Credito, è ecatombe occupazionale


6mila esuberi in Unicredit, altri 1.100 in meno in BancoBpm: e non si ferma

Parlare di confronto in salita è quasi un eufemismo, una sorta di foglio di fico per mascherare qualcosa che in realtà neanche esiste in concreto. Il settore del credito, che ha già subito pesantissime ristrutturazioni che hanno portato alla chiusura di migliaia di filiali e soprattutto al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro, si prepara a vivere un’altra pesantissima stagione sul versante occupazionale. Unicredit, infatti, non sembra particolarmente stimolata ad aprire una trattativa con i sindacati di categoria sul piano industriale che prevede 6mila esuberi e la chiusura di 450 filiali, un aspetto, quest’ultimo, sottovalutato, ma che potrebbe portare un certo numero di lavoratori a doversi licenziare volontariamente, se ricollocati in altre città a causa della chiusura della propria sede. Intanto, anche BancoBpm annuncia che taglierà 1.100 posti di lavoro, possibilmente con prepensionamenti, e la chiusura di quasi 200 filiali sul territorio.


Abi, muro sul contratto collettivo


Il messaggio affidato alle agenzie di stampa che arriva dall’Abi, l’Associazione dei banchieri italiani, non è assolutamente rassicurante, anzi. Il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, scaduto a dicembre scorso e in proroga fino al maggio scorso, non sarà facile, perché, sostengono i banchieri, la situazione economica si sta nuovamente deteriorando, con la conseguenza che prevedibilmente ci si ritroverà con una nuova ondata di crediti difficilmente esigibili. Con queste premesse, inevitabilmente, il nuovo incontro fra la delegazione Abi e i sindacati di categoria è finito con una fumata nera. Il sindacato, che nella piattaforma rivendicativa, ha chiesto per il 278mila lavoratori del settore un aumento di 200 euro medi al mese, pari a circa il 6,5%, di cui il 4,1% sull’inflazione aspettata ed un 2,5% su produttività ed impegno, contesta però questa visione pessimistica dell’associazione datoriale. Intanto, fanno notare fonti sindacali, l’intero settore nel 2018 ha macinato utili per 9,3 miliardi di euro. Del resto, la crisi ha comportato un sacrificio enorme per il personale dipendente. Ancora nel 2015, i dipendenti erano infatti più di 310mila, con una riduzione della forza lavoro superiore al 10%. Agendo su questa e su altre voci, le banche hanno risparmiato alla voce lavoro tutte insieme qualcosa come 2,2 miliardi di euro in tre anni. I prossimi incontri sono in calendario il 18 e il 30 luglio.


Passo indietro di Abi, ora si può iniziare a discutere del Ccnl


Alla fine si può dire che ha vinto il senso di responsabilità. Dopo le minacce delle scorse settimane da parte di Abi , l’associazione che riunisce i banchieri italiani, è giunta la notizia attesa: il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria, in scadenza il prossimo 31 dicembre, non sarà disdetto unilateralmente, così come si era paventato da parte datoriale. È stato firmato ieri un verbale di accordo che congela le conseguenze di una disdetta unilaterale che sarebbe stata vissuta dal personale dipendente come un affronto grave e, soprattutto, ingiustificato, anche alla luce di quanto hanno dovuto soffrire in questi anni i lavoratori del settore. Un aspetto messo bene in chiaro dal sindacato che oggi ricorda come sul tavolo non vi è soltanto la questione del pur necessario adeguamento salariale. Una partita tutta da giocare è quella della partecipazione e della condivisione degli obiettivi strategici. Nelle scorse settimane, il sindacato è tornato infatti a denunciare le forti pressioni che il personale ha subito e, in molti casi, continua a subire quotidianamente, pressioni che hanno portato operatori di sportello a proporre degli strumenti finanziari rischiosi pure a clienti, pensiamo principalmente ai piccoli risparmi delle famiglie monoreddito, privi della necessaria educazione finanziaria, un disastro che ha contribuito al tracollo di alcuni istituti di credito.


Banche, pressioni commerciali Ko


Verosimilmente ci si arriva con dieci, anche quindici anni di ritardo. Se soltanto l’Abi, l’associazione che riunisce i banchieri italiani, avesse aperto prima alle organizzazioni sindacali di categoria, i molti disastri che si sono registrasti in questi anni, da Banca Etruria fino ad arrivare agli istituti veneti, forse si sarebbero potuti evitare. Parte soltanto ora, nonostante la richiesta datata, il tavolo di confronto fra l’Abi e le organizzazioni sindacali di categoria sulle cosiddette pressioni commerciali. Sono anni che i sindacati lamentano pressioni indebite da parte dei direttori di filiale, a loro volta pressati ai livelli più alti, pressioni che hanno portato non pochi sportellisti a proporre prodotti finanziari anche ad ignari risparmiatori che hanno così perso parte o tutto il risparmio di una vita. L’obiettivo dei sindacati è slegare i premi di produttività dal collocamento di prodotti rischiosi con una forte componente azionaria.


Banche, alta tensione in vista del rinnovo del Ccnl


Si annunciano tensioni sul versante degli istituti di credito. Per una volta, non si tratta di risparmiatori la cui fiducia è stata tradita, ma del personale dipendente, pronto a mobilitarsi a difesa del proprio potere d’acquisto. Il prossimo 31 dicembre, infatti, va in scadenza il contratto collettivo nazionale di lavoro. Già tre anni fa, in occasione dell’ultimo rinnovo, non mancarono tensioni, tanto che anche i bancari arrivarono a scendere in piazza in massa, una cosa certamente non usuale in un comparto considerato genericamente moderato e sul quale pesa anche l’applicazione della normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. La richiesta che arriva dal sindacato è chiara. A fronte di utili conseguiti nell’anno in corso per almeno dieci miliardi di euro e con una prospettiva di ulteriore incremento nel 2019, il sindacato chiede il pieno recupero dell’inflazione e un giusto riconoscimento della produttività, parametro ormai sempre più gettonato nei rinnovi contrattuali, avvertendo che non sarebbe accettabile una disdetta unilaterale. L’Abi, l’associazione datoriale che riunisce i banchieri, invita, da par suo, alla ragionevolezza, cavalcando l’onda più o meno lunga del rialzo dello spread, giustificazione che, però, al momento, tiene fino ad un certo punto, visto che le oscillazioni sui tassi sono un fenomeno breve e neanche di entità paragonabile a quanto accaduto sul finire del 2011.