Il Conte 2 non ne imbrocca una


Dall’Ilva alla crescita zero, passando per la plastic tax

Che magra consolazione: per il commissario europeo (uscente) agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, lo scambio con il “Conte bis” sulla manovra economica è finalmente «serio», mentre quello con il “Conte uno” è stato solo uno «scontro», «nocivo», per i rapporti tra Ue e Italia. Il “beneficio” di poter contare adesso su buoni rapporti tra Ue e Italia rischia di diventare irrilevante, se è vero come è vero, poiché a scriverlo nelle previsioni economiche d’autunno è la stessa Commissione Ue, che il nostro Paese resta il peggiore dell’area euro e dell’intera Ue a 28 in termini di crescita attesa. Troppo severi? I dati – crescita 2019 allo 0,1% – non tengono conto del cataclisma industriale e occupazionale che la crisi dell’ex Ilva può generare non per il Sud, ma per tutto il Paese. Dunque potrebbe andare peggio. Il premier Giuseppe Conte, a seguito del fallimentare incontro di ieri con i massimi vertici di ArcelorMittal, ha concesso al gigante dell’acciaio due giorni per ripensarci. Non basta dichiarare «inaccettabili» le richieste di ArcelorMittal (ben 5 mila esuberi), bisogna fare di più. Ma, a parte prendere tempo e convocare tutti i sindacati, non è chiaro cosa possa e cosa intenda fare il Governo essendo lo stesso a non essersi accorto delle “difficoltà” di ArcelorMittal nel portare avanti il piano industriale e avendo in Parlamento una maggioranza a dir poco balcanizzata. Aver detto poi che «il Governo non ha alcuna responsabilità» in questa crisi è un’affermazione (falsa) che rischia di togliere sostanza persino alle importanti promesse: «Difenderemo Ilva e Taranto. Non lasceremo soli gli operai». Se il ritiro dell’azienda nasce da un motivo «prettamente economico» e non giuridico, ovvero l’abolizione dello scudo penale, ci auguriamo che Conte abbia un’idea vera, visto che fino ad oggi si è occupato solo di tasse sulla plastica e sullo zucchero, che al solo parlarne hanno mandato già in stallo altri due settori e relativi posti di lavoro.


La manovra arriva in Senato


La maggioranza è divisa su tutto: dalla plastic tax ai fringe benefit per le auto aziendali, M5s e Pd sempre più in disaccordo

Inizia domani l’esame della legge di bilancio al Senato. Seguiranno le audizioni congiunte, che dovrebbero tenersi tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Il provvedimento, che si compone di 119 articoli, è arrivato in parlamento ben oltre il termine fissato dalla legge ovvero il 20 ottobre e così restano meno di due mesi per l’esame della manovra, che va approvata entro il 31 dicembre. Tra i capitoli già al centro della discussione, per possibili modifiche che potrebbero essere introdotte nel corso dell’iter parlamentare, la plastic tax e la stretta sulla tassazione del fringe benefit per le auto aziendali. Mentre il decreto legge fiscale, che è la seconda parte della manovra, ha iniziato il turno di audizioni alla Camera, ed è atteso nell’aula di Montecitorio a partire dal 4 novembre e dovrà essere licenziato entro il giorno di Natale. Non c’è solo la difficoltà tecnica, tra le due assemblee, di coordinare i due provvedimenti affinché arrivino alla loro versione definitiva entro i termini stabiliti dalla legge. C’è soprattutto quella politica. Il Governo, per bocca del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha dichiarato anche oggi di aprire la possibilità di modifiche in particolare sulla plastic tax. Fino ad oggi il Governo ha sempre fatto orecchie da mercante davanti al grido di allarme delle aziende e dei settori coinvolti. Ma qualche mattone nel “muro” si è sgretolato. L’Italia è leader mondiale del packaging, le aziende migliori si trovano tutte sulla via Emilia. La Lega e Forza Italia ha promesso battaglia e per i giallorossi si mette male. Da qui a pochi mesi ci saranno le elezioni regionali in Emilia Romagna, dove è sorto il distretto industriale di 228 imprese e oltre 17mila occupati solo nell’imballaggio, che realizza un fatturato annuo pari a 3 miliardi di euro. La tassa può rivelarsi oltre che un buco nell’acqua in termini ambientali – Legambiente ha detto che dovrebbe essere formulata diversamente, pur apprezzandola in termini di principio – soprattutto un disastro economico e  politico. Stesso effetto rischiano di produrre la sugar tax e quella sulle auto aziendali, senza dimenticare l’uscita di Arcelor Mittal da Ilva.  Plastic tax, sugar tax e auto aziendali – cavalli di battaglia del M5s – faranno racimolare al Governo meno di 2 milioni di tasse. Per questo Italia Viva di Matteo Renzi propone di far slittare il taglio del cuneo fiscale – cavallo di battaglia del Pd – e realizzare cassa senza nuove tasse inique o comunque rimodulandole – e per Italia Viva significa conquistare nuovi voti. Non c’è bisogno di essere politologi o veggenti per capire che il Governo giallorosso rischia o prima o poi o per un motivo o per un altro di deflagare.


Una settimana difficile per governo e maggioranza


Giorni di fuoco per M5s e Pd. E intanto i partiti del centrodestra crescono nei sondaggi

Settimana difficile per governo e maggioranza, che dopo la batosta rimediata in Umbria domenica scorsa non sono riusciti a nascondere tutte le difficoltà che stanno caratterizzando il momento, a partire proprio dalla convivenza forzata. Certo, si è provato anche a minimizzare quanto accaduto in Umbria, a far finta che il voto di domenica, seppur locale, non rifletta in qualche modo il malcontento generale che si registra nel paese, da nord a sud. Ma che qualcosa non vada è del tutto evidente e in fondo, questo, è stato ammesso dagli stessi protagonisti della “foto di Narni”. Tanto per cominciare, il leader del M5s, Luigi Di Maio, ha di fatto già chiuso qualsiasi ipotesi di alleanza con i dem in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Con l’Emilia Romagna – si voterà il 26 gennaio – che sembra essere diventata l’ultima chiamata per il Partito democratico e, in definitiva, per la maggioranza. Non solo. I continui dietrofront sulla manovra sono l’ennesima dimostrazione di  come le divisioni superino di gran lunga gli intenti condivisi. Dunque non stupiscono, specie nel Pd, le affermazioni di quanti ritengono essenziale cambiare passo – in termini strategici e di “cose da fare” –, unica via per garantire “lunga vita” all’esecutivo. In questo senso si sono espressi il segretario dem, Nicola Zingaretti, ma anche altri, quali Andrea Orlando in un’intervista all’HuffPost. Insomma: ci sono i mal di pancia e l’idea di staccare la spina al governo è, oggi, tutt’altro che remota al netto delle dichiarazioni apparentemente concilianti. Il punto, semmai, è capire quando e con quale pretesto, dato che tale maggioranza era nata “ufficialmente” per evitare il rialzo dell’Iva, ma nei fatti per contenere piuttosto l’avanzata della Lega, obiettivo che gli elettori non stanno premiando. E ora che il centrodestra si è ricompattato attorno ai recenti successi elettorali, la paura di perdere poltrone e – soprattutto – di non averne più in futuro cresce di giorno in giorno. E di “effetto Umbria” si può ancora parlare, a ben vedere, perché da un lato si può osservare la crescita nei sondaggi dei partiti usciti vittoriosi dalle regionali del 27 ottobre (Lega-FdI-FI) e dall’altro il calo di M5s e Pd, che hanno tentato l’impervia strada – già bocciata – della “strana alleanza”. La Lega oscilla tra il 33 e il 34% dei consensi, Fratelli d’Italia tra l’8 e il 9%. In generale, la coalizione di centrodestra è vicina al 50%. Se per Conte questo non è un avviso di sfratto…


Migranti, Salvini: «Per le ong ricomincia la pacchia»


Duro attacco del leader della Lega Matteo Salvini: «Per le navi delle ONG straniere cariche di immigrati ricomincia la pacchia». Ospite di “Radio anch’io”, su Radio 1, ha commentato così la notizia dell’arrivo al porto di Pozzallo della Ocean Viking, la nave delle ong Sos Mediterranée e Medici senza frontiere con a bordo 104 migranti. L’imbarcazione è rimasta in mare per 11 giorni, uno stallo terminato su iniziativa del Viminale che, dopo le critiche di Partito democratico e Italia Viva, ha dato il via libera allo sbarco, assicurando che «70 persone saranno accolte da Francia e Germania». Salvini ha assicurato che comunque i «sindaci e governatori della Lega diranno di no ad ogni nuovo arrivo di clandestini». Con il governo giallorosso c’è stata un’inversione di tendenza rispetto all’esperienza governativa che vedeva la Lega e Movimento 5 stelle a Palazzo Chigi, con Salvini alla guida del ministero dell’Interno: «Gli sbarchi con questo governo sono triplicati. Sono passati da 22 al giorno, quando ero ministro, a 82 attuali», ha aggiunto l’ex titolare del Viminale. «Le redistribuzioni dei migranti? Sono solo sulla carta», ha concluso.


Botta e risposta Di Maio-Zingaretti su alleanza Pd-M5s


Il segretario dem: «Ritrovare spirito comune». La replica del capo politico pentastellato: «Non ci sono presupposti»

L’esito delle elezioni regionali umbre ha reso evidente qualcosa che evidente già era: l’alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle non è destinata a durare a lungo. Alla richiesta del segretario del Pd Nicola Zingaretti – «O si riscopre uno spirito comune o i motivi stessi di questo governo vengono meno e non si può andare avanti», ha detto a Radio Capital, dopo l’annuncio che il M5s correrà da solo in Calabria e Emilia-Romagna –, ha replicato il capo politico pentastellato Luigi Di Maio. Cosa ha detto il ministro degli Esteri? Ha ribadito che «non ci sono i presupposti per un’alleanza strutturale con il Pd». «Quella di Di Maio» che archivia l’alleanza con il Pd «è una posizione debole, perché il M5s governa col Pd. E vuole governare per altri tre anni con il Pd e non un piccolo paese dell’entroterra ma la Repubblica italiana», ha detto Zingaretti.


Avviso di sfratto


Umbria: vittoria storica e schiacciante della coalizione di centro destra

Ridimensionare il risultato politico della sconfitta in Umbria riferendosi alla piccola percentuale rappresentata dalla popolazione della regione rispetto al resto della nazione, così come continua a fare dalla settimana scorsa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è la dimostrazione più evidente di quanto sia scottante il fatto che, dopo 50 anni, non sia più la sinistra a governare la Regione ma il centro destra. Vediamo l’esito del voto: la Lega, secondo i dati definitivi del voto raccolti oggi, ha ottenuto il 36,9% (il 14% in più delle precedenti regionali), Fratelli d’Italia il 10,4% (era al 6,2) e Forza Italia il 5,5 (era all’8,5). Nella coalizione Bianconi, il Pd si è attestato al 22,3% (35,8 nella precedente consultazione) e il M5s al 7,41 (era al 14,6). A Terni, in particolare, la Lega ha superato il 40%, mentre il M5s si è fermato sotto il 10%. Così il leader della Lega, Matteo Salvini, a Perugia, nella conferenza stampa sul voto in Umbria ha commentato: «È un voto che ha anche una valenza nazionale, Conte continua con la sua arrogante distruzione dell’Umbria». Non c’è solo il botta e risposta a distanza tra Conte e Salvini, ormai la coalizione targata M5s-Pd è agli sgoccioli ed è iniziato il fuoco amico. Per il M5s: «Dalla formazione del primo esecutivo ci è stato subito chiaro che stare al Governo con un’altra forza politica – che sia la Lega o che sia il Pd – sacrifica il consenso del Movimento 5 Stelle. Ma noi non siamo nati per inseguire il consenso». Male anche per il Pd che ha visto fallire al primo test la strategia del suo stato maggiore. Zingaretti: «Rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare», puntando anche il dito su Italia Viva di Matteo Renzi, che non ha contribuito a creare le condizioni migliori per il voto in Umbria: «Un voto certo non aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del Governo». Ma va detto anche che in Umbria al centrosinistra era rimasta solo la presidenza della Regione, tuttavia macchiata dallo scandalo della sanitopoli perugina e quindi le colpe vanno ricercate prima di tutto in casa. A sua volta si è schernito Matteo Renzi affermando che si tratta di «una sconfitta scritta figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi. Lo avevo detto, anche privatamente, a tutti i protagonisti. E non a caso Italia Viva è stata fuori dalla partita». Al di là dei torti e delle ragioni, è evidente che ora si apre un’altra fase, Salvini è stato chiaro: «Non ci sono spallate in democrazia. Ci sono le elezioni. Di elezione in elezione vediamo quanto resteranno attaccati alla poltrona».