Difesa dell’ambiente


di Mario Bozzi Sentieri

È facile “essere contro”. Basta individuare un obiettivo e su quello concentrare i propri strali. È quello che ha fatto Greta Thunberg, con la sua protesta virale. Al centro – come noto – la mancanza di reali politiche sulla questione climatica. Dietro una sapiente regia mass mediatica, probabilmente orchestrata dalla famiglia della Thunberg, che, in pochi mesi, ha trasformato una ragazza di 16 anni seduta, ogni venerdì, davanti al parlamento svedese con un cartello (Skolstrejk for klimatet, sciopero scolastico per il clima) in un’ icona, paladina di un movimento internazionale. Lo slogan, lanciato dalla Thunberg al Forum di Davos ha una sua efficacia emotiva: “state rubando il futuro ai vostri figli”. Quando si toccano le corde dei sentimenti è difficile ragionare e fare ragionare. Il discorso è di un semplicismo disarmante: “Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo”. Verso dove stia marciando e con quale idee si muova questo “cambiamento” non è ben chiaro. È difficile chiederlo ad una ragazza di sedici anni, armata di un’onorevole passione. Non emerge però neppure nelle pieghe del “movimento”, tra quei milioni di giovani scesi in piazza per protestare contro il cambiamento climatico ed in quanti si riconoscono nel FridayForFuture. Anche qui troppa retorica ed un eccesso di semplificazioni. Da una parte a suonare è la grancassa del classico movimentismo “di sinistra”, incarnato – tra gli altri – da “il Manifesto” che, in prima pagina, scrive: “Un’onda d’urto, festosa e imponente, riempie di giovanissimi le nostre città e porta in piazza la parola d’ordine di un cambiamento radicale del vecchio e distruttivo sviluppo. In tutto il mondo la nuova generazione fa risuonare l’allarme sul destino della Terra”. Dall’altra il trionfo dell’ovvietà, testimoniato (sul “Corriere della Sera”) da una classe di un liceo dell’ hinterland milanese: “La tutela del paesaggio, l’abbassamento delle emissioni, la pulizia dell’aria e dell’acqua chi non è d’accordo? Davvero si può manifestare per una cosa così ovvia?” . Tra certo pompierismo neomaoista ed il trionfo dell’ovvietà e del disincanto, dove guardare? Certamente alle questioni di fondo di un modello di sviluppo che data ormai più di duecento anni e che fa analizzato ben oltre i suoi effetti più o meno devastanti, partendo dai processi di secolarizzazione della cultura e della società. Tra “città celeste” e “città terrestre” il mondo moderno, scegliendo la seconda, ha coerentemente scelto una linea ed attivato quei processi di consumo (non solo economici ma anche ambientali) di cui il cambiamento climatico è una conseguenza tra le tante. Il modello di sviluppo (e quindi di cultura, di società, di economia) oggi dominante va certamente ridiscusso, partendo però non solo dai costi della cosiddetta “società opulenta” quanto anche dai sacrifici che ognuno dovrà fare per raddrizzarne le storture. I giovani del FridayForFuture sono pronti a fare la loro parte? E dunque sono disposti a rinunciare allo Smartphone di ultima generazione, al ciclomotore rombante, ai facili consumi domestici, al cibo precotto, alle scarpe griffate “made in China”, alle bevande gassate e plastificate, ai contenitori usa e getta, agli  spostamenti aerei Low Cost? Guardiamoci tutti (giovani e meno giovani) allo specchio e cerchiamo di essere coerenti: manifestare non basta se non si tirano le dovute conseguenze, assumendo su di noi  le rispettive responsabilità. Se il mondo è di tutti, ognuno se ne faccia carico a partire dal proprio “modello di vita”.


Ambiente e sviluppo


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Oggi, nel dibattito pubblico, si sono intrecciati due temi importanti, che, in modo differente, ma complementare, hanno a che fare con il modello di sviluppo e con il tipo di futuro che intendiamo costruire per noi stessi e per le generazioni future. È stata la giornata del “Global Strike For Future”, lo sciopero generale internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori politici sulle questioni ambientali ed in particolare sul cambiamento climatico. In Italia hanno manifestato migliaia di studenti, da Nord a Sud, in un evento che si è autodefinito rigorosamente apolitico. Come la giovane attivista svedese, ormai nota in tutto il mondo e candidata al Nobel, Greta Thunberg, i ragazzi hanno dichiarato di non essere interessati a solidarietà ed indignazione di facciata e di aspettarsi, invece, azioni urgenti e tangibili contro l’inquinamento. Nella stessa giornata, a Roma si è discusso di infrastrutture, appalti ed edilizia in occasione dei vertici tra il Governo, le Autonomie locali e le Parti Sociali sullo “sblocca cantieri”. L’Ugl ha richiesto al Presidente Conte ed ai Ministri Di Maio e Toninelli di avviare un vero e proprio “piano Marshall” di investimenti al fine di potenziare le nostre infrastrutture: lavoratori, amministratori e cittadini attendono che si dia il via a tutte quelle opere pubbliche necessarie alla modernizzazione ed alla messa in sicurezza del Paese. Anche snellendo il sistema degli appalti, mantenendo naturalmente la necessaria attenzione in termini di retribuzioni, sicurezza sul lavoro e legalità, ma facendo al più presto ripartire quello che è il motore dello sviluppo del Paese, dal punto di vista dell’inclusione e della connessione sociale, oltre che da quello economico ed occupazionale, considerando l’importanza del settore edilizio, sia dal lato delle imprese che dei lavoratori dipendenti, settore messo in difficoltà da una lunga crisi. Anche in questo caso, per dirimere la questione ed arrivare a soluzioni soddisfacenti, servono rapidità e concretezza. Si potrebbe pensare che i due principali temi che oggi sono stati al centro del dibattito siano antitetici: da un lato l’utopia “verde” e dall’altro la concretezza dello sviluppo. In realtà non dovrebbe essere così: in entrambi i casi, infatti, l’ostacolo è l’immobilismo e l’obiettivo è la modernità. Non solo è possibile, ma è necessario per il Paese compiere una sintesi tra le due istanze attraverso la capacità e la lungimiranza di mettere in atto un progetto di sviluppo sostenibile. L’Italia ha bisogno di questo, di una visione ad ampio spettro, che, proprio attraverso la modernizzazione delle nostre spesso obsolete infrastrutture e la messa in sicurezza del territorio italiano, altrettanto urgente, possa permettere di raggiungere obiettivi economici, occupazionali e anche ambientali e sociali.


PER UNO SVILUPPO ECONOMICO SOCIALMENTE RESPONSABILE


di Fabio Verelli
Dirigente Confederale Ugl

A nostro avviso, anche le organizzazioni sindacali, sia dei lavoratori che dei datori, devono seriamente auspicare una nuova politica che sostenga quelle imprese impegnate in produzioni rispettose dell’ambiente e del contesto sociale in cui operano.
I cambiamenti climatici e l’inquinamento devono dare, a tutto il mondo del lavoro, la consapevolezza di quanto sia importante una azione di indirizzo politico a salvaguardia della natura e della qualità della vita di lavoratori e cittadini.
Per questo è necessario che quelle imprese che producono con criteri ambientalmente sostenibili, debbano essere messe in grado di continuare a svilupparsi in tal senso, col supporto del sistema bancario che deve erogargli finanziamenti a condizioni agevolate per stimolare, soprattutto, la ricerca di nuovi sistemi privi di impatto ambientale e con lo stesso supporto dello Stato tramite normative che favoriscano la loro operatività sui territori.
E’ indubbio che, per un nuovo modello di sviluppo sostenibile sia indispensabile l’impegno governativo di tutti i maggiori Paesi industrializzati del mondo; un impegno che abbia l’obiettivo, da realizzarsi in tempi ragionevoli, di ridurre sensibilmente l’emissione di gas serra dalle varie attività produttive.
Dobbiamo responsabilmente puntare ad una crescita rispettosa dell’ambiente che ci circonda e, secondo la Ugl, questo è possibile senza penalizzare le produzioni e tantomeno i livelli occupazionali, con precise normative che indirizzino i sistemi economici verso investimenti volti a preservare l’acqua e l’aria che, è bene ribadire, non sono risorse infinite.

I temi prioritari che pensiamo sia necessario approfondire sono i seguenti:

– riduzione delle emissioni di CO2;

-monitoraggio sui cambiamenti climatici;

-lotta agli sprechi di acqua e al consumo di terreni;

-evitare la continua azione di deforestazione;

-innovare e dare massima efficienza ai sistemi energetici rinnovabili (eolico e solare).

Questi sono i principali problemi su cui discutere, sia a livello governativo che nelle trattative di rinnovo contrattuale con tutte le parti sociali, nella certezza che non c’è più tempo da perdere e bisogna iniziare a pensare su quel che ribadiva un antico e rispettabile capo Sioux al suo popolo “fate attenzione a non recidere nemmeno un fiore, perchè potreste disturbare le stelle”. Forse, siamo ancora in tempo a salvare il nostro futuro, ma mettendo in secondo piano gli appetiti insaziabili del grande ed anonimo capitale.


Olio d’oliva extravergine Made in Italy a rischio


A lanciare l’allarme è Coldiretti: l’olio extravergine d’oliva italiano è in pericolo. Gli effetti del cambiamento climatico ne stanno danneggiando la produzione. Ciò a ripercussioni inevitabili sulle vendite: approfittando del crollo della produzione italiane, gli oli provenienti dall’estero – dalla Tunisia, in particolare – stanno conquistando sempre più spazio. Secondo lo studio “Salvaolio”, il raccolto di quest’anno è pressoché dimezzato attorno ai 200 milioni di chili, uno dei valori più bassi di sempre. Le responsabilità vanno addebitate ai freddi dello scorso inverno ha compromesso 25 milioni di ulivi. Tra le regioni più penalizzate c’è la Puglia, dove si realizza la maggioranza dell’olio italiano e si contano 90 mila ettari di uliveti senza produzione, un taglio di circa due terzi del raccolto e un equivalente di 1 milione di giornate lavorative perse. La Coldiretti sottolinea che la produzione spagnola stimata quest’anno in 1,6 miliardi di chili è superiore di oltre sei volte a quella nazionale che potrebbe essere addirittura sorpassata dalla Grecia e dal Marocco. Per la prima volta nella storia. Con il crollo dei raccolti, le importazioni di olio di oliva sono destinate a superare il mezzo miliardo di chili. Con quali risultati? Sul mercato nazionale più di 2 bottiglie su 3 conterranno prodotto straniero. Nel 2018 gli arrivi di olio dalla Tunisia sono aumentati del 100% e potrebbero crescere ancora se l’Ue rinnoverà l’accordo per l’ingresso di contingenti d’esportazione di olio d’oliva a dazio zero per 35mila tonnellate all’anno scaduto il 31 dicembre 2017, oltre alle 56.700 tonnellate previste dall’accordo di associazione Ue-Tunisia, in vigore dal 1998.


Superare la questione rifiuti


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

Uno dei sintomi maggiori dell’arretratezza del “Sistema Italia” è la gestione inadeguata del ciclo di smaltimento dei rifiuti. Tutti noi abbiamo in mente le immagini delle nostre città, Roma, Napoli e non solo, invase dall’immondizia, ma anche quelle del degrado rinvenibile nelle campagne, sulle coste, in territori che per bellezza ed attrattiva turistica meriterebbero ben altra cura. In questi giorni la questione è tornata di strettissima attualità. Da un lato abbiamo assistito al botta e risposta tra Di Maio e Salvini sugli inceneritori, dall’altro sappiamo che l’amministrazione capitolina in queste ore è alle prese con il dissesto Ama, la municipalizzata che si occupa dell’immondizia a Roma. Per quanto riguarda lo scambio di battute fra i due Vicepremier, a costo di apparire ecumenici, occorre dire che entrambi hanno delle fondate ragioni. Il leader 5 Stelle, invocando una modernizzazione del sistema nel segno della green economy, disegna il futuro verso il quale dobbiamo necessariamente tendere nell’interesse di tutti. Il segretario della Lega, sottolineando la drammaticità della situazione, specie in alcune aree del Paese, invoca soluzioni rapide e concrete, magari non perfette, come i termovalorizzatori, ma al momento necessarie. Occorre trovare una quadratura del cerchio, puntando innanzitutto sulla risoluzione delle criticità a monte. In primis una legislazione che riduca la produzione stessa dei rifiuti, limitando, ad esempio, l’uso di imballaggi e di merci usa e getta, come ha parzialmente legiferato il Parlamento Ue. In secondo luogo un corretto smaltimento dei rifiuti industriali, che rappresentano il cuore del problema, dato che la produzione di rifiuti speciali e industriali è cinque volte maggiore in confronto a quelli urbani, che i rifiuti industriali sono molto più inquinanti e pericolosi rispetto a quelli di produzione “privata” e che la crisi economica ha peggiorato la situazione, inducendo molte aziende a eliminare i rifiuti in modo illecito per ridurre i costi. Infine un contrasto netto e determinato delle “ecomafie”, le organizzazioni criminali che lucrano sullo smaltimento illecito dei rifiuti mettendo a gravissimo repentaglio il nostro ambiente e quindi la salute dei cittadini. Di tutte le azioni di cui il Paese ha bisogno, dopo anni di gestione scriteriata, quello della corretta ed efficace gestione del ciclo dei rifiuti è una delle più importanti, per le conseguenze positive che un approccio equilibrato, concreto ma anche lungimirante, potrebbe avere non solo dal punto di vista della tutela della sicurezza e della salute, ma anche da quello economico ed occupazionale, come avviene in molti altri Stati moderni. L’auspicio è che il cambiamento politico, superati i contrasti, porti delle novità positive anche in questo settore, così importante per il presente e per il futuro del Paese.