Lavoro, spinta al femminile


Cresce la ricerca attiva, ma all’esecutivo sembrano mancare le idee

Mentre prosegue l’iter parlamentare di conversione del decreto Rilancio, il risultato della partita sul versante del lavoro dipende dalla capacità del governo di mettere in campo strumenti pensati per favorire la componente femminile. Non si tratta semplicemente di una affermazione di principio, quanto piuttosto dall’analisi attenta dei flussi occupazionali. Nel trimestre, 227mila donne hanno iniziato a cercare attivamente una occupazione, mostrando una dinamicità maggiore rispetto alla componente maschile. Nel 70% dei casi si tratta di persone prima inattive, alle quali evidentemente è necessario dare una risposta in termini di servizi, formazione e strumenti di conciliazione. Tutte cose che, viceversa, sono mancate finora, con i centri per l’impiego praticamente inattivi, gli enti locali per lo più latitanti e i vari bonus per i servizi all’infanzia che guardano a chi ha già un impiego e non a chi è alla ricerca di una occupazione.


Lavoro, sull’orlo del precipizio


Appena 22 ore lavorate pro-capite, mentre esplode il tasso di inattività

Il crollo dell’occupazione diventa, ad ogni settimana che passa, sempre più una realtà. I primi a crollare sono stati i contratti a tempo determinato (-129mila nel mese di aprile), avvisaglia di quello che succederà durante l’estate, periodo che, in condizioni normali, rappresenta il momento di massimo utilizzo dei contratti di lavoro con la scadenza. In forte calo anche il lavoro autonomo (circa 69mila unità in meno), aspetto sul quale riflettere con attenzione, in quanto non sappiamo quanti di coloro che hanno deciso di chiudere avevano personale occupato, oggi senza lavoro, nonostante il blocco dei licenziamenti imposto con il Cura Italia e prolungato con il decreto Rilancio. C’è un numero che però evidenzia bene la drammaticità del momento ed è quello degli inattivi, aumentati di 500mila unità, formalmente nei primi quattro mesi dell’anno, ma, in pratica, in soli due mesi, fra marzo e aprile. Appena 22 le ore pro capite lavorate in media nello stesso periodo.


Lavoro in lockdown


Fase 3: «marcato» calo del lavoro. Ad aprile 274 mila occupati in meno. Sono i dati diffusi oggi dall’Istat

Fase3, oggi è caduto un altro divieto: si torna a circolare in tutta Italia. Dunque sì ai viaggi interregionali e «senza condizioni». Fino ad un certo punto però: a livello locale si stanno adottando contromisure diverse per evitare altri contagi. Restano tuttavia il divieto di assembramento, il mantenimento della distanza interpersonale e l’uso della mascherina nei luoghi chiusi. Ma è sempre di oggi la vera doccia fredda, anzi ghiacciata, dei dati Istat sul lavoro: nel mese di aprile, nel pieno del lockdown, sono stati rilevati 274 mila occupati in meno rispetto al mese precedente. Nulla di sorprendente, in realtà, ma non per questo meno allarmante. L’Istituto parla di una «marcata diminuzione del lavoro», «decisamente più marcata rispetto a marzo», che nei due mesi, marzo e aprile, ha prodotto un calo complessivo di 400 mila occupati e di un punto percentuale del tasso di occupazione. Gli inattivi, coloro che non sono alla ricerca attiva di un lavoro, ad aprile salgono di 746mila unità, anche in questo caso si parla di «un’ulteriore forte crescita dell’inattività».
Senza lavoro l’Italia non riparte e così anche senza le attività economiche, le quali, quelle che resistono, non hanno trovato nei provvedimenti del Governo né strategia né sufficienti risorse. Non può giovare, soprattutto al turismo, neanche il dibattito sulla caduta dell’ultimo divieto di circolazione tra regioni. Gli stessi cittadini e le imprese italiane nonché i Paesi Ue e extra Ue osservano l’Italia non solo per capire dove andare in vacanza. Se oggi il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, dichiara da una parte: «L’Italia vuole mostrare a tutti di essere pronta ad accogliere turisti stranieri, in sicurezza e con la massima trasparenza dei dati», visto che anche i cittadini dell’area Schengen e della Gran Bretagna potranno venire nel nostro Paese senza obbligo di quarantena e senza altre restrizioni, dall’altra parte Massimo Galli, primario di Malattie all’ospedale Sacco di Milano, afferma dalle colonne de Il Messaggero: «Alla domanda astratta e teorica se io avessi aperto i confini risponderei: a luglio, forse». È adesso che viene la parte più difficile.


E la chiamano estate


Si attende un crollo dell’occupazione a tempo determinato fra giugno e agosto

Giugno chiama l’estate, le belle giornate, il mare o la montagna. Insomma, la vacanza. Però, quello che per diversi milioni è il periodo di riposo per antonomasia, per altri – almeno il cinque per cento della popolazione residente nel nostro Paese, più del 10% degli effettivi occupati – è una grande occasione di lavoro, spesso la sola, sia sul versante del lavoro dipendente che su quello autonomo. Ed allora, è opportuno provare a fare una stima di quello che potrà succedere nei prossimi tre mesi sul versante del lavoro, con l’avvertenza che tutto un mondo, quello del lavoro autonomo, sfugge all’analisi. Mediamente, i contratti di lavoro a tempo determinato nel trimestre che va da giugno ad agosto sono quasi 3,1 milioni di unità, larga parte dei quali occupati nel turismo. È ipotizzabile un dimezzamento di queste posizioni lavorative per effetto delle misure di contenimento della diffusione del covid-19 che impongono regole stringenti in tanti settori, dall’accoglienza alla ristorazione, passando per gli stabilimenti balneari, i parchi acquatici e tematici, fino agli spettacoli. Ad oggi, è praticamente saltata tutta la stagione dei concerti dal vivo, mentre non è chiaro se e come potranno riaprire le discoteche o i teatri, compresi quelli all’aperto. Se ci aggiungiamo anche lo stop allo sport a tutti i livelli, il quadro è completo. Si tratta di settori che occupano centinaia di migliaia di addetti; è sufficiente ricordare, a tal proposito, che l’intervento del legislatore sui voucher per il lavoro occasionale scaturì proprio per eliminare l’abuso che se ne faceva nel personale impiegato negli stadi per la sicurezza e i vari servizi. Verosimilmente, non andrà meglio neanche negli altri settori produttivi. Parecchia parte dell’industria manifatturiera, infatti, lamenta un crollo degli ordinativi, conseguenza diretta del lungo periodo di lockdown che, è bene ricordare, non è un fenomeno soltanto italiano, avendo investito tutte le economie mondiali, magari con intensità diversa.


Italia, crollo dell’occupazione anche prima del Covid-19


Febbraio nero per le assunzioni (-17,5%) e per le trasformazioni (-28%)

Le statistiche, come capita spesso, fotografano una situazione già passata. Non l’oggi, quindi, ma quello che è successo qualche giorno o qualche settimana addietro. Ed allora, se vale questo assunto, i dati che arrivano dall’Inps sugli andamenti occupazionali nel mese di febbraio devono far riflettere in maniera approfondita. Se pensiamo che, a febbraio, la percezione della gravità della situazione era, per molti versi, sfuggita a chi detiene le leve del comando – sono di queste ore le indagini in corso della magistratura e la richiesta avanzata da diversi parlamentari e degli stessi sindaci di una attenta valutazione dell’operato del governo e delle regioni -, a maggior ragione non si può immaginare che gli imprenditori avessero già la percezione di dover fronteggiare una provvedimento di chiusura delle attività, come è stato. Eppure, a febbraio, l’occupazione aveva avuto un crollo importante, anche a prescindere dal Covid-19. Più che il saldo negativo, peraltro importante (-31mila), fra assunzioni e cessazioni, sono soprattutto altri due i dati che evidenziano bene come l’emergenza epidemiologica si sia abbattuta su una economia molto fragile. Le trasformazioni dei contratti a tempo determinato in tempo indeterminato si sono ridotte del 28%, mentre le assunzioni sono state appena 968mila a fronte del milione e 173mila dello stesso periodo dello scorso anno, con un calo del 17,5%.


Il crollo delle assunzioni è cominciato già a gennaio


130mila in meno rispetto al 2019. La lezioni sugli incentivi che non servono

Anche senza l’emergenza epidemiologica, verosimilmente, oggi staremmo a parlare di una Italia maledettamente senza lavoro. Nonostante la premessa di rito dell’Istituto, che ricorda come i dati siano oggetto di revisione amministrativa, per cui potrebbero cambiare in qualche decimale, il mese di gennaio, sotto il profilo del lavoro, era già stato devastante per il nostro Paese. Secondo l’Inps, le assunzioni riferite al solo settore privato – peraltro l’unico che negli ultimi dieci anni ha continuato ad assumere, visto gli enormi ostacoli posti all’ingresso di nuove leve nel settore pubblico – sono state 538mila; nello stesso periodo del 2019, si era toccata la cifra di 667mila. A conti fatti, quasi 130mila assunti in meno, un vero e proprio esercito. Non consola la leggera diminuzione delle cessazioni, che sono state comunque un numero altissimo: 461mila. Dall’Inps arriva anche una conferma: le imprese raramente assumono perché incentivate. Nel mese di gennaio, sono meno di 9mila i rapporti di lavoro incentivati, quasi 4mila dei quali trasformazioni di precedenti contratti a tempo determinato. Piuttosto, le imprese assumono, se poi ci sono persone che acquistano ciò che si produce, una lezione che, ad esempio, ha mandato a memoria il presidente americano, Donald Trump, che si appresta a dare fino a 3mila dollari a famiglia per sostenere i consumi e far ripartire velocemente l’economia.