Confindustria, Capone: “Vera sfida è la partecipazione”


Saranno le relazioni industriali e le nuove regole per rinnovare i contratti uno dei primi temi che il neo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, si troverà ad affrontare. E’ emerso con chiarezza oggi, nel corso dell’Assemblea generale di Confindustria, alla quale il neo presidente ha tenuto il suo primo discorso ufficiale, precisando che, con i profitti al minimo storico, lo scambio salario-produttività è “l’unico praticabile” e pertanto “crediamo che la contrattazione aziendale sia la sede dove realizzarlo”, chiedendo ai sindacati di non “giocare al ribasso”. Il contratto nazionale “resta per definire le tutele fondamentali del lavoro”. Boccia ha poi evidenziato che “la nostra economia è ripartita, ma non è in ripresa”, chiedendo di spostare il carico fiscale dal lavoro ai consumi e “nella gestione del bilancio pubblico non scambi né favori, ma politiche per migliorare la competitività”.
Presente all’Assemblea anche il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, che ha evidenziato come “abbiamo riscontrato nella relazione del neo eletto presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, molti punti in comune, ma sulla contrattazione la vera sfida è la partecipazione”.
“È sì necessario – sottolinea – rivedere le regole della contrattazione, che devono restare una prerogativa negoziale delle parti sociali. Ma, se di riforma si deve parlare, ci aspettiamo che la nuova Confindustria di Boccia abbia il coraggio di affrontare la sfida della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Non solo per dare finalmente esecuzione all’art. 46 della Costituzione Italiana, ma perché siamo fermamente convinti che gli obiettivi della produttività possono essere raggiunti sul secondo livello di contrattazione solo dal coinvolgimento dei lavoratori nei processi produttivi, utilizzando, per esempio, come supporto tecnico operativo lo strumento della bilateralità. Tuttavia per l’Ugl la questione salariale resta materia nazionale, anche perché sono i mancati rinnovi o i rinnovi ‘simbolici’ le cause della deflazione e dello stallo in cui si trova oggi il mercato interno, tanto da condizionare negativamente, come abbiamo visto ieri dai dati Istat, il fatturato e gli ordinativi”.
“I punti in comune – conclude Capone – riguardano in primo luogo il Sud: condividiamo lo sconcerto verso una questione non risolta da 150 anni, anche se va detto che non si trovano oggi molti industriali coraggiosi e capaci di scommettere sul Mezzogiorno. Siamo ancora più d’accordo sulla necessità di un rilancio della politica industriale ad oggi assente e sull’invito rivolto al governo di procedere con una politica di investimenti a sostegno della ricerca e dello sviluppo”.

In sintesi il discorso del neo presidente di Confindustria.

POLITICA FISCALE. ”Spostare il carico fiscale alleggerendo quello sul lavoro e sulle imprese e aumentando quello sulle cose”; ”abbattere le aliquote” con le risorse della ”revisione degli sconti fiscali” e della lotta all’evasione. Così il neo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che definisce ”ottima” la riduzione dell’Ires dal 2017 anche se “non basta”. Boccia chiede di potenziare il bonus ricerca, rinnovare il ”superammortamento” su investimenti, ma anche il rispetto dei vincoli Ue: ogni violazione delle regole ”verrebbe sanzionata dai mercati”. “Nella gestione del bilancio pubblico non chiediamo scambi ne’ favori, chiediamo politiche per migliorare i fattori di competitività”. Serve una “ricomposizione delle voci di spesa e di entrata”, “manovre di qualità, politiche a saldo zero ma non a costo zero, senza creare nuovo deficit”. Oltre allo spostamento del peso fiscale da lavoro e imprese alle cose e alla riduzione delle aliquote con la revisione delle ‘tax expenditure’, Boccia ha chiesto di andare oltre la riduzione dell’Ires al 24% dal 2017.  “L’Italia ha la non invidiabile anomalia dell’elevata imposizione locale sui fattori di produzione. Un’imposizione che da noi, al contrario degli altri paesi, e’ deducibile solo in minima parte”. Ha poi evidenziato l’importanza della lotta alla povertà che consentirebbe di “aumentare il capitale umano e innalzare i consumi”. Il presidente di Confindustria ha inoltre chiesto “una politica fiscale a sostegno degli investimenti, a partire da quelli in ricerca e sviluppo: il credito d’imposta previsto dal Governo va potenziato superando la logica incrementale”. Inoltre, ha proposto il rinnovo del superammortamento sugli investimenti. “Voci autorevoli – ha sostenuto – hanno suggerito al Governo di ignorare ogni vincolo e di ridurre le imposte, anche in modo consistente, con la legge di stabilità del 2017. Pensiamo che qualsiasi azione in aperta violazione delle regole comunitarie verrebbe sanzionata dai mercati, prima ancora che dall’Europa. Non e’ ciò di cui abbiamo bisogno”.

CONTRATTAZIONE. “Con i profitti al minimo storico, lo scambio salario-produttività è l’unico praticabile” e “crediamo che la contrattazione aziendale sia la sede dove realizzarlo”: così il presidente Vincenzo Boccia  che rivolgendosi ai sindacati ha aggiunto: “Non vogliamo giocare al ribasso”. Il contratto nazionale “resta per definire le tutele fondamentali del lavoro” e sulle nuove regole contrattuali ha detto: “Adesso non si può interferire con i rinnovi aperti” e “quando riprenderemo il confronto, avremo come bussola” questo scambio. Consideriamo da sempre lo scambio salario-produttività una questione cruciale”, sostenendo che “gli aumenti retributivi devono corrispondere ad aumenti di produttività”. In quest’ottica, per il presidente di Confindustria serve anche “una politica de detassazione e decontribuizione strutturale. Senza tetti di salario e di premio, con lo scopo di incentivare i lavoratori e le imprese più virtuosi. Sarebbe opportuno che le nuove regole” della contrattazione “fossero scritte dalle parti sociali e non dal legislatore”.

SUD. “All’estero ci chiedono spesso come sia possibile che oltre 150 anni di storia unitaria non siano bastati a risolvere la questione meridionale. Rispondere è imbarazzante”, ha detto Boccia sottolineando “la carenza infrastrutturale” nel Paese che “penalizza in particolare il Mezzogiorno”.”La verità è che al Sud non servono politiche straordinarie. Servono politiche più intense ma uguali a quelle necessarie al resto del Paese”. E vanno sfruttati “con intelligenza e pienamente” in fondi strutturali europei anche come volano per gli investimenti. “Grazie a queste risorse potremo dare vita al Sud ad uno straordinario laboratorio di sperimentazione nel quale gli investimenti privati e pubblici concorrono a ridurre gli storici divari”

INDUSTRIA. “Dobbiamo rilanciare l’Italia valorizzando le nostre capacità di seconda potenza manifatturiera italiana, di sesta nazione esportatrice per valore aggiunto”. Per il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia, “questa scelta ha un solo nome: politica industriale”. Boccia, infatti, invoca “una politica industriale fatta di grandi obiettivi, di stelle polari e finalizzata a creare le condizioni per un’industria innovativa, sostenibile e interconnessa”. Oggi serve, ha spiegato, “una politica industriale che gli altri Paesi si sono già dati. L’Italia no”.

RIFORME. L’Italia “deve poter giocare un ruolo all’altezza della sua storia e dell’Europa che sogniamo. Questo ci obbliga a proseguire con forza sulla strada delle riforme”. “Non può esistere – ha detto – un capitalismo moderno senza una democrazia moderna, senza istituzioni moderne”. “Per noi le riforme non hanno un nome, ma un oggetto. Non conta chi le fa ma come sono fatte”. “Solo così possiamo tornare ad essere un Paese autorevole, capace di dialogare alla pari con gli altri. A Bruxelles come in ogni sede istituzionale”.  “Il tempo è cruciale”, ha avvertito, chiedendo uno stop “ad una Italia costituita da mondi che spesso non si parlano mentre noi vogliamo che comincino a dialogare. Vogliamo che non ci sia più contrapposizione tra istituzioni e imprese”. Anche questo “vuol dire un Paese moderno. Un Paese civile”.

 

 


Istat, cala il fatturato industriale


I DATI DI OGGI – Il fatturato dell’industria segna a marzo il peggiore calo tendenziale a partire da agosto 2013, con una riduzione del 3,6 per cento rispetto all’anno precedente nei dati corretti per gli effetti di calendario (-3,7 per cento i dati grezzi).
Lo rivela l’Istat in una ricerca diffusa oggi sui dati sul fatturato e sugli ordinativi  dell’industria di marzo 2016.
C’è un calo anche rispetto a febbraio dell’1,6 per cento e nella media dei primi tre mesi dell’anno dell’1,1 per cento. Risultano in contrazione sul mese anche gli ordinativi (-3,3 per cento), che invece, rispetto all’anno precedente, crescono dello 0,1 per cento. L’andamento del fatturato è peggiore per il mercato interno (in contrazione del 2,6 per cento sul mese e del 4,4 per cento sull’anno) che per quello estero, che vede un lieve incremento sul mese (+0,1 per cento e un calo del 2,2 per cento sull’anno).
In particolare, il fatturato dell’industria degli autoveicoli cala a marzo del 6,5 per cento rispetto all’anno precedente. L’Istat sottolinea che si tratta del primo calo da dicembre del 2013, oltre due anni fa. Per la fabbricazione di mezzi di trasporto in generale, gli incassi sono in aumento del 5,1 per cento. Per il settore auto è negativo anche il bilancio dei primi tre mesi dell’anno, con i fatturati in contrazione del 3,3 per cento. Mantengono il segno più, invece, gli ordinativi, che crescono dello 0,1 per cento a marzo e del 2,6 per cento nella media del trimestre.
L’Istat sottolinea che il contributo più ampio alla flessione tendenziale del fatturato viene dalla componente interna dell’energia e, nell’industria in senso stretto, la maggiore diminuzione colpisce la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-22,4 per cento). Invece gli incrementi più rilevanti si registrano nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+6,5 per cento sull’anno), i mezzi di trasporto (+5,1 per cneto, nonostante il calo degli autoveicoli del 6,5 per cento) e i prodotti farmaceutici (+4,9 per cento). Su base congiunturale, gli indici segnano incrementi per l’energia (+3,2 per cento sul mese) e cali per i beni strumentali, i beni intermedi (-2,5% per entrambi) e i beni di consumo (-0,6 per cento).    Tornando ai dati sugli ordinativi, pesa il mercato estero (in flessione del 5,8 per cento sul mese e del 3,1 per cento sull’anno) più di quello interno (-1,5 per cento sul mese e +2,4 per cento sull’anno). Rispetto a marzo 2015, gli incrementi più rilevanti riguardano, come per il fatturato, mezzi di trasporto (+30,7 pIndustriaer cento), di computer, prodotti di elettronica e ottica (+19,2 per cento) e i prodotti farmaceutici (+3,2 per cento). La flessione maggiore si osserva nella metallurgia e fabbricazione di prodotti di metallo (-13,2 per cento).
(Fonte: Ansa)
LA POSIZIONE DELL’UGL – Per il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, “la battuta d’arresto segnata dagli ordinativi e del fatturato è il risultato dell’assenza di una vera politica industriale, che il governo Renzi ha pensato di surrogare con il fallimentare quanto dannoso Jobs Act”. “Le rilevazioni – aggiunge IL sindacalista – registrano ancora una volta la debolezza del mercato interno. Quest’ultimo è un altro nodo del nostro sistema mai strutturalmente affrontato, che vede tra le principali cause il basso livello delle retribuzioni, per la lunga attesa nei rinnovi contrattuali, come nel caso più che eclatante della Pubblica amministrazione, la precarietà in cui sono ormai immersi i diritti e le tutele del lavoro e l’impoverimento progressivo dei pensionati, costretti al ruolo di ammortizzatori sociali e familiari da quando nel  2008 è iniziata la crisi”.
Per Capone inoltre “l’aver affrontato tardi e male nodi strategici quali, ad esempio, la chimica, la siderurgia e soprattutto il Sud pone degli interrogativi per il futuro prossimo dell’industria, da cui dipendono direttamente concrete possibilità di crescita per il nostro Paese”.


“Dati Inps indicano trend preoccupante”


 

“Siamo davanti ad un trend molto preoccupante, sul quale è necessario intervenire immediatamente”.  Fiovo Bitti, segretario confederale dell’Ugl,  fa riferimento ai dati diffusi dall’Inps e che non lasciano presagire nulla di positivo.

Nel primo trimestre dell’anno, infatti, l’Osservatorio sul precariato diffuso dall’Istituto segnala che le assunzioni attivate da datori di lavoro privati  sono state pari a 1.188.000 ( in calo di 176.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015, -12,9 per cento).

In particolare, sono stati stipulati 428.584 contratti a tempo indeterminato mentre le cessazioni, sempre di contratti a tempo indeterminato sono state 377.497 con un saldo positivo di 51.087 unità, dato peggiore del 77 per cento rispetto al saldo positivo di 224.929 contratti stabili dei primi tre mesi 2015.

Fiovo Bitti, segretario confederale dell'Ugl
Fiovo Bitti, segretario confederale dell’Ugl

Per il sindacalista “è stato sufficiente ridurre la decontribuzione a vantaggio delle assunzioni con contratto a tempo indeterminato – peraltro nella versione leggera a tutele crescenti –  perché le imprese si orientassero verso forme di lavoro più precario, ad iniziare dai voucher”.

“Il lavoro occasionale sembra ormai aver sostituito altre forme contrattuali, probabilmente anche le stesse collaborazioni coordinate sulle quali è intervenuto il legislatore nell’ambito del Jobs Act”.

“Uno strumento – precisa Bitti –  nato per far emergere il sommerso, come il voucher, rischia ora di diventare non l’eccezione, ma la prassi- conclude – con conseguenze fortemente negative sul reddito, sulla contribuzione ai fini previdenziali, sulle tutele reali in caso di malattia o maternita’ e sulla sicurezza e l’igiene nei luoghi di lavoro”.

 

I dati nel dettaglio:

Secondo i dati dell’Istituto, il rallentamento ha riguardato soprattutto i contratti a tempo indeterminato, pari a -33,4 per cento sul primo trimestre dello scorso anno (in numeri assoluti -162.000), e le trasformazioni di altri contratti in tempo determinato (-31,4 per cento).

“Il calo è da ricondurre al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015 in corrispondenza dell’introduzione degli incentivi legati all’esonero contributivo triennale”, dice la nota dell’Inps. Restano invece sostanzialmente stabili le assunzioni a tempo determinato (-1,7 per cento sul 2015). Quanto alle cessazioni, complessivamente risultano diminuite dell’8,8 per cento; per quelle a tempo indeterminato la riduzione è pari al 5,3 per cento.

Voucher

Il ricorso ai voucher è aumentato del 45,6 per cento, rispetto a un aumento del 75,4 per cento del primo trimestre 2015. Le assunzioni con contratto di apprendistato sono state quasi 50mila, stabili rispetto al 2015.

Incentivi

L’Inps ricorda che con la legge di stabilità 2016 è stata introdotta una nuova forma di incentivo rivolta alle assunzioni a tempo indeterminato e alle trasformazioni di rapporti a termine di lavoratori che, nei sei mesi precedenti, non hanno avuto rapporti di lavoro a tempo indeterminato. La misura dell’agevolazione prevede l’abbattimento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (esclusi i premi Inail) in misura pari al 40 per cento (entro il limite annuo di 3.250 euro) per un biennio (fonte Corriere della Sera).


Petizione Ugl Lazio, oggi gazebo a Frosinone


Nella regione Lazio la pressione fiscale ha oltrepassato il limite. L’Ugl Lazio prosegue con la sua campagna di raccolta firme per chiedere al governatore della Regione, Nicola Zingaretti, e al Consiglio Regionale di ridurre l’aliquota fiscale per i redditi fino a 55.000 euro, come forma di tutela per le fasce più deboli.
Oggi nuova tappa a Frosinone, con Armando Valiani, segretario regionale dell’Ugl Lazio, e il segretario provinciale dell’Ugl Frosinone, Enzo Valente.
“Abbiamo raggiunto una pressione fiscale senza precedenti – ha detto Valiani – alla quale occorre porre immediatamente un freno”.
Durante la mattinata i due sindacalisti hanno avuto la possibilità di confrontarsi con diversi cittadini sui “disagi che quotidianamente vivono”.IMG_5142
“La Regione – ha spiegato Valiani-  deve ascoltarci e aprire un confronto per trovare soluzioni concrete. Da una parte assistiamo a proclami propagandistici del presidente Zingaretti, che pubblicizza investimenti sul territorio frusinate, dall’altra parte l’amministrazione regionale continua a svuotare le tasche di lavoratori e pensionati con assurde pretese fiscali. E’ ora di invertire la rotta, e di abbassare le tasse, che impediscono ai cittadini laziali di avere risorse sufficienti ad affrontare anche le spese più comuni”.


“Ilva, no a vendita spezzatino”


 

E’ categorico il no dell’Ugl a uno ‘spezzatino’ o a una vendita parziale dell’Ilva. L’obiettivo è salvaguardare tutti i posti di lavoro e l’intero indotto di uno dei poli siderurgici più importanti d’Europa”.

Queste le parole di Antonio Spera, segretario generale dell’Ugl Metalmeccanici, durante l’audizione di oggi, in commissione industria alla Camera dei Deputati, sulle procedure di cessione del gruppo Ilva.

Antonio Spera, segretario generale dell'Ugl Metalmeccanici
Antonio Spera, segretario generale dell’Ugl Metalmeccanici

Auspichiamo  – precisa il sindacalista –  nell’intervento di Cdp e, quindi, di una partecipazione finanziaria concreta che abbia come finalità la tutela produttiva e occupazionale. Chiediamo di poterci confrontare sui progetti proposti dagli investitori e di analizzare in sinergia, con chi di competenza, primo fra tutti il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, le oltre venticinque manifestazioni di interesse avanzate in quest’ultimo periodo”.

Sono sempre più forti, invece, i dubbi che l’Ugl percepisce su precise manifestazioni d’interesse: “Quali garanzie potrà dare all’Ilva chi ha già chiuso stabilimenti sul territorio? Ilva è una realtà complessa e delicata e, quindi, abbiamo bisogno di privilegiare solo quelle offerte che, in modo serio e responsabile, possano salvaguardare il ciclo continuo e le prospettive di sviluppo dell’intera società”

Abbiamo già fatto presente presso la sede della Regione Puglia, dove è stato costituito un tavolo permanente – precisa –  tutte le nostre perplessità in merito ad una vertenza che non riesce a trovare una via d’uscita per il bene di oltre 14mila lavoratori diretti e per il rispetto di Taranto, una città afflitta anche dalla piaga dell’inquinamento”.

L’Ilva, infatti, continua ad essere ‘ostaggio’ di due dilemmi: da una parte la tutela dei posti di lavoro, dall’altra la questione ambientale. L’Ugl segue con attenzione la vertenza e, anche attraverso l’iniziativa Sud Act – otto priorità per rilanciare il Mezzogiorno” ha posto la sua attenzione sulle problematiche che continuano a tenere prigioniero lo stabilimento tarantino.

Questa situazione di pericolo per la salute si scontra con l’importanza occupazionale del sito, che dà lavoro a 14 mila lavoratori diretti (alcune stime valutano – ma le cifre non sono unanimemente condivise – che il complesso dei lavoratori interessati ammontano, con l’indotto, a 40 mila) e con il rilievo strategico della fabbrica che produce un terzo del fabbisogno di acciaio italiano, il 75 per cento del Prodotto Interno Lordo della Provincia ed il 76 per cento della movimentazione portuale.

D’altro canto il sindacato non intende sottacere o minimizzare l’azione inquinante dell’Ilva ed il primo obiettivo deve essere necessariamente quello di tutelare la salute e di riportare i dati del tasso di mortalità in provincia di Taranto  nell’ambito della normalità e delle medie regionali e nazionali.

La posizione dell’Ugl, quindi, è stata chiara sin da subito: garantire il rispetto delle regole ambientali evitando l’arresto degli impianti. Iniziare, quindi, a fare ciò che avrebbe dovuto essere fatto, per scongiurare che con la chiusura di una fabbrica tanto importante, ai tarantini non resti che un territorio disastrato e per di più improduttivo.

L’OFFERTA DI ‘MARCEGAGLIA’

(Fonte Reuters) – Il gruppo Marcegaglia, insieme al gigante mondiale della siderurgia ArcelorMittal, sta preparando un’offerta per rilevare Ilva e spera che Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) partecipi al progetto.

Lo ha detto la co-AD, Emma Marcegaglia, precisando che le parti stanno lavorando all’offerta che va presentata entro fine maggio.

“Siamo insieme ad ArcelorMittal, sono il partner più adatto per un turnaround molto complicato come quello di Ilva. Abbiamo chiesto che Cdp possa far parte del gruppo”, ha detto Marcegaglia, che è anche presidente di Eni, a margine dell’assemblea della Consob a Milano.

Marcegaglia, oltre a precisare che l’offerta deve essere ancora presentata, ha aggiunto che riguarderà livelli di produzione inferiori a quelli ipotizzati 18 mesi fa, mentre non ha voluto commentare sull’eventuale coinvolgimento di Leonardo Del Vecchio.

Marcegaglia e ArcelorMittal avevano già presentato un’offerta per Ilva due anni fa, poi però il progetto di vendita della più grande azienda siderurgica italiana, da tempo in crisi, era stato accantonato. Il bando varato dal governo a inizio anno prevede che la vendita o l’affitto del gruppo Ilva e di alcune singole società si concluda entro il 30 giugno, mentre le offerte vincolanti vanno presentate entro il 30 maggio.


Italia maglia nera in Ue per i tassi di occupazione


di Marco Colonna

 

Al netto dell’enfasi del premier Renzi che, forte delle ultime statistiche Istat,  ci dice che le cose stanno migliorando, l’Italia , in realtà, continua a navigare nei piani bassi della classifica europea sull’  occupazione.
Tra i 28 paesi dell’Unione, infatti,  il nostro Paese presenta un tasso di occupazione di persone  in età lavorativa tra i 15 e i 64 anni pari 56,3 per  cento , solo  Croazia (55,8 per cento) e  Grecia (50,8%) fanno peggio. In Italia la platea degli occupati registra un gap di 17,7 punti percentuali con la Germania, di 16,4 punti con il Regno Unito e di 7,9 punti con la Francia.

Se dal confronto con il tasso di occupazione medio dell’Unione europea il nostro paese sconta un differenziale di 9,3 punti percentuali, nel tasso di occupazione femminile (pari in Italia al 47,2 per cento) lo scarto con la media Ue sale di  13,2 punti, mentre in quello giovanile (attestatosi nel 2015 al 15,6 per cento), sfiora quasi il 20% (il 17,5%).

A livello territoriale – nota la Cgia di Mestre , che ha elaborato uno studio apposito –  è il Mezzogiorno a presentare le maggiori difficoltà sul fronte del lavoro.
E quasi tutte le regioni registrano un tasso di occupazione inferiore addirittura a quello greco: la Sardegna, ad esempio, presenta 0,7 punti percentuali in meno rispetto al dato medio di Atene, il Molise 1,4, la Basilicata 1,6, la Puglia 7,5, la Sicilia 10,8, la Campania 11,2 e la Calabria 11,9.

All’opposto, in vetta alla classifica del tasso di occupazione (pur con cifre in calo nel periodo 2008-2015) le regioni del Nord: Trentino Alto Adige ,  Emilia-Romagna , Valle d’Aosta e Lombardia .

Per avere un’idea del problema: nell’UE 28 il tasso di disoccupazione giovanile nel secondo trimestre del 2013 era del 24 %, rispetto al 15 % del 2008.
Inoltre, la crisi ha portato a un ricorso più frequente ai contratti di lavoro a tempo determinato. E in Italia la loro quota è passata dal 60 % circa nel 2008 al  70 % nel 2012-2013.

E come l’azione degli ultimi governi  si sia rivelata inefficace sul versante della creazione di un lavoro stabile per tutti lo dimostra l’l’ultimo studio dell’Istituto Demoskopika che dimostra come gli sgravi e i bonus  per la nuova occupazione, garantiti dai 3,5 miliardi sottratti un anno fa dal governo Renzi alle regioni meridionali in fase di riprogrammazione finanziaria dei fondi Ue per   finanziare lo spot elettorale del Jobs Act , siano stati utilizzati al 69% nelle aree del Centro e del Settentrione e solo al 31% nel Mezzogiorno.
Una sottrazione di capitali che ha convinto alcune regioni meridionali  ad impugnare il provvedimento  dinanzi alla Corte Costituzionale.
Una situazione di confluttualità perenne alimentata anche dalle considerazioni degli analisti:  i dati Istat sul mercato del lavoro creano  falsi segnali di ottimismo non tenendo conto della crescita costante degli inattivi, cioè degli scoraggiati che non hanno un impiego e hanno smesso di cercarlo, soprattutto tra i giovani.

In termini assoluti dall’inizio della crisi (2008) al 2015 l’Italia ha perso 625.600 posti di lavoro, anche se tra il 2014 e il 2015 siamo riusciti a recuperarne circa 186.000. Calabria (- 11,9 per cento), Molise (-9,7 per cento), Sicilia (-8,5 per cento) e Puglia (-8,4%) sono le regioni dove la contrazione in termini percentuali del numero degli occupati è stata la più preoccupante in questi 8 anni.

In Italia i disoccupati sono circa 3 milioni, gli inattivi 14 milioni e le unità di lavoro standard in nero (ovvero i lavoratori non dichiarati) sono poco più di 3,1 milioni di unità. Quest’ultima categoria è composta da dopolavoristi, da pensionati, da disoccupati, da cassaintegrati e da una buona parte di persone che non ha un posto di lavoro e ha deciso di non cercare più un’occupazione regolare.

La piaga del lavoro nero è molto diffusa al Sud . La situazione più grave si presenta in Calabria (22,9 per cento), in Campania (21,4 per cento) e in Sicilia (20 per cento), ovvero: cifre doppie rispetto alla media nazionale che si attesta al 12,8%.