Le stime del Fmi sul Pil italiano


Nel 2020 Pil a +0,5%, deficit al 2,4%

Per il 2020 il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita del Prodotto interno lordo italiano dello 0,5% (in accelerazione dal +0,2% previsto per il 2019) e un rapporto tra deficit e Pil del 2,4%, contro il 2,2% previsto dal governo. Il debito dovrebbe invece attestarsi, nel breve termine al 135%, per poi salire nel lungo termine a causa della crescita della spesa pensionistica legata a Quota 100. Secondo le stime del FMI, nei prossimi anni il PIl dovrebbe accelerare leggermente, portandosi ad una forbice del +0,6/0,7%, rimanendo però sui livelli più bassi dell’Eurozona.


PA: l’Ue condanna l’Italia


La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia per i ritardi dei pagamento della Pubblica amministrazioni. Secondo l’istituzione, infatti, il nostro Paese non ha garantito i pagamenti delle prestazioni dei privati entro un limite di tempo non superiore ai 30 o ai 60 giorni venendo quindi meno agli obblighi comunitari, come stabilito dalla direttiva per la lotta ai ritardi nei pagamenti nelle transazioni commerciali tra pubblica amministrazione e imprese private risalente al 2011. Come si legge anche sul Ministero delle Finanze, «tutte le pubbliche amministrazioni sono tenute a pagare le proprie fatture entro 30 giorni dalla data del loro ricevimento, ad eccezione degli enti del servizio sanitario nazionale, per i quali il termine massimo di pagamento è fissato in 60 giorni». «Il rispetto di queste scadenze – si legge ancora – è un fattore di cruciale importanza per il buon funzionamento dell’economia nazionale». Stando agli ultimi dati del MEF, aggiornati al 21 dicembre del 2018 e contenuti nel cruscotto di monitoraggio, sono stati effettuati i pagamenti relativi a 19 milioni di fatture, per un importo di 115,9 miliardi di euro, che corrisponde all’83% del importo totale (le fatture pervenute erano 27,5 milioni per un totale di 155,9 miliardi di euro. I tempi medi di pagamento risultano essere pari a 55 giorni, mentre i tempi medi ponderati di ritardo si sono attestati su valori pari a sette giorni. Secondo l’Ance (tanto per citare un esempio) solo nel settore delle costruzioni i ritardi superano ancora i quattro mesi e mezzo, per un totale di sei miliardi di arretrati a danno delle imprese.


Solo il 23,4% degli occupati è laureato


Quanto rilevato dall’Eurostat non può farci piacere. Purtroppo. Nel terzo trimestre 2019, il 23,4% degli occupati italiani ha dichiarato di aver conseguito la laurea: il dato peggiore, dopo quello della Romania. Impietoso il confronto con la media europea, che si è attestata al 36,8%. Altrove va meglio, decisamente: nel Regno Unito il dato è al 47,2%, in Francia al 43,3% e in Germania al 30,6%. Ad alzare la media italiana, sono le donne: in Italia, le lavoratrici con una laurea sono il 30,1% – il dato medio Ue è, comunque, più alto: 40,2% –, mentre tra gli uomini la percentuale si ferma al 18,2%: anche in questo caso, il gap con l’Ue, dove la media è pari al 32,8%, è consistente. A cosa è riconducibile questa differenza tra uomini e donne? Al livello medio di istruzione delle donne, che è generalmente più alto, e al basso livello di occupazione femminile in Italia, per cui è più probabile che siano le donne più istruite a trovare un impiego. Analizzando il dato relativo al 2018, i lavoratori italiani, di età compresa tra i 20 e i 64 anni, quelli che hanno la terza media come titolo di studio più alto sono il 30,1% degli occupati totali contro il 16,3% dell’Unione europea a 28. Per quanto negativo, si tratta di un dato che è migliorato dal 2009, quando gli uomini con al massimo la terza media al lavoro erano il 41,5% degli occupati complessivi. Identica, invece, la media italiana ed europea dei lavoratori che possiedono il diploma, pari rispettivamente al 46,8% e al 47,7%, stabile negli ultimi dieci anni.


Partenza debole per l’economia italiana, a gennaio Pil fermo


Le stime della Confcommercio, unico segnale positivo arriva dall’occupazione, ma non delle ore lavorate

Inizio d’anno piatto secondo la Confcommercio per il Pil italiano. Nella consueta diffusione sull’andamento del Prodotto interno lordo mensile, l’associazione di categoria prevede infatti una crescita nulla per gennaio, dato che comporterebbe una riduzione del PIL di un decimo rispetto allo stesso mese di un anno fa. «Dopo una chiusura del 2019 all’insegna della completa stagnazione (+0,1%), con sintomi di deterioramento del quadro congiunturale, si stima un’apertura del 2020, in termini di Pil, sostanzialmente piatta», si legge infatti nell’analisi. Disegnando un quadro dell’andamento dell’ultimo periodo dei principali indicatori, la Confcommercio arriva infatti a trarre la conclusione che «l’unico elemento positivo continua ad essere rappresentato dalla crescita delle persone, ma non delle ore lavorate, impiegate nel processo produttivo». La produzione industriale a novembre ha registrato una nuova, seppur lieve, flessione congiunturale (-0,1%), comportando un calo anche a livello tendenziale (-0,6%). Per quanto riguarda invece i consumi, l’ICC (Indicatore dei Consumi della Confcommercio) a dicembre  ha registrato un +0,1% mensile ed un -0,4% annuo, confermando il perdurare della debolezza della domanda delle famiglie. Neanche dai prezzi sembrano arrivare segnali incoraggianti, la Confcommercio per il mese in corso prevede infatti una variazione nulla in termini congiunturali e un aumento dello 0,4% nei confronti del gennaio dello scorso anno, rallentando rispetto al +0,5% annuo registrato a dicembre.

 


Retromarche


Riforme: dalla Francia all’Italia le pensioni non passano mai di moda

Nel mondo accade di tutto, si rischiano conflitti mondiali, scontri sui mercati internazionali a colpi di dazi tra super potenze, ma in Europa, anzi nell’Ue a trazione social democratica, l’unico tema di cui ci si occupa sono le pensioni – oltre ai famigerati conti pubblici ovviamente. Ne sanno qualcosa la Francia, quest’ultima tormentata dalla volontà del Governo Macron di introdurre una riforma in materia che ha scatenato ben 38 giorni di proteste per l’introduzione dei 64 anni come età «spartiacque» per andare in pensione (e cancellare 42 regimi speciali), e ne sa qualcosa anche l’Italia, che ora vede Quota 100 targata Governo gialloblu, riforma che, con determinati requisiti, ha mandato in soffitta la famigerata Legge Fornero, in pericolo, perché il Governo giallorosso vuole modificarla, per il gusto, si potrebbe dire quasi perverso, di lasciare il suo segno social democratico sulla pelle del ceto medio. Ma anche nel nostro Paese tutto si può dire, meno che il tentativo del governo di aprire il dibattito sul dopo Quota 100 sia andato a buon fine. Fonti governative hanno fatto trapelare quella che dovrebbe essere la soluzione sul versante previdenziale al termine della sperimentazione di Quota 100, la cui fine è prevista per il 31 dicembre 2021, salvo anticipi o revisioni al momento non previsti, ma sempre dietro l’angolo, vista la nota avversità più volte manifestata dal partito di Matteo Renzi. Il governo, o, quanto meno, una sua parte vorrebbe proporre la cosiddetta Quota 102, innalzando l’età anagrafica a 64 anni, quindi due anni in più rispetto al presente, e lasciando l’anzianità contributiva a 38 anni. Il tutto senza escludere a priori una possibile penalizzazione sugli assegni pensionistici, in questo caso reale. La proposta non è assolutamente piaciuta alla confederazioni sindacali. Se già in passato la Ugl aveva ribadito la sostenibilità di Quota 100, con l’aggiunta dell’impegno ad introdurre la possibilità di uscita con 41 anni di contributi per tutti, anche Cgil, Cisl e Uil hanno questa volta bocciato l’ipotesi del governo, in quanto non praticabile e, soprattutto, fortemente penalizzante per i lavoratori e le lavoratrici. Come per la Ugl, pure Cgil, Cisl e Uil hanno insistito sull’ipotesi 41 anni di contributi, accompagnata ad una maggiore flessibilità in uscita dal lavoro, superando così i rigidi vincoli della Fornero. Insomma in questa Ue sempre più nemica del ceto medio, neanche le retromarce riescono ad essere tutte uguali.