Abi, muro sul contratto collettivo


Il messaggio affidato alle agenzie di stampa che arriva dall’Abi, l’Associazione dei banchieri italiani, non è assolutamente rassicurante, anzi. Il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, scaduto a dicembre scorso e in proroga fino al maggio scorso, non sarà facile, perché, sostengono i banchieri, la situazione economica si sta nuovamente deteriorando, con la conseguenza che prevedibilmente ci si ritroverà con una nuova ondata di crediti difficilmente esigibili. Con queste premesse, inevitabilmente, il nuovo incontro fra la delegazione Abi e i sindacati di categoria è finito con una fumata nera. Il sindacato, che nella piattaforma rivendicativa, ha chiesto per il 278mila lavoratori del settore un aumento di 200 euro medi al mese, pari a circa il 6,5%, di cui il 4,1% sull’inflazione aspettata ed un 2,5% su produttività ed impegno, contesta però questa visione pessimistica dell’associazione datoriale. Intanto, fanno notare fonti sindacali, l’intero settore nel 2018 ha macinato utili per 9,3 miliardi di euro. Del resto, la crisi ha comportato un sacrificio enorme per il personale dipendente. Ancora nel 2015, i dipendenti erano infatti più di 310mila, con una riduzione della forza lavoro superiore al 10%. Agendo su questa e su altre voci, le banche hanno risparmiato alla voce lavoro tutte insieme qualcosa come 2,2 miliardi di euro in tre anni. I prossimi incontri sono in calendario il 18 e il 30 luglio.


Passo indietro di Abi, ora si può iniziare a discutere del Ccnl


Alla fine si può dire che ha vinto il senso di responsabilità. Dopo le minacce delle scorse settimane da parte di Abi , l’associazione che riunisce i banchieri italiani, è giunta la notizia attesa: il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria, in scadenza il prossimo 31 dicembre, non sarà disdetto unilateralmente, così come si era paventato da parte datoriale. È stato firmato ieri un verbale di accordo che congela le conseguenze di una disdetta unilaterale che sarebbe stata vissuta dal personale dipendente come un affronto grave e, soprattutto, ingiustificato, anche alla luce di quanto hanno dovuto soffrire in questi anni i lavoratori del settore. Un aspetto messo bene in chiaro dal sindacato che oggi ricorda come sul tavolo non vi è soltanto la questione del pur necessario adeguamento salariale. Una partita tutta da giocare è quella della partecipazione e della condivisione degli obiettivi strategici. Nelle scorse settimane, il sindacato è tornato infatti a denunciare le forti pressioni che il personale ha subito e, in molti casi, continua a subire quotidianamente, pressioni che hanno portato operatori di sportello a proporre degli strumenti finanziari rischiosi pure a clienti, pensiamo principalmente ai piccoli risparmi delle famiglie monoreddito, privi della necessaria educazione finanziaria, un disastro che ha contribuito al tracollo di alcuni istituti di credito.


Banche, pressioni commerciali Ko


Verosimilmente ci si arriva con dieci, anche quindici anni di ritardo. Se soltanto l’Abi, l’associazione che riunisce i banchieri italiani, avesse aperto prima alle organizzazioni sindacali di categoria, i molti disastri che si sono registrasti in questi anni, da Banca Etruria fino ad arrivare agli istituti veneti, forse si sarebbero potuti evitare. Parte soltanto ora, nonostante la richiesta datata, il tavolo di confronto fra l’Abi e le organizzazioni sindacali di categoria sulle cosiddette pressioni commerciali. Sono anni che i sindacati lamentano pressioni indebite da parte dei direttori di filiale, a loro volta pressati ai livelli più alti, pressioni che hanno portato non pochi sportellisti a proporre prodotti finanziari anche ad ignari risparmiatori che hanno così perso parte o tutto il risparmio di una vita. L’obiettivo dei sindacati è slegare i premi di produttività dal collocamento di prodotti rischiosi con una forte componente azionaria.


Banche, alta tensione in vista del rinnovo del Ccnl


Si annunciano tensioni sul versante degli istituti di credito. Per una volta, non si tratta di risparmiatori la cui fiducia è stata tradita, ma del personale dipendente, pronto a mobilitarsi a difesa del proprio potere d’acquisto. Il prossimo 31 dicembre, infatti, va in scadenza il contratto collettivo nazionale di lavoro. Già tre anni fa, in occasione dell’ultimo rinnovo, non mancarono tensioni, tanto che anche i bancari arrivarono a scendere in piazza in massa, una cosa certamente non usuale in un comparto considerato genericamente moderato e sul quale pesa anche l’applicazione della normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. La richiesta che arriva dal sindacato è chiara. A fronte di utili conseguiti nell’anno in corso per almeno dieci miliardi di euro e con una prospettiva di ulteriore incremento nel 2019, il sindacato chiede il pieno recupero dell’inflazione e un giusto riconoscimento della produttività, parametro ormai sempre più gettonato nei rinnovi contrattuali, avvertendo che non sarebbe accettabile una disdetta unilaterale. L’Abi, l’associazione datoriale che riunisce i banchieri, invita, da par suo, alla ragionevolezza, cavalcando l’onda più o meno lunga del rialzo dello spread, giustificazione che, però, al momento, tiene fino ad un certo punto, visto che le oscillazioni sui tassi sono un fenomeno breve e neanche di entità paragonabile a quanto accaduto sul finire del 2011.


Bancari: Staffetta generazionale


La staffetta generazionale nasce dall’articolo 863 di 1934 sotto forma di contratto di solidarietà, strumento d’integrazione salariale che permette di lavorare meno ore senza perdere la totalità della retribuzione. Nelle banche è applicato adesso per 13 mila dei dipendenti e sono coloro che hanno più di 60 anni. L’obiettivo della staffetta generazionale nel 2013 era combattere la disoccupazione giovanile, ma la legge Fornero l’ha resa più difficile perché ha allungato i tempi per andare in pensione. La soluzione del part time, con un reddito pari al 75% del tempo pieno e i contributi al 100%, permette alle banche di dare un lavoro a un giovane quando un over 60 ancora lavora. Chi paga? L’Abi paga con il FOC, il Fondo per l’Occupazione, il 25% della retribuzione, la banca paga il 50% (come da contratto part time) e i contribuiti al 100%. Anche questo strumento utilizzato dalle banche, in fondo, dimostra la necessità di cambiare la legge Fornero.


Governo fermi la nuova eurofollia


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Le nuove indicazioni della Bce sui crediti deteriorati e gli accantonamenti prudenziali, pubblicate il 4 ottobre, rischiano di innescare una nuova e gravissima fase recessiva che avrà, inevitabilmente, il suo epicentro tra i lavoratori e le loro famiglie, nelle piccole imprese e nelle nostre eccellenze.
Il Governo intervenga immediatamente per fermare l’ennesima follia studiata dalla tecno-burocrazia di Bruxelle.
Le integrazioni alle linee guida del Meccanismo di Vigilanza Unico Europeo, che impongono nuove strette al sistema del credito, sono sbagliate nel metodo e nel merito, incoerenti con gli stessi indirizzi emersi nell’Ecofin del 17 giugno scorso, e che avranno come ricaduta immediata un’ulteriore stretta al credito delle famiglie e delle imprese, con effetti devastanti sulla nostra fragilissima ripresa e sull’occupazione.
Lo scenario che abbiamo davanti, se i nuovi indirizzi dovessero diventare operativi, è quello di una violenta crisi finanziaria delle Banche, una riduzione degli investimenti da parte delle imprese e una forte contrazione dei consumi. Questo significherebbe: altre imprese costrette ad abbassare le saracinesche, nuovi licenziamenti e le nostre eccellenze esposte all’aggressione degli investitori esteri.
Semmai ce ne fosse bisogno, è l’ennesima circostanza che ci porta a dire che quest’Europa non ci piace e rappresenta un ostacolo all’uscita dalla crisi.
Gentiloni e Padoan intervengano immediatamente per fermare questa follia. Dopo tanti annunci sul rinnovato peso dell’Italia, dimostrino con i fatti, e non solo a parole, che il nostro Paese conta qualcosa sugli indirizzi economici. Siamo sindacalisti e difendiamo i lavoratori, ma di fronte alle nuove norme pubblicate, evidentemente sbagliate e pro-cicliche, chiediamo che gli autori del documento siano immediatamente licenziati, in coerenza con gli indirizzi sulla produttività così cari ai vari organismi europei.