Quota 100, dopo le domande arrivano i primi assegni


In queste ore, stanno andando in pagamento i primi assegni pensionistici per coloro che hanno richiesto di anticipare l’uscita dal lavoro con quota 100, il meccanismo introdotto per superare le strettoie della Fornero. Dal 1° aprile, infatti, l’Inps inizia a mandare in pagamento si stima almeno 25mila pensioni fra le oltre 100mila già protocollate. Si tratta delle pensioni di coloro che hanno maturato i requisiti richiesti (62 anni di età e 38 di contributi) entro il 31 dicembre scorso.


Pensioni, tre su quattro sono coperte da contributi


Mentre sono poco meno di 105mila le domande già inoltrate all’Inps per accedere a Quota 100, a conferma dell’impatto che ha avuto la misura in appena due mesi, lo stesso Istituto previdenziale offre un quadro aggiornato di quello che è l’universo pensionistico nel nostro Paese. Al 1° gennaio scorso, le pensioni erogate dall’Inps erano 17.827.676, in larga parte di natura previdenziale. Quest’ultime, infatti, rappresentano circa il 77.8% del totale delle pensioni erogate. L’importo complessivo è di 204,3 miliardi di euro, con 183 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali. Quasi la metà delle pensioni riguarda i dipendenti privati; il solo Fondo pensioni lavoratori dipendenti copre il 47,5% del complesso delle pensioni erogate e il 60,7% degli importi erogati. Poco più di un quarto delle pensioni, viceversa, sono in capo alla gestioni dei lavoratori autonomi. Completano il quadro, le gestioni assistenziali, pari al 22,2% delle prestazioni per poco più del 10% degli importi erogati. Tornando alle prestazioni previdenziali, due terzi sono catalogabili nella categoria pensioni di vecchiaia, con la componente maschile in superiorità (56,5%), il 6,6% in quelle di invalidità e per il 26,6% in quelle ai superstiti. In quest’ultimo caso, la componente femminile è largamente maggioritaria, arrivando a toccare poco meno dell’88%. Fra le pensioni di tipo assistenziale, spiccano quelle di invalidità civile, pari al 96,2% del totale.


Pensioni, dal 2018 per le donne stessa età degli uomini


di Claudia Tarantino

Come previsto dalla riforma delle pensioni contenuta nella legge Fornero del 2011, a gennaio 2018 l’età per la pensione di vecchiaia delle donne sarà uniformata a quella degli uomini: 66 anni e sette mesi (con l’aumento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le autonome).

Nonostante si tratti già dell’età più alta in Europa, non è tutto, perché a breve questo scalino potrebbe di nuovo salire con il passaggio a 67 anni compiuti, atteso nel 2019 per effetto dell’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita.

Anche in questo caso, l’Italia farà da apripista, perché il passaggio a 67 anni per l’uscita dal lavoro è previsto addirittura per il 2030 in Germania, per il 2018 nel Regno Unito, il 2027 in Spagna e dopo il 2022 in Francia.

Insomma, stiamo per diventare il paese europeo con le regole previdenziali più rigide. Primato che, purtroppo, non riusciamo a raggiungere sotto altri aspetti, ben più importanti, come quello economico ed occupazionale.

Il problema è che questa corsa al livellamento dell’età pensionabile per uomini e donne, che potrebbe anche essere condivisa dal punto di vista della parità di genere, sembra essere piuttosto un tentativo affannoso di fare cassa e mettere in sicurezza il sistema previdenziale, soprattutto in un momento in cui il Governo sta promuovendo interventi, come le agevolazioni per le assunzioni dei giovani, che si scontrano con le ristrettezze del bilancio statale.

Il rischio, inoltre, è di non tenere nella dovuta considerazione le peculiarità delle carriere lavorative delle donne che, per le interruzioni dovute alla maternità, ad un mercato del lavoro meno favorevole, al lavoro di cura della famiglia, hanno meno continuità nel versamento dei contributi.

In contrasto con proclami e promesse, quindi, sembra che il Governo voglia ‘archiviare’ qualsiasi possibilità di rendere le pensioni più accessibili, non solo per le donne, e la discussione con i sindacati è destinata ad infuocarsi.

Restano da affrontare, infatti, proprio il tema della flessibilità in uscita delle donne e il nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita.

Finora l’Esecutivo non ha accolto le richieste di congelare l’automatismo che prevede appunto l’innalzamento a 67 anni nel 2019. Sembra, piuttosto, che voglia perseguire la strada, già giudicata inadeguata e insufficiente dalle parti sociali, di una estensione della platea di persone a cui l’incremento non si applica, inserendo i lavoratori che svolgono mansioni gravose.

In verità, il Governo finora non ha mostrato aperture su numerose questioni, manifestandosi a mala pena disponibile a valutare la possibilità di ridurre gli anni di contributi necessari all’accesso all’Ape sociale.

Anzi, nonostante le continue rassicurazioni del premier Gentiloni, appare quanto mai difficile credere – visti questi presupposti – che l’Esecutivo sia disposto ad accogliere qualsiasi suggerimento.