Salvini sulle elezioni in Uk: «La volontà del popolo, prima o poi, arriva»


Il leader della Lega: «Speriamo di votare presto anche in Italia, non potranno evitarlo per sempre»

«Secondo alcuni sondaggi era un “testa a testa”, “la sinistra sta recuperando”, “previsioni difficili da interpretare” (vi ricorda qualcosa?) e invece… stravince Boris Johnson!». Così il leader della Lega, Matteo Salvini, ha commentato su Facebook la vittoria di Boris Johnson alle elezioni britanniche. Poi uno sguardo all’Italia: «Bellissimo l’esercizio democratico delle elezioni, speriamo di poterlo ripetere presto anche in Italia, non potranno evitarlo per sempre e la volontà del popolo, prima o poi, arriva». Punta il dito verso l’UE, Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia: «Negli anni 70 il Regno Unito entrava nella CEE perché pensava non ci fosse futuro fuori dall’Europa, oggi esce dalla UE perché pensa non ci sia futuro in Europa. Non sarebbe il caso di chiedersi cosa ha sbagliato la UE?».


Giuseppe Conte l’ottimista, ma la maggioranza adesso è a rischio


Defezioni nel M5s e Renzi promette battaglia su sugar e plastic tax

«Chi vuole lavorare ha la possibilità di farlo con noi fino al 2023». Il premier Giuseppe Conte allarga l’orizzonte della durata dell’esecutivo, in pratica a fine legislatura, conversando con i cronisti a margine del Consiglio europeo. Insomma, era la domanda, nuove uscite di parlamentari della maggioranza possono ancora avvenire? «No, assolutamente, no», la risposta. Sarà. Intanto, però, vanno registrati gli ingressi nella Lega degli ex senatori M5s Francesco Urraro e Stefano Lucidi, i quali si vanno ad aggiungere a Ugo Grassi, il primo a formalizzare il passaggio. Se non proprio una diaspora, poco ci manca, considerati soprattutto i numeri risicati al Senato. Posizioni che trovano ragioni nel nuovo corso del Movimento, “lontano parente” di quello che aveva dato vita al Conte Uno, oggi più allineato alle politiche care al Pd e ai diktat di Bruxelles, come la recente vicenda legata al Meccanismo europeo di stabilità dimostra. Conte, poi, deve guardarsi anche dal fuoco amico. Italia Viva è sul piede di guerra, spesso in disaccordo con le linee generali che arrivano dal governo. Tanto per (non) rasserenare gli animi, Matteo Renzi ha ribadito quale uno degli impegni per il 2020: «Una battaglia senza quartiere per evitare le tasse sulla plastica e sullo zucchero». «Se metti le tasse per fare cassa stai distruggendo il settore della plastica, specie in Emilia – ha quindi aggiunto nella trasmissione Dritto e Rovescio –. In aprile ci sono le manovre di assestamento, se si trova un miliardo per le banche si può trovare qualche decina di milioni per le aziende della plastica». Da che pulpito.


Piove sull’acciaio


Ex Ilva stretta nella morsa tra Arcelor Mittal, magistratura e “sviste” del Governo. Gli esuberi fioccano come fossero niente

Che gran pasticcio. Alle 17.00, proprio mentre La Meta Serale chiude le pagine, il ministro Patuanelli riceverà al Mise i sindacati insieme ai commissari dell’amministrazione straordinaria di Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, già sapendo che Confederazioni e sigle metalmeccaniche sono contrarie sia agli esuberi del nuovo piano industriale di ArcelorMittal, 4700 entro il 2023, sia alla cassa integrazione straordinaria per 3500 lavoratori del siderurgico di Taranto che l’azienda ha annunciato ieri in conseguenza dell’obbligo imposto dalla magistratura di fermare l’altoforno 2, uno dei tre attualmente operativi nello stabilimento. Difficile capire quale possa essere la soluzione di questo rebus e soprattutto immaginare un contesto altrettanto negativo per uno Stato che ha dichiarato la sua intenzione di voler tornare ad essere imprenditore. Sì, ma con calma. «La trattativa è complicata e non escludiamo un decreto» sulla chiusura dell’altoforno2, ha dichiarato Giuseppe Provenzano, ministro del Sud a Radio 24. «Nulla è escluso nella vicenda complessiva dell’Ilva. Non siamo disarmati, l’azienda è vincolata a un contratto e se viene meno deve assumersi le responsabilità civili e anche penali», ha aggiunto. Ma le organizzazioni sindacali non mostrano altrettanto distacco e invocano una soluzione vera all’esecutivo, non un palliativo o, peggio ancora, una scelta puramente tattica. Per il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, la cigs è l’«anticamera dei licenziamenti», per il segretario generale della Cisl, Anna Maria Furlan, così si va «di male in peggio», mentre il segretario generale dell’Ugl Metalemccanici, Antonio Spera, ha usato toni più drammatici nell’invocare l’intervento del Governo per «mettere fine a questa macelleria sociale». Lo stesso ministro Provenzano ha precisato che «l’ingresso pubblico dipende dal piano industriale: se di Ilva facciamo la più grande acciaieria d’Europa all’avanguardia nella produzione di acciaio verde allora ha senso una presenza pubblica per accompagnare questo processo. Arcelor Mittal ha una responsabilità se dopo un anno e mezzo il piano si è rivelato impraticabile». A ben sperare si fa fatica di fronte a dichiarazioni come quelle di Ugo Grassi, il parlamentare che oggi è passato dal M5s alla Lega: «Basti l’esempio della gestione dell’ex Ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi».

 


La maggioranza perde pezzi: Grassi passa alla Lega


Salvini: «Siamo solo all’inizio»

Ieri il premier Conte aveva tentato di ostentare ottimismo dicendo, prima del voto in Senato sulla risoluzione del Mes, di non temere per la tenuta del governo. Ma certo è che i “malpancisti” del M5s potranno mettere in difficoltà l’esecutivo, peraltro in una fase molto delicata visti gli imminenti impegni. Molto più che uno di loro, Ugo Grassi, ha formalizzato il suo passaggio alla Lega. Non a caso lunedì sera è previsto un vertice di governo a Palazzo Chigi, in cui Conte incontrerà i capi delegazione dei partiti di maggioranza per discutere, appunto, della fase politica e delle prossime scadenze. I quattro voti contrari di ieri al Senato degli esponenti M5s (oltre a Grassi, Lucidi, Urraro e Paragone), hanno lasciato non pochi strascichi. «Perdono i nervi, svelano le loro bugie, perdono la coerenza e perdono i pezzi. E siamo solo all’inizio», è la considerazione che oggi fa il leader della Lega, Matteo Salvini, intervistato da Affaritaliani.it. Su questo fronte, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, aveva accusato, da Tirana, proprio Salvini di avere aperto «il mercato delle vacche», arrivando addirittura a invocare indagini. «A me spiace che Di Maio invochi l’intervento della magistratura – è la risposta di Salvini nell’intervista ad Affaritaliani –. Il problema del M5s è l’incoerenza di Grillo e Di Maio e non la coerenza di qualcuno che ieri in Aula ha detto che nel programma con il quale è stato eletto c’era scritto di cancellare il Mes».


Mes: informativa di Conte alla Camera


Ma l’opposizione non se la beve e neanche parte della maggioranza

Riforma Fondo Salva-Stati o Mes, il punto è che vogliono darcela a bere. Per capire come stanno le cose è meglio partire dalla fine. Ben 14 deputati M5s e 6 del Pd non hanno partecipato al voto sulla risoluzione di maggioranza approvata in aula alla Camera in seguito alle comunicazioni del premier Giuseppe Conte sul consiglio europeo del 12 e 13 dicembre. La risoluzione, tra le altre cose, contiene gli impegni del governo sulla riforma del Mes su cui i pentastellati avevano dibattuto fino all’accordo della notte scorsa. Inoltre come riportato ampiamente dal quotidiano La Verità se il Ministero dell’Economia sostiene di aver ottenuto modifiche minori, per tenere buoni gli oppositori in casa, «per il portale del Fondo tutto era già previsto, a prescindere dalle richieste di Roma». In totale la Camera ha approvato la risoluzione della maggioranza sul Mes con 291 voti favorevoli e 222 contrari. L’opposizione si è fatta sentire con gli interventi duri della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, del deputato della Lega e presidente della commissione Bilancio, Claudio Borghi, che ha dato del «traditore» al presidente del Consiglio e con il coro «venduti, venduti» dei deputati della Lega al termine dell’intervento di Lia Quartapelle, e con l’intervento dell’on. Maria Stella Gelmini di Forza Italia. Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, hanno inoltre votato una risoluzione alla quale hanno lavorato i tre capigruppo Molinari, Gelmini e Lollobrigida, insieme ai leghisti Borghi e Bagnai, al forzista Brunetta e a Delmastro Delle Vedove per Fratelli d’Italia. Si legge nell’impegno contenuto nella risoluzione, con specifico riferimento alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, «a non procedere ad alcuna formale adesione prima che le numerose criticità elencate in premessa siano discusse e risolte; in particolare a non sottoscrivere l’adesione dell’Italia al MES così come ora proposto e segnatamente a condizionare l’adozione di ogni decisione vincolante in merito alla sua revisione all’esclusione di ogni riferimento, esplicito o implicito, alla possibilità concreta di imporre la ristrutturazione del debito pubblico di uno Stato qualora ricorra all’assistenza del MES ovvero qualora vi ricorrano istituti di credito di quello Stato». A questo punto va ascoltato con maggiore attenzione ciò che ha detto il premier Conte nella sua informativa e cioè che la revisione del Mes «non apporta modifiche sostanziali al trattato già esistente» e «non introduce» alcun «automatismo nella ristrutturazione del debito di uno Stato, ma lascia alla Commissione europea il fondamentale ruolo di valutarne la sostenibilità e di assicurare la coerenza complessiva delle analisi macroeconomiche effettuate sui Paesi membri». Adesso è tutto molto più chiaro.


Pronti a un “crono-programma”


Per una volta, sono tutti d’accordo. In difficoltà su molti dossier – tanto per citarne alcuni: manovra, Alitalia, ex Ilva… –, Movimento 5 stelle e Partito democratico sostengono la necessità di lavorare insieme (con quali risultati vedremo) a un “crono-programma” da seguire fino alla scadenza della legislatura fissata nel 2023. «Stare appeso non è nel mio carattere e la forza ci viene dai risultati. Più che di una verifica si tratterà di un rilancio», ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Proprio il premier ha proposto alle forze di governo di sedersi intorno a un tavolo per lavorare ad un programma, dopo l’approvazione della manovra.
Il presidente del Consiglio cerca di serrare i ranghi, dopo le ultime (accese) discussioni tra i due alleati. Non è detto che ci riuscirà: non è escluso che Pd e M5s possano trovarsi nuovamente in disaccordo su qualcosa. Fino a mettere nuovamente in discussione la stabilità del governo. Un rischio che il premier sembra disposto a correre, perché «il Paese chiede chiarezza, non possiamo proseguire con dichiarazioni o differenti sensibilità, sfumature varie e diversità di accento». Su questa strada, il target posto da Conte – tenere unito il governo fino alla sua naturale scadenza nel 2023 – diventa quasi impossibile da centrare. L’idea del premier è piaciuta tanto al segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti quanto al capo politico del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio. «Sul contratto di governo, che vogliamo fare dal prossimo anno, è arrivato il momento di mettere nero su bianco tempi e temi. Siamo tutti d’accordo di lavorarci appena si approva la legge di bilancio», ha detto il secondo. «Credo che sia utile che, subito dopo, il premier convochi i capi delegazione del governo. Ci facciamo una giornata di pianificazione e poi mettiamo i gruppi parlamentari a lavorare per dire come, quando e dove faremo le cose nei prossimi tre anni», ha proseguito il ministro degli Esteri.

M5s, domani voto su Rousseau per scegliere i candidati alla Regionali calabresi
Lo ha reso noto il deputato Paolo Parentela.