Oltre seimila contagi tra gli infermieri


In prima fila, da sempre. Insieme ai medici e agli altri operatori sanitari, gli infermieri sono i più esposti al rischio contagio in questa “battaglia” contro il coronavirus, che conta, stando al bilancio ufficiale fornito dalla Protezione civile, probabilmente sottostimato – secondo alcune analisi, tantissimi sono i casi rimasti sommersi –, decine di migliaia di contagi e oltre quindicimila vittime. Tra quanti hanno contratto il virus, molti sono infermieri: dall’inizio dell’epidemia, sono risultati positivi in 6.549, un numero in crescita rispetto a sabato scorso, quando i contagiati erano 1.049 in meno. Un’enormità. Specialmente considerando che gli infermieri sono la categoria sanitaria con il maggior numero di positivi, pari al 52% di tutti gli operatori. A rendere noto il dato è stata la Fnopi, la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche, aggiungendo, purtroppo, che alcuni infermieri hanno perso la vita: le vittime, al momento, sono 26. Un bilancio, speriamo, che non venga aggiornato nei prossimi giorni. Per evitarlo, però, sarebbe necessario impedire anche nuovi contagi, garantendo agli operatori sanitari le necessarie protezioni (mascherine, guanti monouso…). Proseguire su questa strada – la Fnopi ha sottolineato che, nelle ultime 48 ore, il numero di positivi tra gli infermieri è pari a un terzo dei contagiati totali nello stesso periodo di tempo – non è più possibile, se si vuole uscire da questa situazione di emergenza.


Neanche il Covid-19 mette d’accordo l’Ue


Lasciando da parte le nostre disgrazie, in Spagna il contagio da Covid-19 (2300 morti e 35 mila contagi) si sta diffondendo più velocemente di quanto non sia avvenuto in Italia; in Germania i casi di contagio sono stati in sole 24 ore di 4764 unità, superando in tutto i 30 mila casi; in Francia, a marzo l’indice Pmi sull’attività dei servizi, calcolato da Ihs Markit, è crollato a 29 da 52,6 a febbraio. Ma tutta questa immane tragedia non scalfisce in alcun modo l’Olanda e i Paesi nordici i quali, in queste ore di febbrili e sotterranee trattative, prima di arrivare all’Eurogruppo di stasera, hanno scelto la via che definire più intransigente sarebbe riduttivo e fin troppo eufemistico. L’Ue vuole individuare uno strumento che consenta agli Stati membri di affrontare adeguatamente le conseguenze dalla pandemia sia sul piano sanitario sia economico. Lo strumento, che andrebbe ad aggiungersi alle misure già annunciate dalla Commissione Europea – sospensione degli obblighi di bilancio, allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, ricorso al bilancio Ue e al Qe da 750 miliardi annunciato dalla Bce –, è il famigerato Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, altrimenti detto Fondo salva Stati. Il nodo della trattativa starebbe nei criteri – o condizionalità – per l’accesso al fondo. I fronti sarebbero due: chi, come auspicato da un gruppo di importanti economisti sabato scorso, ha immaginato l’istituzione di condizionalità specifiche per l’emergenza Covid-19, condizionalità meno stringenti per andare incontro a quei Paesi che, come l’Italia, hanno un debito superiore al 60% del Pil e quindi considerati finanziariamente meno solidi e passibili, con le condizionalità attuali, di essere sottoposte ad uno stretto controllo e a «misure correttive mirate ad affrontare le debolezze». Chi invece non vuole sentire parlare di condizionalità più favorevoli. Indovinate da che parte sta l’Olanda?
Durante l’incontro di ieri sera tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i partiti dell’opposizione l’argomento è stato affrontato e da Lega e FdI è stato detto molto chiaramente che il Mes, come strumento aggiuntivo per combattere l’emergenza, non è in alcun modo da prendere in considerazione, a meno che (Forza Italia) le condizionalità non siano realmente cambiate. Conte da parte sua avrebbe risposto che al momento non ci sono le condizioni per considerare il Mes una via percorribile. C’è da fidarsi? Difficile dirlo, non solo ripensando ad esperienze (di Governo) passate, ma anche perché da una parte abbiamo un ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e un leader politico del M5s, Vito Crimi, per i quali il Mes non è lo strumento giusto, ma c’è anche chi, come il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, e oggi il senatore M5s, Nicola Morra, ritiene che il Mes non esista più. Ma, se non esiste, perché ancora se ne parla?


L’emergenza Covid-19 tra corsa ai negozi ed e-commerce


Food delivery in forte crescita

Nonostante i molti appelli che si sono susseguiti negli ultimi giorni, decreto dopo decreto, da parte di politici, enti, e associazioni di categoria, anche questa mattina – dopo le parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ieri ha annunciato un innalzamento del livello di guardia per rallentare i contagi da coronavirus – in molti punti vendita di generi alimentari e non si è assistito ad un assalto. «Stiamo registrando già dalle prime ore del mattino accessi ai punti vendita alimentari superiori alla norma. L’aumento di fatturato, rispetto alla norma si attesta circa attorno al 40% ed è determinato per la maggior parte dall’aumento della spesa media», ha detto la presidente di Fida Confcommercio Donatella Prampolini. Questo perché, spiega Prampolini «i consumatori preferiscono fare spese abbondanti e recarsi sul punto vendita meno frequentemente». Un impatto positivo lo stanno registrando le attività che garantiscono il servizio di consegna a casa – secondoFida Confcommercio i « punti vendita che hanno il servizio di consegna a domicilio hanno registrato aumenti di fatturato superiori al 70%» – e le piattaforme come Supermercato24 (app che consente di scegliere un supermercato tra quelli che aderiscono al servizio e farsi consegnare presso la propria abitazione la spesa). Che ha visto gli ordini triplicarsi. Basti pensare che, secondo l’ultima analisi Nielsen sulla grande distribuzione organizzata, i prodotti di largo consumo venduti online sono aumentati dell’80% nell’ultima settimana di febbraio.