Tasse, negli ultimi 20 anni pagati 166 miliardi in più


L’aumento è stato del 3,5% superiore rispetto al PIL

Secondo gli ultimi calcoli della CGIA di Mestre negli ultimi 20 anni le entrate tributarie sono aumentate di 166 miliardi di euro, che in termini percentuali significa il 47,4 percento in più, contro il +43,9% messo a segno cumulativamente dal Prodotto interno lordo italiano. Eppure, denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo i miglioramenti della pubblica amministrazione sembrano non meritare tale aumento. «Qualcuno può affermare con certezza che grazie a 166 miliardi di tasse in più versati in questi ultimi 20 anni la macchina pubblica è migliorata?», si chiede retoricamente Zabeo, spiegando che «questo maxi prelievo ha impoverito il Paese, provocando, assieme alle crisi maturate in questo ventennio, una crescita dell’Italia pari a zero che nessun altro paese del resto d’Europa ha registrato».


Fisco, Gualtieri: «Giù le tasse rinviate a settembre»


Lo ha detto il ministro dell’Economia nel corso di una question time alla Camera

«Il governo sta ragionando su una riscrittura sostanziale del calendario dei versamenti, la logica è quella di superare il meccanismo degli acconti e dei saldi per andare verso un sistema basato sulla certezza di tempi e adempimenti e una diluizione nel corso dell’anno degli importi da versare». Così il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ieri sera alla Camera. Il titolare del dicastero di via XX settembre ha poi aggiunto che «finora si è stabilita la sospensione dei versamenti di marzo, aprile e maggio con ripresa da settembre per tutti i contribuenti con perdite, è intenzione del governo utilizzare il prossimo scostamento per rimodulare ulteriormente questo pagamento previsto per settembre riducendo significativamente l’onere per i contribuenti per il 2021».


Tana! Il premier si autosmentisce sulle tasse in manovra


Il governo al lavoro per abbassare l’aumento delle tasse: allora è vero, la finanziaria, così com’è, alza la pressione fiscale!

Succede sempre così quando si va di fretta e non c’è più tempo da perdere: che può sfuggire quel piccolo particolare che fa tutta la differenza e smonta una colossale bugia. Proprio quello che in queste ore, che stanno diventando quasi un giorno intero, sta accadendo al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, impegnato da ieri sera a trovare un accordo nel Governo sulla manovra. Chiusi in conclave, non ne sono usciti fuori neanche stamattina e, mentre stiamo scrivendo, siamo al terzo rinvio con la seduta della commissione Bilancio del Senato, che dovrebbe votare gli emendamenti del ddl Bilancio, slittata ancora nel pomeriggio e convocata alle 16, per offrire tempo a Palazzo Chigi di riprendere il terzo round alle 13.30. Su che cosa non si trova la quadra? Semplice: sulle risorse da individuare per abbassare le tasse. Renzi non vuole la Sugar tax e la Plastic tax e, preoccupato per il disastro occupazionale che ne conseguirebbe – dopo aver massacrato con il Jobs Act il mercato del lavoro –, ha già preconizzato solo un 50% di possibilità che il Governo riesca a rimanere in piedi. Il M5s, invece, più ambientalista e convinto che con quelle tasse si possano risolvere i problemi del clima, sposta l’attenzione sui Vigili del Fuoco e chiede quindi più risorse per aumentare – sarebbe anche ora – i loro esigui stipendi. Dall’Adnkronos si viene a sapere che le risorse per abbassare le tasse sono state individuate nella notte, dal Mef e dalla Ragioneria, e verrebbero in parte dall’aumento delle tasse sui giochi, come spiegato dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso di vertice svolto in mattinata. Altre risorse per intervenire sulla manovra sono state reperite dalle “solite” pieghe di bilancio. Dunque altri tagli. Ma la domanda è un’altra, al di là di come e quando si troverà un’intesa a Palazzo Chigi senza far saltare il Governo: se il presidente del Consiglio aveva detto che la manovra in discussione non aumenta le tasse, perché adesso si stanno spasmodicamente cercando risorse per abbassarle? Tana!


Plastica e zucchero, i dolori del governo


15mila posti a rischio nelle filiere con le due tasse nella legge di bilancio

Una crisi tira l’altra. Non è sicuramente un momento ottimale per il governo, già alle prese con le tante difficili questioni aperte da mesi, dal destino di Ilva a quello di Alitalia, passando per Whirlpool. Ora, con la legge di bilancio in discussione in Parlamento, si sono aperti almeno altri due fronti che si annunciano decisamente caldi. Le prime a protestare sono state le aziende che producono contenitori in plastica e in tetrapak, ironia della sorte, in larga parte concentrate sulla via Emilia, in una regione dove si andrà al voto già in gennaio per il rinnovo del consiglio. In questo caso, i posti a rischio sarebbero ben più di 10mila. Subito dopo, si è mossa la Coca-cola per protestare contro la norma che penalizza le bevande zuccherate, annunciando che, senza variazioni, avrebbe chiuso lo stabilimento di Marcianise più un altro, verosimilmente quello in Abruzzo. Ora, Assobibe ha avvertito: i posti a rischio nella filiera sono 5mila.


Pressione fiscale: Italia settima


Stando alle ultime rilevazioni dell’Eurostat, l’Italia è il settimo Paese europeo per la pressione fiscale: si è attestata al 42%, in lieve calo rispetto al 42,1% dell’anno precedente. È invece la Francia il Paese dove la pressione del fisco risulta essere più elevata, con il 48,4% contro il 48,3% di un anno fa. Seguono il Belgio con il 47,2% (era al 47% nel 2017), la Danimarca con il 45,9% (46,8% nel 2017), la Svezia con il 44,4% (in calo dal 44,7%), l’Austria con il 42,8% (in crescita dal 42,4%), la Finlandia con il 42,4% (contro il 43,1% di un anno prima) e appunto l’Italia. Ferma al 40,3% la pressione fiscale media in Europa.