Governo, Salvini e Meloni: Non c’è più tempo da perdere


I due leader chiedono una soluzione immediata alla crisi, ribadendo che il centrodestra è favorevole alle elezioni

«Entro stasera ci dicano se trovano un accordo sulla riedizione del Conte-Renzi, altrimenti di ponga fine a questa TRISTE e INDEGNA vicenda». A chiederlo il leader della Lega, Matteo Salvini, rivolgendosi alle forze politiche – Partito democratico, Movimento 5 stelle, Italia viva e Liberi e Uguali –, impegnate in queste ore in un confronto per uscire dalla crisi innescata da Iv. Al centro dei lavori, il programma che dovrebbe dettare l’azione del prossimo esecutivo. Tanti, però, sono i nodi ancora da sciogliere prima di passare alla scelta dei componenti della prossima squadra di governo. Tutto in salita, quindi. Il leader leghista suggerisce una via d’uscita: le elezioni. «Si torni al voto, si dia fiducia ai cittadini: sono certo che gli italiani sceglieranno un Parlamento e un governo in grado di offrire all’Italia cinque anni di stabilità e serietà», ha detto. Salvini, che ieri ha chiuso nuovamente all’ipotesi di una maggioranza Ursula – un’ipotesi che ha stuzzicato un pochino Forza Italia – non è l’unico a chiedere una soluzione immediata alla crisi. A farlo è anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Mentre la sinistra è impegnata a spartirsi le poltrone e in biechi giochi di Palazzo, il Paese affronta uno dei momenti più difficili di sempre. È tempo di mandare a casa questi incompetenti e dare all’Italia un governo forte e coeso. Non c’è più tempo da perdere».


Quelli che mandano avanti l’Italia


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Mentre dentro (e fuori) le Istituzioni proseguono le manovre per innescare o disinnescare una «crisi al buio», con l’alibi della pandemia il Governo Conte bis, ormai ai titoli di coda, perpetua scelte dirigistiche che non gioveranno né all’economia né alla lotta al coronavirus. Così come hanno già dimostrato le restrizioni a singhiozzo, scelte prima e durante il periodo natalizio, che non sono servite a frenare la pandemia e che hanno depresso in maniera più che consistente consumi, fatturato e aspettative delle imprese. Palazzo Chigi ha deciso un’ulteriore stretta antiCovid sotto la pressione di possibile terza ondata, ma senza ascoltare i tanti allarmi lanciati che arrivano da diversi settori, da aziende e dai sindacati. È doveroso quindi esprimere piena solidarietà anche agli imprenditori e in particolare a quelli aderenti a Mio Italia (Movimento Imprese e Ospitalità), che hanno dato il via in tutto il Paese ad una serrata, quale segnale di protesta contro il Governo Conte. Consentire, ad esempio, la riapertura nelle giornate di giovedì 7 e venerdì 8 gennaio per poi imporre nuovamente la chiusura nel fine settimana ha segnato l’ennesima presa in giro nei confronti degli italiani e ha accentuato il clima di esasperazione sempre più diffuso. Un esecutivo realmente attento alle esigenze delle aziende saprebbe che è fondamentale un minimo di programmazione per riprendere a regime le attività e consentire ai fornitori di consegnare la merce. Le imprese nel settore della ristorazione e dell’ospitalità sono allo stremo, da un lato la morsa delle tasse con la partenza delle cartelle esattoriali, dall’altro il crollo del fatturato, per effetto delle restrizioni governative. Le Regioni del Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Valle d’Aosta, Trentino, Veneto, Friuli) proprio oggi hanno lanciato un chiaro monito al Governo: con il nuovo Dpcm si decreterà la mancata ripartenza, a suo tempo promessa, della stagione sciistica e il turismo invernale rischia di non rialzarsi mai più. Servono quindi ristori certi «immediati e proporzionati alle perdite subite». Non solo, c’è da aggiungere per turismo e ristorazione, anche per un vastissimo indotto. Ma il Governo Conte per dare risposte, nel pieno di una crisi al buio e senza sapere se domani ci sarà, dovrebbe far uscire fuori dal cassetto subito il decreto Ristori 5, rimasto fermo per un mese, e farsi autorizzare dal Parlamento un altro scostamento di bilancio. Un altro indebitamento, forse di 24 o di 30 miliardi, solo per mettere una pezza, che non basterà, e senza prospettive di rilancio. Nei Palazzi invece proseguono manovre che nulla hanno a che fare con i problemi che di giorno in giorno si aggravano e nei quali sono indissolubilmente legati imprese e lavoratori.
Di fatto gli unici, questi ultimi, ad andare avanti nonostante tutto e a mandare avanti l’Italia.


Governo, Salvini: «Incapaci e litigiosi, noi pronti»


Intanto Renzi ribadisce: «Se le nostre idee non servono, tenetevi anche le poltrone»

«Il teatrino romano mi interessa meno che zero, quello che è preoccupante è che le decisioni che stanno prendendo non le stanno prendendo su basi mediche o scientifiche, ma le stanno prendendo su basi partitiche. Se non sono in grado di governare, si facciano da parte, noi siamo pronti, abbiamo già una squadra pronta». Così, oggi, il leader della Lega, Matteo Salvini, a margine della sua visita all’ospedale in Fiera a Milano. La crisi di governo resta uno degli scenari possibili, soprattutto dopo le ultime affermazioni di Matteo Renzi, leader di Italia viva, che nella sua e-news scrive: «Le veline del Palazzo riempiono i giornali di totoministri. Chiacchiere buone solo per far passare il messaggio che si risolve tutto con un rimpastone. Noi invece abbiamo messo nero su bianco i contenuti: spese sanitarie, alta velocità, vaccini, scuola, cultura, posti di lavoro. Se le nostre idee non servono, tenetevi anche le poltrone». Ma se «il teatrino romano» non interessa Salvini, di certo le preoccupazioni sono rivolte altrove. Ad esempio sulla scuola, tema su cui non c’è stato un continuo ping pong ancora negli ultimi giorni. «I governatori sono sconvolti dall’incapacità e dai ritardi del governo. Ministro Azzolina giurava che si ripartiva giovedì e invece non si riparte. Molti si erano preparati per la ripartenza. Mi preoccupa avere al governo incapaci e litigiosi», ha dunque ribadito Salvini.


Governo, Renzi rilancia: «Basta chiacchiere»


Tra le richieste di Italia viva il ricorso al Mes. Aria di crisi? Marcucci (Pd): «Elezioni ipotesi dell’irrealtà»

Tanto rumore per nulla? Ancora presto per dirlo, ma così potrebbe essere, almeno fino alla prossima giravolta. Se negli ultimi giorni l’ipotesi di una crisi di governo pareva farsi sempre più spazio, e non solo sui giornali, oggi l’impressione è che le trattative tra il premier Giuseppe Conte e i “dissidenti” di Italia viva possano riaprirsi per l’ennesima volta. Ma se alcune delle condizioni di Iv non saranno accettate allora è probabile che alle minacce di lasciare la maggioranza seguano stavolta i fatti, a cominciare dalle dimissioni, nel Cdm del 7 gennaio, delle ministre Iv Teresa Bellanova ed Elena Bonetti. «Basta con le chiacchiere di palazzo. Usiamo i soldi del Mes», è ad esempio una delle condizioni che Matteo Renzi ha elencato nell’intervista al Tg5. Niente di nuovo, in realtà, e con ogni probabilità sarà proprio questo un motivo di scontro, vista la contrarietà di pezzi importanti della maggioranza (il M5s piuttosto compatto, mentre il Pd appare un semplice spettatore di tutta l’attuale vicenda politica) e dello stesso presidente del Consiglio. Alla domanda se questo, nel pieno ancora della pandemia, sia il momento più opportuno per aprire una crisi, Renzi ha risposto che «bisogna dare risposte ai cittadini» e «la soluzione è che nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes». «A Conte abbiamo scritto una lettera con tutti i punti, è una cosa trasparente: nessuno cerca poltrone, ministeri e sottosegretari. Vogliamo vaccini, posti di lavoro e cantieri che ripartono», ha quindi aggiunto il leader di Iv. E il Pd? Come si diceva, sembra più osservatore che al centro dei dilemmi interni alla maggioranza. Anche se il presidente dei senatori del Partito democratico, Andrea Marcucci, in un colloquio con la Stampa ha sostenuto che «votare in piena pandemia e alla vigilia del semestre bianco è una ipotesi dell’irrealtà» e di essere convinto che «il tema delle elezioni anticipate viene agitato solo strumentalmente». Ad ogni modo nella maggioranza si valutano tutti i possibili scenari: un Conte ter, un governo tecnico o il voto. Le cronache politiche riferiscono di un Luigi Di Maio particolarmente impegnato a scongiurare la crisi e in difesa del premier (ma non tutti i pentastellati sarebbero dello stesso avviso). Quanto a un esecutivo tecnico, magari a guida Mario Draghi, al Tg5 Renzi ha chiosato che «a Palazzo Chigi c’è già un presidente del Consiglio e si chiama Conte, Draghi è una persona straordinaria e ha dato dei suggerimenti giusti. Qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l’occupazione nei prossimi sei anni. Siamo veramente di fronte a un Recovery plan che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino seguendo i suggerimenti di Mario Draghi». Intanto dal centrodestra, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni osserva su Facebook che «la verità è che gli italiani sono stufi di questo governo di incapaci, che anche in piena crisi passa il tempo a litigare su poltrone e rimpasti. In queste ore tantissimi italiani hanno già firmato a sostegno della nostra proposta per una mozione di sfiducia nei confronti di Conte e del governo».


CIAO CIAO


Renzi presenta il suo Recovery Plan

e minaccia le dimissioni delle ministre Iv

“Ciao” è il nome del suo “contropiano” per impiegare le risorse del Recovery Fund, un piatto che rischia di essere indigesto sia a Conte sia al M5s

Matteo Renzi ha presentato il suo “contropiano” per il Recovery Fund che ha denominato “Ciao” ovvero Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità. Nel corso di una conferenza stampa, ieri, ha annunciato che domani Italia viva, il suo partito, si presenterà all’incontro con il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, con 61 proposte, minacciando che «se non c’è l’accordo è evidente che faranno senza di noi» ovvero che le ministre Iv sono pronte a dimettersi aprendo una crisi di Governo. Renzi ha bollato senza mezzi termini il Recovery plan proposto da Giuseppe Conte come un «collage raffazzonato senz’anima». Le ironie sui social, grazie a quel “Ciao”, si stanno rincorrendo, come è normale che sia, per l’assonanza con il famoso “stai sereno”. Davvero oggi Giuseppe Conte si trova nella stessa situazione dall’allora presidente del Consiglio Enrico Letta? In effetti “Ciao” non è un piano facile da recepire sia per Conte sia il M5s: si parla di rinuncia del premier alla delega ai Servizi, di ius culturae per gli universitari stranieri, di Mes. Ma i conti senza l’oste non si possono fare: cosa ne pensa il Capo dello Stato? Tra coloro interpretano il pensiero del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si continua a ritenere sempre difficile l’ipotesi di un governo Conte-ter. Più probabili invece alcuni cambi nella squadra di governo attraverso un rimpasto e la richiesta di una nuova fiducia in Parlamento. Le voci in Senato si rincorrono: si parla di un ingresso di Renzi o di Ettore Rosato nel governo, con cambi al Viminale e alle Infrastrutture. Si tratta di ipotesi, per ora, che sono state già smentite. Ma il Pd sostiene che l’unica alternativa a questo governo sono le elezioni, in vista delle quali sempre più probabile appare un’alleanza Pd-M5s. Forse stiamo guardando troppo avanti. Nel frattempo, in queste ore, anche gli altri partiti della maggioranza, Pd, Leu, Autonomie, stanno preparando il terreno del confronto con il Governo prima di un incontro plenario sul Recovery plan, solo dopo Conte convocherà il Consiglio dei ministri.
Renzi, tuttavia, insiste: «Ci stiamo giocando l’osso del collo, come ho detto in conferenza stampa ieri in Senato qui: non è tempo di meline», così nella sua Enews. «Non mi appassiona sapere come finirà la telenovela tra Conte e Renzi. Non credo molto né all’uno né all’altro», ha commentato più pragmaticamente il leader della Lega, Matteo Salvini, parlando con i giornalisti a Roma.