Raggi: “Caro governo, ho bisogno di 8mila dipendenti in più”


La sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha scritto al governo rivendicando una carenza di organico quantificabile in almeno 8mila unità. Quello che oggi ha fatto l’inquilina del Campidoglio potrebbe essere replicato a cascata dalla stragrande maggioranza dei sindaci italiani, tutti alle prese con un evidente sottodimensionamento del personale disponibile, a causa del blocco del turn over, e con la progressiva senilizzazione dello stesso, con quello che ne consegue in termini di professionalità e di capacità di essere in linea con l’innovazione tecnologica. Se a soffrire, almeno nella Capitale, è soprattutto il corpo della polizia locale, anche gli altri settori presentano situazioni di carenza piuttosto marcata, tanto che ormai il semplice rinnovo di un documento d’identità avviene soltanto attraverso un appuntamento da prendere con largo anticipo. Poco personale ed anche avanti con gli anni. L’età media è, infatti, di 49 anni, superiore di un paio d’anni alla media dell’intera pubblica amministrazione ed addirittura di sette se consideriamo l’intera platea degli occupati. Quasi l’85% del personale dipendente – compreso quello in capo alle Regioni – ha un’età superiore a 40 anni, tutte persone uscite dalla scuola prima dell’utilizzo massivo del personal computer. Nel decennio fra il 2001 e il 2011, la quota di personale tra i 55 e i 59 anni è cresciuta di poco meno del 14%, passando dal 7,8% al 21,5%, quota peraltro destinata a crescere per effetto della riforma pensionistica Monti-Fornero.


Ddl Piccoli Comuni: davvero una buona legge?


di Augusto Cianfoni

cinqueterrejpg Una notizia in sé buona, ma che appare molto limitata, quasi demagogica, viste le esigue, pressoché insignificanti risorse che essa preannuncia.
Cento milioni di euro per 5591 Comuni rientranti tra quelli fino a 5000 abitanti e per un periodo dal 2017 al 2023. 2.500 € all’anno per ogni Comune.
Lo stesso Ermete Realacci, primo firmatario del disegno di legge, da quella persona seria che è, ha messo subito in chiaro che le risorse assegnate sono insufficienti a onorare gli scopi che pure il testo della legge vorrebbe promuovere. Egli infatti annuncia un forte impegno per ottenere dalla Legge di Bilancio più risorse. Anche per lui sarà difficile ottenere qualcosa, ma è giusto dare fiducia alle sue nobili intenzioni che speriamo non finiscano nel frullatore della mistificazione elettorale.
Al contrario, l’enfasi di altri, come quella di alcuni esponenti della maggioranza parlamentare e del Governo confermano il vezzo dei politici di vendere ogni cosa di infimo profilo come fosse merce pregiata.
Lo stesso Presidente dell’Anci Decaro non è stato da meno quando ha presentato la legge come quella che arginerà lo spopolamento.
A parte il fatto che lo spopolamento dei piccoli Comuni, specie quelli montani, è già avvenuto da decenni, a parte inoltre il fallimento (per mancanza di risorse) della meritoria e tradita Legge 97/94 detta legge per la montagna, bisognerebbe riconoscere che non soltanto la mancanza di risorse, ma quella dei minimi servizi (scuole – presidi sanitari di primo soccorso – trasporti – biblioteche – uffici postali e farmacie) provocarono l’esodo dalla montagna senza contare la totale mancanza di lavoro che poi è la prima causa del grande abbandono.
È risaputo che un sano realismo non è una caratteristica dei politici. Ognuno recita a soggetto secondo che sia al governo o all’opposizione. Chi governa imbelletta e chi gli si oppone usa puntualmente la carta vetrata.
Onore al merito dunque a quei politici che invece guardano in faccia alla realtà come il vice presidente dell’ANCI Baldelli, sindaco di Pergola in provincia di Pesaro Urbino, il quale non ha usato mezzi termini per denunciare quello che per ora appare un grande inganno. Tra l’altro se per piccoli Comuni si intendono quelli fino a cinquemila abitanti, Pergola ne
sarà estromesso contandone poco più di seimila.
A parte questo particolare, la denuncia del Sindaco marchigiano mantiene tutta la sua fondatezza perchè dopo 16 anni di gestazione di questa legge
e nel mezzo di tutti i problemi vissuti da cinquant’anni dai Comuni montani,
di fronte ai gravi fenomeni del dissesto idrogeologico, agli incendi estivi dei boschi e alla tragica urgenza degli Immigrati, ben altro sarebbe dovuto essere il respiro del legislatore.
Lavoro (come diritto e dovere), diritti costituzionali di cittadinanza e doveri correlati dovrebbero essere i parametri da onorare quando si voglia concretamente mettere la persona umana nel giusto diritto di vivere con dignità senza distinzione di sesso, di razza o del luogo in cui si nasce o si vive. Allora una legge che si propone di promuovere un nuovo sviluppo nei
piccoli Comuni non si propone fuori tempo massimo di frenarvi l’esodo già avvenuto, ma di riportarvi la gente dalle alienanti periferie delle grandi città
e del mondo. Non può soltanto enunciare principi morali, ma deve sostenerli con risorse proporzionate e corrispondenti.
In questo caso per l’urgenza delle criticità suddette e per gli scopi declinati nel testo della legge un primo finanziamento dovrebbe essere non meno di un miliardo di euro vale a dire circa 150 milioni per ognuno dei sette anni dal 2017 al 2023. Non si può dire, rischiando il ridicolo, che i cento milioni complessivi enunciati da questa legge per i sette anni prossimi abbiano il carattere di un investimento. È spicciola spesa corrente che non produrrà nulla se non l’ennesima delusione per un’altra occasione perduta dalla ragionevolezza, virtù quasi mai rinvenibile nelle Istituzioni e nei comportamenti del legislatore. Ciononostante sarebbe frustrante non accogliere questa legge come un fatto positivo. L’onorevole Realacci merita apprezzamento per l’impegno profuso e fiducia per quanto si propone di ottenere riguardo alle risorse mancanti.
C’è da augurarsi che anche nell’ Anci prevalga l’impegno a rendere credibile
una legge che così come si presenta oggi non produrrebbe nulla dell’ampio
spettro di obiettivi in essa annunciati. Purtroppo i timori di una ennesima delusione si fondano sul fatto che nella Associazione dei Comuni italiani chi la fa da protagonista sono le grandi città mentre ai piccoli Comuni è riservato il ruolo dei poveri e inascoltati questuanti. Una volta si ipotizzò che i piccoli Comuni uscissero dall’Anci, ma poi è prevalso il principio dell’ hic manebimus optime a tutela dei rappresentanti e a danno perpetuo dei rappresentati. Basti pensare : una politica che determina le proprie scelte solo in base al numero degli abitanti e quindi dei voti e non in ragione delle criticità riscontrate nei luoghi dove vive la gente è visione corta che periodicamente viene sconfessata dagli eventi calamitosi che costano al Paese cento volte di più di quanto comporterebbero i veri investimenti.
Ma come tante altre volte detto, alla politica delle Regioni e a quella nazionale poco importano progetti e pianificazioni di lunga durata capaci di coniugare le urgenze dell’oggi e le fortune delle future generazioni.
Tutto purtroppo è condizionato dalla pronta cassa elettorale, acquasantiera
del politicante e non dalla visione alta degli Statisti di cui l’Italia e l’Europa
avrebbero tanto bisogno.