Decreto lavoro, corsa contro il tempo


Destino incerto sul decreto lavoro, approdato finalmente in aula al Senato. Come noto, ogni decreto legge deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla entrata in vigore. Il decreto legge è entrato in vigore il 5 di settembre per cui i tempi sono molto ridotti. Il governo ha presentato degli emendamenti che riscrivono in molte sue parti il provvedimento, una manovra che punta verosimilmente a ridurre al massimo il dibattito alla Camera, così da evitare una seconda lettura al Senato.


Decreto lavoro, soluzioni tampone


Dopo una lunga attesa, è finalmente partito l’iter parlamentare che dovrebbe portare alla conversione in legge del decreto legge in materia di lavoro. Una attesa che era diventata preoccupazione, non tanto perché il provvedimento contenga interventi risolutivi, quanto piuttosto perché permetterà di dare risposte, peraltro parziali, ad alcune questioni molto scottanti, ad iniziare dagli ammortizzatori sociali in deroga per la Sicilia e la Sardegna, ma non i tanti casi aperti, da nord a sud. Come evidenziato, però, dalle delegazioni di Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Cisal ed Usb, sono diversi gli aspetti sui quali governo e parlamento dovranno concentrarsi da subito e poi nell’immediato futuro al fine di trovare delle soluzioni più strutturali e convincenti. Fra gli aspetti da rivedere, sicuramente tutta la disciplina delle attività lavorative commissionate attraverso le piattaforme digitali, un mondo che, evidentemente, non si ferma ai soli rider.


Pensioni, dal 2018 per le donne stessa età degli uomini


di Claudia Tarantino

Come previsto dalla riforma delle pensioni contenuta nella legge Fornero del 2011, a gennaio 2018 l’età per la pensione di vecchiaia delle donne sarà uniformata a quella degli uomini: 66 anni e sette mesi (con l’aumento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le autonome).

Nonostante si tratti già dell’età più alta in Europa, non è tutto, perché a breve questo scalino potrebbe di nuovo salire con il passaggio a 67 anni compiuti, atteso nel 2019 per effetto dell’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita.

Anche in questo caso, l’Italia farà da apripista, perché il passaggio a 67 anni per l’uscita dal lavoro è previsto addirittura per il 2030 in Germania, per il 2018 nel Regno Unito, il 2027 in Spagna e dopo il 2022 in Francia.

Insomma, stiamo per diventare il paese europeo con le regole previdenziali più rigide. Primato che, purtroppo, non riusciamo a raggiungere sotto altri aspetti, ben più importanti, come quello economico ed occupazionale.

Il problema è che questa corsa al livellamento dell’età pensionabile per uomini e donne, che potrebbe anche essere condivisa dal punto di vista della parità di genere, sembra essere piuttosto un tentativo affannoso di fare cassa e mettere in sicurezza il sistema previdenziale, soprattutto in un momento in cui il Governo sta promuovendo interventi, come le agevolazioni per le assunzioni dei giovani, che si scontrano con le ristrettezze del bilancio statale.

Il rischio, inoltre, è di non tenere nella dovuta considerazione le peculiarità delle carriere lavorative delle donne che, per le interruzioni dovute alla maternità, ad un mercato del lavoro meno favorevole, al lavoro di cura della famiglia, hanno meno continuità nel versamento dei contributi.

In contrasto con proclami e promesse, quindi, sembra che il Governo voglia ‘archiviare’ qualsiasi possibilità di rendere le pensioni più accessibili, non solo per le donne, e la discussione con i sindacati è destinata ad infuocarsi.

Restano da affrontare, infatti, proprio il tema della flessibilità in uscita delle donne e il nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita.

Finora l’Esecutivo non ha accolto le richieste di congelare l’automatismo che prevede appunto l’innalzamento a 67 anni nel 2019. Sembra, piuttosto, che voglia perseguire la strada, già giudicata inadeguata e insufficiente dalle parti sociali, di una estensione della platea di persone a cui l’incremento non si applica, inserendo i lavoratori che svolgono mansioni gravose.

In verità, il Governo finora non ha mostrato aperture su numerose questioni, manifestandosi a mala pena disponibile a valutare la possibilità di ridurre gli anni di contributi necessari all’accesso all’Ape sociale.

Anzi, nonostante le continue rassicurazioni del premier Gentiloni, appare quanto mai difficile credere – visti questi presupposti – che l’Esecutivo sia disposto ad accogliere qualsiasi suggerimento.


Inail: in aumento gli incidenti sul lavoro, oltre 3 morti al giorno


di Claudia Tarantino

Nei primi sette mesi di quest’anno sono aumentati gli incidenti e i morti sul lavoro, il cui numero ha raggiunto quota 591, 29 in più rispetto ai 562 decessi dell’analogo periodo del 2016 (+5,2%).

Fino a luglio, inoltre, “le denunce d’infortunio sono state 380.236, 4.750 in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (+1,3%), per effetto di un aumento infortunistico dell’1,2% registrato per i lavoratori (2.832 casi in più) e dell’1,4% per le lavoratrici (oltre 1.900 in più)”.

E’ quanto segnala l’Inail pubblicando i dati provvisori del 2017.

Dai dati forniti dall’Istituto emerge chiaramente che, oltre agli incidenti, anche per quanto riguarda i decessi la percentuale che interessa le donne è significativa. “A morire sul lavoro sono soprattutto gli uomini – nota l’Inail – i cui casi mortali sono saliti da 506 a 531 (+4,9%)”. Ma, c’è una crescita del 7,1% per le donne, passate da 56 a 60 casi in pochi mesi.

Si tratta di cifre inaccettabili in un Paese in cui la sicurezza negli ambienti di lavoro non è un concetto nuovo e dove è garantita dalla legge e regolamentata dal D.L. 81/2008, che prevede una serie di adempimenti da parte dei datori di lavoro proprio al fine di limitare al minimo le cause di pericolo e le possibilità di infortunio.

A livello territoriale, le denunce d’infortunio sono aumentate al Nord (oltre 5.800 casi in più) e, in misura più contenuta, al Centro (+245), mentre hanno fatto registrare una diminuzione al Sud (-985) e nelle Isole (-337). Risultato abbastanza scontato vista la disoccupazione dilagante nel Mezzogiorno molto più che nel resto del Paese. Il ragionamento, infatti, è semplice: meno si lavora e meno si è esposti al rischio che possa capitare un incidente.

Dal rapporto Inail emerge anche che i settori maggiormente interessati dagli incidenti sono “la gestione Industria e servizi (+2,1%) e la gestione Conto Stato dipendenti (+3,6%), mentre Agricoltura e Conto Stato studenti delle scuole pubbliche statali hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,0% e all’1,9%”.

Secondo la Coldiretti, la controtendenza registrata dall’Agricoltura, con un calo del 5% dei casi mortali, è dovuto principalmente al “prezioso lavoro di ammodernamento delle imprese agricole fatto in questi anni per rendere il lavoro in agricoltura tecnologicamente più avanzato, ma anche più sicuro”. Un risultato, quindi, che concilia “gli interessi delle imprese, degli occupati e dei consumatori”.

E’ vero anche, però, che molto spesso gli infortuni non derivano solo da inosservanze della legge o dal grado di rischio di una specifica attività, ma anche dalla scarsa informazione dei dipendenti in merito agli strumenti e alle tecniche di prevenzione.

Ecco perché la formazione è fondamentale per migliorare le condizioni di sicurezza in un’azienda, in quanto rende consapevoli i lavoratori dei fattori di rischio così come delle misure di prevenzione e delle tecniche per tutelare se stessi e gli altri in caso di pericolo.

Tutto ciò vale anche per le malattie professionali che, a differenza degli infortuni, non avvengono per causa violenta, ma secondo un’azione graduale nel tempo. Vengono infatti contratte nell’esercizio e a causa della lavorazione alla quale è adibito il lavoratore.

Le denunce di malattia professionale pervenute all’Inail nei primi sette mesi del 2017 sono state 36.224, 1.336 in meno rispetto allo stesso periodo 2016 (-3,6%). Le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, continuano a rappresentare le tecnopatie più denunciate (75,8% del complesso dei casi).

“Dopo anni di continua crescita – osserva l’Inail – il calo delle tecnopatie denunciate conferma per quest’anno l’andamento già rilevato nei mesi scorsi”.


Web tax, per l’Upb è incentivo a rimanere nell’ombra


di Claudia Tarantino

L’Ufficio parlamentare di Bilancio ha espresso, in questi giorni, alcuni dubbi sull’efficacia della cosiddetta ‘web tax’, introdotta con la manovra correttiva 2017, quella misura cioè, detto in parole molto semplici, che punta a far pagare le tasse in Italia alle società e ai gruppi che operano su internet, come Google o Facebook, ad esempio.

Innanzitutto, secondo l’Upb, la ‘web tax’ si configura a tutti gli effetti come una “sanatoria preventiva e volontaria con una regolarizzazione agevolata delle posizioni fiscali pregresse e la garanzia per gli anni futuri di un trattamento basato sull’accordo e la collaborazione tra impresa e Amministrazione”.
Ed è proprio su questo aspetto che l’Upb nutre i maggiori dubbi, perché “le imprese digitali potrebbero essere incentivate a rimanere ‘nell’ombra’ sfruttando i margini di elusione dei quali dispongono e cercando di differire la contrattazione dell’onere tributario”.

Quindi, anziché condurre alla ‘emersione’ delle attività svolte sul web e dei relativi guadagni, porterebbe ad un ulteriore occultamento. E’ ovvio infatti, che – come precisa l’Upb – “la convenienza ad aderire alla procedura sarà tanto maggiore per imprese per le quali un accertamento ordinario è più probabile e rischioso”, mentre le altre continueranno a ‘nascondersi’ e, quindi, ad eludere il fisco.
Inoltre, “la convenienza per le imprese, e per il Fisco, dipende dalla valenza del vincolo, previsto dalla norma, di 50 milioni di ricavi prodotti in Italia in uno dei tre anni precedenti”. Ma, in assenza di un coordinamento internazionale, c’è “un’oggettiva difficoltà dei singoli Paesi a risolvere le complesse questioni tributarie legate alla diffusione dell’economia digitale”.

Per l’Ufficio parlamentare di Bilancio, dunque, anziché prevedere una penalizzazione di un certo rilievo che fungesse da incentivo per le imprese a regolarizzare la propria condizione, come il cosiddetto ‘DDL Mucchetti’ attualmente in discussione in Parlamento, si è preferito “incentivare l’adempimento fiscale volontario, legato quindi a una agevolazione”, la cui efficacia, però, potrà essere valutata solo nei prossimi mesi.


Il Dl Sud è legge. Ma gli interventi non sono tutti per il Mezzogiorno


di Claudia Tarantino

Con il via libera della Camera, con 276 sì e 121 no, il decreto Sud è diventato legge.
Si tratta di un provvedimento che contiene al suo interno un ‘mix’ di interventi, non esclusivamente destinati al Mezzogiorno, come invece il nome lascerebbe intendere, ma che – secondo quanto spiegato dallo stesso ministro per la Coesione territoriale e il Sud, Claudio de Vincenti, – “si inserisce in una strategia complessiva del Masterplan: i patti per il Sud con gli investimenti per le infrastrutture, l’ambiente, la cultura, la politica industriale, il credito d’imposta per il Mezzogiorno, l’allocazione dei fondi di bilancio. Insomma una serie di tasselli che oggi compongono un disegno per il Mezzogiorno”.

Ovviamente, tutti ora ci aspettiamo che le misure contenute nel Dl Sud sortiscano qualche effetto per risollevare l’economia meridionale, per restituire un po’ di fiducia ai giovani favorendo l’occupazione, per far sì, in sostanza, che il Mezzogiorno recuperi almeno una parte di quel divario che lo ha visto sempre un passo indietro rispetto al resto del Paese e che qualche giorno fa è stato confermato dallo Svimez, secondo cui “se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, dieci anni dopo il Centro-Nord”.

Fatto sta, però, che già dal numero, certo non esiguo, dei voti contrari, sia dalle forti critiche lanciate dalle opposizioni, il provvedimento sembra tutt’altro che condiviso.

Forza Italia non lo ritiene in grado di rilanciare il Sud perché non riscontra “una strategia seria e sostenibile”, mentre la Lega ha parlato addirittura di decreto “dannoso, capace solamente di illudere i cittadini e gettare nel vuoto risorse senza un vero programma strutturale e industriale”, infine, per Fratelli d’Italia il provvedimento destinato al Mezzogiorno “è privo di copertura finanziaria”.

Il ministro De Vincenti ha difeso il Dl Sud puntando soprattutto sullo stanziamento di quasi 3,5 miliardi “per dare un’ulteriore spinta alla ripresa del Mezzogiorno” e, a chi ha fatto notare che tale cifra è in realtà ‘spalmata’ su diversi anni, ha replicato che “le risorse non sono spalmate, sono pronte per chi le vuole utilizzare, poi possiamo immaginare che servirà del tempo perché siano pienamente utilizzate, ma sono pronte da subito, sono già disponibili”.

Tuttavia, non ha potuto negare la presenza nel provvedimento di misure che nulla hanno a che vedere con il Sud. “Se è vero che alcune misure non sono strettamente per il Mezzogiorno, – ha dichiarato – poi lo sono in grande prevalenza: penso alle misure sugli incendi boschivi che riguardano tutta Italia ma abbiamo visto che in queste settimane hanno travagliato soprattutto il Sud. Oppure il fondo finanziamento ordinario delle università dove abbiamo messo in sicurezza tutte le università italiane, ma con un’attenzione particolare a creare un meccanismo perequativo che aiuti in misura significativa le università del Mezzogiorno legato ad un uso efficiente delle risorse e premialità”.

Tra le misure che non sono prettamente destinate al Sud ci sono, ad esempio, la ormai celebre norma ‘Salva Flixbus’, l’operatore low cost del trasporto di linea su autobus a media e lunga percorrenza, che potrà continuare ad operare, o quella che assegna 100 milioni al Centro Italia per la rimozione delle macerie nelle aree colpite dal sisma dello scorso anno e dispone che le case con danni gravi siano escluse dalla tassa di successione. O, ancora, le misure per contrastare la dispersione scolastica e la povertà educativa minorile in determinate aree a rischio esclusione.

Inoltre, nel corso dell’iter parlamentare sono state introdotte norme di contrasto degli incendi dolosi, deroga al numero minimo e massimo di studenti che possono comporre una classe (nelle regioni colpite dai terremoti del 2016 e 2017); risorse per contrastare la diffusione del coleottero Xylosandrus compactus; interventi per ridurre l’uso delle buste di plastica.

Tra le misure dedicate al Mezzogiorno, invece, il ‘pacchetto’ della legge prevede in particolare:
– l’introduzione delle Zone Economiche Speciali (ZES), il cui scopo è la creazione di condizioni favorevoli in termini economici, finanziari e amministrativi, che consentano lo sviluppo delle imprese già operanti e l’insediamento di nuove imprese, nonché l’accelerazione delle procedure adottate per la realizzazione degli interventi previsti nell’ambito dei Patti per lo sviluppo.
– lo strumento Resto al Sud, che prevede un incentivo per l’apertura di nuove aziende attive nei settori dell’agricoltura, dell’artigianato, dell’industria, della pesca e dell’acquacoltura, o anche nei servizi (ad esempio turismo). E’ rivolto in particolare ai giovani imprenditori ‘under 35’ di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, cui sarà offerto un ‘bonus’ di 40mila euro, di cui il 35% a fondo perduto ed il restante 65% con un prestito a tasso zero, volto a coprire l’intero investimento e il capitale circolante, con esclusione delle spese per la progettazione e quelle per il personale (per le società con più soci il ‘bonus’ può arrivare fino a 200 mila euro).
– la misura Terre incolte, che promuove la nascita di nuove imprese tramite la concessione o l’affitto (per un massimo di 9 anni), a seguito di bando pubblico, da parte degli enti locali di terreni e aree in stato d’abbandono da utilizzare per progetti di riuso. In questo caso l’incentivo sarà destinato ai giovani d’età compresa tra i 18 e i 40 anni. Nella precedente discussione avvenuta a Palazzo Madama, i senatori hanno deciso di includere nelle agevolazioni anche alcune attività agricole situate nelle regioni colpite dai “recenti eventi sismici”.
– allungati i termini della Cassa Integrazione Straordinaria che potrà essere ancora utilizzata da imprese operanti in aree di crisi industriale complessa. Oggi può essere concesso un ulteriore intervento fino a 12 mesi. La deroga può essere prevista non una sola volta ma “per ciascun anno di riferimento” dell’accordo stipulato con il Ministero del Lavoro.
cluster tecnologici nazionali, che saranno utilizzati per l’accelerazione e la qualificazione della programmazione nel campo della ricerca e dell’innovazione a favore delle aree del Mezzogiorno.
– sottoscrizione di un Contratto istituzionale di sviluppo, per la realizzazione di interventi urgenti necessari per Matera capitale della cultura 2019.
– potenziamento della viabilità in Calabria, grazie al riutilizzo di risorse risparmiate dal completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Ilva: si specifica che le somme confiscate o pervenute allo Stato saranno destinate al risanamento e alla bonifica ambientale.
– a seguito dell’eccezionale siccità della stagione primaverile ed estiva 2017, sono estese le misure di risarcimento, a seguito di eventi calamitosi, anche alle imprese agricole che hanno subito dei danni.