La nuova Alitalia si muove


Incontro fra l’amministratore delegato e i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl

Alitalia prova a ripartire e lo fa coinvolgendo le federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl. A pochi giorni dalla prima riunione del consiglio di amministrazione della nuova Alitalia, l’amministratore delegato Fabio Lazzerini ha infatti incontrato le sigle sindacali per un’ampia panoramica delle prospettive del trasporto aereo, sia sua scala nazionale che internazionale. In un comunicato congiunto, le quattro federazioni di categoria del trasporto aereo hanno ribadito la necessità di arrivare ad un piano di sviluppo «che preveda il mantenimento dell’attuale perimetro delle attività e dei relativi livelli occupazionali». In altri termini, secondo Cgil, Cisl, Uil e Ugl servono investimenti sulla flotta, nella manutenzione, nella attività di handling, nel cargo. Serve anche una forte alleanza internazionale che permetta alla nuova Alitalia di essere competitiva sui mercati. Dopo questo primo approccio, la tappa successiva è il piano industriale.


Il difficile e necessario equilibrio fra salute e lavoro


Il sindacato preoccupato per le ricadute sull’occupazione già in forte calo

La linea fra lavoro e salute diventa ad ogni giorno più sottile e rischia di spezzarsi da un momento all’altro. Come giustamente ha fatto notare il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, è necessario bilanciare le due esigenze, considerando che già a giugno si è segnato un meno 841mila posti di lavoro su base annua, per cui è fondamentale tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, senza però perdere di vista il tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese, «spina dorsale dell’economia del Paese». Il sindacato, alla luce di queste considerazioni, è quindi tornato a chiedere un sostegno vero e non soltanto sulla carta, come è spesso successo finora, tenuto conto che molti decreti attuativi previsti dai provvedimenti urgenti, dal Cura Italia in poi, sono rimasti desolatamente sulla carta. È pure evidente, però, che il semplice aiuto fiscale potrebbe non bastare, come pure potrebbe non bastare aggiungere altre diciotto settimane di cassa integrazione. La questione infatti è più ampia ed abbraccia due aspetti oggi poco sentiti dal governo, se non nelle dichiarazioni di principio: vale a dire la capacità delle nostre imprese di restare sui mercati, che in pieno lockdown hanno perso quota molto significative di commesse, soprattutto con l’estero, e la riqualificazione del personale dipendente, altro tallone d’Achille, con l’esecutivo in fortissimo ritardo.


Lavoro e manovra, siamo soltanto ai titoli


Si parla di rifinanziamento del bonus Renzi, ma tutto è ancora in alto mare

Al momento stiamo ai titoli; per il testo vero e proprio, anzi per i testi, visto che i provvedimenti saranno più di uno, vi è da aspettare ancora qualche giorno, forse anche un paio di settimane. Il consiglio dei ministri ha infatti approvato un pacchetto di massima con la formula dal «salvo intese» che permette aggiustamenti in corso d’opera rispetto alle disposizioni che hanno avuto il via libera a Palazzo Chigi. Rispetto al tema lavoro, però, la situazione si presenta molto fumosa. In legge di bilancio, dovrebbe andare il rifinanziamento del taglio del cuneo fiscale attraverso il rafforzamento/estensione del cosiddetto bonus Renzi. A luglio, come si ricorderà, è entrato in vigore il provvedimento approvato con la legge di bilancio per l’anno in corso che ha esteso il bonus fino a 40mila euro, con vantaggi soprattutto per i redditi compresi da 26.400 euro a 35mila euro, continuando però a lasciare fuori i cosiddetti incapienti, vale a dire chi guadagna talmente poco da non arrivare al minimo fiscale. Un nuovo decreto legge dovrebbe invece prorogare alcune delle misure che caratterizzano gli interventi emergenziali dal Cura Italia in poi, ad iniziare dagli ammortizzatori sociali con causale Covid-19. Sembra invece in alto mare tutta la questione relativa al blocco dei licenziamenti, rispetto al quale si fa sempre più forte il pressing di Confindustria e delle altre associazioni datoriali.


EMERGENZA E LAVORO


Gli effetti dello stato d’emergenza sul mondo del lavoro: con la proroga, prosegue lo smart working semplificato e restano i protocolli anti Covid in azienda, ma non sono prorogati automaticamente Cig e divieto di licenziamento

È quasi certo il fatto che lo stato d’emergenza, introdotto dal governo lo scorso 31 gennaio per fronteggiare la pandemia da Coronavirus, sarà ulteriormente prorogato fino, almeno, alla fine di gennaio del 2021 e la proroga avrà conseguenze rilevanti anche nel mondo del lavoro. Il primo effetto immediato riguarda la disciplina semplificata per usufruire dello smart working. Normalmente, infatti, per poter lavorare da remoto sono necessari specifici accordi individuali fra dipendente e datore di lavoro. Adesso, invece, data l’eccezionalità della situazione, al fine di promuovere lo smart working per limitare contatti e contagi, tutto questo non è richiesto, tanto che milioni di persone, circa quattro, ancora oggi stanno lavorando da casa, compresi molti dipendenti della pubblica amministrazione, il 50% di quelli che svolgono mansioni realizzabili anche da remoto. La proroga avrà quindi un impatto significativo sui lavoratori direttamente interessati, ma anche sulla vita sociale ed economica delle nostre città, trasformate dall’assenza di lavoratori e pendolari. Se è vero che probabilmente questa modalità resterà diffusa anche una volta passata l’emergenza, è anche vero che non lo sarà in questa forma così capillare e massiccia. Invece, maggiore sarà la durata dello stato d’emergenza, più significativi saranno gli effetti sull’indotto che ruota attorno agli uffici ora sostanzialmente vuoti. Lo stato di emergenza epidemiologica, poi, determina per le aziende l’obbligo di rispettare nei luoghi di lavoro i protocolli anti-Covid e quindi le regole stabilite dalla legge sulla base dei criteri fissati da medici ed esperti. Non sono, invece, direttamente collegati alla proclamazione dello stato d’emergenza gli altri provvedimenti relativi al mondo del lavoro presi in questi mesi dal governo, in particolare quelli relativi al divieto di licenziamento ed all’introduzione della Cassa Covid: queste misure, se non saranno rinnovate, andranno a scadenza nelle date già stabilite.

 

 

 


Lavoro, un crollo senza fine


Molto male anche le trasformazioni da tempo determinato a indeterminato

L’emergenza epidemiologica ha finito per accelerare una tendenza già in atto, quella della riduzione dei posti di lavoro nel nostro Paese. Già sul finire del 2019, infatti, l’occupazione aveva perso smalto, pur mantenendosi comunque in territorio positivo. Il crollo senza freni è partito con marzo, per poi proseguire nei mesi successivi con le statistiche dell’Inps che si fermano a giugno, quando, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, i posti di lavoro in meno erano 818mila. Tutto lascia presagire che la tendenza sia proseguita pure nei mesi successivi, soprattutto sul versante del lavoro a tempo determinato. A tal proposito, nello stesso periodo si è registrato inoltre il tracollo delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, tutti elementi che gettano una luce sinistra sulle misure adottate dal governo, da ultimo anche nel decreto Agosto, nel quale si punta molto proprio sulla decontribuzione.

 


Bonus, Corte dei Conti: «Legarli alle condizioni economiche»


Stop a «erogazioni di indennità diffuse e basate su criteri non discriminanti»

 L’esperienza fin qui maturata nella gestione dei diversi strumenti «dovrebbe indurre una riconsiderazione delle politiche passive per il lavoro, in un quadro che tenga conto delle molteplici esigenze emerse: tra esse, una maggiore semplificazione e una più chiara separazione della funzione assicurativa generale da quella connessa alla gestione dei processi di crisi strutturale e delle correlate esigenze di ricollocazione dei lavoratori», è quanto si legge nella memoria della Corte dei Conti depositata al Senato sul decreto Agosto. Se, prosegue la Corte, la scelta iniziale di procedere ad erogazioni di indennità diffuse e basate su criteri non eccessivamente discriminanti, è stata “positiva”, «si pone ora la necessità di collegare le stesse alle condizioni economiche complessive dei percipienti».