Ex Embraco, comunicati i licenziamenti

Il curatore fallimentare avvia la procedura di legge: c’è tempo fino al 22 luglio

Qualcuno potrebbe definire l’atto come necessario per imprimere una svolta alla vertenza; di certo, però, vedersi recapitare una lettera di licenziamento a casa non è mai una cosa positiva. Come anticipato anche nei giorni scorsi, il curatore fallimentare della ex Embraco, controllata Whirlpool, di Riva di Chieri ha fatto partire le circa 400 lettere di licenziamento agli altrettanti dipendenti addetti nello stabilimento piemontese. Una decisione che innesca un meccanismo temporale decisamente stringente entro cui muoversi. Stando così le cose, i rapporti di lavoro si interromperanno il 22 luglio, che rappresenta, quindi, allo stato dell’arte l’ultima data utile per non perdere tutte le professionalità acquisite in questi anni. I rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, anche nel corso dell’ultimo incontro che si è tenuto in regione, avevano chiesto al curatore fallimentare di accedere alla cassa con causale Covid-19. La palla ora va al Mise.

Licenziamenti, si avvicina il giorno del giudizio

Poche settimane al termine dello stop da Covid-19; migliaia i posti a rischio

Poco più di tre settimane a quella che gli inglesi chiamerebbero la dead-line, la linea della morte. Manca infatti poco tempo al termine del blocco dei licenziamenti, iniziato con il Cura Italia, proseguito con il decreto Rilancio e ribadito con il decreto Agosto. Attenzione, però, in quanto la scadenza di metà novembre riguarda soltanto uno dei paletti posti dal decreto-legge 104/2020, vale a dire quello riferito all’utilizzo delle diciotto settimane di ammortizzatore sociale con causale Covid-19 a decorrere dal 13 di luglio. È bene ricordare che, già oggi, i licenziamenti sono possibili, laddove, ad esempio, l’azienda abbia chiuso i battenti senza possibilità di riapertura o senza che vi sia in campo una ipotesi di ricorrere a strumenti di gestione riservati alle grandi imprese. Escludi dal blocco anche gli accordi collettivi con incentivo all’esodo, ma soltanto per coloro che si avviano al pensionamento. Davanti a questo scenario, la preoccupazione del sindacato è alta. Il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, ha ricordato gli 841mila posti di lavoro in meno, mentre Cgil, Cisl e Uil sembrano in attesa delle comunicazioni del ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, che, su questo punto e non solo, si pensi, in particolare, allo scottante tema delle previdenza, ha sopravanzato la collega al lavoro, Nunzia Catalfo, sempre più in difficoltà nel dare risposte definitive alle problematiche avanzate.

Spettro novembre per i licenziamenti

Non più una data fissa come in precedenza, ma una disciplina diversa caso per caso

Una soluzione che, di certo, non agevola, ma che, comunque, quanto meno, dà ancora un poco di fiato a centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti. Il decreto Agosto, dopo una lunga mediazione fuori e dentro il governo, interviene nuovamente sullo stop ai licenziamenti individuali e collettivi per motivi economici. Dopo l’alt del Cura Italia e del decreto Rilancio, il nuovo provvedimento vieta al datore di lavoro di licenziare personale finché è possibile utilizzare gli ammortizzatori sociali con causale Covid-19. A questo punto, immaginando che il datore di lavoro abbia fatto ricorso agli ammortizzatori sociali fin da febbraio, i primi licenziamenti potrebbero scattare dal 2 novembre, con il grosso a concentrarsi nella settimana che parte con lunedì 16 novembre. Il licenziamento è sempre possibile nel malaugurato caso di fallimento dell’azienda, una ipotesi, purtroppo, non remota. Sono anche possibili accordi con incentivo all’esodo.

Oltre 600mila posti di lavoro in meno già ad aprile

Crolla tutta l’occupazione a tempo determinato, stagionale o in somministrazione

L’Inps conferma il crollo dell’occupazione nel nostro Paese, con l’emergenza epidemiologica che ha finito per allargare ancora di più quella voragine che si era andata aprendo già sul finire del 2019 e poi nelle prime settimane dell’anno. Ad aprile, i rapporti di lavoro in meno su base annua sono 610mila; soltanto il mese prima erano 279mila in meno. Una progressione esponenziale – l’incremento su base mensile sfiora il 120% – che rende purtroppo sempre più vicino il milione di posti di lavoro in meno di cui si è parlato più volte, anche su questo giornale. Se i rapporti di lavoro a tempo indeterminato tengono, anche per effetto dello stop ai licenziamenti introdotto con il Cura Italia e confermato dal decreto Rilancio fino al 17 agosto, sono tutte le altre forme contrattuali a pagare lo scotto più alto. Sono quasi mezzo milione in meno i rapporti di lavoro a tempo determinato, un numero destinato ad impennarsi velocemente, considerando il forte ricorso allo strumento durante il periodo estivo. Crollo anche per gli stagionali (-169mila), per i somministrati (-133mila) e per i lavori intermittenti (-91mila). Forte preoccupazione è stata espressa dai sindacati e dalle associazioni datoriali, da tempo in pressing sul governo sul versante degli ammortizzatori sociali e sulla proroga del blocco ai licenziamenti, senza i quali il saldo rischia di diventare assolutamente insostenibile già a settembre.

La Corte costituzionale e il Jobs act

Il meccanismo di ristoro legato alla sola anzianità non tutela i lavoratori

Un principio che la Corte costituzionale non condivide assolutamente e, per tale ragione, censura. Sono state appena depositate le motivazioni alla sentenza 150 con la quale la Corte costituzionale ha accolto le eccezioni di costituzionalità presentate dai tribunali di Roma e di Bari intorno al meccanismo che sanziona il datore di lavoro in caso di licenziamento illegittimo con l’erogazione di un indennizzo commisurato alla sola anzianità di servizio, così come previsto dal Jobs act per il contratto a tutele crescenti. Come fatto più volte osservare, il meccanismo non tutela i lavoratori in assoluto e quelli con anzianità ridotta in particolare. La Corte costituzionale, chiaramente, non entra nel merito della applicazione di due differenti versioni dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, a seconda della assunzione prima o dopo la data del 7 marzo 2015, ma sul meccanismo di ristoro del lavoratore licenziamento illegittimamente.

Licenziamenti, lo scudo legale fa acqua da tutte le parti

L’Inps riconosce il diritto a percepire la Naspi, ma si rischia molto

C’è qualcosa che non torna, nel governo e ai piani alti dell’Inps. Nei giorni scorsi, l’Istituto previdenziale, nell’occhio del ciclone per le tante, troppe promesse inevase del suo presidente Pasquale Tridico, si è sentito in obbligo di chiarire un passaggio rispetto al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Come noto il Cura Italia e poi il decreto Rilancio hanno introdotto un divieto di licenziamento per motivi economici dal 17 di marzo allo stesso giorno del mese di agosto, con un vuoto temporale il 18 maggio, quando, per effetto della ritardata entrata in vigore del già citato decreto Rilancio, le imprese avrebbero potuto licenziare. Ora, anche il ministero del lavoro si è reso conto che i licenziamenti economici, benché vietati, continuano ad essere intimati, per cui ha ricordato che il diritto alla Naspi permane. Di conseguenza, anche l’Inps si è allineato a questa disposizione, riconoscendo il diritto alla Naspi, sempre naturalmente se dovuta (la Naspi ha una durata proporzionale ai mesi di contribuzione valida nei quattro anni precedenti) e prevedendo il successivo recupero nel caso in cui il lavoratore venisse reintegrato nel posto di lavoro. Intanto, però, il divieto di licenziamento, la cui natura è però in discussione, non copre i licenziamenti disciplinari né quelli per superamento del periodo di comporto, vale a dire le assenze per malattia, all’ordine del giorno nel periodo Covid-19.