Tensione in Campidoglio


Sempre più duro il confronto fra la sindaca Raggi e i sindacati

Sale la tensione in Campidoglio con le segreterie di categoria e cittadine di Cgil, Cisl, Uil e Ugl che decidono di abbandonare il tavolo di confronto con la sindaca Virginia Raggi ed annunciano una nuova manifestazione per il 19 dicembre, dopo quella riuscita del 25 ottobre. Sempre il 19 dicembre è prevista la riconvocazione del tavolo sul quale è destinata a pesare anche tutta la questione rifiuti, ad ogni giorno sempre più critica, oltre allo stato delle partecipate dall’amministrazione capitolina.


Roma vuole voltare pagina


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Non è solo la più grande metropoli italiana, con i suoi tre milioni di abitanti, praticamente un italiano su venti è suo cittadino, senza considerare l’hinterland, ma è anche un simbolo, capitale dello Stato, sede delle Istituzioni, centro della Cristianità, con una storia pressoché unica, fondatrice di una civiltà che rappresenta uno dei maggiori pilastri della cultura occidentale. Roma. Eppure negli ultimi anni è nota più che altro per disagi e disservizi, per una sensazione crescente di insicurezza e declino, dalle strade dissestate alla raccolta dei rifiuti, dall’insoddisfacente sistema di trasporti ai frequenti casi di violenza, in sintesi, per una qualità della vita in continuo peggioramento. Tanto che molte aziende, che prima di Roma facevano naturale punto di riferimento per le proprie attività in Italia, hanno portato altrove le proprie sedi principali. Al punto che il triste fenomeno dell’emigrazione giovanile, alla ricerca di una prospettiva di vita migliore, non riguarda più solo il Meridione, ma si è diffuso anche tra i ragazzi romani. Una situazione intollerabile. Roma ha bisogno di aiuto, e con urgenza. Certo non sarà tutta colpa della Raggi, ma quel che è certo è che l’amministrazione da lei guidata non solo non è riuscita a risolvere la situazione, ma l’ha anzi ulteriormente peggiorata e i cittadini romani sono sempre più sconfortati. Le ultime rilevazioni statistiche – realizzate da Tecnè per l’Agenzia Dire e presentate ieri al Senato – lo confermano: otto cittadini romani su dieci bocciano una giunta considerata incapace di gestire una città complessa come la Capitale. Se si votasse domani, Virginia Raggi non arriverebbe al 10% dei consensi. Non solo una perdita di fiducia verso la persona del sindaco, ma anche nei confronti della formazione di cui è espressione. Anche cambiando candidato, ad esempio puntando su un’icona grillina come Alessandro Di Battista, il M5S sarebbe fuori dai giochi e ad un eventuale ballottaggio passerebbero Centrodestra e Centrosinistra. Ma i romani, oltre ad aver chiaro cosa non vogliono più, saprebbero anche con altrettanta convinzione a chi rivolgersi. Infatti nello scontro fra una coalizione di destra, che il sondaggio immagina a sostegno di Giorgia Meloni candidata sindaco, e una sinistra riunita attorno al nome di Carlo Calenda, non ci sarebbe partita, con la prima in vantaggio di circa dieci punti rispetto al secondo. Dopo l’infatuazione per i pentastellati, naufragata nel fallimento targato Raggi, ancora profondamente delusa dalla sinistra, Roma adesso guarda a destra. Anche in Campidoglio però, come dalle parti di Palazzo Chigi, si fa finta di non vedere e non sentire, andando avanti anche a dispetto della volontà popolare. Ma Roma, come l’Italia intera, ha bisogno di cambiare e non può più permettersi di perdere tempo.


Roma, salta il tavolo Multiservizi


Il Campidoglio ha diramato una nota con una proposta dell’Amministrazione comunale ad azienda e sindacati su Roma Multiservizi prima di informare le parti sociali. Per protesta contro questa decisione unilaterale presa senza avvertire le controparti, i rappresentanti sindacali, tranne Usb, hanno abbandonato il tavolo delle trattative convocato a seguito della paventata procedura di mobilità e licenziamento collettivo per i 3.500 lavoratori dell’azienda partecipata capitolina.


Atac in affanno


Gli effetti di quota 100 e la volontà di provare a rafforzare i servizi di mobilità cittadina. L’Atac, l’azienda di trasporto pubblico romana, è alla disperata ricerca di ben quattrocento autisti da assumere a stretto giro di posta. Un bando lampo, con scadenza all’11 ottobre, e i primi ingressi già a fine novembre. L’Atac aveva già avviato una selezione di personale nel febbraio scorso, senza però raggiungere gli obiettivi sperati. Infatti, a fronte di 250 posti disponibili, le assunzioni sono poi state soltanto 215, a causa del mancato superamento delle prove di esame, dei test psicoattitudinali ed una prova di guida. Ora, Atac ritenta, chiedendo il solo possesso del diploma di terza media, della patente di guida D e della qualifica di conducente. I tempi molto stretti fra l’annuncio e la scadenza del bando, però, potrebbero creare qualche problema nella selezione del personale richiesto.


Roma imita Amazon sui controlli


Prima l’annuncio, poi il passo indietro, ma, di certo, il sasso lanciato nello stagno ha fatto un grande rumore. Il comune di Roma parla di rivoluzione in corso: il badge, il cartellino da timbrare che attesta la presenza al lavoro, sarà presto sostituito dalla carta d’identità elettronica, facilitando in questo modo il lavoratore. La vera rivoluzione, passateci l’ironia, sarebbe, per i romani, quella di riuscire a fare la carta d’identità elettronica in tempi umani e non con i mesi di attesa che ci vogliono ora. Ma, come al solito, il solito il diavolo si nasconde nei particolari. In questo caso, il particolare sta nel fatto che il nuovo documento elettronico è dotato di un chip che permette la geolocalizzazione. Se attuata in questi termini, la misura permetterebbe al datore di lavoro, il comune di Roma, di controllare, potenzialmente h24, tutto il personale dipendente. Se aggiungiamo il fatto che il Jobs act, modificando l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, oggi rende più facile i controlli a distanza, utilizzabili a tutti i fini del rapporto di lavoro, compreso il licenziamento, quindi, la frittata è fatta. Ma c’è anche un secondo aspetto. La carta d’identità non è cedibile ad altra persona, per cui se un’altra persona viene trovata in possesso di un documento di un altro è perseguibile penalmente, cosa che avrebbe riflessi importanti su tutti quei dipendenti infedeli che provano a timbrare in sostituzione di un collega.


Visita lampo di Putin in Italia


Da una Capitale rovente per il clima, il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, ha scelto di inviare un messaggio al mondo intero, agli Usa o, meglio, al presidente Donald Trump, e all’Europa. In un’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera («Io, Trump e Salvini» e «Siamo pronti a riannodare i fili con l’America») e in un articolo da lui stesso firmato e pubblicato dal quotidiano La Stampa («I sovranisti guideranno l’economia»), che hanno preceduto gli appuntamenti istituzionali con Papa Francesco, poi con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e quello del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ampiamente spiegato il senso della sua visita lampo (circa 12 ore). Quello che Putin intende mettere in atto è un disgelo dichiarato verso gli Usa e implicito, ma neanche tanto, verso l’Ue e la chiave scelta più che filo-atlantista è decisamente sovranista. È infatti con il presidente Donald Trump, più che con “gli Usa”, che Putin intende «riavviare il dialogo bilaterale su un’ampia agenda strategica», mentre restano inalterate le distanze sulla presunta intromissione russa nelle elezioni americane o sugli armamenti. Il sovranismo, anche in chiave antiglobalista, è il filo conduttore che lega più gli uomini che i Paesi ovvero culture e storie non solo diverse ma contrapposte. Un “link” che preoccupa molti in Italia e nel mondo, i quali, pur di non ammettere l’emergere e il rafforzarsi di una nuova rete internazionale con cui fare i conti, preferiscono descrivere l’Italia e gli altri Paesi sovranisti isolati “dal mondo”.

Vladimir Putin al Corriere della Sera ha detto che «vorrebbe abolire le contro-sanzioni che colpiscono pesantemente l’export italiano», ricordando tuttavia come esse siano state concepite quale risposta «a decisioni prese da tutti i Paesi della Ue, compresa naturalmente anche l’Italia», un’Italia di centro sinistra, ovviamente. Ecco perché la visita, ancorché lampo, desta qualche preoccupazione o, nel migliore dei casi, preoccupato interesse. In Italia Putin è venuto a discutere di «cooperazione italo-russa nella sfera politica, commerciale, economica, culturale e umanitaria», nonché della «crisi libica, della questione venezuelana e della situazione in Ucraina». Se l’Italia è ormai l’«osservato speciale», degli Usa, della Russia e dell’Ue, vuol dire che l’isolamento è sempre più impalpabile e che il ghiaccio, senza neanche la complicità del caldo, in qualche modo si scioglierà.