Banche, alta tensione in vista del rinnovo del Ccnl


Si annunciano tensioni sul versante degli istituti di credito. Per una volta, non si tratta di risparmiatori la cui fiducia è stata tradita, ma del personale dipendente, pronto a mobilitarsi a difesa del proprio potere d’acquisto. Il prossimo 31 dicembre, infatti, va in scadenza il contratto collettivo nazionale di lavoro. Già tre anni fa, in occasione dell’ultimo rinnovo, non mancarono tensioni, tanto che anche i bancari arrivarono a scendere in piazza in massa, una cosa certamente non usuale in un comparto considerato genericamente moderato e sul quale pesa anche l’applicazione della normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. La richiesta che arriva dal sindacato è chiara. A fronte di utili conseguiti nell’anno in corso per almeno dieci miliardi di euro e con una prospettiva di ulteriore incremento nel 2019, il sindacato chiede il pieno recupero dell’inflazione e un giusto riconoscimento della produttività, parametro ormai sempre più gettonato nei rinnovi contrattuali, avvertendo che non sarebbe accettabile una disdetta unilaterale. L’Abi, l’associazione datoriale che riunisce i banchieri, invita, da par suo, alla ragionevolezza, cavalcando l’onda più o meno lunga del rialzo dello spread, giustificazione che, però, al momento, tiene fino ad un certo punto, visto che le oscillazioni sui tassi sono un fenomeno breve e neanche di entità paragonabile a quanto accaduto sul finire del 2011.


Banche, nuovo allarme occupazione


Le esternazioni del numero uno dei banchieri italiani, Antonio Patuelli, somigliano molto ad un voler mettere le mani avanti: non siamo noi a voler licenziare il personale, ma le abitudini stanno cambiando e molti nostri connazionali non vengono più in agenzia, preferendo effettuare tutte le operazioni da remoto. Le conseguenze si vedono nei numeri. L’occupazione è calata del 3,5% in un anno. A fronte di appena 6.500 assunzioni vi sono state cessazioni per quasi 17.600 unità, un numero di forte impatto. E meno male che il settore può godere ancora di un fondo di solidarietà che permette di gestire in maniera non troppo dolorosa gli esuberi strutturali. Intanto, continua a restare poco usato il contratto di apprendistato, appena lo 0,51% del totale, in un comparto assolutamente dominato dal contratto a tempo indeterminato. I part time sono poco più del 12% del complesso dei lavoratori. Donne e uomini si equivalgono, tranne che nelle posizioni apicali che sono decisamente maschili.


Rating, Fitch: con downgrade a rischio sei banche


L’agenzia di rating Fitch è tornata all’attacco, provando a gettare nuova benzina sul fuoco. spiegando che un downgrade. L’agenzia newyorkese ha spiegato che un downgrade del rating sovrano avrebbe «con ogni probabilità» un impatto piuttosto rilevante sul rating di Intesa, Credem, Mediobanca, Bnl e Unicredit, per le quali Fitch ha già indicato un outlook negativo. Il downgrade, spiega ancora l’agenzia, «non impatterebbe invece direttamente sul rating delle altre banche italiane. Tuttavia i rating potrebbero finire sotto pressione qualora il clima economico dovesse deteriorare e andare a impattare la qualità del loro portafoglio prestito determinando un nuovo aumento di debiti a rischio e peggiori prospettive per la riduzione degli npl».

 


Banche, Visco: «La colpa non è della vigilanza»


«L’onesta e l’integrità di Bankitalia non sono mai venute meno»

«A determinare l’evoluzione del sistema finanziario italiano non è stata una vigilanza disattenta ma la peggiore crisi economica nella storia del nostro paese. La mala gestio di alcune banche, comunque, c’è stata e l’abbiamo più volte sottolineato; le gravissime condizioni dell’economia hanno fatto esplodere le situazioni patologiche». Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha voluto mettere i puntini sulle “i” nel corso della sua audizione di fronte alla Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario. «Abbiamo agito con il massimo impegno – ha assicurato Visco – e nell’esclusivo interesse del Paese. Abbiamo affrontato molte difficoltà, riuscendo a superarne tante nei limiti delle nostre competenze e del nostro mandato. Le perdite sopportate dai risparmiatori nei casi in cui non e stato possibile risolvere altrimenti le crisi sono state diffuse e dolorose». Nel corso dell’audizione il governatore ha poi escluso categoricamente pressioni da parte dell’Istituto di Vigilanza per favorire la Banca Popolare di Vicenza. «Nell’opinione di alcuni – ha spiegato – la Banca d’Italia avrebbe sempre detto che “andava tutto bene” e avrebbe sottovalutato la situazione quando con la seconda recessione, innescata nel 2011 dalla crisi dei debiti sovrani, una nuova ondata di deterioramento della qualità dei crediti si è aggiunta a quella sopportata dalle banche nel triennio precedente. Non è vero». In 120 anni di storia, ha concluso, «non ci risulta vi sia mai stato un ispettore che nell’esercizio della propria funzione si sia reso colpevole di omessa vigilanza, o sia stato condannato per corruzione o concussione. L’onesta e l’integrità del personale della Banca d’Italia non sono mai venute meno».


Punto di svolta per le banche italiane


di Annarita D’Agostino

“Il sistema italiano è ad un punto di svolta” ma “il cammino resta lungo”: è questo lo ‘stato dell’arte’ del comparto bancario nazionale secondo il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che oggi è intervenuto all’ Italian Banking Conference organizzata dall’università di Confindustria, la Luiss Guido Carli di Roma. Il nostro Paese è “sulla buona strada” grazie a “soluzioni specifiche” per circostanze specifiche, che hanno evitato “importanti distruzioni di valore” e tutelato “i livelli occupazionali”. Tuttavia, per il ministro le crisi bancarie europee “hanno messo in luce le criticità da affrontare nelle norme europee”, e servono “decisi passi in avanti” sul completamento dell’Unione bancaria, assicurando cge “il processo di transizione sia definito in modo ordinato per evitare shock”.
Le posizioni del governo italiano trovano una sponda nella Bce: “La strada che le banche europee, ed italiane in particolare, stanno percorrendo è quella giusta. Le banche italiane hanno fatto un percorso notevole” ha dichiarato Ignazio Gentiloni, membro del consiglio di vigilanza dell’Istituto di Francoforte. Ma, nonostante “un miglioramento netto”, resta “ancora molta strada da fare” e “non bisogna sedersi sugli allori”.
A fare gli onori di casa, la presidente della Luiss, Emma Marcegaglia, che ha elogiato il modo con cui il governo italiano ha affrontato i problemi del mondo bancario, definendolo “intelligente e positivo”, ma invitando ad evitare una regolamentazione eccessiva, per far sì che le banche possano continuare ad erogare credito.


Paese ancora in difficoltà, nonostante aumenti della produzione industriale


di Claudia Tarantino

I dati resi noti oggi dall’Istat circa la produzione industriale del mese di giugno 2017, che registra un incremento dell’1,1% rispetto al mese precedente e, in termini tendenziali, del 5,3% in confronto allo stesso periodo dell’anno scorso, stridono fortemente con quelli presentati invece da Bankitalia sui prestiti alle famiglie, anch’essi in aumento dell’1,2% su base annua.

Il ragionamento è semplice: se la crescita industriale fosse davvero stabile e sufficiente a garantire un incremento dei livelli occupazionali, allora le famiglie non dovrebbero più ricorrere ai prestiti delle banche per andare avanti, cosa che invece, secondo il Report della Banca d’Italia, stanno facendo.

Non si può non notare, quindi, quanto la crescita della produzione industriale, seppur caratterizzata da percentuali significative come quelle relative al mese di giugno, sia ancora troppo altalenante ed incapace di portare effetti positivi anche sul mercato del lavoro e sull’economia del Paese in generale.

A tal proposito, ricordiamo inoltre che è di poche settimane fa il report dell’Istat sull’occupazione, secondo cui il nostro Paese ha raggiunto “il massimo storico di lavoratori precari” e lo stesso Istituto di Statistica ha sostenuto che la crescita dell’occupazione “è dovuta esclusivamente al rialzo dei dipendenti a termine”.

Ecco, quindi, che il contesto in cui si inseriscono i dati della produzione industriale incide fortemente sulla valutazione che se ne può fare.

In particolare, l’Istat evidenzia anche che “l’indice destagionalizzato mensile registra variazioni congiunturali positive nei raggruppamenti dell’energia (+5,7%), dei beni intermedi e dei beni di consumo (entrambi +1,3%); segna invece una variazione negativa il comparto dei beni strumentali (-0,3%)”.

Ora, i beni strumentali sono le attrezzature, i mobili, i macchinari, i computer, vale a dire tutti quei beni utilizzati nell’attività per diversi anni. In un momento di crescita della produzione industriale, ci si aspetterebbe che le aziende incrementassero anche le proprie dotazioni strumentali per produrre di più e meglio, investendo magari in innovazione e tecnologia, ma – a quanto pare – non lo stanno facendo o, almeno, non lo fanno in maniera costante.

“Per quanto riguarda i settori di attività economica, – spiega l’Istat – a giugno 2017 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+18,5%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (+13,6%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+12,1%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,8%). L’industria del legno, della carta e stampa registra, invece, un calo dell’1,1%”.