Per l’Inps, si riduce la crescita dei posti di lavoro


Il saldo rimane positivo, ma preoccupa la tendenza sui dodici mesi

Numeri positivi, ma anche contesti territoriali ed aziendali di forte criticità. Il consueto rapporto dell’Inps sul mercato del lavoro evidenzia un saldo positivo nel rapporto fra assunzioni e cessazioni nei primi undici mesi dell’anno. Guardando, però, ai dodici mesi il saldo, pur restando positivo (+176mila unità), segna un calo rispetto al periodo immediatamente precedente (+368mila); una decelerazione che, se dovesse essere confermata, sarebbe evidentemente molto preoccupante, perché, se è vero che il tasso di occupazione è ai massimi, è pur vero tale indicatore rimane ancora molto al di sotto degli standard europei e ai tutti gli obiettivi indicati negli anni a margine dell’impiego dei fondi comunitari e le altre forme di incentivo. Preoccupa molto anche l’andamento della cassa integrazione. Nonostante una contrazione su base mensile, guardando ai dodici mesi si registra un sensibile incremento (+16,7%) dovuto principalmente alla cassa ordinaria (solo a dicembre, +37,8%), quella utilizzata nei momenti di difficoltà temporanea, cosa che però non deve illudere troppo: il passo verso la cassa straordinaria è spesso molto breve. A proposito di cassa straordinaria, un terzo delle ore autorizzate, vale a dire 2,5 milioni su 7,5 milioni, è per contratti di solidarietà, come richiesto dalla normativa vigente modificata con il Jobs act, cosa che sottende un sacrificio importante da parte dei lavoratori dipendenti.


Sognando in regalo un lavoro stabile


Reddito di cittadinanza, ne beneficiano in 2,3 milioni; la sfida occupazione

Capita che siano i bambini ad affidarsi a Babbo Natale, anche per chiedere qualcosa che gli adulti non vogliono o non possono chiedere, com’è il caso dei figli dei dipendenti della sede di Napoli di Whirlpool; capita anche che ci siano degli adulti che s’interrogano quotidianamente su quale sia il regalo più importante: un lavoro o, comunque, una qualche forma di sostegno economico. È la stessa domanda che si pongono tutti coloro che stanno beneficiando del reddito di cittadinanza, la misura portata in regalo con la passata legge di bilancio ed entrata a regime all’inizio di marzo con le prime domande presentate. Gli ultimi dati disponibili sul reddito di cittadinanza indicano in 890mila i nuclei coinvolti per 2,3 milioni di persone e un importo medio di 522 euro, un primo timido segnale contro la povertà. Nei desiderata di tanti, rientra sicuramente una chiamata dei centri per l’impiego per un’assunzione stabile, cosa ancora molto rara.


Si sblocca il pubblico impiego


Alla fine, la spinta per l’occupazione potrebbe arrivare dagli enti locali

La conferenza Stato-Regioni ha infatti formalizzato uno dei punti principali sui quali si era battuto l’allora ministro Giulia Bongiorno ai tempi del governo giallo-verde, vale a dire lo sblocco del turn over nella pubblica amministrazione, comuni compresi. Ora, dopo una lunga gestazione, si comincia  fare sul serio, tanto che nei prossimi mesi potrebbe arrivare una vera e propria ondata di nuove assunzioni, quantificate in almeno 40mila unità. Un numero importante, dopo anni e anni di pesanti ristrettezze, ma che non è ancora sufficiente a coprire i disastri dei mancati adeguamenti delle piante organiche. Le inefficienze, vere o presunte, della pubblica amministrazione dipendono da tanti fattori, compreso il mancato ricambio generazionale che non ha permesso finora di integrare nella macchina pubblica tutte le nuove professionalità che sono emerse negli ultimi anni. Un fenomeno sul quale, peraltro, ha anche pesato negativamente la stretta partita con il governo Monti degli investimenti in formazione del personale già in servizio, che si è ritrovato a parlare di digitale senza avere le necessarie competenze.


Occupazione in crescita se l’impresa è sociale


La previsione è contenuta nel XIII Rapporto dell’Osservatorio Isnet sull’impresa sociale in Italia ed è stata ripresa da Adn Kronos/Labitalia: quasi un’impresa sociale su quattro verosimilmente potrebbe assumere nuovo personale nel corso del 2020, mentre il 67,5% pensa di rimanere così come è adesso. La cosa significativa è che la decisione di continuare ad assumere arriva dopo tre anni in cui l’occupazione è salita del 17%. Andando ancora più a fondo nei dati del Rapporto, emerge una tendenza occupazionale molto forte in quella parte delle imprese sociali che operano in stretta sinergia e partnership con le aziende, cosa che si riflette positivamente pure su un aspetto non secondario, anzi: quello dell’innovazione, elemento fondamentale per riuscire a restare sui mercati in maniera competitiva. Impresa sociale e azienda hanno realizzato spesso percorsi di apprendimento comuni.


Ricetta (gialloblu) giusta


A ottobre cala la disoccupazione, cresce l’occupazione. Durigon: «I dati Istat sono la migliore risposta ai detrattori di Quota 100 e a chi ha ancora il coraggio di affermare che andrebbe abolita».

Con buona pace di chi non ci ha creduto – e ancora non ci crede – e con grande soddisfazione di chi ha puntato, con il precedente Governo, tutto sul cambiamento, i dati Istat di oggi su occupazione e disoccupazione confermano che la ricetta del governo gialloblu, e in particolare la doppia spinta rappresentata da Quota 100, anticipare la pensione per liberare posti di lavoro, ha funzionato. Lo dicono i dati: a ottobre il tasso di occupazione sale al 59,2% (+0,1 punti percentuali) e allo stesso tempo il tasso di disoccupazione scende al 9,7% (-0,2 punti percentuali), andamento, come ha spiegato l’Istituto di Statistica, che è la sintesi di un marcato calo per gli uomini (-3,9%, pari a -52 mila unità) e di un lieve aumento tra la donne (+0,7%, pari a +8 mila unità), coinvolgendo tutte le classi d’età tranne gli ultracinquantenni. Quanto all’occupazione è in aumento per entrambe le componenti di genere. Cresce tra gli over 35 (+49 mila), cala lievemente tra i 25-34enni ed è stabile tra gli under 25. L’incremento dell’occupazione è dovuto alla crescita degli indipendenti (+38 mila) e dei dipendenti a termine (+6 mila) mentre risultano sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti. Solamente due giorni fa l’Ocse, nel report “Pensions at a Glance”, ha detto che in Italia si va in pensione troppo presto – calcolando l’età effettiva di pensionamento a 62 anni – rispetto all’aspettativa di vita media e che quindi «l’aumento dell’età effettiva di pensionamento dovrebbe essere una priorità», limitando «gli indebiti sussidi al prepensionamento», legando l’età pensionabile all’attesa di vita. Insomma tornando a chiedere la cancellazione di Quota 100. Oggi su Repubblica un’analisi di Tito Boeri, ex presidente (non proprio rimpianto) dell’Inps, che si dilunga in un articolo a spiegare come Quota 100 sia soltanto una «grande illusione», capace di «distruggere nuovi lavori invece di crearli». Ma i numeri dell’Istat dicono l’opposto. Come ha notato l’On. Claudio Durigon (Lega), ex vice segretario generale dell’Ugl, oggi membro della Commissione Lavoro della Camera e ex Sottosegretario al Lavoro nel governo gialloblu, ma soprattutto padre di Quota 100 «ancora una volta viene confermato il trend dell’aumento degli occupati che da gennaio sono 217mila e, guarda caso, tra Ape sociale, opzione donna e lavoratori andati in pensione grazie a Quota 100 si superano 230 mila unità. Come si può negare che questi dati positivi non siano ascrivibili in gran parte proprio a Quota 100?» .


Perché le aziende assumono?


L’ultima ricerca dell’Inapp, l’ex Isfol, getta nuova luce su un aspetto da sempre dibattuto, vale a dire quanto pesano gli incentivi contributivi e fiscali nelle decisioni delle aziende di assumere o meno un nuovo dipendente. Ebbene, il dato che emerge sembra contraddire in larga parte l’assunto per il quale le aziende assumono soltanto in presenza di incentivi. Il dato è riferito al 2017. Poco meno del 40% delle imprese ha effettuato in quell’anno almeno una assunzione, con le varie forme contrattuali. Di questo 40%, il 22% ha fruito di almeno un incentivo pubblico. A conti fatti, quindi, su cento aziende che operano nel nostro Paese quelle che hanno fruito di benefici contributivi e/o fiscali sono state circa nove, un numero oggettivamente esiguo. Alla domanda successiva se le aziende che hanno assunto fruendo di un incentivo avrebbero comunque assunto del personale anche in assenza di aiuti fiscali e/o contributivi, la risposta è stata positiva in quasi il 60% dei casi. Tirando le somme, quindi, solo per quattro aziende su cento l’aspetto degli incentivi è quindi l’elemento fondamentale nella decisione di assumere o meno del personale aggiuntivo rispetto a quello già in forza.