Spettro novembre per i licenziamenti


Non più una data fissa come in precedenza, ma una disciplina diversa caso per caso

Una soluzione che, di certo, non agevola, ma che, comunque, quanto meno, dà ancora un poco di fiato a centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti. Il decreto Agosto, dopo una lunga mediazione fuori e dentro il governo, interviene nuovamente sullo stop ai licenziamenti individuali e collettivi per motivi economici. Dopo l’alt del Cura Italia e del decreto Rilancio, il nuovo provvedimento vieta al datore di lavoro di licenziare personale finché è possibile utilizzare gli ammortizzatori sociali con causale Covid-19. A questo punto, immaginando che il datore di lavoro abbia fatto ricorso agli ammortizzatori sociali fin da febbraio, i primi licenziamenti potrebbero scattare dal 2 novembre, con il grosso a concentrarsi nella settimana che parte con lunedì 16 novembre. Il licenziamento è sempre possibile nel malaugurato caso di fallimento dell’azienda, una ipotesi, purtroppo, non remota. Sono anche possibili accordi con incentivo all’esodo.


Oltre 600mila posti di lavoro in meno già ad aprile


Crolla tutta l’occupazione a tempo determinato, stagionale o in somministrazione

L’Inps conferma il crollo dell’occupazione nel nostro Paese, con l’emergenza epidemiologica che ha finito per allargare ancora di più quella voragine che si era andata aprendo già sul finire del 2019 e poi nelle prime settimane dell’anno. Ad aprile, i rapporti di lavoro in meno su base annua sono 610mila; soltanto il mese prima erano 279mila in meno. Una progressione esponenziale – l’incremento su base mensile sfiora il 120% – che rende purtroppo sempre più vicino il milione di posti di lavoro in meno di cui si è parlato più volte, anche su questo giornale. Se i rapporti di lavoro a tempo indeterminato tengono, anche per effetto dello stop ai licenziamenti introdotto con il Cura Italia e confermato dal decreto Rilancio fino al 17 agosto, sono tutte le altre forme contrattuali a pagare lo scotto più alto. Sono quasi mezzo milione in meno i rapporti di lavoro a tempo determinato, un numero destinato ad impennarsi velocemente, considerando il forte ricorso allo strumento durante il periodo estivo. Crollo anche per gli stagionali (-169mila), per i somministrati (-133mila) e per i lavori intermittenti (-91mila). Forte preoccupazione è stata espressa dai sindacati e dalle associazioni datoriali, da tempo in pressing sul governo sul versante degli ammortizzatori sociali e sulla proroga del blocco ai licenziamenti, senza i quali il saldo rischia di diventare assolutamente insostenibile già a settembre.


La Corte costituzionale e il Jobs act


Il meccanismo di ristoro legato alla sola anzianità non tutela i lavoratori

Un principio che la Corte costituzionale non condivide assolutamente e, per tale ragione, censura. Sono state appena depositate le motivazioni alla sentenza 150 con la quale la Corte costituzionale ha accolto le eccezioni di costituzionalità presentate dai tribunali di Roma e di Bari intorno al meccanismo che sanziona il datore di lavoro in caso di licenziamento illegittimo con l’erogazione di un indennizzo commisurato alla sola anzianità di servizio, così come previsto dal Jobs act per il contratto a tutele crescenti. Come fatto più volte osservare, il meccanismo non tutela i lavoratori in assoluto e quelli con anzianità ridotta in particolare. La Corte costituzionale, chiaramente, non entra nel merito della applicazione di due differenti versioni dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, a seconda della assunzione prima o dopo la data del 7 marzo 2015, ma sul meccanismo di ristoro del lavoratore licenziamento illegittimamente.


Licenziamenti, lo scudo legale fa acqua da tutte le parti


L’Inps riconosce il diritto a percepire la Naspi, ma si rischia molto

C’è qualcosa che non torna, nel governo e ai piani alti dell’Inps. Nei giorni scorsi, l’Istituto previdenziale, nell’occhio del ciclone per le tante, troppe promesse inevase del suo presidente Pasquale Tridico, si è sentito in obbligo di chiarire un passaggio rispetto al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Come noto il Cura Italia e poi il decreto Rilancio hanno introdotto un divieto di licenziamento per motivi economici dal 17 di marzo allo stesso giorno del mese di agosto, con un vuoto temporale il 18 maggio, quando, per effetto della ritardata entrata in vigore del già citato decreto Rilancio, le imprese avrebbero potuto licenziare. Ora, anche il ministero del lavoro si è reso conto che i licenziamenti economici, benché vietati, continuano ad essere intimati, per cui ha ricordato che il diritto alla Naspi permane. Di conseguenza, anche l’Inps si è allineato a questa disposizione, riconoscendo il diritto alla Naspi, sempre naturalmente se dovuta (la Naspi ha una durata proporzionale ai mesi di contribuzione valida nei quattro anni precedenti) e prevedendo il successivo recupero nel caso in cui il lavoratore venisse reintegrato nel posto di lavoro. Intanto, però, il divieto di licenziamento, la cui natura è però in discussione, non copre i licenziamenti disciplinari né quelli per superamento del periodo di comporto, vale a dire le assenze per malattia, all’ordine del giorno nel periodo Covid-19.


Jabil, l’azienda fa saltare il tavolo


Quando tutto sembrava risolto, la multinazionale lascia il confronto al ministero

Si racconta di una ministra del lavoro e delle politiche sociali, furiosa dopo un’estenuante trattativa, saltata all’una e trenta di notte, proprio mentre tutto sembrava risolto. Oggetto del contendere i 190 dipendenti della Jabil di Marcianise, in provincia di Caserta, ai quali il colosso Usa ha comunicato il licenziamento. Davanti alle rimostranze della ministra Nunzia Catalfo, la quale ha ricordato il divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo e la possibilità di accedere alla cassa integrazione con causale Covid-19, la multinazionale ha fatto un passo indietro che però porta dritto al 18 agosto, quando termineranno gli effetti dell’articolo 46 del Cura Italia, come modificato dal decreto Rilancio, sui licenziamenti. La mancata firma dell’accordo da parte della Jabil è dovuta al rifiuto di dover sottostare, dopo quella data, all’obbligo di esame congiunto con i sindacati, come previsto dalla normativa sui licenziamenti collettivi.


Jabil licenzia a Marcianise nonostante il blocco di legge


La multinazionale Usa non segue le indicazioni del governo; la falla normativa

La questione rischia di rappresentare una profonda crepa nel sistema messo in campo del governo a sostegno dei posti di lavoro. La Jabil, una multinazionale del settore dell’elettronica, ha annunciato il licenziamento dei 190 dipendenti della sede di Marcianise, in provincia di Caserta. Una decisione, ha spiegato l’amministratore delegato per l’Italia, che è stata presa direttamente negli Stati Uniti, come diretta conseguenza delle enormi difficoltà connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19. La decisione, chiaramente, non è piaciuta ai lavoratori, che hanno subito indetto uno sciopero ad oltranza, ma neanche al governo, con la ministra del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo, che ha convocato un tavolo di confronto nella giornata di domenica e aggiornato al pomeriggio di oggi. Il governo insiste sulla illegittimità del provvedimento alla luce dell’articolo 46 del decreto Cura Italia che ha vietato i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo per sessanta giorni. Il successivo decreto Rilancio ha esteso la tutela fino a cinque mesi, anche se occorre ricordare che il decreto legge 34/2020 è entrato in vigore in ritardo, cosa che ha aperto una pericolosa finestra il 18 maggio, giornata nella quale le imprese avrebbero potuto procedere, in linea teorica, ai licenziamenti. Materialmente, le lettere di licenziamento sono datate 21 maggio. Insomma, una partita molto difficile.