo gruppo di stati: New Jersey, Arizona, Delaware, South Dakota e Montana, sembrano favorire Trump, ma la sfida è entrata in una fase volatile.


Il “rivoluzionario” sociale Bernie Sanders


di Nazzareno Mollicone

La sfida elettorale alle elezioni primarie statunitensi del senatore democratico del Vermont Bernie Sanders alla sperimentata Hillary Clinton sta riservando ogni settimana delle sorprese: l’ultima è stata quella del Michigan dove l’8 marzo ha vinto Bernie Sanders battendo la Clinton. Vittoria che si aggiunge a quelle già conseguite in Colorado, Masschussetts, Minnesota, Nebraska, New Hampshire, Oklahoma, Vermont, portando il numero dei delegati eletti a 549 contro i 762 della Clinton: trattasi di Stati che hanno una certa importanza nella storia e nell’economia degli Stati Uniti.
Ma perché questo senatore, anziano – ha 74 anni – e del tutto sconosciuto fuori dagli Usa, sta ottenendo questi successi inaspettati insieme a sconfitte (onorevoli) negli altri Stati dove ha perso?
Perché egli sta interpretando un sentimento diffuso tra gli americani che è insieme quello di rivolta contro i consolidati apparati dei partiti e contro le “dinastie” che da un po’ di tempo si stanno alternando alla guida del Paese americano.
Ma non basta: egli sostiene apertamente, e diremmo quasi solitariamente, una politica sociale che negli Usa è sempre assente dai dibattiti politici e dalla realtà popolare.
Sanders infatti fa delle affermazioni e delle proposte che per certi versi a noi europei ci sembrano sorprendenti vista la nostra secolare tradizione sociale. Egli infatti afferma:

  • la media della gente oggi lavora per più ore ottenendo paghe sempre più basse;
  • la disuguaglianza sociale tra la popolazione sta aumentando, e cresce il divario tra le persone più ricche e quelle più povere;
  • la tassazione sui redditi medio-bassi dei lavoratori va diminuita elevando quella delle società e dei fondi d’investimento, molto agevolata dalle ultime presidenze;
  • la costituzione e l’adesione dei lavoratori ai sindacati deve essere liberalizzata, e non contrastata dalle leggi federali e statali come avviene ora;
  • bisogna combattere la disoccupazione facendo grandi lavori di opere pubbliche, visto lo stato disastroso in cui si trovano molte infrastrutture nazionali, ricordando anche che le statistiche sulla disoccupazione sono falsate perché considerano “occupati” persone che lavorano poche ore a settimana;
  • è favorevole alla costituzione di cooperative formate dai lavoratori;
  • è necessario un sistema universale e generale di sanità pubblica;
  • serve una legislazione nazionale che preveda per i dipendenti dalle società la concessione di 10 giorni di ferie l’anno retribuite, di 12 settimane retribuite ai genitori di bambini, la corresponsione della retribuzione in caso di gravi malattie (cancro, ecc.) e di almeno sette giorni l’anno per piccole malattie.

Chiedere oggi, nel 2016, queste normative sembra assurdo per noi italiani ed europei: ma questa è la situazione reale in cui vivono i lavoratori e le famiglie a basso reddito negli Stati Uniti!
Ma anche in politica estera le proposte e le posizioni di Sanders sono in controtendenza rispetto alle azioni effettuate dagli Usa negli ultimi decenni. Egli infatti:

  • pur essendo ebreo, sostiene la costituzione di due Stati nel Vicino Oriente, Israele e Palestina, e condanna come inutile e controproducente violenza i bombardamenti e le distruzioni indiscriminate commesse da Israele nei territori palestinesi;
  • ha votato contro l’invasione dell’Iraq nel 2003;
  • considera lo Stato Islamico dell’ISIS come un gruppo barbarico che va eliminato.

Per quanto riguarda infine un argomento che tra poco coinvolgerà noi europei, ossia il Trattato interatlantico di libero commercio (TTIP) egli si è già espresso contro quello analogo stipulato poche settimane fa nel Pacifico con il Giappone e numerosi altri Stati, perché ritiene che la liberalizzazione generalizzata del commercio potrebbe danneggiare, con il dumping dei prezzi di produzione, anche l’apparato manifatturiero nordamericano.
In sintesi, Sanders sta raccogliendo i consensi dei cosiddetti “blue and whitecollars”, ossia i lavoratori operai ed impiegati che vivono in condizioni sempre più precarie, oppressi dal dominio incontrastato delle multinazionali e delle grandi “corporations” da un lato, e dall’altro dall’onnipotenza delle banche e della finanza le quali, nonostante le loro crisi, continuano ad essere tutelate dal governo federale. Non è infatti un caso che Sanders riesca a vincere negli Stati a prevalenza industriale: significativo è il recente caso del Michigan, dove vi sono la Detroit dell’automobile e delle altre industrie collaterali, ed AnnArbor, ricca di industrie di alta tecnologia.
Probabilmente Sanders non riuscirà a battere alla “Convention” democratica la Clinton, forte quest’ultima dei milioni di dollari ricevuti dalle grandi centrali finanziarie nordamericane: ma sta lanciando al Paese un grande segnale di allarme e di protesta: cosa questa confermata dai sondaggi d’opinione sui due personaggi, che danno la Clinton al 49% delle preferenze degli elettori democratici, e Sanders al 42%. Partita, quindi, apertissima che si deciderà alla Convention.

 

 


Cosa è successo al Super Tuesday


Risultati_SuperTuesday_lametasocialedi Barbara Faccenda

Un’altra tappa verso la nomination dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il Super Tuesday (per saperne di più http://www.barbarafaccenda.it/supertuesday-chi-e-costui/) si è svolta rivelando quello che in fondo già si sapeva dai precedenti caucus e primarie: Trump continua a guadagnare il supporto di molti repubblicani e la Clinton riesce a tenergli testa. Chi però, ne esce con le ossa rotte è Bernie Sanders. Per mesi la campagna presidenziale di Bernie Sanders ha contato su una grande prestazione nel Super Tuesday. Nei cinque stati del sud, dove il voto degli afro- americani conta per una larga porzione dell’elettorato, Hillary Clinton ha lasciato Sanders nella polvere. Ha perso con un grande margine in Alabama, Georgia, Tennessee, Virginia e Arkansas. In Texas erano in palio 252 delegati, ha perso per più di 30 punti. La perdita nel Massachussetts e l’enorme margine nel sud lo portano indietro nel conteggio dei delegati.
La via della mappa delle primarie è disegnata: i migliori stati della Clinton sono fondamentalmente gli stati del sud, che avranno votato tutti per la metà di marzo. Dopo il Kansas, il Nebraska e la Louisiana che voteranno sabato, ci sarà un lungo fine settimana in cui 980 delegati saranno assegnati nel Maine, Michigan, Mississippi, Florida, Illinois, Missouri, North Carolina e Ohio. La Clinton è la favorita in quasi tutti questi stati.
Secondo la Clinton le posizioni di Trump sono estreme abbastanza per galvanizzare la base del partito, ma gioca per la maggior parte secondo le regole e la Clinton può contrastare il suo comportamento. “Invece di costruire muri, noi romperemo le barriere”, ha detto ieri notte la Clinton. Gli strateghi democratici consigliano l’ex segretario di stato di raddoppiare il messaggio delle elezioni presidenziali per ricordare agli elettori che ci sono grandi interessi in palio e in questo Donald Trump potrebbe essere un grande regalo.
Trump ha sconfitto Cruz in Arkansas, Alabama, Georgia e Tennessee, si è aggiudicato anche Virginia, Vermont, Massachussets.
Il partito repubblicano barcolla, ma per ora non molla.
Il pensiero di una presidenza Trump allarma sia i conservatori che i liberali. Il movimento che è comparso con l’hastagNever Trump (#NeverTrump) è improbabile che riesca a portare abbastanza liberali dalla parte di Rubio, che è seriamente in svantaggio nel conto dei delegati.
La battaglia nelle primarie tra il presidente Jimmy Carter ed il senatore Ted Kennedy nel 1980 è stata più aspra ma non ha squarciato il partito. Se Trump vincesse, i repubblicani dovranno decidere se sottomettersi al suo volere, cioè accettare la sua demagogia, intolleranza, sbruffonaggine oppure fuggire.
Ted Cruz si è piazzato prima nel suo stato il Texas e in Oklahoma e Rubio non ha raggiunto la vittoria nello stato chiave della Virginia. Questi risultati intensificheranno la “guerra civile” che Trump ha diffuso nel GOP. Trump, l’auto proclamato rivoluzionario del 2016, sta lacerando il suo partito e separando il movimento conservatore. Ha scatenato una crisi delle basi fondanti il partito repubblicano e dei loro compagni conservatori. Il partito repubblicano è quello che ha cura dell’inclusione, o quello arrabbiato dei cambiamenti culturali e demografici che ci sono negli Stati Uniti? La risposta è la chiave della sua identità. Dopo l’ultima elezione presidenziale, il comitato nazionale repubblicano, presieduto da ReincePriebus dopo un attento esame concluse che il partito aveva bisogno di essere più accogliente con le persone di colore, le donne e anche degli omosessuali. Piùtollerante. I sostenitori di Donald Trump sono diventati impazienti con l’ostruzionismo del GOP sulla riforma dell’immigrazione e la sua politica del rischio calcolato sul budget e su questioni di debito. Un sondaggio nazionale diffuso giorni prima del Super Tuesday rivela che il 49% dei repubblicani è dalla parte dell’impertinente uomo d’affari, del pestatore di immigranti, della messa al bando dei mussulmani, che deride l’establishment repubblicano, che parla del suo supporto alla pianificazione delle nascite mentre proclama la sua opposizione al diritto di aborto. Allora viene da chiedersi se il GOP sia il partito di Trump. L’élite repubblicana dice chiaramente di no, almeno a questo punto. Ma ci sono fratture: il senatore Jeff Sessions dell’Alabama ha appoggiato Trump in una manifestazione domenica scorsa. Dal Texas, Dan Patrick, un sostenitore di Cruz, ha dichiarato che se Trump dovesse essere il portavoce standard del GOP, tiferebbe per lui perché ogni repubblicano dovrebbe unirsi per battere la Clinton. Un gruppo di altri repubblicani eletti si è unito alla crociata di Trump. Il livello di attacchi contro Trump all’interno del partito è estremo per una gara delle primarie e questo renderà più difficile per altri repubblicani raggiungere un accordo se Trump (e speriamo sia solo un se) vincesse.


Donald Trump: il candidato che non varca le linee, le cancella


di Barbara Faccenda

Donald Trump non varca le linee le cancella. Ogni occasione è buona per insultare, diffamare, prendere in giro e offendere i suoi concittadini. La mancanza di specificità è quello che realmente distingue Trump.La sua eccezionalità inizia ad apparire sempre più come un culto della personalità che come un fenomeno politico. Le critiche non lo toccheranno mai. Successo come uomo d’affari e di grande ricchezza, una storia criticabile e assolutamente nessuna esperienza politica, unitelo a una mancanza di educazione e di decoro che ci si aspetta dai contendenti alla carica presidenziale ed ecco servita la miscela Trump.Molti hanno sottostimato Trump, assumendo che la sua retorica offensiva, impertinente, brutalmente onesta, superficiale l’avrebbe portato velocemente fuori dalla gara. Niente era più lontano dalla realtà. Il tempo è trascorso, la sua popolarità è cresciuta. Dopo aver perso in una gara controversa con un più ambiguoTed Cruz in Iowa, Trump ha continuato a vincere nello New Hampshire e ancora in South Carolina. (http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/italia/2016/02/20/usa-2016-via-a-voto-primarie-south-carolina-e-caucus-nevada_879674f2-cd44-466f-a5ef-8615a2868c5c.html)
Questo successo è indiscutibile; ha costruito in qualche maniera un muro per combattere la saggezza comune.
Il segreto della campagna di Trump è il suo ottimismo inarrestabile. Non importa se mancano piani reali, programmi genuini o consiglieri identificabili, perché questi limiti sono i suoi punti forti. Se lui fosse stato meglio ancorato alla realtà come gli altri candidati, tutta quella responsabilità avrebbe pesato e tirato giù la sua mongolfiera elettorale. La qualità della sua politica ad hoc, gli eterni piagnistei e le sue contraddizioni, permettono a Trump di accedere a tutti gli strumenti associati ad un venditore o un genio della truffa. Trump ha solo bisogno di dire ai suoi sostenitori quello che pensa e quello che si vogliono sentire dire e confeziona il tutto in una sbruffonata che viene servita tanto bene in tv e nel materiale pubblicitario.
La mancanza di specificità delle sue proposte è quello che veramente distingue Trump. Egli fornisce simboli emotivi dove ci sono idee politiche confuse. Un’altra caratteristica peculiare di Trump è quella di dare risposte in forma breve alle domande politiche: un trucchetto preciso nell’utilizzo della parola “best”, che indentifica contemporaneamente la sua posizione ed etichetta i suoi avversari come “worst” (peggiori).
Non importa la divisione dei poteri, i controlli e i bilanciamenti e l’inerzia burocratica: Trump incoraggia i suoi sostenitori a pensare che assumerà il potere per risolvere tutti i problemi della nazione. La promessa che tutte le cose verranno fatte contiene un’attrazione speciale nella cultura basata sulla lamentela. “Troppo traffico, troppi ritardi degli aerei, crimine è fuori controllo, i musulmani stanno per prenderci, i posti di lavoro stanno svanendo e così via”. Sempre lì con una soluzione semplice, Trump rende semplici le angosce dei suoi sostenitori con promesse aggiuntive.
Trump ha sempre saputo cosa mettere in uno show, sembra che lui vada in onda su frequenze separate una per i suoi oppositori e una per i suoi sostenitori. Quello che i primi sentiranno quando si sintonizzeranno sarà negatività, razzismo, messaggi sciocchi e improbabili perché loro sanno che l’America non è iTrump_lametasocialen declino. Invece alle orecchie dei suoi seguaci, lo stesso testo, un po’ trash, arriva su una frequenza differente, con un suono positivo, fiero, un piano d’azione di un patriota che può fare. I sostenitori di Trump, familiari con gli insulti teatrali prendono i suoi eccessi verbali molto meno seriamente di quanto facciano i suoi avversari. I suoi simpatizzanti non hanno fatto richieste a Trump di provare finanche una comprensione dimostrativa di come la politica pubblica funzioni, permettendogli di prendere posizioni viscose e fluttuose su questioni come il controllo delle armi, l’Iraq o l’assicurazione medica.
In South Carolina la sua vittoria è impressionante in sé stessa in quanto è avvenuta in uno stato che ha chiare correnti che avrebbero favorito altri candidati. Jed Bush avrebbe dovuto vincere perché suo padre e suo fratello sono stati vincenti in questo stato e restano molto amati. Marco Rubio avrebbe dovuto vincere in South Carolina perché il taglio della sua politica estera si connette bene con uno stato orientato alla difesa e Nikki Haley, il popolare governatore repubblicano si era schierato con lui. Ted Cruz avrebbe dovuto vincere perché il suo elettorato repubblicano è fortemente conservatore e sproporzionatamente cristiano evangelico.
Donald Trump è un uomo d’affari di New York, diversi divorzi, una relazione debole con la religione, una storia di supporto alle cause liberali, tratti che tipicamente non sono in sintonia con i repubblicani del South Carolina. Le persone non stanno rispondendo al suo messaggio necessariamente in virtù della sua sostanza, ma perché li fa sentire nel modo in cui si vogliono sentire.
L’unica cosa che la vittoria incredibile di Trump in South Carolina ci dice è che le primarie repubblicane continueranno ad essere un incredibile caos.


6 semplici passi per capire come funziona il caucus


di Barbara Faccenda

 

Gli elettori dell’Iowa proiettano il loro verdetto nei campi Repubblicano e Democratico lanciando ufficialmente la gara per la Casa Bianca 2016. Il 1 febbraio qualche centinaia di migliaia di residenti dell’Iowa si riuniscono in un centinaio di luoghi caucus e danno il via al processo di nomina per le presidenziali. Un processo che esiste da 40 anni per entrambi i partiti. In seisemplici passi vediamo di cosa si tratta.
1. Cosa significa caucus Il caucus è un incontro tra membri di un particolare partito politico che si riuniscono per scegliere un candidato, in questo caso per le elezioni presidenziali americane.
2. Che differenza c’è tra caucus e primarie? Nelle primarie, i votanti registrati partecipano nella selezione del candidato per la nomination del partito come in una elezione generale. Dopo che i voti sono stati contati, il numero dei voti che un candidato riceve determina il numero dei delegati che gli viene conferito. Le primarie possono essere sia aperte (si può votare per un candidato al di fuori del proprio partito) ovvero chiuse (bisogna essere il membro di un partito per votare il candidato del partito stesso). Nel caucus, i membri del partito si riuniscono nel loro distretto elettorale e impegnano il loro supporto per il loro candidato presidenziale preferito, che ha come risultato l’assegnazione di un certo numero di delegati a quel candidato. I delegati, tipicamente, asseriscono pubblicamente chi voteranno, così le persone potranno votare di conseguenza.
3. I caucus democratici e repubblicani sono identici? No. Per i Repubblicani i votanti si riuniranno in circa 900 siti caucus, poi scriveranno la loro scelta su un pezzo di carta e la consegneranno. Si possono usare anche schede pre -stampate. Il totale “grezzo” dei voti viene contato da funzionari del partito locali e poi mandati al quartier generale dei Repubblicani nell’Iowa dove si tiene il conto totale dei voti di ciascun sito caucus. Diverso il procedimento per i Democratici: quando gli elettori si mostreranno ai 1100 siti, gli sarà chiesto di riunirsi in sezioni designate dai candidati. Saranno contati.

Quando l’incontro si apre i partecipanti devono dichiarare la preferenza per un candidato. Tipicamente ogni sostenitore di un candidato si mette fisicamente in una posizione della stanza, una per ogni candidato, le persone che non hanno ancora deciso vanno nel gruppo degli “indecisi”.Se un candidato non riesce ad avere almeno il 15% dei votanti nel suo angolo, vengono fatti andare via, e i capitani caucus per i candidati che sopravvivono possono personalmente rispondere alle domande, incitandoli ad unirsi al gruppo del loro candidato.Quindi i delegati vengono assegnati sulla base del supporto per ogni candidato. Sembra confusionario ed infatti lo è. Una volta che sono contati i voti del primo – round, ognuno di quelli nel gruppo che non è “fattibile” ha l’opportunità di allinearsi con un candidato che ha passato la soglia. Un aspetto controverso dei caucus democratici è la mancanza del voto segreto. Un candidato che vince il primo round del caucus non è salvo. Quando il conto finale è completato, i funzionari locali lavorano su quanti delegati da un distretto elettorale, per ogni candidato, possono andare alla Convention della contea locale, il prossimo passo del processo, che finirà con la Convention Nazionale dei Democratici a Philadelphia a luglio.
4. Chi vota L’attuale elettorato nei caucuses è solo una frazione dei democratici e repubblicani registrati che voteranno in autunno. Questa è una delle ragioni per cui spesso si accusa i caucus di essere difficilmente il processo più democratico, specialmente per l’influenza sproporzionata degli stati nella gara presidenziale. Generalmente, la partecipazione ai caucus è di circa il 20% di votanti registrati in ogni partito nei recenti cicli elettorali.
5. Possono partecipare gli indipendenti? Solo Repubblicani e Democratici registrati possono partecipare. In teoria le persone che non si sono precedentemente registrate possono arrivare al sito caucus e registrarsi. Ed è possibile cambiare affiliazione partitica durante la serata.
6. Perchè s’inizia nello Iowa? Il “sistema Iowa” ha il processo più complesso che consta di quattro parti: il caucus, poi la convention, poi le convention congressuali di distretto e poi le convention di stato, quindi per dare i 30 giorni di preavviso (come previsto dalla legge), l’Iowa deve iniziare prima, semplice!


Il dibattito tra i candidati democratici alla Casa Bianca


di Barbara Faccenda

I candidati che si sono confrontati sono Hillary Clinton, Bernie Sanders e Martin O’Malley. L’evento è stato uno dei più accesi dibattiti nel contesto dei democratici, i candidati si sono scontrati su tutto: dal sistema sanitario alle armi fino alla riforma di WallStrett.
I principali protagonisti sono stati Bernie Sanders e Hillary Clinton, con un O’Malley che durante la pubblicità si scontrava con la moderatrice per chiedere “tensec”.
Bernie Sanders è pressoché in testa nello New Hampshire, ma perde da quasi tutte le altre parti. Sanders – con una vigorosa operazione di raccolta fondi e con un diffuso appeal tra i sostenitori in età da college- rimane un significativo fattore nella compagine democratica, ma ha fatto poco per respingere l’impennata della Clinton all’inizio del 2016. Sander, famosamente allergico a prepararsi al dibattito e resistente nell’attaccare i suoi oppositori sulle questioni che non sono pertinenti al suo messaggio principale dell’iniquità dei guadagni, chiaramente ha capito l’atroce urgenza di stendere la Clinton. Il suo staff in modo ribelle si è rifiutato di scusarsi per aver impropriamente rumoreggiato su un file segreto dei voti della Clinton, anche se ha offerto un mea culpa indirizzato più ai suoi sostenitori.
La Clinton diverge da Obama a proposito dell’ISIS. In precedenti commenti, la Clinton, che era conosciuta come il più aggressivo dei membri del team di sicurezza nazionale di Obama, si è distanziata dalla strategia di Obama dopo gli attacchi di Parigi e di San Bernardino. Lei reitera l’invito per l’attuazione di una no – fly zone sulla Siria e suggerisce una risposta militare più robusta. Durante il dibattito la Clinton è molto più esplicita nel criticare Obama, dichiarando che la strategia non era contenere ma sconfiggere il terrorismo islamico. Se ricordate ai primi di dicembre Obama aveva dichiarato ad una televisione americana: “quello che è vero è che dall’inizio il nostro obiettivo è stato prima di contenere e noi li abbiamo contenuti”. Quella di Hillary non è stata una gaffe, forse più un passo falso in un dibattito dominato dalle questioni di sicurezza nazionale. Cerca poi di cavarsela asserendo che per quanto riguarda la politica sull’ISIS: “siamo dove dobbiamo essere”, e ancora: “abbiamo una strategia e un impegno per sconfiggere l’ISIS che è un pericolo per tutti e per la regione”, il problema è che circa tre quarti della popolazione americana sente il terrorismo come la principale preoccupazione e che critica sia i democratici che i repubblicani reputandoli centinaia di chilometri lontani dal ciò che la politica americana dovrebbe aver già fatto.
O’Malley sbraccia per avere un po’ di spazio nel dibattito. L’ex governatore del Maryland, Martin O’Malley, si è sentito marginalizzato e negato del tempo televisivo su argomenti importanti incluso le sue priorità sulla riforma di WallStrett e sulla riforma della giustizia penale. O’Malley ha cercato ripetutamente di inserirsi nel dibattito dominato da Sanders e dalla Clinton, spesso tentando ditrovare una posizione al di sopra dei loro confronti ma trovandosi poi inesorabilmente spazzato via dai suoi rivali. Riesce ad inserirsi per criticare la Clinton nella discussione su Wall Street, asserendo che lei stessa ha affermato che, in questo settore, non andrebbe più lontana dei suoi avversari democratici.
Scontro tra Sanders e Clinton sul controllo delle armi. La Clinton ha strigliato Sanders su quello che lei chiama: “la sua ripetuta opposizione a robuste misure per la sicurezza delle armi”. Da parte sua Sanders reitera il fatto che viene dal Vermont, uno stato fortemente pro – armi, e proprio questo lo aiuterà a costruire un ponte per colmare le divisioni politiche sulla questione (se vincesse).
L’accordo empatico tra la Clinton e Sanders si manifesta a proposito del vuoto di potere nel Medio Oriente che ha contribuito all’odierno caos, ma non è da incolpare l’amministrazione Obama, Ça va sans dire! Malgrado le sanguinose battaglie in Iraq e in Siria, entrambi i candidati democratici di punta hanno affermato senza battere ciglio che la politica estera del presidente è stata ampiamente astuta. In più, la Clinton afferma che il vuoto di potere è colpa dei leader della Siria e dell’Iraq che hanno sottovalutato le uccisioni settarie e la violenza che hanno permesso ai terroristi di esercitare una forte presa nei loro paesi.
Clinton e Putin. Alla domanda di valutare la sua relazione con il presidente russo Putin, la Clinton fa una pausa. Poi risponde sorridendo che la definisce“di rispetto”. Aggiunge che Putin è qualcuno con cui ci si deve continuamente alzare in piedi perché come molti bulli è qualcuno che prenderà da te tutto quello che potrà a meno che non lo faccia tu.
Un dibattito acceso tra due soli protagonisti sostanzialmente, che sicuramente si scontreranno a distanza ancora, criticando, ma non criticando, l’amministrazione Obama, soprattutto sulla politica estera. La battaglia per le elezioni americane è iniziata e nessuno si risparmierà nello sferrare colpi leciti e non.