Il rischio di nuovi lockdown pesa sui mercati


Giù i listini europei

Il rischio di diffusi lockdown in Europa impatta sulle principali piazze finanziarie del Vecchio Continente. Questa mattina Milano ha registrato un calo del 3%, Londra del 3,05%, Francoforte del 2,85% e Madrid del 3,2%. La migliore è stata Parigi, con un rosso di 2,6 punti percentuali. A Piazza Affari affondano Cnh, FCA, Exor e gli energetici. Più limitata la caduta dei farmaceutici. Lo spread tra Btp e Bund, a metà seduta, si è attestato poco sotto i 150 punti.


A settembre altro che ripartenza, sono 187 le incombenze fiscali


Levata di scudi dal mondo sindacale a quello politico: serve una tregua

A riprova del fatto che i proverbi ci prendono – «piove sempre sul bagnato» -, da domani scatta un vero e proprio «tour de force», così lo ha definito la Cgia di Mestre che ha fatto scattare l’allarme, di scadenze fiscali. Si tratta di 187 versamenti che diventano 192 se si considera che, tra i versamenti, 13 sono posticipi di pagamento dovuti a slittamenti provocati dal Covid, 2 le comunicazioni e 3 gli adempimenti. Se, ovviamente, i contribuenti non saranno chiamati ad adempiere a tutti i 192 versamenti in calendario, per  l’Ufficio Studi Cgia domani sarà «una giornata campale che metterà a dura prova la tenuta finanziaria di tantissime imprese, soprattutto di piccola dimensione». Si tratta infatti di Iva, contributi previdenziali, Ires, Irap e il saldo/acconto Irpef (per coloro che hanno optato per la rateizzazione), che metteranno in seria difficoltà tante realtà produttive e non solo. Entro il prossimo 30 settembre le scadenze arriveranno addirittura a 270. E l’Italia, nonché il mondo intero, è tutt’altro che fuori dall’emergenza Covid 19, anzi, con tante incognite di fronte al suo cammino. Va anche detto che con il decreto di agosto (in fase di conversione di legge) è prevista un’ulteriore parziale proroga delle 13 scadenze suddette secondo le seguenti modalità: il 50 per cento del dovuto si può versare in un’unica soluzione entro il 16 settembre o in 4 rate mensili di pari importo (di cui la prima il 16 di settembre); il restante 50 per cento del dovuto si può rateizzare al massimo in 24 rate mensili di pari importo, con il versamento della prima rata a partire dal 16 gennaio 2021.

Forti le reazioni in merito all’allarme lanciato dalla Cgia. Il denominatore comune delle critiche piovute oggi sul Governo, a parte le promesse non mantenute, è uno dei problemi irrisolti d’Italia, forse il più grave, e cioè l’insostenibile regime fiscale. Paolo Capone, leader dell’Ugl, lo definisce un «settembre nero», vedendo sempre più necessaria l’introduzione della «flat tax e la sospensione dei versamenti». Per Andrea Mandelli, FI, capogruppo alla Camera della Commissione Bilancio, si tratta di «una vera morsa stretta intorno all’economia reale, animata da imprese e professionisti. Un mare di tasse inaccettabile in un momento come questo». «Non chiedevamo miracoli ma la pace fiscale fino al 31  dicembre. Riportiamo le lancette dell’orologio dalla parte giusta», ha ribadito con amarezza il leader della Lega Matteo Salvini in comizio a Comacchio.


Corsa al vaccino anti-Covid, ora anche l’UE accelera


Comunità scientifica divisa, l’Oms frena. Ma per la Commissione europea le prime dosi potrebbero essere disponibili già a novembre

Accelera la corsa al vaccino anti-Covid. Con più di 26 milioni di casi di coronavirus registrati nel mondo, a fronte di rialzi che stanno interessando alcuni paesi (in Europa soprattutto Spagna e Francia), sembra essere diventata questione di pochi mesi la risposta alla pandemia. Russia e Cina hanno annunciato da qualche settimana il proprio vaccino – tra i dubbi di parte della comunità scientifica su una completa sperimentazione –, ma uno sprint in questo senso si sta osservando anche negli Stati Uniti e in Europa. In molti, data la situazione emergenziale, ritengono la corsa al vaccino una sorta di “soft power”, una competizione che non esclude nuove tensioni tra paesi durante la fase di distribuzione. Nel caso statunitense, i detrattori di Donald Trump hanno immediatamente etichettato le pressioni sul rilascio di un vaccino a breve come uno spot elettorale in vista delle presidenziali di novembre. Due elementi dimostrerebbero l’infondatezza dell’ipotesi. Il primo, è l’opinione di Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, secondo il quale sarà un «obbligo morale» interrompere i test ancora in corso se le risposte saranno soddisfacenti e passare alla fase di distribuzione (i Center for Disease Control and Prevention hanno stabilito che la priorità sarà data tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre ai lavoratori sanitari e ai gruppi più a rischio, ad esempio gli anziani o i soggetti con malattie pregresse). Il secondo, la decisione della Commissione europea di assicurarsi per novembre la fornitura di almeno 300 milioni di dosi del vaccino Oxford (che coinvolge direttamente l’Italia). Eppure l’Organizzazione mondiale della sanità frena gli entusiasmi: «Non ci aspettiamo di vedere una vaccinazione diffusa fino alla metà del prossimo anno», ha spiegato oggi la portavoce Margaret Harris, in un briefing alla stampa sul coronavirus a Ginevra. Ad ogni modo sono oltre 200, stando proprio all’Oms, i possibili vaccini, mentre cinque sono entrati nella fase tre della sperimentazione clinica (negli Usa e in Europa). Il ministro della Salute, Roberto Speranza, è tornato a sottolineare ieri la necessità di investire, ritenendo il vaccino la soluzione «vera al problema». Nell’attesa, quali soluzioni si sta pensando di adottare? L’attenzione è rivolta soprattutto alla scuola e al lavoro, con il possibile ricorso allo smart working per i genitori con i figli costretti in casa se viene rilevato in classe un caso positivo. Il governo vorrebbe però procedere anche nelle scuole con la sperimentazione dei test rapidi, già utilizzati nelle ultime settimane nei porti e negli aeroporti. Un’idea che, riferiscono alcuni giornali, sembra non convincere del tutto il Comitato tecnico scientifico. La ripartenza della scuola è programmata per il 14 settembre, anche se il ritorno tra i banchi degli studenti non avverrà lo stesso giorno in tutte le regioni.


Ripartenza più lenta nel Mezzogiorno, serve un “piano per il Sud”


Svimez lancia l’allarme: nella ricostruzione post-Covid il divario con il Nord rischia di allargarsi

Scuola, sanità, occupazione. La “ricostruzione” post-Covid non può che ripartire dai temi prioritari, che però rischiano di far emergere, una volta di più, le differenze territoriali che da sempre attanagliano il nostro Paese, quel divario Nord-Sud che è un freno allo sviluppo e ad una crescita omogenea dell’Italia. Il problema non si pone certo oggi, perché tale condizione era osservabile già prima della pandemia. Fa comunque effetto leggere le considerazioni della Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), secondo cui la discrepanza tra aree geografiche sembra destinata ad allargarsi. «La variabilità regionale della ripartenza – scrive la Svimez nelle Previsioni regionali 2020/2021 – fa esplodere una dinamica già innescata dalla grande crisi del 2008, ma rimasta sotto traccia nella ripartenza del 2015-2018: la caratura “nazionale” della coesione territoriale. Resiste la chiave di lettura Centro-Nord/Mezzogiorno, ma le previsioni per il 2021 mostrano i segnali di una divaricazione interna alle due macro-ripartizioni: le tre regioni forti del Nord ripartono con minori difficoltà; il resto del Nord e le regioni centrali mostrano maggiori difficoltà; un pezzo di Centro scivola verso Mezzogiorno; il Mezzogiorno rischia di spaccarsi tra regioni più resilienti e realtà regionali che rischiano di rimanere “incagliate” in una crisi di sistema senza vie di uscita». Le previsioni regionali, dunque, «aprono la “scatola nera” del differenziale di crescita tra Mezzogiorno e Centro-Nord nel 2021 svelando una significativa diversificazione interna alle due macro-aree nella transizione al post-Covid». Nel 2021, diverse regioni del Nord mostreranno un recupero sostenuto (anche se il solo Trentino riuscirà a recuperare in un anno i punti di Pil persi in un anno), mentre tra le meridionali le più reattive saranno Basilicata (+4,5%), Abruzzo (+3,5%), Campania (+2,5%) e Puglia (+2,4%). Calabria (+1,5%), Sicilia (+1,3%), Sardegna (+1%) e Molise (+0,9%), al contrario, registreranno una ripresa più contenuta. «Si tratta di segnali preoccupanti di isolamento dalle dinamiche di ripresa esterne ai contesti locali, conseguenza della prevalente dipendenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica». Un andamento analogo riguarderà la risalita dei consumi: nelle regioni del Centro e del Nord, in media, i consumi delle famiglie aumenteranno del 5%, recuperando solo la metà della perdita del 2020, in quelle del Mezzogiorno il recupero sarà invece meno di un terzo: +2,7% dopo la caduta del 9% del 2020. Serve, insomma, un “piano per il Sud” – tema che l’UGL non ha mancato di sostenere in questo periodo di difficoltà – per dare slancio alla ripresa economica dell’Italia. «La differenziazione territoriale dei processi di resistenza allo shock e di ripartenza nel post-Covid pone al governo nazionale il tema della riduzione dei divari regionali come via obbligata alla ricostruzione post-Covid», sostiene non a caso la Svimez.


Turismo in ginocchio a causa del Covid


Impatto notevole su consumi e occupazione

Sono ben otto milioni i turisti stranieri che quest’anno non sono venuti in Italia contrariamente a quanto fatto lo scorso anno, a cui si aggiungono 2,7 milioni di italiani che hanno deciso di rinunciare alle ferie ad agosto per via delle incertezze e per le difficoltà economiche dovute al lockdown.  Un vuoto – spiega la Coldiretti nell’analisi sull’impatto della chiusura delle frontiere e sui vincoli posti al turismo dall’estero resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus – «che non è stato compensato dai 21,1 milioni gli italiani che hanno scelto agosto per le vacanze, il mese di gran lunga il più gettonato dell’estate ma anche quello che ha fatto segnare il calo minore (-11%) delle presenze dopo i crolli di giugno (-54%) e luglio (-23%)». L’assenza di turisti ha ovviamente avuto un impatto dal punto di vista economico ed occupazionale sul sistema turistico nazionale per le mancate spese di alloggio, trasporti, divertimenti, shopping e alimentazione. Basti pensare che l’emergenza Covid, stando sempre all’analisi della Coldiretti, ha fatto crollare del 30% la spesa turistica per la tavola nel 2020 e dopo una crescita costante nell’ultimo decennio, il budget dei vacanzieri per il consumo di pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada ha invertito la tendenza, scendendo al di sotto dei 20 miliardi di euro. Per quanto riguarda l’occupazione, l’associazione dei coltivatori diretti, commentando i dati dell’Istat usciti oggi sul mercato del lavoro, ha spiegato che il calo di 556mila occupati registrato a luglio è una diretta conseguenza delle difficoltà del sistema turistico.


SOS SICILIA


L’Isola è alle prese con l’emergenza immigrazione e Covid: non rispettate le misure sanitarie negli hotspot. Musumeci li chiude e scatta un braccio di ferro con il Viminale

58 positivi in più fra i migranti sbarcati a Lampedusa, mentre si attende l’esito di altri tamponi. E non solo, con l’aumento costante degli arrivi, tutte le strutture siciliane di ricezione dei migranti sono al collasso, con un sovraffollamento che non permette di rispettare le misure anti Covid-19. Il rischio della diffusione del contagio si fa preoccupante, sia tra i migranti stessi che tra gli abitanti dell’Isola. Gli immigrati ammassati nei centri, le fughe, il pericolo di diffusione del virus. Per questo, dopo l’allarme lanciato da vari amministratori locali, fra cui il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, è arrivata l’iniziativa del presidente della Regione autonoma, Nello Musumeci, che ha emesso un’ordinanza per il trasferimento di tutti gli immigrati presenti nei centri d’accoglienza siciliani nel continente entro 24 ore, dato che non sono rispettate le leggi anti-Covid e la materia sanitaria è di competenza regionale. Dura la reazione del Governo e del ministro Lamorgese, che afferma che il provvedimento “non ha alcun valore”, perché l’immigrazione è “una materia di competenza statale”. Un braccio di ferro istituzionale su ruoli e competenze. Non è ancora chiaro, comunque, cosa intenda fare il Ministero dell’Interno per far sì che vengano rispettate le norme sanitarie all’interno degli hotspot. Il governatore prosegue sulla sua linea rivendicando la sua autorità in materia sanitaria, a tutela non solo dei siciliani, ma anche degli stessi migranti: “ho il dovere di intervenire, altrimenti compio un’omissione” e chiedendo allo Stato centrale di rispettare anche nei centri d’accoglienza le norme anti contagio. Ora resta da vedere come si concluderà questo scontro e soprattutto se si riusciranno finalmente a garantire sicurezza sociale e sanitaria. A sorpresa anche l’Ong Sos Mediterranée si schiera con Musumeci: “Un messaggio politico forte a Roma e Ue”.