«Nel 2020 oltre 390mila imprese chiuderanno definitivamente»


Particolarmente colpito il settore dei servizi di mercato

Nel 2020, oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi chiuderanno definitivamente, a causa dell’emergenza sanitaria che ha comportato un crollo dei consumi del 10,8%, pari a 120 miliardi di euro sul 2019. A stimarlo è Confcommercio, elaborando i dai di Movimprese-Unioncamere. Considerando le 85mila nuove aperture, la riduzione delle aziende in questi settori sarebbe di quasi 305mila imprese (-11,3%). Particolarmente colpito il settore dei servizi di mercato, con una riduzione delle imprese del 13,8% rispetto al 2019, mentre nel commercio rimane più contenuta, ma comunque elevata, e pari all’8,3%. Tra i settori più colpiti, nell’ambito del commercio, abbigliamento e calzature (-17,1%), ambulanti (-11,8%); nei servizi di mercato le maggiori perdite di imprese si registrano tra le agenzie di viaggio (-21,7%) e i bar e ristoranti (-14,4%).


«Italiani più spaventati dalla crisi economica che dalla pandemia»


L’efficacia del vaccino è la notizia che dà più speranza

La pandemia ha stravolto le nostre vite. Attualmente, però, l’emergenza sanitaria (ancora in corso) non rappresenta la principale minaccia per l’Italia, secondo gli italiani. A rivelarlo è un sondaggio realizzato dall’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. Tante sono state le domande rivolte agli intervistati – qualche esempio: qual è stato il personaggio più influente per la politica mondiale? Qual è stato il Paese più pericoloso? –, tutte necessarie per capire «quanto e come la pandemia ha cambiato il modo in cui gli italiani guardano agli avvenimenti e ai trend di fondo della politica internazionale». Secondo il 54% del campione, la crisi economica è la minaccia più grande per il nostro Paese. A seguire, al secondo posto, la pandemia, indicata come minaccia “solo” dal 22%. A livello mondiale, le cose cambiano: in questo caso, la pandemia viene considerata la minaccia principale dal 28% degli intervistati. La crisi economica scende al terzo posto, con il 19%. «Sorprende – osserva l’ISPI – la permanenza dei cambiamenti climatici al secondo posto, scelti da una quota di italiani (25%) solo leggermente minore rispetto alle rilevazioni degli ultimi due anni, quando era stato scelto dal 28% di loro». Un appunto: il terrorismo islamico, considerato nel 2015, anno degli attentati di Parigi e dell’ascesa del gruppo terroristico Stato islamico (o ISIS), la principale minaccia, adesso invece “spaventa” molto meno. Viene indicato come un pericolo a livello mondiale solo dal 6% del campione. In Italia, la quota scende all’1%. Quello, che si sta per concludere, è stato un anno avaro di notizie che possiamo considerare buone, in grado di trasmettere speranza. Chiamati a sceglierne una, la maggioranza degli italiani (55%) indica l’annuncio dell’efficacia del vaccino contro il coronavirus. Il 27% sceglie invece l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Joe Biden e il 15% l’accordo raggiunto sul pacchetto Next Generation EU, conosciuto anche come “Recovery Fund”.


Turismo: taglio alla spesa di -4,7 miliardi


Neanche lontanamente vicino a quello del 2019

«In dieci dei quattordici giorni che vanno da Natale all’Epifania gli italiani dovranno restare in casa, mentre negli altri quattro sarà in ogni caso vietato uscire dal proprio comune. Una beffa clamorosa per quegli imprenditori che si erano fatti in quattro per mantenere gli alberghi aperti nonostante il divieto di spostarsi da una regione all’altra, gli impianti di risalita fermi, le terme chiuse, l’obbligo di cenone in camera e mille altre regole astruse». È il commento del presidente di Federalberghi, Barbabò Bocca, alle misure contenute nel decreto Natale varato dal governo qualche giorno fa. In un anno normale, ricorda Bocca, tra Natale e l’Epifania si sarebbero messi in viaggio più di 18 milioni di italiani, per un giro d’affari di circa 13 miliardi di euro, mentre ore – secondo le stime – si rischia di non avere nemmeno il 10% delle presenze del 2019. Intanto, secondo la Coldiretti, per tentare di salvaguardare le proprie vacanze dalle ultime limitazioni, un italiano su tre (il 31% del totale) ha deciso di anticipare la partenza per raggiungere i parenti o le seconde case. Sempre stando alle stime dell’associazione dei coltivatori, le perdite stimate per le spese dei turisti italiani tra Natale e Capodanno si aggirano intorno ai 4,1 miliardi di euro. A pagare lo scotto più elevato è la montagna.


Cresce soltanto la disoccupazione


Crollo verticale delle nuove assunzioni e delle trasformazione dei contratti precari

Prima ancora che ad una statistica, siamo davanti alla peggiore fotografia possibile del dramma che sta vivendo il Paese. Nei primi nove mesi dell’anno, le assunzioni nel nostro Paese sono crollate di un terzo, fermandosi a 3,8 milioni di unità. Nonostante gli incentivi fiscali e contributivi, si sono ridotte di oltre il 30% anche le trasformazioni dei contratti da tempo determinato e tempo indeterminato: nello stesso periodo del 2019 si era arrivati a 712mila trasformazioni, mentre oggi ci si è fermati a 376mila. Calo anche per le cessazioni, ma molto più contenuto (-21%). Il saldo è comunque fortemente negativo: -260mila unità. Sulle cessazioni hanno influito, oltre al blocco dei licenziamenti in caso di fruizione degli ammortizzatori sociali, la decisione di un certo numero di lavoratori, soprattutto del pubblico impiego, ma anche del privato, di rinviare l’uscita per pensionamento, potendo fruire del ben più agevole smart working.


QUIZ A ZONE


Il Dpcm divide l’Italia in tre aree di gravità: qualcuno accetta, altri si ribellano. Gialle: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Sardegna, Toscana, Trentino-Alto Adige, Umbria e Veneto. Arancioni: Puglia e Sicilia.  Rosse: Calabria, Lombardia, Piemonte e Valle D’Aosta.

La confusione genera altra confusione: Conte ha spiegato ieri sera l’ultimo Dpcm, in vigore da domani, ma la confusione regna sovrana, ancora di più le polemiche. Si va dalle critiche del presidente della Sicilia (arancione) Nello Musumeci e del Piemonte (rossa), Alberto Cirio, entrambi di centro destra, che hanno parlato di «scelta sospetta» ovvero di trattamenti di sfavore riservati alle regioni governate dall’opposizione e, nel caso piemontese, anche di un utilizzo sbagliato dei dati, vecchi di 10 giorni. Diverso il registro del Governatore del Veneto (arancione), Luca Zaia, per il quale «è legittimo protestare», ma «io non vengo qui a lamentarmi. Penso sia fondamentale che il presidente del Veneto si occupi del Veneto. Le cose non sono mai perfette». Più netta la posizione della Lega in Lombardia (rossa) che ha parlato di «mancanza di rispetto» verso gli sforzi fatti dalla Regione, dai cittadini lombardi e dal sistema produttivo. Per questo il presidente Attilio Fontana e il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono (PD), hanno chiesto insieme al Governo «trasparenza sui dati». Ma anche il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala (Pd), ha fatto notare che sarebbe stato meglio «un sistema più uniforme e semplice», invece di quello «complesso» utilizzato dall’esecutivo. Il Governatore della Campania (gialla), Vincenzo De Luca, ha espresso «perplessità rispetto alle incongruenze del decreto», per lui «poco efficace». In sintonia il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che si è detto «sconcertato» per essere in zona a minor rischio, visto che «gli ospedali a Napoli e in Campania sono al collasso. Con le ambulanze utilizzate come letti di reparto». Il Sindaco di Bari (arancione) nonché presidente dell’Anci, l’Associazione dei Comuni Italiani, Vincenzo De Caro, ha evidenziato come «nelle zone rosse, sarà come tornare al lockdown, spero soltanto per qualche giorno». Il presidente della Regione Calabria, Nino Spirlì (Lega), ha annunciato ricorsi. Nel merito: tre le zone individuate dal Dpcm, con una serie di misure nazionali e specifiche. Il rosso, l’arancione e il giallo rappresentano in ordine decrescente tre diversi livelli di gravità della situazione epidemiologica. La categorizzazione è stata decisa in base a 21 criteri, applicati ai dati raccolti dalle regioni ed elaborati dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità). Per ogni zona, e colore, sono previste relative e diverse limitazioni.


Covid, il centrodestra al governo: «Collaboriamo in Parlamento»


Meloni: «Questo è il luogo nel quale si decidono le cose e non si sta solo per farsi riprendere dalle telecamere»

«Oggi dimostriamo, ancora una volta, di essere sempre presenti quando l’Italia ci chiama». Così la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, in un post su Facebook replicando all’appello del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha invitato le forze d’opposizione ha collaborare con il governo sulle nuove misure restrittive da adottare per provare a fermare la curva dei contagi. Un invito alla collaborazione (forse) tardivo: a partire dai primi giorni dell’emergenza sanitaria, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno offerto il proprio aiuto al governo, salvo non essere ascoltati. «Da nove mesi facciamo proposte ma l’unica risposta è no», ha osservato ieri il leader leghista, Matteo Salvini. Adesso, nel pieno della seconda ondata di contagi, l’esecutivo si è rivolto all’opposizione, offrendogli un posto in una cabina di regia presieduta dal ministro della Salute, Roberto Speranza, per affrontare l’emergenza. Una proposta respinta al mittente: «Non vogliamo commissioni, poltrone, task force. Ce ne sono già tante. Il luogo per discutere, per ascoltare, per proporre e per lavorare insieme c’è e si chiama Parlamento», ha replicato Salvini. Ed è proprio in Parlamento che il centrodestra ha presentato una risoluzione con «oltre 20 punti con altrettante priorità e proposte puntuali per affrontare questa delicata fase», come spiegato da Meloni su Facebook, tra cui «una serie di misure, dal trasporto pubblico al sistema sanitario, per recuperare i ritardi accumulati finora e scongiurare la prospettiva di un nuovo lockdown». A queste misure, se ne aggiungono altre a tutela di imprese, lavoratori e anziani che il centrodestra ha deciso di sottoporre al voto delle camere. «Per noi l’unica collaborazione per noi infatti l’unica collaborazione possibile avviene in Parlamento, perché questo è il luogo nel quale si decidono le cose e non si sta solo per farsi riprendere dalle telecamere», ha ribadito Meloni. «Dispiace, invece, che la maggioranza chieda al Parlamento di votare una risoluzione fumosa e priva di concretezza, come se anche stavolta volesse tenere per sé le misure puntuali che il Governo intende adottare nelle prossime ore», ha concluso.