Green economy: investe un’impresa su tre


Sono oltre 432 mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi che hanno investito nel periodo 2015-2018, o prevedono di farlo entro la fine del 2019 in prodotti e tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. In pratica quasi un’azienda italiana su tre, il 31,2% dell’intera imprenditoria extra-agricola. E nel manifatturiero sono più di una su tre (35,8%). È quaSono oltre 432 mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi che hanno investito nel periodo 2015-2018, o prevedono di farlo entro la fine del 2019 in prodotti e tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. In pratica quasi un’azienda italiana su tre, il 31,2% dell’intera imprenditoria extra-agricola. E nel manifatturiero sono più di una su tre (35,8%). È quanto emerge dall’ultimo Rapporto stilato da Unioncamere e Fondazione Symbola, presentato oggi a Roma.nto emerge dall’ultimo Rapporto stilato da Unioncamere e Fondazione Symbola, presentato oggi a Roma.


Clima, crisi ed opportunità


In attesa delle ricerca che sarà disponibile a novembre, il Corriere della Sera ha anticipato alcuni dei contenuti del prossimo dossier della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, presieduta da un ex ministro all’ambiente, Edo Ronchi, titolare di un decreto a suo tempo famoso sulla gestione dei rifiuti solidi urbani. Con tutti i benefici del dubbi ammessi e concessi, l’analisi che ci viene fornita evidenzia un paio di passaggi molto interessanti. In primo luogo, il rischio potenziale che può arrivare sui nostri conti dal cambiamento climatico: potrebbe esserci un impatto fino all’8% sul prodotto interno lordo, con conseguenze molto negative che andrebbero ad accentuare il gap fra Nord e Sud Italia. Di contro, però, una piena consapevolezza della questione potrebbe portare ad investimenti privati e pubblici anche maggiori con una ricaduta occupazionale stimata in almeno 800mila posizione lavorative in più. Insomma, come succede spesso nei momenti di passaggio, anche dai cambiamenti climatici in atto potrebbero arrivare buone notizie. Tutto, però, è evidente, si gioca sulla capacità dei vari soggetti, ad iniziare dalla scuola, dove dovrebbe formarsi la nuova classe dirigente, preparata sia tecnicamente che culturalmente.


Fridays for Future, in piazza a difesa dell’ambiente


I numeri rendono il Friday for future una delle più grandi manifestazioni di sempre per la tutela dell’ambiente, dopo gli “scioperi” del 15 marzo e del 24 maggio. Eccoli. Circa 5.225 eventi in 156 Paesi del mondo. Tutti e sette i continenti coinvolti. A rendere possibile tutto ciò l’impegno di Greta Thunberg. In Italia i manifestanti – secondo le stime, sono oltre un milione, perlopiù studenti – sono scesi in piazza in 160 città. Da Roma a Milano. Da Napoli a Torino. In tantissimi hanno partecipato, per facilitare la mobilitazione il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, ha chiesto agli istituti di considerare giustificate le assenze degli studenti che hanno manifestato. Quali sono le richieste della protesta? Ad elencarle il profilo Facebook italiano di Fridays for future: «Fuori dal fossile: raggiungimento dello 0 netto di emissioni a livello globale nel 2050 e in Italia nel 2030, per restare entro i +1.5 gradi di aumento medio globale della temperatura. 2) Tutti uniti, nessuno escluso: la transizione energetica deve essere attuata su scala mondiale, utilizzando come faro il principio della giustizia climatica. 3) Rompiamo il silenzio, diamo voce alla scienza: valorizziamo la conoscenza scientifica, ascoltando e diffondendo i moniti degli studiosi più autorevoli di tutto il mondo. La scienza ci dice da anni qual è il problema e quali strumenti servono per risolverlo. Ora spetta alla politica il compito di agire».


Viale Paolo Colli, ambientalista


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

In questi giorni uno dei temi maggiormente dibattuti è quello ambientale. Si parla di Greta Thunberg e del suo attivismo volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione del riscaldamento globale. Ed è, come sempre, un susseguirsi di polemiche fra sostenitori, che considerano la giovane svedese un esempio di impegno politico in difesa del Pianeta, e oppositori, alcuni dei quali indifferenti alla tematica ambientale, altri non convinti in merito alla pericolosità del riscaldamento in atto, altri ancora invece d’accordo sulle tematiche, ma non sui metodi, considerati artefatti e inoffensivi nei confronti del sistema politico ed economico responsabile dell’inquinamento stesso, sistema che infatti, curiosamente, invece di avversarla come a rigor di logica dovrebbe fare, la osanna. Una lettura superficiale – e di molto – delle cose, forse questo sì “analfabetismo funzionale”, vorrebbe che anche l’ambientalismo si piegasse ad una strana logica volta a dividere il mondo in destra e sinistra, dove a destra ci sono i cattivi, il cemento e le ciminiere e a sinistra i buoni, biologici, equi e solidali. La realtà, invece e per fortuna, è un po’ più complicata di così. L’ambientalismo “di destra” ha origini solide e antiche, basate su un rapporto di amore filiale e sacrale nei confronti della terra, solo molto più tardi l’ecologia, anche se con sfumature e interpretazioni diverse, ha preso piede anche a sinistra. Forse in molti, e non solo a sinistra, l’hanno dimenticato. Oggi a Roma è stato intitolato un viale a Paolo Colli, scomparso leader di Fare Verde, organizzazione ambientalista di destra. La strada, per coincidenza o destino, incrocerà fra l’altro Viale Toni Augello. Le due vie si trovano nel Parco di Forte Ardeatino, che proprio una campagna dell’allora Msi salvò dalla cementificazione, sponsorizzata, invece, dalla sinistra di Rutelli. Un omaggio che attesta il riconoscimento al suo impegno politico e ambientale, non allineato rispetto all’ecologismo mainstream, ma unanimemente apprezzato per il suo essere appassionato e rigoroso. Ecco, Paolo Colli, indimenticato esponente della destra non solo romana, era un ambientalista vero, sempre in prima linea, dal nucleare alla gestione del ciclo dei rifiuti, fino agli aiuti al Kosovo postbellico, dove probabilmente le scorie radioattive dei bombardamenti Nato gli provocarono quella leucemia che lo portò alla morte, quattordici anni fa, a soli 44 anni. Un “rautiano” come si diceva una volta, per distinguere la destra sociale da quella liberale. Idealista e concreto, coraggioso, brillante e determinato. Uno che andava dritto al punto e mettendoci tutto se stesso, contrastando quel sistema politico e produttivo, fondato su uno stile di vita materialista e consumista, alla radice della questione ambientale.


Per via del clima, 50mila posti in più


Secondo uno studio presentato in occasione dell’Assemblea annuale dei consorzi di bonifica, un piano straordinario di manutenzione del territorio per contrastare i cambiamenti climatici porterebbe ad almeno 50mila posti di lavoro in più. Il rischio idrogeologico pesa sulla nostra economia per 2,5 miliardi di euro in media all’anno. I primi interventi hanno già portato ad oltre 3mila posti aggiuntivi.


L’Italia “dichiara guerra” alla plastica e all’inquinamento marino


«È iniziata la guerra alla plastica. Siamo solo al primo passo ma fondamentale». A scriverlo su Facebook è stato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, annunciando l’approvazione del disegno di legge Salva mare da parte del Consiglio dei ministri. Le misure previste dal testo puntano alla salvaguardia dell’ecosistema marino e alla promozione dell’economia circolare attraverso la regolamentazione della gestione e il riciclo dei rifiuti accidentalmente raccolti in mare con le reti durante la pesca e di quelli raccolti volontariamente. «Al fine di evitare che i costi della gestione di tali rifiuti gravino esclusivamente sui pescatori e sugli utenti dei porti – informa il governo in una nota – è previsto che questi siano coperti con una specifica componente della tassa sui rifiuti». Ai pescatori, che contribuiranno alla pulizia del mare, verrà riconosciuta una certificazione ambientale che attesta l’impegno per il rispetto del mare e per la pesca sostenibile. Si tratta di un «primo passo ma fondamentale» nell’ottica di una strategia di lotta all’inquinamento più articolata. Secondo i monitoraggi condotti durante la campagna 2018 di Goletta Verde nell’ambito del progetto Med Sea Litter finanziato dal programma Interreg Med – ad essere stati censiti sono stati 670 rifiuti di dimensione superiore ai 2,5 centimetri e una densità media di 96,6 oggetti ogni chilometro quadrato –, mediamente gli oggetti in plastica rappresentano il 92% degli oggetti osservati, con una percentuale che varia dall’85 al 97% a seconda dell’area di osservazione, e con un’incidenza dell’usa e getta sul totale del 37%.