«Le app per il contact tracing frenano la diffusione del covid»


I contatti stretti rintracciati sono circa il doppio rispetto al tracciamento tradizionale

Le applicazioni per il tracciamento dei contatti aiutano a contenere la diffusione dei contagi. A sostenerlo sono diversi studi, realizzati in diversi Paesi. Al netto dei timori legati alla privacy, dunque, queste app –  anche in Italia ne abbiamo una e si chiama Immuni – possono essere uno strumento utile per impedire al virus di diffondersi, mettendo a rischio la salute delle persone e la tenuta dei sistemi sanitari nazionali. Stando ad un’analisi condotta dall’Università di Oxford, ancora non pubblicata, ma che è possibile consultare sul sito dell’Alan Turing Institute, l’applicazione utilizzata nel Regno Unito e supportata dal National Health Service ha inviato mediamente 4,4 notifiche per ogni persona risultata positiva al coronavirus, pari a circa il doppio rispetto al tracciamento manuale, che si ferma ad una media di 1,8 notifiche. Secondo lo studio, ogni aumento dell’1% degli utenti dell’applicazione abbassa il numero di infezioni dello 0,8-2,3%. A conclusioni analoghe è arrivato anche uno studio preliminare su Radar Covid, l’applicazione utilizzata in Spagna, condotto nelle isole Canarie. Anche in questo caso, l’app ha notificato circa il doppio del numero di persone esposte a infezioni rispetto al tracciamento manuale dei contatti. E Immuni come sta andando? L’applicazione italiana non sembra essere mai decollata: al 22 febbraio, l’app è stata scaricata oltre 10,3 milioni di volte mentre sono stati 12mila gli utenti risultati positivi al coronavirus che hanno caricato i codici e circa 89mila sono state le notifiche.


«Prolungare la quarantena per i positivi alla variante inglese»


Lo suggerisce uno studio condotto su alcuni giocatori della NBA

Prolungare la quarantena per le persone risultate positive alla cosiddetta “variante inglese” del virus Sars-CoV-2. A suggerirlo è uno studio realizzato dall’Università di Harvard – precisazione: si tratta di uno studio preliminare, non ancora pubblicato – , spiegandone anche i motivi. L’analisi è stata condotta su 65 giocatori della NBA, il campionato professionistico di basket statunitense, risultati positivi al virus, nel corso dei play-off della scorsa stagione, durante i quali le squadre erano state isolate dal resto del Paese in una “bolla”, con giocatori e staff testati quotidianamente. Sette dei 65 casi erano positivi alla “variante inglese”. Gli esperti hanno scoperto che «per gli individui affetti dalla variante la durata media della fase di proliferazione del virus era di 5,3 giorni, quella della fase di eliminazione 8,0 giorni e la durata totale media dell’infezione era di 13 giorni. Per confronto chi non era infettato dalla variante aveva una fase di proliferazione di 2 giorni, di clearance di 6,2 e una durata media di 8,2 giorni». Se confermati, i dati invitano a prolungare la quarantena dagli attuali 10 giorni dopo la comparsa dei sintomi. Ad oggi, infatti, secondo le disposizione delle autorità sanitarie, chi è risultato positivo al Covid-19 (senza sintomi) può rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa della positività, al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo. Per chi ha manifestato i sintomi, invece, può farlo dopo 10 giorni di isolamento, di cui almeno 3 senza sintomi, più un test molecolare negativo.


Esiste un legame tra il clima e l’andamento della pandemia»


Lo sostiene uno studio dell’Università Statale di Milano

L’andamento della pandemia è influenzato dalle condizioni meteorologiche. A lungo, specialmente nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, questa è stata soltanto un’ipotesi. Uno studio realizzato dall’Università Statale di Milano, pubblicato sulla rivista Science of the Total Enviroment, offre qualche conferma. Utilizzando il database curato dalla Johns Hopkins University, che monitora quotidianamente l’andamento globale della pandemia, due ricercatori dell’Università Statale di Milano, Francesco Ficetola e Diego Rubolini, hanno analizzato come è variato nel tempo e nelle diverse regioni del mondo il tasso di crescita giornaliero dei casi di Covid-19. Dopodiché lo hanno messo in relazione con diversi fattori ambientali – temperatura e umidità medie dei mesi dell’epidemia; inquinamento atmosferico… – e con le misure restrittive varate dai governi per contenere la pandemia. È emerso così che, fino a marzo 2020, la variazione del tasso di crescita dei casi Covid tra i Paesi è risultata essere fortemente associata alla temperatura e all’umidità. Nel dettaglio, spiegano i ricercatori, il virus si diffondeva più rapidamente nei Paesi dove le temperature medie erano di circa 5°C e con un tasso di umidità medio-basso. In presenza di un forte inquinamento atmosferico da polveri sottili, poi, la diffusione era anche più rapida. Viceversa, in climi molto caldi e umidi, tipici di alcune zone tropicali, l’epidemia sembrava diffondersi molto più lentamente.


Francia: Macron proseguirà quarantena a Versailles


L’Eliseo: «Potrà isolarsi e continuare a lavorare»

Il presidente francese, Emmanuel Macron, risultato positivo al coronavirus, ha lasciato l’Eliseo per continuare la quarantena, senza la première dame Brigitte, nella residenza ufficiale dei capi di stato a Versailles, La Lanterne. La presidenza ha inoltre specificato che Macron «potrà isolarsi e continuare a lavorare».


Coronavirus, un italiano su due ha dubbi sul vaccino


Lo rivela un’indagine condotta dall’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica

Alcuni ministri del governo italiano hanno assicurato nei giorni scorsi che le prime dosi di vaccino contro il coronavirus saranno disponibili entro la fine dell’anno. Quanti, però, sono gli italiani disposti a vaccinarsi senza esitare? Non moltissimi, in realtà. A rivelarlo è un sondaggio realizzato dall’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica, il centro di ricerca che si occupa di psicologia dei consumi nella salute e nell’alimentazione, coinvolgendo un campione di 1.000 italiani, rappresentativo della popolazione italiana. Dal sondaggio emerge che oltre il 48% degli intervistati si è mostrato esitante di fronte alla prospettiva futura di assumere un vaccino contro l’epidemia in corso. A preoccupare sarebbe, in particolare, la sicurezza del vaccino: circa un italiano su due teme che il vaccino potrebbe non essere testato in maniera adeguata. Il dato è in crescita rispetto a maggio, quando la percentuale degli italiani indecisi o contrari si era attestata al 40,5%. Non ci sono grosse differenze a livello territoriale – la quota degli indecisi oscilla dal 48% del Nord-Ovest al 50% del Centro, del Sud e delle Isole –, mentre emerge una crescente diffidenza verso il vaccino tra gli under 35. Tra i più giovani, infatti, gli esitanti sono il 49%. A maggio erano il 34%. Le altre due fasce sono rimaste più stabili, anche se si è rilevato un aumento nel numero degli esitanti over 55, da 35 a 44%.


Draghi: «La ricostruzione post Covid avrà un elevato debito»


L’Intervento al Meeting per l’amicizia fra i popoli

L’ex presidente della BCE: «Ma sarà sostenibile se sarà debito buono»

Parlando al Meeting per l’amicizia fra i popoli, a Rimini, l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha avvertito che «la ricostruzione sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo». «Questo debito – ha aggiunto -, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, come investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca, se è cioè ‘debito buono’». Draghi ha poi ricordato che «quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta». Parlando sempre dal palco del meeting, Mario Draghi ha poi spiegato che « In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire, ma ai giovani bisogna però dare di più». «Tutte le risorse disponibili – ha concluso – sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie: si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione, ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire».