Incontro Letta-Conte

L’ex premier: «Si apre un cantiere, chi va da solo è meno efficace»

Si sono incontrati oggi, Enrico Letta e Giuseppe Conte, come era stato annunciato già ieri dal segretario del Pd. Un confronto che entrambi hanno definito proficuo. «Si apre un cantiere», ha detto Conte, che guarda alle amministrative: «Chi va da solo è meno efficace e, a partire dalle prossime amministrative c’è la volontà di confrontarci per trovare soluzioni più efficaci».

M5s, Di Maio: «Sarei felice di un passo in avanti di Conte»

Probabilmente è l’endorsement più “pesante”, tra quelli espressi finora. «Sarei veramente felice di un passo avanti di Conte dentro il M5s», ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un’intervista a Repubblica, difendendo anche la decisione di sostenere Mario Draghi, che invece non ha trovato d’accordo né molti parlamentari né diversi sostenitori del Movimento 5 stelle, ad un passo dall’implosione. «Dopo questi mesi di gestione disastrosa del Movimento dobbiamo lavorare per risollevarlo», ha attaccato l’ex viceministro al Mise, Stefano Buffagni, non riconfermato. Secondo Di Maio, invece, «questo governo rappresenta il punto di arrivo di un’evoluzione in cui i 5 stelle mantengono i propri valori, ma scelgono di essere finalmente e completamente una forza moderata, liberale, attenta alle imprese, ai diritti, e che incentra la sua missione sull’ecologia». «Questa evoluzione si può completare con l’ingresso di Conte», ha aggiunto Di Maio, aggiungendosi alla schiera di quanti chiedono la rentrée di Conte che include anche l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Se il ritorno dell’ex premier dovesse concretizzarsi in questa legislatura, Conte troverà un movimento diverso e sicuramente meno numeroso in Parlamento: oggi la lista dei parlamentari si è assottigliata ulteriormente, con l’addio Emanuele Dessì, uno dei senatori assenti nel giorno del voto di fiducia al governo: «Questa non è più casa mia».

Conte: «Accelerare la verifica, non possiamo galleggiare»

Ma da Renzi arriva un nuovo ultimatum. Intanto Giorgia Meloni propone una mozione di sfiducia al premier

«Accelerare» sulla verifica di maggioranza, così da affrontare «nei primi giorni di gennaio» la questione del Recovery plan, da consegnare poi alle «forze sociali e al Parlamento» per definirlo in via definitiva «a febbraio». Prova a dettare i tempi il premier, Giuseppe Conte, durante la consueta conferenza stampa di fine anno, su quello che è stato il tema che più di tutti, negli ultimi giorni, ha fatto scricchiolare la maggioranza. «Dobbiamo avere una prospettiva di legislatura nel quadro dell’occasione storica dei 209 miliardi del Recovery plan. Ma non possiamo permetterci di galleggiare», ha quindi aggiunto. Parole che si vanno a scontrare, ancora una volta, con le dichiarazioni del leader di Italia viva, Matteo Renzi. «A chi ci viene a dire “siete irresponsabili perché mettete in discussione la stabilità” – ha osservato Renzi nella dichiarazione di voto sulla manovra in Senato, che intanto ha confermato la fiducia al governo con 156 sì, 124 contrari e nessun astenuto (e subito dopo ha approvato, al voto di fiducia posto sull’articolo 1 del ddl di Bilancio 2021 da 40 miliardi, il provvedimento nel suo complesso con 153 voti favorevoli, 118 no e un astenuto) –, rispondo che io ho lavorato perché si proseguisse l’esperienza di legislatura perché pensiamo sia un valore la stabilità, ma c’è una differenza epocale tra la stabilità e l’immobilismo. Come in una bicicletta l’equilibrio si tiene se ci si muove o l’immobilismo fa terminare la vita della legislatura. Ecco perché abbiamo chiesto chiarezza». Dal canto suo, Conte ha risposto indirettamente che «il premier non sfida nessuno, ha la responsabilità di una sintesi politica e di un programma di governo. Per rafforzare la fiducia e la credibilità del governo e della classe politica bisogna agire con trasparenza e confrontarsi in modo franco. Il passaggio parlamentare è fondamentale. Finché ci sarò io ci saranno sempre passaggi chiari, franchi, dove tutti i cittadini potranno partecipare e i protagonisti si assumeranno le rispettive responsabilità». Tutto questo mentre dal centrodestra arriva la proposta di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia: «Propongo a chi realmente voglia, come noi, mandare a casa definitivamente il governo Conte, e comunque a tutto il centrodestra, di presentare una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio e all’intero governo. Così vedremo, ancora una volta, chi vuole mantenere in vita l’attuale esecutivo, o al massimo puntare a un rimpastino, con tutti i gravissimi danni che sta arrecando agli italiani e chi invece vuole mandarlo veramente a casa».

 

Recovery Plan, Conte incontra le delegazioni di maggioranza

Ma restano le tensioni nella maggioranza, mentre Renzi ribadisce la sua linea: «Stiamo discutendo del futuro, non di piccole polemiche di parte»

A parole, il premier Giuseppe Conte, va avanti per la sua strada. «Dobbiamo riprendere con la massima lena la discussione sul Recovery Plan. Si può discutere di tutto, ma dobbiamo discutere nel merito, ne va della credibilità del paese nell’UE. Non ci possiamo permettere distrazioni», ha rimarcato infatti oggi intervenendo in videoconferenza all’inaugurazione del Data Center di Modena. E per scongiurare qualsiasi ulteriore tensione oggi sono stati avviati i tavoli di confronto con le delegazioni dei partiti di maggioranza (andranno avanti fino alle 19, oggi con M5s e Pd, domani mattina con Italia Viva e Leu). Ma la crisi i renziani l’hanno evocata eccome. Le parole di ieri di Ettore Rosato sembravano quasi non lasciare spazio alle trattative e oggi la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, è tornata a chiedere in un’intervista al Corriere della Sera una svolta al presidente del Consiglio. Sul nodo c’è il Recovery Plan, ma anche la manovra è un dossier che scotta. Sul tema è tornato a farsi sentire anche il leader di Italia Viva, Matteo Renzi: «Stiamo discutendo di come affrontare l’emergenza coronavirus: non si può continuare a dire andrà tutto bene e non si possono colpevolizzare i cittadini, l’Italia è purtroppo il paese con il più alto numero di morti. Di fronte a questo record negativo noi diciamo che bisogna mettere più soldi sulla sanità. Ecco di cosa stiamo discutendo: di come gestire il futuro non di piccole polemiche di parte». Quindi è tornato a ribadire: «I soldi che ci dà l’Europa mettiamoli sulla sanità: si chiama Mes, sono 36 miliardi di euro per i nostri ospedali, dottori, studenti. E io penso che questa cifra sia da prendere subito. Lega e 5 Stelle dicono di no perché sono populisti anti-europei come al tempo del Conte I. Quindi noi diciamo sì al Mes e prendiamo i nove miliardi originariamente dedicati dal Recovery Fund alla sanità e mettiamoli su cultura e turismo, argomento di cui nessuno parla». Non sarà facile mediare su alcuni punti e anche dal Pd – come riferisce un retroscena del Corriere della Sera – c’è chi avverte, Dario Franceschini su tutti, che in caso di rottura l’unica via di uscita sarebbe quella rappresentata dalle elezioni anticipate. Intanto al premier arriva la sponda del M5s tramite il capodelegazione Alfonso Bonafede. «Convocare le delegazioni della maggioranza sul Recovery Plan – ha scritto su Facebook – è un’iniziativa ottima. Questo pomeriggio, la prima a essere ascoltata sarà la delegazione del M5S. Come sempre, ci confronteremo in maniera costruttiva, nella consapevolezza che il Recovery Plan rappresenta un’occasione da non sprecare».

L’ALLENATORE NEL PALLONE

La maggioranza si sfida su tutto: dalle regole per le feste natalizie alla tenuta del Governo. Tanti, troppi, i dossier aperti sulla scrivania di Giuseppe Conte. La confusione nel Governo e tra gli italiani regna sovrana.

Il Premier è nel pallone, troppi i dossier aperti sulla sua scrivania. La liberazione dei marittimi è già diventata un caso; la verifica di Governo resta appesa ad un filo; già slittato dai precedenti giorni, il CdM di oggi – mentre questo numero de La Meta Sociale è in fase di realizzazione – dovrebbe decidere le norme, ancora più stringenti di quelle contenute nel precedente Dpcm, per il periodo delle festività natalizie. Ma siamo già al 18 dicembre e solo alle 15.00 circa è iniziata la riunione Governo-Regioni e Enti locali. Invece il Veneto, senza perdere tempo, assediato dai contagi ha già varato una stretta: da sabato prossimo, 19 dicembre, e fino al 6 gennaio vietato uscire dal Comune di residenza dopo le ore 14. Decisione che sembrerebbe aver anticipato le restrizioni che il Governo avrebbe in mente per tutto il territorio nazionale e che hanno già diviso i ministri e le forze di maggioranza. Secondo indiscrezioni provenienti da fonti di Governo, dal 24 dicembre al 6 gennaio l’Italia sarà zona rossa nei giorni festivi e prefestivi e zona arancione nei giorni lavorativi. Decisioni che restano ritardatarie e una bella strigliata, a tutto campo, al Governo è arrivata dalla seconda carica dello Stato, la presidente del Senato, Elisabetta Casellati: «Ci sono tre aspetti importanti che, ad oggi, non hanno avuto risposte e che mi stanno particolarmente a cuore: il primo riguarda la morte in solitudine, una morte inaccettabile perché priva di umana pietà. Il secondo riguarda i malati no-Covid che, pure affetti da patologie gravi, non riescono ad avere accesso alle cure. Il terzo aspetto riguarda il Santo Natale, che per tradizione è la festa  delle famiglie, il momento degli affetti che si riuniscono. Le famiglie non sanno ad oggi se, quando e con chi potranno viverlo». Non solo: «Sono consapevole che stiamo attraversando una situazione eccezionale, ma mi auguro che non si proceda più nel legiferare come nel decreto-legge Ristori. Abbiamo vissuto una concatenazione di ben quattro provvedimenti a contenuto plurimo confluiti in un unico testo attraverso emendamenti e subemendamenti governativi. Non solo la lettura è stata difficile, ma anche il vaglio di ammissibilità degli emendamenti».