Conte: «Obiettivo è riduzione debito»


Parlando durante la conferenza stampa che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tenuto a Bruxelles a margine degli incontri con la presidente eletta della Commissione europea, Ursula von der Leyen e con l’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il premier ha spiegato che l’obiettivo del governo «è la riduzione del debito, non stiamo dicendo che non vogliamo i conti in ordine ma lo vogliamo fare attraverso una crescita ragionata e investimenti produttivi». «Abbiamo bisogno di tempo – ha aggiunto -, non si esaurisce in qualche mese. Dobbiamo fare degli investimenti che ci consentano crescita economica, creare occupazione anche di qualità e su questo vogliamo fare un patto per l’Europa: questi sono i nostri progetti, lasciateceli realizzare».


FATEVI UNA DOMANDA


UE: si registra un crescente scetticismo in Italia: i dati dell’ultimo Eurobarometro parlano chiaro e celano ragioni profonde 

Se gli italiani sono tra i meno entusiasti dell’Unione europea, un motivo deve pure esserci. Un motivo che necessita di essere analizzato, approfondito, contestualizzato al di là di un sentimento – e i fatti hanno in verità già smentito questa retorica – eventualmente trainato dalle forze politiche cosiddette euroscettiche. Il dibattito in corso in Italia (e altrove) non è tanto sull’UE quanto sul tipo di Unione che vogliamo costruire in futuro, nell’ottica di un’Europa che appartenga davvero ai popoli. Il dato dell’ultimo Eurobarometro è chiaro: solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nell’Unione europea in caso di referendum in stile Brexit, gli indecisi sono il 32% mentre il 24% vorrebbe sicuramente non fare più parte del club. Per rendere l’idea: la media europea di quanti rimarrebbero in UE se chiamati ad esprimersi al riguardo si attesta al 66%. Nello specifico la percentuale italiana è la più bassa tra i 28, addirittura più bassa di quanto registrato nel Regno Unito, dove sono sul serio alle prese con il processo di uscita, pur con tutte le difficoltà politiche del caso. A questo si aggiunga un altro elemento: solo il 42% degli italiani intervistati ritiene positiva l’appartenenza all’Unione, il secondo dato più basso dopo quello della Repubblica Ceca. Gli italiani sono forse impazziti? Ovviamente no. Ci sono ragioni profonde e logiche dietro queste risposte. Partiamo da un fatto: i più recenti esiti elettorali – l’ultimo quello in Baviera domenica scorsa – dovrebbero comunque essere un campanello d’allarme per Bruxelles, a dimostrazione di un malcontento più diffuso di quanto un sondaggio d’opinione possa rivelare. Etichettata da anni come il “malato d’Europa” e spesso sotto la lente d’ingrandimento, obbligata a svolgere costantemente «i compiti a casa», per usare un’espressione tanto in voga qualche tempo fa, l’Italia è dovuta sottostare ai più ampi diktat europei. Che a fronte di una (presunta) tenuta dei conti pubblici, sono costati ai cittadini un impoverimento generale – il nostro, ci ricordava soltanto ieri l’Eurostat, è tra i pochi paesi UE che ha visto aumentare nell’ultimo periodo il numero di persone a rischio povertà –, l’erosione del ceto medio, consumi in calo, lavoro precario, una crescita contenuta. E le polemiche di questi giorni con i vari Juncker e Moscovici in testa, pronti a sentenziare anzitempo sulla bontà di una manovra ambiziosa e volta al benessere collettivo, di sicuro non pende a favore di chi attualmente occupa le posizioni ai vertici delle istituzioni europee. Il tema immigrazione è l’altro grande nodo da sciogliere. L’Italia è rimasta a lungo isolata nella gestione dei flussi migratori, provocando fratture sociali e, talvolta, persino casi diplomatici. Stando all’Eurobarometro non stupisce, quindi, che nell’agenda delle priorità in vista della campagna elettorale per le europee di maggio l’immigrazione risulti essere al primo posto (50%) – segue l’economia (47%) e la disoccupazione giovanile (47%) –, percentuale che in Italia sale al 71%. Forse è giunto il momento – meglio tardi che mai – di farsi qualche domanda nei palazzi di Bruxelles…


Intesa Fincantieri-Stx France. Più che vittoria, un ‘biscotto’


di Caterina Mangia

Dall’integrazione “di Fincantieri, Naval Group ed STX France emergerà il leader mondiale nella costruzione di navi complesse ad alto valore aggiunto”. Lo ha scritto in una lettera ai dipendenti l’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, commentando l’accordo raggiunto ieri a Lione tra il premier italiano Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron, definito dall’inquilino dell’Eliseo un’intesa “win-win”. Eppure, se si considera che a gennaio  Fincantieri aveva acquistato dai sudcoreani il 66 per cento di Stx France, mentre adesso il Gruppo controllerà un mero 50 per cento del capitale di Stx, con l’1 per cento della quota francese ‘in prestito’ all’Italia per dodici anni, per il nostro Paese più che di una vittoria si potrebbe parlare, con un gioco di parole, di un ‘Mac(a)ron’, ovvero di un ‘biscotto’ da parte del presidente francese. Gentiloni ieri ha ostentato soddisfazione, definendo il ‘deal’ raggiunto “un ottimo accordo, che consente al socio industriale di gestire e alla Francia di avere garanzie sul piano del lavoro e delle tecnologie”, aggiungendo che  con Macron “dopo qualche incomprensione abbiamo lavorato molto, molto bene assieme”: l’intesa, ha aggiunto, ha permesso di raggiungere gli obiettivi, ovvero concede “al socio industriale di gestire con il 51 per cento raggiunto con un prestito, con l’impegno a rispettare alcuni accordi sul lavoro e sui trasferimenti tecnologici presi. Il socio industriale deve poter gestire, avere la governance, e il Paese dei cantieri deve avere le garanzie che richiede. Abbiamo aggiunto questi obiettivi”. Tuttavia, già nella serata di ieri la prima querelle sottobanco, con un emissario francese che ha spiegato ai giornalisti presenti a Lione che Fincantieri detiene il 50 per cento del capitale, tralasciando quell’1 per cento in prestito al Gruppo italiano decisivo per la chiusura dell’accordo, per poi annunciare che il presidente della società “resta Laurent Castaing”, l’attuale direttore di Stx, ed essere corretto da fonti del governo italiano: secondo i termini dell’accordo,  presidente e amministratore delegato saranno nominati da Fincantieri, mentre il governo francese detiene il diritto di veto sulla scelta.
Sull’asse italo-francese rimangono poi aperti molti altri fronti: da quello riguardante la cantieristica militare, che resta ancora da affrontare, a quello della Tav, che, nonostante le vedute comuni emerse ieri tra Macron e Gentiloni, è ancora in cantiere.Resta poi aperta la partita Tim-Vivendi: nonostante il premier italiano si sia affrettato, ieri, a sottolineare che si tratta di una vicenda “molto diversa da Stx-Fincantieri”, perché “sono aziende private a cui chiediamo solo rispetto delle leggi”, la risposta del governo  sul golden power su Tim potrebbe subire l’influsso della trattativa che si è svolta ieri. Così, il taciuto scontento del governo italiano sull’accordo raggiunto ieri potrebbe tradursi in un inasprimento del ‘verdetto’.


Fincantieri-Stx: pace fatta, pronto l’accordo


di Annarita D’Agostino

Prove di bon ton alla vigilia del vertice Italia-Francia di Lione sulla vicenda Fincantieri-Stx: dopo l’ottimismo espresso dall’Eliseo “sul fatto che ci sarà un accordo che converrà alle due parti”, oggi è Paolo Gentiloni a dichiarare che ci sono “le premesse” per “portare a un accordo che tenga conto dei nostri interessi legittimi e allo stesso tempo di quelli della Francia”. E’ dunque dato ormai per certo che proprio domani, a Lione, i due presidenti, Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron, annunceranno il raggiungimento dell’accordo.
Intervistato dal quotidiano francese Le Figarò, Gentiloni ha spiegato che “l’esame di una alleanza nelle costruzioni navali è ben avviata. C’è l’ambizione fondamentale dal punto di vista strategico, di costruire un grande ‘player’ globale nel settore navale. L’accordo sui cantieri è una prospettiva a breve termine. Costruire un grande polo civile e militare non è cosa che si fa in un giorno. Si lavorerà quindi con scadenze di tempi differenti”.
Il riferimento è ai diversi ‘capitoli’ nei quali si articolerebbe l’alleanza italo-francese nell’industria navalmeccanica: il primo è quello della realizzazione dell’ “Airbus dei mari”; il secondo riguarda invece la collaborazione nel settore militare, più complessa e quindi con tempistiche più lunghe. Ma già domani dovrebbero essere definiti i singoli temi e i vari dossier da affrontare.
Secondo indiscrezioni di stampa, con l’intesa Fincantieri acquisirebbe il controllo dei cantieri Stx France di Saint-Nazaire, con un pacchetto azionario superiore al 50%, in cambio di garanzie sui livelli occupazionali e della salvaguardia del know how dal rischio di trasferimento verso la Cina.
Insomma, pace è fatta e all’intesa mancano solo le firme. Con l’auspicio che il governo sappia difendere gli interessi nazionali. Sul serio.

L’altra partita: Tim-Vivendi
Sulla vicenda Tim-Vivendi è al lavoro un comitato tecnico che “a breve” elaborerà le sue conclusioni sulla ‘Golden power’, la norma che attribuisce allo Stato poteri speciali di intervento nei processi sugli assetti societari delle imprese operanti in settori strategici e d’interesse nazionale. Al momento il governo non ha ancora deciso se attivarla o meno.
La questione Tim-Vivendi, spiega Gentiloni, è “una partita tra gruppi privati. Ogni Paese ha le sue leggi e i gruppi privati le devono rispettare. E’ chiaro che né Macron né io decidiamo della televisione o delle reti di comunicazione private nell’altro Paese”.


I paesi più ricchi impediscono ai più poveri l’accesso ai farmaci


di Annarita D’Agostino

Il club dei paesi più ricchi, guidato dagli Stati Uniti, impedisce all’Onu di adottare politiche volte a garantire agli stati più poveri di ottenere farmaci essenziali a prezzi accessibili. E in un contesto in cui 1 persona su 3 nel mondo non ha accesso ai medicinali essenziali – rapporto che sale fino a 1 persona su 2 in Asia e Africa -, questo significa condannare a morte quasi metà della popolazione mondiale.
La terribile denuncia arriva da Oxfam, un movimento globale di ong impegnate nella lotta contro la povertà, nel report ‘Accesso ai farmaci: una sfida globale contro la disuguaglianza’, diffuso in occasione della 72esima Assemblea delle Nazioni Unite.
Gli interessi dell’industria farmaceutica dominano l’azione di alcune grandi potenze, che ignorano le lcondizioni drammatiche in cui versano ampie fasce della popolazione mondiale e violano le raccomandazioni dell’ High Level Panel, approvate dall’Assemblea Generale dell’Onu un anno fa con l’obiettivo di abbassare il prezzo delle medicine. In particolare, secondo il documento di Oxfam, non sono state introdotte norme per abbattere le barriere imposte dalle politiche protezioniste che regolano la proprietà dei brevetti dei farmaci, alle quali si erano opposti l’industria farmaceutica, la Commissione europea e paesi G7 come USA, Germania, Gran Bretagna e Giappone.
“Questi e altri Paesi stanno bloccando un’azione fondamentale, che garantirebbe a milioni di persone l’accesso a farmaci salvavita” ha dichiarato Winnie Byanyima, direttrice generale di Oxfam International e membro dell’High Level Panel dell’ONU per l’accesso ai farmaci, sottolineando come questi Paesi “dovrebbero, invece, dare priorità alla salute delle persone piuttosto che ai margini di profitto dell’industria farmaceutica”.
Dobbiamo invece essere orgogliosi del nostro paese, che si distingue perché in controtendenza positiva. Un solo esempio basta a capire come quello che ha fatto la piccola Italia è certamente alla portata dei grandi colossi mondiali: nel 2015 i farmaci di nuova generazione contro l’epatite C (Sofosbuvir) costavano al servizio sanitario pubblico circa 40.000 euro per un ciclo di tre settimane; allora il Governo e l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono riusciti ad abbassare sostanzialmente il prezzo delle cure autorizzando l’utilizzo di farmaci generici prodotti in India per tutti i malati di epatite C, che rappresentano circa il 3% della popolazione complessiva.
Oxfam ha lanciato un appello urgente al Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ai leader mondiali e, in particolare, all’Italia: “Chiediamo al nostro paese, che ha recentemente portato avanti in modo coraggioso iniziative volte a porre al centro dei negoziati sul prezzo dei farmaci i bisogni dei propri cittadini malati, di sostenere questo approccio anche in occasione del G7 dei Ministri della Salute che ospiterà a novembre, stimolando l’adozione di strategie innovative capaci di rendere i farmaci accessibili a tutti anche nei paesi poveri” ha detto il direttore generale di Oxfam Italia, Roberto Barbieri.

Ecco i dati del report Oxfam che confermano la scandalosa condotta delle lobby e dei paesi più ricchi:

• Nel Mondo 1 persona su 3 non ha accesso a medicinali essenziali
o In Asia e Africa il rapporto sale fino a 1 persona su 2
Ogni anno 100 milioni di persone cadono in povertà a causa delle spese sanitarie, gran parte delle quali relative all’acquisto di medicinali.
o In Asia i medicinali rappresentano fino all’80% dei costi della sanità a carico dei pazienti.
Nel Mondo 2 milioni di persone muoiono perché escluse dall’accesso ai vaccini per malattie comuni come difterite, morbillo, pertosse, con il risultato che ancora oggi ne muoiono ogni anno.
o Gran parte dei 180 milioni di malati di Epatite C non possono usufruire di cure efficaci, perché né loro né i rispettivi governi possono pagare una parcella di 1.000 dollari al giorno per le medicine.
o Dei 35,7 milioni di persone affette da HIV nel mondo, 25,5 milioni sono in Africa, esclusi dall’accesso ai farmaci più recenti che, a causa dei monopoli dei brevetti imposti dalle industrie farmaceutiche, costano oggi 18 volte di più della generazione precedente
o In Sud Africa ogni anno muoiono 3.000 donne all’anno a causa del cancro al seno perchè un ciclo di 12 mesi di Herceptin, trattamento anticancro prodotto da Roche, costa 38.000 dollari, vale a dire 5 volte il reddito medio di una famiglia.
o Negli Stati Uniti il prezzo dell’insulina per la cura del diabete, che nel paese colpisce 1 persona su 10, è aumentato di oltre il 7% nell’ultimo anno e un solo mese di trattamento costa fino a 900 dollari.
o In Europa negli ultimi 15 anni il costo medio dei farmaci anticancro è più che quadruplicato.


Alitalia: duello a tutto campo fra Ryanair e Lufthansa


di Annarita D’Agostino

“Per Alitalia è probabile uno spezzatino” ma “Ryanair terrà la maggior parte del personale Alitalia, in particolare piloti ed ingegneri, se la sua offerta verrà accettata”: lo dichiara l’amministratore delegato della compagnia low cost irlandese, Michael O’Leary, quando manca poco più di un mese alla scadenza del termine per la presentazione delle offerte vincolanti. Dichiarazioni che confermano l’attivismo di Ryanair sul dossier Alitalia, anche se l’interesse dichiarato solo per la “flotta” appare in contrasto con il bando, che prevede o l’acquisto dell’intera compagnia di bandiera o la divisione del gruppo in due parti, ‘aviation’ (aerei, flotta, direzione e manutenzione) e ‘handling’ ( carico e scarico merci e assistenza a terra ai passeggeri).
Secondo le indiscrezioni che stanno accompagnando il processo di vendita di Alitalia, sarebbero proprio Ryanair e Lufthansa i concorrenti più agguerriti: non è un caso il fatto che la low cost abbia accusato la compagnia tedesca di avere violato le regole sulla concorrenza nella presentazione delle offerte per Air Berlin, gridando al complotto con il governo tedesco per tenere fuori altri concorrenti. Proprio l’appoggio dell’esecutivo teutonico, secondo Milano Finanza, sarebbe la carta vincente per Lufthansa nella partita italiana. Ma la low cost irlandese è pronta a chiedere l’intervento dell’Antitrust europeo.
Dunque, la vendita di Alitalia è diventata un tassello di un confronto più ampio e complesso, e siccome in ballo c’è il controllo dei cieli europei, non si escludono colpi di scena.