Nasa: “Cercasi astronauti”


AAA cercasi astronauti. Questo è l’annuncio pubblicato dalla Nasa sul proprio sito. L’agenzia spaziale statunitense è alla ricerca di nuovi astronauti «per esplorare la Luna e Marte». Chi è interessato ha tempo dal 2 al 31 marzo 2020. Naturalmente i candidati devono soddisfare alcuni requisiti. Ecco quali: essere cittadini americani, con un master in una disciplina scientifica, le cosiddette materie Stem, acronimo che sta per scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. La Nasa considera requisiti validi anche avere frequentato due anni di un corso di dottorato, l’avere completato il percorso di studi in medicina, e l’avere concluso, entro il giugno 2021, una scuola di pilota riconosciuta a livello nazionale, o avere all’attivo almeno mille ore di volo. Dagli anni Sessanta la Nasa ha selezionato 350 persone per addestrarle come astronauti. Quelli che saranno scelti in quest’ultima selezione andranno ad aggiungersi ai 48 attualmente attivi. «Stiamo cercando donne e uomini di talento per il nostro corpo astronauti», ha dichiarato l’amministratore capo della Nasa, Jim Bridenstine. La Nasa ha progetti ambiziosi per i prossimi anni: entro il 2024 vuole portare la prima donna e un uomo sulla Luna (su Marte, invece, il termine ultimo è stato fissato per il 2033). A gennaio il Congresso ha chiesto all’agenzia di centrare l’obiettivo entro il 2023.


Poco lavoro per le donne


Anche prima dell’emergenza coronavirus, non è che l’Italia se la passasse proprio bene, soprattutto se andiamo a guardare all’universo femminile

Nei giorni scorsi, l’Istat ha comunicato ad un Parlamento che opera a mezzo servizio (nelle prossime settimane, sono previste soltanto le sedute d’aula del mercoledì, mentre le commissioni saranno convocate esclusivamente per i provvedimenti urgenti e indifferibili) l’andamento degli indicatori Bes. Si tratta di uno strumento che dovrebbe andare oltre alla semplice analisi dell’andamento del prodotto interno lordo, in quanto tiene conto di tanti altri fattori che investono il benessere delle persone. Guardando al lavoro, nonostante un piccolo miglioramento rispetto agli ultimi dati forniti, rimane molto alto il tasso di mancata partecipazione al lavoro, poco al di sotto del 20%, ma molto vicino al 24% per le donne. A parziale consolazione, si può osservare come il dato sia in calo da cinque anni. Nel frattempo, però, sempre l’Istat segnala anche un altro aspetto su cui riflettere alla vigilia della ricorrenza dell’8 marzo: la donne con figli in età pre-scolare lavorano di meno rispetto a quelle senza carichi familiari, peraltro, con una tendenza al peggioramento.

Una crisi al femminile:  effetti dell’emergenza

Il giorno che, finalmente, l’Italia riuscirà a mettersi alle spalle l’emergenza coronavirus bisognerà fare i conti con gli effetti della crisi sul lavoro femminile. Un elemento che ancora non è emerso in tutta la sua evidenza, infatti, è che i settori maggiormente colpiti sono spesso proprio quelli dove è più alta la partecipazione delle donne, dal turismo al commercio, passando per l’agricoltura e le attività ad esse connesse, anche senza tener conto della scuola e della sanità, con questo secondo comparto che, peraltro, sta anche pagando un duro pegno di termini di contagiati.


Precariopoli


3 milioni 123 mila i precari in Italia, un’intera metropoli senza prospettive. Si tratta di un nuovo massimo storico. Disoccupazione giovanile al 28,9%

Non si può definire una sorpresa, il nuovo record storico diffuso oggi dall’Istat attraverso la stima provvisoria su occupati e disoccupati di dicembre 2019: i lavoratori dipendenti a termine, ovvero i precari, a dicembre sono aumentati di 17 mila unità sul mese di novembre, arrivando così a toccare quota 3 milioni 123 mila. Invariato, rispetto al mese precedente, anche il tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni), che si attesta al 28,9%. Insomma l’Italia può vantare una nuova città di milioni di persone senza prospettive di lavoro stabile. A ciò si aggiunga che le tante grandi e medie vertenze irrisolte – ex Ilva, Alitalia, Whirlpool, Ast Terni per citarne solo alcune – rischiano di ingrassare le fila della “Precariopoli” che l’Italia è riuscita a costruire negli anni, attraverso una lunga serie di riforme del lavoro ispirate alla flessibilità senza sicurezza, senza politiche attive del lavoro, senza adeguati centri per l’impiego, abbinate a riforme previdenziali che, spostando sempre più in avanti l’età pensionabile, hanno innalzato un muro impenetrabile, soprattutto a danno dei giovani desiderosi di entrare e di restare il più a lungo possibile nel mondo del lavoro. Ecco spiegato a cosa serve e per quale obiettivo è nata Quota100. D’altronde con un Governo, il Conte bis, privo di qualsiasi strategia e di politica industriale – il Green Deal è fuffa pericolosa che non servirà all’ambiente ma soltanto a squilibrare ancora il nostro sistema produttivo -, non ci si può meravigliare se dopo due mesi di crescita sono tornati a calare gli occupati, con una diminuzione a dicembre di ben 75 mila unità, segnando così la contrazione più forte in termini assoluti da febbraio del 2016. Disoccupati che crescono tra gli uomini (+28mila) e tra gli under50, mentre diminuiscono tra le donne (-27mila) e gli ultracinquantenni. Le persone in cerca di lavoro sono in «lieve» aumento su base mensile (+2mila), il tasso di disoccupazione resta stabile al 9,8%, come a novembre. Scendono, compiendo così un’inversione di rotta, i lavoratori dipendenti permanenti (-75 mila), coloro che hanno un, più cosiddetto che reale (grazie al Jobs Act), “posto fisso”. Calano anche gli indipendenti (-16 mila a dicembre, in totale fermi a 5 milioni e 255 mila), gli occupati aumentano solo tra i dipendenti a termine (+17 mila), gli autonomi scendono a dicembre di 16 mila unità su base mensile, con il totale che tocca il minimo storico dal 1977.


Il Jobs Act sconquassa l’esecutivo


L’articolo 18 della legge 300 torna prepotentemente terreno di scontro all’interno della stessa maggioranza di governo. È infatti bastata una intervista del ministro della salute, Roberto Speranza, al principale quotidiano nazionale, il Corriere della sera, per aggiungere tensioni in un governo già fortemente dilaniato al suo interno, anche su tematiche diverse dal mondo del lavoro. Al rappresentante di Leu che ha anticipato che al tavolo di verifica avrebbe portato la richiesta «di correggere radicalmente gli errori commessi sul mercato di lavoro», ha risposto il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci, in passato già molto vicino a Matteo Renzi, difendendo a spada tratta il Jobs act, posizione sulla quale si è subito dopo accodato anche il capogruppo di Italia viva a Palazzo Madama, Davide Faraone. Il tutto mentre non è certo un mistero l’insofferenza dei 5 Stelle su larga parte del Jobs act. Insomma, uno scenario di tutti contro tutti nel quale manca, però, un elemento importante: una interlocuzione con i sindacati e le associazioni datoriali. Di certo, neanche Confindustria può negare che il Jobs act in diverse sue parti non funziona dal contratto a tutele crescenti alla gestione degli ammortizzatori sociali, passando per tante altre misure magari meno note, ma con un forte impatto sui lavoratori, come la questione dei controlli a distanza e del mansionamento.


Meno posti e più cassa integrazione


Peggiora il saldo fra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi

Il termometro degli ammortizzatori sociali riprende a segnare rosso. Il mese di novembre, secondo i dati appena pubblicati dall’Inps, ha infatti segnato una forte ripresa del numero delle ore di cassa integrazione autorizzate. Si è toccato il tetto di 30,9 milioni di ore con un incremento del 37,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, quando l’asticella si fermo a 22,4 milioni. Crescono sia le ore ordinarie (+60,1%) che quelle in modalità straordinaria (+23,3%), mentre cala, come è naturale che sia, viste le modifiche normative del Jobs act, la cassa integrazione in deroga (-85,9%). Un dato che fa il paio con un altro, per molti versi ancora più preoccupante: è vero che il saldo fra assunzioni e cessazioni rimane positivo nei dodici mesi con un più 224mila unità, ma è pur vero che nei dodici mesi precedenti il saldo positivo era stato ben più consistente, 389mila unità. Dati che devono decisamente far riflettere il governo.


Ex Ilva, Salvini: «Vogliamo salvare i posti di lavoro»


La Lega è a difesa dei posti di lavoro. A ribadirlo è il leader leghista Matteo Salvini, annunciando che il partito di via Bellerio sta «presentando tutti gli emendamenti del caso per garantire che le imprese non scappino dall’Italia, da Taranto così come da Bologna o da Forlì». «Speriamo che il governo ci ripensi perché il caso Ilva rischia di diventare in realtà, tanti casi Ilva, la tassa sulla plastica, sulle bevande zuccherate in Emilia e in Romagna rischiano di fare disastri», ha aggiunto l’ex ministro dell’Interno, intervenendo a margine di un comizio a Forlì. «Il blocco alla ricerca di petrolio alla Romagna rischia di fare disastri. Presentiamo i nostri emendamenti e siamo pronti a sostenere eventuali decreti che il governo porta per salvare i posti di lavoro», ha ribadito il leader leghista. Dunque la Lega è pronta ad appoggiare eventuali iniziative promosse dall’esecutivo? Certo, pur di impedire la perdita di posti lavoro. «Quando ci sono in ballo migliaia di operai non c’è maggioranza o opposizione che tenga», ha spiegato Salvini. Sulla decisione di cancellare lo scudo penale per ArcelorMittal: «Sicuramente al governo ci sono o degli incapaci o degli incompetenti perché non occorreva uno scienziato per capire che quel decreto avrebbe fatto scappare la multinazionale», ha osservato il leader della Lega. Scudo penale definito «distrattore di masse» dal capo politico del M5s Luigi Di Maio: «ArcelorMittal ci ha detto che licenzia 5.000 dipendenti anche con lo scudo penale. Quindi questo tema è un distrattore di masse».