Decreto lavoro, altro colpo di scena


Quando finalmente sembrava che fosse tutto pronto per l’ingresso in aula del decreto legge 101/2019, in materia di lavoro, con i rider e gli ammortizzatori sociali in deroga, è arrivato il colpo di scena con l’ulteriore rinvio in commissione del provvedimento per approfondimenti sugli emendamenti promossi dal governo e dai parlamentari. Ora la nuova data è fissata al 22 ottobre, quando mancheranno appena tredici giorni, domeniche e festivi inclusi, alla scadenza dei tempi per la conversione in legge.


Web Tax, atteso gettito di oltre 700 milioni


Secondo la relazione tecnica allegata al decreto sulla digital tax, ripresa da Italia Oggi, il gettito atteso dalla web tax al 3% supererebbe i 700 milioni di euro su base annua. Una cifra in aumento rispetto ai 600 milioni delle stime diffuse in precedenza.  La web tax dovrebbe scattare dal primo gennaio 2020 e si applicherà ai prestatori di servizi digitali che hanno ricavi complessivi superiori ai 750 milioni di euro e ricavi derivanti da prestazione di servizi digitali non inferiore iu 5,5 milioni di euro.


Di Maio insiste sul carcere per gli evasori, Cantone: «Non basta»


Parlando da Washington il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi di Maio, è tornato sulla questione della lotta all’evasione, dicendo che, per l’accordo di governo, il carcere per i grandi evasori deve entrare nel decreto fiscale, «questo per noi è imprescindibile». «Introduciamo il carcere con pene severe – ha aggiunto – e la confisca per sproporzione e vedrete che somme per decine di migliaia di euro di evasione non esisteranno più». Il presidente dell’Anac (l’Autorità nazionale anticorruzione), Raffaele Cantone, in occasione della presentazione del Rapporto dell’Autorità, ha però osservato che è vero che «è utile inasprire le pene perché l`evasione fiscale è un danno per tutti», ma allo stesso tempo ha spiegato che «il fenomeno non si vince solo con le manette».


Istat: esportazioni ferme ad agosto


Le ultime rilevazioni dell’Istat evidenziano una stazionarietà a livello mensile per le vendite verso l’estero di prodotti italiani, un risultato legato all’aumento dello 0,6% che ha interessato le esportazioni verso i Paesi extra Ue e dal -0,4% registrato per le vendite all’interno dell’Unione europea. Brutto risultato su base annua: -3,4%, sintesi del -5,2% dell’export intra Ue e del -1,4% dell’export extra Ue. Frenano le vendite verso Germania, Francia, Paesi Opec e Spagna, mentre si registra un aumento di quelle verso Svizzera e Giappone.


Vertenze a rischio al Mise


Il conto rimane decisamente salato, anche al netto della vicenda Whirlpool, rispetto alla quale continuano a rincorrersi voci molto discordanti sul futuro dello stabilimento di Napoli, anche se, ad oggi, l’opzione più probabile rimane quella della cessione del sito con una riconversione della produzione. Al ministero dello sviluppo economico sono circa 160 le vertenze aperte, con, si stima, quasi 300mila lavoratori coinvolti fra diretti ed indotto. Un numero enorme, che, peraltro, non esaurisce il fronte del lavoro a rischio, in quanto non tutte le chiusure di azienda approdano al dicastero di via Veneto, ma soltanto quelle che hanno una ricaduta importante in termini di diffusione sul territorio nazionale o per numero di dipendenti coinvolti. Ad oggi le situazioni più critiche riguardano Alitalia, Blutec, la ex Ilva, Mercatone Uno, la Ferriera di Trieste, senza dimenticare le ricadute derivanti dal passaggio dei punti vendita da Auchan e Conad.


Sicurezza sul lavoro, questione culturale


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

L’impegno dell’Ugl sul fronte della sicurezza sul lavoro è noto, da anni ormai portiamo avanti la campagna itinerante “lavorare per vivere” con le sagome, ormai riconoscibili da tutti, installate nelle piazze di ogni parte d’Italia a rappresentare l’altissimo numero di morti bianche che si contano ogni anno nel nostro Paese. Anche le nostre proposte sono chiare: leggi adeguate, sanzioni severe – e su questi aspetti già l’Italia ha una buona normativa – e, soprattutto, controlli più capillari e diffusi, anche grazie ad un sistema di ispezione che possa contare su un numero di addetti più corposo e su un’organizzazione più coordinata. E poi formazione, per tutti. Le categorie più a rischio: i lavoratori più in là con gli anni, perché, checché ne dicano la Fornero e i suoi estimatori, non basta che aumenti l’aspettativa di vita generale per far sì che un ultrasessantenne abbia la stessa prontezza di riflessi di un quarantenne. E poi i flessibili, che cambiano frequentemente lavoro ed hanno quindi minore dimestichezza con le attrezzature da utilizzare e spesso sono addetti ai compiti più gravosi, che eseguono con caparbietà nella speranza di essere assunti a tempo indeterminato. I settori più colpiti spaziano dall’edilizia all’agricoltura, dai trasporti al manifatturiero. Questo il quadro della situazione, in attesa che l’annunciato piano straordinario su salute e sicurezza sul lavoro promesso dal governo inizi a concretizzarsi. Fra le nostre battaglie ce n’è una sulla quale insistiamo in modo particolare. L’introduzione dell’insegnamento della materia della salute e sicurezza sul lavoro nelle scuole superiori. Spesso si parla, a volte a sproposito, di “cultura”. In questo caso, invece, il problema è realmente ed essenzialmente di tipo culturale. Certo, esistono alcuni imprenditori che disattendono alle norme sulla sicurezza in modo intenzionale e per fini di lucro, purtroppo, e vanno adeguatamente perseguiti. Ma pensare che la questione sia solo questa significa avere una scarsa dimestichezza con le problematiche reali del mondo del lavoro. Capita, ed è molto frequente, che le procedure a tutela della salute e della sicurezza siano disattese per semplice noncuranza, per “fare prima”, nella convinzione che si tratti solo di inutili fronzoli, da seguire essenzialmente solo onde evitare multe e seccature. Dobbiamo far capire a tutti che non è così. Che a volte rispettare o non rispettare una normativa di sicurezza significa scegliere tra la vita e la morte, per sé e per i propri colleghi o dipendenti. E per far sì che questa consapevolezza diventi parte dell’immaginario collettivo dobbiamo partire dalle scuole, tutte, dagli istituti tecnici ai licei, insegnando a coloro che entro breve saranno la prossima generazione di lavoratori e imprenditori l’importanza basilare della salute e della sicurezza sul lavoro.


Caporalato, il ministero chiama a raccolta le parti sociali


La volontà è quella di cercare di imprimere una svolta ad una partita che va avanti ormai da qualche tempo, dopo che il legislatore è intervenuto nella passata e nella presente legislatura, inasprendo le sanzioni penali contro il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori. Su iniziativa della neo ministra per le politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova, supportata dalla collega al lavoro, Nunzia Catalfo, si è insediato il tavolo interministeriale contro il caporalato, un soggetto istituzionale allargato, oltre ai ministeri che maggiormente sono impegnati nel contrasto al fenomeno, a partire dal ministero dell’interno, anche alle regioni e alle parti sociali. Nella riunione di insediamento erano infatti presenti i rappresentanti delle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl e le associazioni datoriali dell’agricoltura e delle cooperative. Il piano di lavoro prevede delle azioni su più livelli, dalla sensibilizzazione dei consumatori al potenziamento della rete del lavoro agricolo di qualità, passando per i controlli ispettivi. Le attenzioni si concentreranno soprattutto su quelle imprese che operano in spregio alla legge, causando così un doppio danno: ai lavoratori, che si ritrovano privi di tutele reali, e alle aziende che rispettano le norme, costrette a subire una concorrenza sleale interna, che si somma spesso a quella proveniente dall’estero, come fatto notare da Coldiretti.


Manovra in retromarcia


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

Nonostante alcuni elementi interessanti, primo fra tutti il taglio del cuneo fiscale, l’aspetto complessivo della manovra ideata dal nuovo esecutivo è deludente, ma era un fatto prevedibile. Questa impressione nasce da una semplice considerazione: rispetto alla “rivoluzione copernicana” che era nelle intenzioni del governo gialloverde, in parte concretizzatasi con le misure attuate nella manovra dello scorso anno e che avrebbe dovuto proseguire con l’introduzione della flat tax, oltre che con un taglio del cuneo più corposo e rivolto anche ai datori di lavoro, qui l’atteggiamento è completamente diverso. La manovra è “conservatrice” e piuttosto che agire con uno shock destinato a rianimare con un’azione vigorosa la nostra economia in affanno, preferisce volare basso nel tentativo di limitare i danni e continuare a “vivacchiare”. Certo, in questo modo si evitano gli strepiti della Commissione europea, ma col rischio di sperperare l’aumento del deficit, che c’è anche quest’anno, anche se meno enfatizzato dai media e accettato con insolita benevolenza dalla Ue, in misure incapaci di sortire l’effetto desiderato. Comunque c’è di buono che qualcosa in più in tasca ai lavoratori dovrebbe andare e che con tutta probabilità, temendo anche l’ondata di indignazione popolare che ne sarebbe seguita, alla fine non si dovrebbe toccare Quota 100. Non manca il consueto atteggiamento punitivo tipico della sinistra nei confronti dei produttori e dei piccoli e medi imprenditori in particolare, vedasi le multe previste per i commercianti che rifiutano i pagamenti col bancomat, nella convinzione che utilizzare i pagamenti elettronici al posto del contante serva a “stanare gli evasori”, senza considerare invece il fatto che molti scelgono il pagamento cash per abitudine, si pensi agli anziani, e che un ostacolo non da poco all’uso massiccio del bancomat sia quello relativo ai costi per gli esercenti connessi all’uso del pos e alle transazioni, insomma sostanzialmente un’ennesima tassa. Pd e soci continuano a vedere un’Italia che non esiste più e che forse non è mai esistita: le nostre città sono ormai desertificate, ci sono sempre più serrande chiuse a causa della concorrenza delle multinazionali del commercio, dagli ipermercati all’ormai diffusissimo e-commerce, queste sì aiutate da tassazioni estremamente favorevoli. Aziende chiuse e quindi posti di lavoro in meno. La ricetta sembra quindi, pur con qualche eccezione positiva, sostanzialmente la solita, quella da sempre portata avanti dai governi di sinistra: un’assistenza – tramite qualche “aiutino” – al declino, verso un futuro dominato da precariato, banche e multinazionali, piuttosto che una vera visione di sviluppo per l’Italia. Un Paese, nonostante tutto e tutti, invece ancora ricchissimo di potenzialità, che andrebbero, però, adeguatamente sostenute.