Emergenza sanitaria, la Spagna annuncia la de-escalation


Migliorano ancora le condizioni di Johnson, critica la situazione negli Stati Uniti

Il peggio è passato, in Spagna. A sostenerlo è il premier spagnolo, Pedro Sanchez, annunciando l’inizio della de-escalation, che sarà comunque graduale, dopo che il Paese ha superato il picco dell’epidemia di coronavirus. Chi sta meglio è anche il premier britannico, Boris Johnson, ricoverato in terapia intensiva, a Londra, le cui condizioni di salute sono in continuo miglioramento: non è escluso un suo ritorno alla guida del governo, che sta valutando la proroga delle misure restrittive fino alla metà di maggio, nei prossimi giorni. Resta, invece, preoccupante l’andamento della pandemia in tutto il mondo: secondo la John Hopkins University, che monitora la diffusione del virus, circa 1,5 milioni sono i casi di contagio registrati a livello globale, un dato enorme, ma comunque sottostimato, perché considera solo i numeri comunicati dalle autorità nazionali. Alcuni Paesi, tipo gli Stati Uniti – negli States, i contagi sono aumentati di 33mila unità in un giorno, adesso sono 432mila, mentre i decessi sono 14.817 –, maggiormente coinvolti. L’emergenza sanitaria, comunque, riguarda tutti: uno studio Oxfam stima che l’impatto del coronavirus sull’economia globale rischia di far precipitare, a breve termine, mezzo miliardo di persone sotto la soglia della povertà estrema.


Con lockdown persi 788 euro procapite al mese


L’allarme della Svimez: con ripresa attività nel secondo semestre PIL giù dell’8,4%

Anche la Svimez ha provato a tirare le somme sugli effetti negativi che coronavirus e misure anti-contagio stanno avendo sull’economia italiana, scendendo anche nel dettaglio delle singole aree del Paese. Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno sono cinque su dieci gli impianti “fermi” nel Paese, e nella media nazionale, senza tener conto del settore dell’agricoltura, di quello delle attività finanziarie e assicurative e della Pubblica amministrazione, valore aggiunto, fatturato e occupazione si stanno dimezzando. In termini di valore aggiunto, a livello territoriale, soffrono maggiormente le regioni del Nord, registrando un calo del 49,1%: circa il 6% in più rispetto a quello che sta interessando il Centro ed il Mezzogiorno. Perdite simili, invece, per quanto riguarda gli occupati: la Svimez indica un 53,3% al Nord, un 51,1% al Centro e un 53,2% nel Mezzogiorno. In generale, comunque, un solo mese di lockdown costa al Paese 47 miliardi di euro, di cui 37 al Centro-Nord e dieci nel Mezzogiorno. In termini procapite, si parla di 788 a livello nazionale e di 951 euro e 473 se si considerano rispettivamente Centro-Nord e Sud. L’associazione ha poi formulato delle stime, prevedendo un calo del PIL dell’8,4% a fine anno (-8,5% al Centro-Nord e -7,9%) se l’attività riprendesse nella seconda metà del 2020. «Si tratta di una previsione che considera il solo impatto del “cura Italia” – spiega tuttavia la Svimez -. Ulteriori interventi espansivi potrebbero attenuare la dinamica recessiva».


Ilo, il Covid-19 è una catastrofe


Già quasi 200 milioni di disoccupati, a rischio reddito o lavoro in 1,2 miliardi

L’Ilo, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro, smentisce sé stesso e, a distanza di poche settimane aggiorna le proprie previsioni sulle conseguenze che l’emergenza epidemiologica da Covid-19 potrà avere sul versante dei posti di lavoro. Se soltanto qualche settimana fa, prima che la pandemia investisse tutte le economie più avanzate e gli Stati Uniti d’America, in particolare, l’Ilo si era fermato a 25 milioni di disoccupati, oggi arriva a parlare di effetto «catastrofico», spingendosi addirittura ad ipotizzare un impatto pari al 6,7% delle ore lavorate, che, tradotto, in persone, significa 195 milioni di lavoratori a tempo pieno su un totale di 3,3 miliardi di occupati nel mondo. Secondo l’Ilo, al momento, poco più dell’80% dei lavoratori nel mondo è interessato dalle disposizioni relative al contenimento della diffusione del virus, terminate le quali, però, 1,25 miliardi di lavoratori potrebbero perdere reddito o il lavoro.


L’odissea del calcio


La pandemia travolge il Calcio, impegnato a difendere solo i propri interessi. Nessuno parla dei 220 mila addetti dello sport abbandonati al loro destino

Il Covid-19 sta facendo saltare molti altarini e tra questi uno dei più “sacri” che l’Italia, e non solo, riconosca è il calcio. Sotto schok per la pandemia e per più di un mese di lockdown, il tifosissimo popolo italiano non ha ancora palesemente reagito di fronte alle notizie sconcertanti provenienti da un mondo che è sempre stato sia un’efficace valvola di sfogo sia un collante sociale. Mai come in questa crisi il calcio o, meglio, le Società, i giocatori e i tifosi sembrano essere così distanti. I problemi più scottanti del momento sono il campionato fermo, non certo per propria volontà o assunzione di responsabilità, e il taglio degli stipendi dei calciatori di serie A. A nessuno interessa il destino che potrebbe attendere i 220 mila lavoratori dell’intero movimento sportivo, abbandonati a loro stessi anche dal ministro Spadafora. In Italia è stato poco edificante il braccio di ferro tra Lega A e Aic (Associazione Italiana Calciatori) sul taglio degli “stipendi” dei campioni, mentre intorno gli ospedali straripavano di contagiati, mentre i morti aumentavano di giorno in giorno, mentre medici e infermieri si ammalavano curando, mentre fabbriche e uffici chiudevano i battenti, mentre le file interminabili davanti ai supermercati e le strade vuote delle città davano il senso plastico della catastrofe in atto. I calciatori non ne vogliono sapere di accettare tagli orizzontali al loro ingaggio, preferiscono trattative singole. A loro volta le Società non intenderebbero utilizzare quegli eventuali risparmi per evitare un’ecatombe dei propri dipendenti o magari per donare risorse al Sistema sanitario in prima linea, rispondendo con atti concreti a quell’attaccamento sempre ricevuto dai tifosi, che poi dovrebbero essere la ragione di esistere del calcio. Ciò che alle Società interessa è rimpolpare i bilanci a rischio e far ripartire in un modo o in un altro il Campionato, pur di rimettere in moto la macchina, che sui diritti televisivi, sulla pubblicità, sul gioco delle plusvalenze e delle minusvalenze fittizie hanno costruito la loro, evidentemente fragile e spericolata, fortuna finanziaria. Oggi il noto giornalista sportivo Mario Sconcerti sul Corriere della Sera non la manda a dire e scrive: «Il vero problema del calcio sono i suoi debiti… È scoppiata la bolla, bisogna ricucire, tappare, pensare e agire in modo diverso. Il taglio degli stipendi è la cima dell’iceberg. Da solo non risolve niente se non la combinazione di un bilancio». Invita i tifosi a smettere di chiedere «i sogni che abbiamo sempre chiesto». Piuttosto bisognerebbe chiedersi se dopo il Covid19 e il lockdown gli italiani si ricorderanno oppure no del comportamento alquanto indifferente ai loro problemi dimostrato fino ad oggi da Società e giocatori, salvo qualche piccola eccezione.


Il gioco della leva


Decreto Imprese: attenzione all’effetto leva, potrebbe diventare un boomerang

In dirittura di arrivo oggi (forse) il tanto atteso Decreto Imprese, il secondo cosiddetto bazooka proposto dal Governo per immettere liquidità nel nostro sistema pressoché fermo. Si aggiungono 200 miliardi di euro ai 350 (marzo) del “Cura Italia”. O meglio i 200 miliardi di oggi, come i 350 di marzo, sono in realtà una conseguenza della garanzia pubblica dalla quale si genera un meccanismo chiamato “effetto leva”. La leva finanziaria è un meccanismo – legale sul quale però i giudizi non sono univoci – che permette ad un soggetto, anche ad uno Stato, di acquistare o vendere attività finanziarie per un ammontare superiore al capitale posseduto e ottenere così profitti più alti. Secondo i calcoli molto ottimistici del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, i 25 miliardi di euro effettivi stanziati con il Cura Italia sono in grado di «mobilitare circa 350 miliardi di euro di finanziamenti dell’economia reale». Quindi sia i 200 sia i 350 miliardi di euro sono risorse potenziali che si presume possano essere generate dall’economia reale per effetto della garanzia pubblica. In effetti il meccanismo della garanzia pubblica potrebbe dare vita ad una “euforia” perché la concessione del prestito si velocizzerebbe, perché per una richiesta di prestito pari a 25 mila euro non dovrebbe esser fatta alcuna valutazione sul merito del credito, perché il tasso di interessi sul prestito dovrebbe essere pari a 0, perché per le aziende che hanno fino a 499 dipendenti non ci saranno costi di istruttoria per la pratica. A parte altri aspetti tecnici di non poco conto, come i tempi per la restituzione del prestito e la titolarità del coordinamento e della gestione di Sace, l’altro Ente che insieme a Cdp interviene per le aziende con fatturato superiore a 50 miliardi di euro, ciò che preoccupa è altro. La leva finanziaria è un meccanismo che, quando va bene, genera altissimi guadagni, tant’è che il rapporto immaginato da Gualtieri tra i 25 miliardi stanziati e 350 potenziali è ben di 1 a 14, un po’ tanto, anche ammettendo che vada tutto bene. Ma se va male – e va già male vista la fame di liquidità delle imprese e il blocco totale di molte attività – le perdite per lo Stato potrebbero essere altrettanto ingenti. I drammi che, a causa del necessario lock down, si stanno generando nell’economia reale sono ancora incalcolati e in parte incalcolabili. Come per la Cassa Integrazione in deroga, si rischia di andare in perdita anziché in guadagno e bruciare in poco tempo le risorse effettive senza produrre quel meccanismo virtuoso atteso.


Meloni: «Aiutare le imprese: cassa integrazione a tutti»


Proposta contenuta in un emendamento di FdI al Cura Italia

Cassa integrazione a tutti. E subito. Questa la richiesta della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. «Le imprese vanno aiutate e va garantita subito la Cassa integrazione a tutti», ha detto, intervenendo nel corso di una diretta Facebook, illustrando, poi, i dettagli della proposta, contenuta in un emendamento al Cura Italia, presentato da Fratelli d’Italia. Cosa prevede? Consente «alle aziende non iscritte (ancora) ai fondi bilaterali, di accedere direttamente alla cassa in deroga, senza costi e senza perdite di tempo», ha spiegato Meloni, chiedendo al governo di ascoltare la proposta di Fratelli d’Italia. «Chi non è iscritto agli ‘enti bilaterali’ perché ha optato in alternativa, come previsto dalla legge, per il versamento di 25 euro ai propri dipendenti, secondo il Governo non può fare richiesta di cassa integrazione. Dovrebbe iscriversi agli enti bilaterali e pagare almeno 3 anni di arretrati, cioè poco meno di 1.000 per ogni dipendente. Unica alternativa sarebbe quella di provare a rivolgersi direttamente in Regione chiedendo l’accesso alla Cassa in Deroga, con ulteriore perdita di tempo» e «con il rischio che al dunque le risorse disponibili siano anche esaurite. Un’assurdità!», ha concluso Meloni.