Almeno 5 migranti uccisi dai greci


A denunciarlo il presidente turco Erdogan

Almeno cinque migranti sono stati uccisi dalle autorità greche, mentre cercavano di entrare nel Paese, dal confine con la Turchia. Lo sostiene il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Intanto, secondo il ministero dell’Interno turco, sono 142.175 i migranti che si sono diretti verso il confine, dopo aver ricevuto il via libera da Ankara. Atene ha registrato circa 35mila tentativi illegali di attraversamento.


Atene ricorderà l’anniversario delle Termopili con una moneta


Presto la Grecia emetterà una moneta da due euro per celebrare i 2.500 anni dalla battaglia delle Termopili, avvenuta nel 480 a.C e combattuta dai 300 spartani capeggiati da Leonida contro l’esercito persiano, composto da migliaia di uomini. La moneta da 2 euro, sul cui lato ‘nazionale’ ci sarà un elmo degli antichi guerrieri ellenici e la scritta “2.500 anni dalla battaglia delle Termopili”, circolerà regolarmente nell’Eurozona.


Grecia, Sakellaropoulou è la prima presidente donna


Entrerà in carica a marzo

Con il via libera del Parlamento (261 i voti a favore), Katerina Sakellaropoulou è la prima donna presidente della Grecia. La 63enne giudice è da quattro anni a capo del massimo tribunale amministrativo della Grecia, il Consiglio di Stato, anche in questo caso la prima volta per una donna. Sakellaropoulou entrerà in carica a marzo e succederà a Prokopis Paulopoulos.


La Ue e le case dei greci


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La casa. Il simbolo per eccellenza della stabilità e della sicurezza. In Grecia, nonostante la Troika, sono ancora in vigore alcune leggi che limitano i pignoramenti delle case. Norme che impediscono di mettere all’asta gli immobili dei cittadini indebitati con le banche che a causa della crisi non riescono a pagare il mutuo. Entro determinati requisiti: si deve trattare della prima abitazione, la casa non deve essere di lusso e i proprietari devono risultare al di sotto della soglia di reddito prevista. Nell’ambito delle misure di austerity concordate per ripagare il debito greco, per venire incontro alle esigenze dei creditori sono state infatti già poste condizioni ben precise per impedire il pignoramento esclusivamente delle proprietà meno costose, in cui vivono i cittadini più indigenti, abbassando sia le soglie riguardanti il valore delle abitazioni che quelle relative al reddito dei debitori. Ma all’Europa tutto questo sembrerebbe non bastare ancora. Nonostante il Paese ellenico sia ormai fuori dal piano di salvataggio di Ue, Bce e Fmi, è di questi giorni la notizia di pressioni su Atene per assottigliare ancora i limiti minimi, in termini sia di valore delle case che di reddito, diminuendo quindi il numero delle persone protette dalla norma. Per poter ottenere il miliardo di euro circa di profitti derivanti dalle obbligazioni greche dalla Bce e dalle altre banche centrali dell’Eurozona, Bruxelles, nella persona di Moscovici in particolare, chiede di andare avanti col piano di riforme, insistendo in particolare sulla legge sul pignoramento delle case. La Commissione europea, quindi, nonostante i mea culpa sull’austerity in generale e sul trattamento inferto alla Grecia in particolare, non sembra voler cambiare musica. Le ricette restano sempre le stesse, ovvero fare cassa colpendo il popolo nei suoi diritti e beni più preziosi, la prima casa è uno fra questi, in un circolo vizioso di impoverimento da cui non si intravede via d’uscita. Finché, per citare un grande poeta, nessuno avrà “solida casa di pietra squadrata e liscia per istoriarne la facciata”. La soluzione non può e non deve essere questa. Certo, i debiti vanno onorati, ma sono possibili, o meglio auspicabili, altri metodi, che riescano a bilanciare i giusti tagli agli sprechi con politiche economiche e sociali capaci di supportare e proteggere i cittadini nei momenti di difficoltà. Anzi, in molti sostengono che solo in questo modo è ipotizzabile un’effettiva ripresa. Senza poi considerare il fatto che esistono valori etici che vanno ben oltre i parametri economici. Dal Mare del Nord al Mediterraneo, dalla Gran Bretagna alle prese con un’impossibile Brexit alla Grecia costantemente sotto scacco, l’Europa – questa Europa, che speriamo a maggio possa cambiare volto – continua ad apparire come una prigione dalla quale è impossibile evadere.


Tragedia greca, tragedia europea


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Le terribili immagini di devastazione che ci giungono dalla Grecia, nazione sorella, simbolo per antonomasia della civiltà europea, alla quale tutti noi italiani ci sentiamo particolarmente vicini, ci spingono a riflettere su come sia possibile, negli anni di avanzatissime tecnologie nei quali viviamo, che l’uomo subisca in modo tanto violento gli effetti degli elementi naturali. Ormai i fatti sono noti: un incendio di enormi proporzioni di probabile origine dolosa, appiccato a quanto sembra volontariamente in più punti ed alimentato dal vento e dalle temperature particolarmente calde che si registrano in questo periodo, ha deturpato la regione dell’Attica orientale, nei pressi della capitale Atene. I danni sono ingenti, con migliaia di edifici ormai inagibili e territori divorati dalle fiamme. Soprattutto sono moltissime le vittime, forse oltre un centinaio, oltre ai feriti ed agli sfollati. Il premier ellenico, Alexis Tsipras, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale e lasciato giustamente intendere, con la frase “nulla resterà senza risposta”, indagini rigorose e punizioni esemplari per chi si dovesse essere macchiato di un crimine dagli esiti tanto nefasti. Sulla tragedia, infatti, si intravede l’ombra della speculazione edilizia o dello sciacallaggio ai danni delle abitazioni abbandonate. Comunque l’interesse economico, che per qualcuno vale evidentemente più di centinaia di vite umane, del rispetto per la propria terra e della fratellanza nei confronti dei propri concittadini. Purtroppo sappiamo che è così e che simili situazioni, non solo in Grecia e non solo in questi giorni, si possono verificare a causa di profittatori senza scrupoli. Ma in un Paese allo stremo le conseguenze di azioni tanto turpi sono ancor più drammatiche. Le politiche di austerità imposte da Bruxelles per risanare i conti dello Stato greco non hanno risparmiato il settore della protezione civile ed i vigili del fuoco riducendo drasticamente mezzi e personale a disposizione. Molti testimoni presenti nei luoghi degli incendi affermano di essersi sentiti abbandonati, di non aver visto soccorsi, di aver aspettato a lungo prima di avvistare pompieri, aerei antincendio, piani di evacuazione, personale in grado di gestire una così drammatica situazione. Per dare vera giustizia alle vittime innocenti degli incendi occorre sicuramente individuare e punire i piromani e gli speculatori, ma anche difendere strenuamente a livello nazionale ed europeo quegli elementi portanti dello Stato – sanità, trasporti, istruzione, ma anche come vediamo in questo caso forze dell’ordine e protezione civile – che devono essere certo resi efficienti, ma mai sacrificati sull’altare dei vincoli di bilancio. Con l’auspicio che questa tragedia possa almeno servire a ripensare l’ordine delle priorità e dei valori sociali e civili.


Incendi, Italia prima in Ue per numero di roghi


di Claudia Tarantino

Secondo lo studio ‘Incendi boschivi in Europa, Medio Oriente e Africa del nord’ del Joint research center europeo, “circa l’85% del totale delle aree che finiscono in fumo in Europa si trova in cinque Paesi della fascia del Mediterraneo: Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna” e, se si considerano tutti gli ettari boschivi andati in fumo tra il 1980 ed il 2015 nei cinque Stati, “si arriva a un totale di oltre 16 milioni di ettari nei 35 anni”.

E nella classifica dei Paesi più colpiti dagli incendi, il nostro è al secondo posto, con 3,852 milioni di ettari bruciati, subito dopo la Spagna che guida la classifica con 5,925 milioni, e prima di Portogallo (3,812 milioni), Grecia (1,635 milioni) e Francia (896.216).

A ben vedere la mappa del Centro di coordinamento per la risposta all’emergenza della Commissione europea, però, “con 371 roghi, l’Italia, nell’estate 2017, è il primo Paese in Europa per numero di incendi boschivi, e con 72.039 ettari andati in fumo è seconda solo al Portogallo (115.323 ettari) per estensione bruciata”.

Per fortuna, vista la gravità e l’estensione degli incendi che stanno interessando il nostro Paese in questa lunga e torrida estate, il meccanismo di Protezione Civile Europeo sembra funzionare e così la Protezione Civile Italiana, comunque riconosciuta all’avanguardia in questo settore, ha potuto ricorrere per la seconda volta in poco tempo alla ‘solidarietà europea’, chiedendo cioè ad altri Stati membri un supporto per fronteggiare i 18 incendi ancora attivi in Italia ed intervenire nelle zone più a rischio, che sono in Lazio, in Sicilia e in Calabria.

Per farsi un’idea della ‘dimensione’ di questo disastro che si sta portando via il nostro patrimonio boschivo, oltre agli irrimediabili danni provocati negli ecosistemi naturali delle zone tra le più belle della nostra Penisola, basta confrontare i dati con la Spagna, dove gli incendi sono stati ‘solo’ 43 e hanno incenerito 19.666 ettari, o con la Francia: 22 incendi per 9.585 ettari bruciati.

A supporto dell’Italia, oltre al Sistema informativo di allerta sugli incendi nelle foreste europee (Effis) che evidenzia i focolai più estesi e pericolosi, è al lavoro anche il sistema europeo di mappatura satellitare Copernicus, per valutare la gravità dei danni.

Purtroppo, come evidenziato anche da Coldiretti, il mese di luglio è stato “bollente, con temperature massime che sono risultate superiori di 1,2 gradi la media di riferimento” e con “precipitazioni in calo del 42%”. Questo ha creato “un mix esplosivo che aggrava la siccità nei campi e alimenta gli incendi, anche provocati dai piromani”.

Stando a un altro studio del Joint research center europeo, “la situazione andrà peggiorando”. Entro fine secolo, infatti, “la salute di 2 europei su tre (pari a 351 milioni di persone) sarà messa a rischio da disastri climatici (in primis le ondate di calore) e il numero di decessi dovuti al clima aumenterà di 50 volte passando da 3000 morti l’anno nel periodo tra il 1981 e il 2010 a 152.000 morti l’anno attesi per il periodo 2071-2100”. Anche in questo caso, come per la diffusione degli incendi, “i più colpiti saranno gli abitanti dei Paesi dell’Europa Meridionale”.

Sfortunatamente, questa previsione sembra piuttosto realistica. Basti considerare, infatti, che gli ingenti danni provocati da siccità, nubifragi e incendi alle coltivazioni e agli allevamenti sta già mettendo in crisi numerose colture su cui si fonda l’economia del nostro Paese, come cereali, ortaggi e legumi, e che rispondono al nostro fabbisogno alimentare.

Visto che siccità e piromani non sono gli unici responsabili di questa grave situazione, sarebbe quindi il caso che il Governo non si limitasse a riconoscere lo stato di calamità naturale, come ha appena fatto anche per la crisi idrica della Capitale, ma disponesse degli investimenti seri per la prevenzione e, soprattutto, per contrastare gli sprechi che sono all’origine di tanti problemi.