Istituti in crisi, Bankitalia si difende: Ue bloccò intervento


Per tentare di salvaguardare Carichieti, Cariferrara, Banca Marche e Banca Etruria, Bankitalia ha fatto tutto quello che poteva. Si difende così il capo della Vigilanza, Carmelo Barbagallo, in un’audizione alla Camera spiegando che l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi nel salvataggio delle quattro banche in crisi “non è stato possibile per la preclusione manifestata da uffici della Commissione Europea, da noi non condivisa”.
“L’intervento del Fondo, insieme alle risorse di altre banche – ha sottolineato Barbagallo – avrebbe consentito di porre i presupposti per il superamento delle crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche”, ma “ciò non è stato possibile”. “Data l’impossibilità di ricorrere a questo usuale meccanismo di salvataggio – ha aggiunto – a fronte del rapido degenerare delle situazioni aziendali l’unita’ di risoluzione della Banca d’Italia ha attivato, in tempi assai contenuti, i poteri introdotti dal nuovo quadro normativo europeo in materia di gestione delle crisi”.
Eppure, secondo il segretario generale dell’Ugl Credito, Piero Peretti, “dopo lo scandalo dei mutui subprime, doveva essere data una stretta importante alla spregiudicata attività finanziaria delle banche, il Governo, la Banca d’Italia e, soprattutto, l’Abi devono prima di tutto fare ‘mea culpa’ e individuare i colpevoli di questo disastro, poi mettere mano al portafogli per risarcire i clienti truffati”.
Sul possibile intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi a sostegno dei quattro istituti avviati poi a risoluzione con il Dl banche, il direttore generale Abi, Giovanni Sabatini, ha spiegato che “rispetto non alla specifica modalità individuata, ma al quadro normativo, la nostra interpretazione era che il Fondo sarebbe potuto intervenire e non ravvisavamo estremi di aiuti di Stato”. Da quanto emerso, ha precisato in commissione Finanze alla Camera, “non vi è stata mai per le quattro banche l’avvio di un’istruttoria formalizzata che abbia portato la Commissione Ue a esprimere una specifica valutazione contraria sull’intervento del fondo”. “L’azione dell’Abi – ha aggiunto – è stata quella di aiutare il Fondo a costruire il quadro giuridico e l’interpretazione delle norme europee per consentire l’intervento. La nostra lettura del quadro normativo europeo è che è espressamente prevista la possibilità che i sistemi di garanzia dei depositi svolgano interventi preventivi volti a trovare delle soluzioni per le banche in crisi”.
E’ noto ormai che il Governo ha intenzione di inserire nella Legge di Stabilità un intervento che vada in aiuto soprattutto delle fasce più deboli dei risparmiatori colpiti. Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, non esclude che sia “possibile anticipare l’esame degli emendamenti sulle banche qualora governo e relatori fossero pronti. Nel caso, ovviamente, chiediamo anche al ministro Padoan di venire prima”. Misure, di cui la Commissione Ue è a conoscenza, come ha confermato un portavoce dell’Antitrust europeo.
Per l’Ugl, però, “occorre agire sul fronte della prevenzione intervenendo sulla regolamentazione delle pratiche commerciali delle banche”. Se da un lato, ha spiegato Peretti, “ i bancari devono osservare tutta una serie di stringenti normative fra cui, solo a titolo di esempio, la direttiva MiFID sulla protezione degli investitori e le misure antiriciclaggio, dall’altro sono invece costretti a sottostare ad indicibili pressioni da parte dei manager, che vorrebbero vendere qualsiasi investimento, e spesso ci riescono come nei casi delle banche suddette, indipendentemente da qualsiasi normativa. Aprendo una seria discussione sulla regolamentazione delle pratiche commerciali, eviteremmo che tutto ciò possa accadere di nuovo”.
Intanto questa mattina Roberto Nicastro, presidente delle 4 ‘Good Bank’ ha scritto una lettera ai clienti pubblicata sui quotidiani dei territori in cui operano la Nuova Banca Marche, CariFe, Banca Etruria, CariChieti: ”Il sacrificio più grande è toccato ai possessori degli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le obbligazioni subordinate. Il nostro impegno su tutti i tavoli, territoriali e nazionali, è quello di contribuire a trovare soluzioni compatibili con la rigorosissima normativa europea”.
“Sono stati tutelati i conti correnti, i depositi e le obbligazioni ordinarie delle famiglie e delle imprese – sottolinea Nicastro – e, conseguentemente, anche tantissimi soggetti finanziati, mentre purtroppo, il sacrificio più grande” è toccato appunto a chi ha investito negli strumenti più a rischio.  Ma, afferma il presidente, i clienti devono sapere che “prima di tutto noi ci siamo, e siamo pronti a rinnovare il nostro sostegno con la consueta cordialità e professionalità”.
Sull’argomento è intervenuta l’On. Renata Polverini (FI), Vice Presidente Commissione Lavoro Camera dei Deputati, sottolineando che “Nicastro è partito con il piede sbagliato nel delicato incarico che nottetempo gli è stato conferito dalla Banca d’Italia e dal ministro Padoan e la conferenza stampa di oggi lo dimostra: nessuna notizia sui motivi legali che hanno impedito il pagamento degli stipendi al personale e chiusura totale ai possessori di obbligazioni subordinate che hanno perso tutti i loro risparmi alla faccia dell’articolo 47 della Costituzione”. Per Polverini “è bene comunque che al Presidente Nicastro il Governo e la Banca d’Italia ricordino – prima che sia la Procura della Repubblica a farlo – che, ai sensi dell’articolo 5 del Dlgs 180/2015, è uno dei soggetti “obbligati al segreto” rispetto all’attività che sta svolgendo ed ai contatti che intrattiene in virtù del mandato conferitogli e che le conferenze stampa mal si conciliano con la riservatezza che ci si attende da un banchiere nonostante i tempi e gli esempi che abbiamo sotto gli occhi. Forza Italia sta seguendo con grande attenzione gli sviluppi di questa triste vicenda e farà di tutto per evitare, nonostante Nicastro e Padoan, che a pagare le conseguenze della distrazione o dei ritardi dell’Istituto di via Nazionale nel perseguire i manager delle quattro banche, (Cassa di risparmio di Ferrara Spa, banca Popolare dell’Etruria e del Lazio – Società Cooperativa e Cassa di risparmio della Provincia di Chieti Spa, Banca delle Marche Spa) sostanzialmente fallite, siano i lavoratori o i risparmiatori.”


Dl Banche inserito in Legge di Stabilità


Oggi in Commissione Bilancio alla Camera il Governo ha depositato come emendamento alla Legge di Stabilità il dl banche approvato dal Consiglio dei ministri il 22 novembre.
I subemendamenti dovranno essere presentati entro venerdì mattina, come ha spiegato il presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, per permettere alla Commissione di iniziare a votare contestualmente tutti gli emendamenti alla Legge di Stabilità.
“Il governo – ha sottolineato il viceministro dell’Economia Morando – ha avviato una approfondita verifica circa la possibilità che siano messe in atto misure in grado di ridurre gli effetti negativi del processo di risoluzione sulla componente socialmente più debole degli investitori coinvolti dal salvataggio delle 4 banche in difficoltà”, ovvero Banca Etruria, CariChieti, Cassa di Risparmio di Ferrara e Banca Marche.
“L’azzeramento del valore delle obbligazioni subordinate come tali parte del capitale di rischio – ha detto ancora il vice ministro all’Economia – costituisce un vincolo non eludibile, imposto dalla Direzione Generale competente per approvare gli interventi del fondo di risoluzione. Il Governo è tuttavia consapevole che, almeno ad una parte dei risparmiatori coinvolti, la natura dello strumento obbligazione subordinata poteva non essere perfettamente nota”.
L’inserimento del Decreto Legge ‘Salva Banche’ come emendamento alla Legge di Stabilità è decisamente “dannoso”, ha spiegato Piero Peretti, perché “così facendo si impedirà un reale dibattito di merito e gli opportuni correttivi. Tra questi ultimi, il primo è il danno inferto ai lavoratori che con il provvedimento subiranno tutti gli effetti nefasti del Jobs Act e del contratto a tutele crescenti”.
“Non dimentichiamo, infatti, che il mandato insito nel provvedimento stesso, oltre al risanamento, – ha sottolineato il sindacalista – è la vendita delle banche al miglior offerente, presumibilmente tagliando il costo del lavoro, obiettivo molto più facile con il Jobs Act e senza il ricorso ai tradizionali ammortizzatori sociali del settore”.


A 30 anni si può solo sognare la pensione


Secondo l’Inps i nati dal 1980 in poi dovranno fare i conti con un’esistenza ricca di stenti e sacrifici. Non vedranno la pensione prima dei 75 anni e avranno assegni ridotti di un quarto. Le donne saranno le più penalizzate. Mollicone (Ugl): “Il periodo di assenza per maternità non è ben sostenuto dalla finanza ai fini pensionistici, essendo ‘abbondantemente inferiore’ alla media europea”. L’Ocse: “Intervenite subito”

Inps
Gioventù è sinonimo di povertà. Secondo una simulazione dell’Inps, ma non erano necessarie ulteriori conferme, i trentenni di oggi lavoreranno fino ai 75 anni e prenderanno una pensione inferiore rispetto alle generazioni precedenti. In tanti rischieranno di non prendere proprio l’assegno visto che il sistema contributivo penalizza chi vive con contratti precari.
La pensione di chi è nato nel 1980 – secondo quanto dichiarato dal Presidente dell’Inps, Tito Boeri – sarà del 25 per cento inferiore a quella che percepisce chi è nato nel 1945 e oggi ha 70 anni, tenendo conto anche del fatto che l’assegno sarà percepito per molto meno tempo. Per chi, invece, ha avuto la ‘sfortuna’ di nascere anche donna, oltre ad avere un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, c’è di più: se si decidesse di avere un figlio, una su tre nel 2050, dovrebbe accontentarsi di 750 euro al mese. La generazione dei trentenni, se mai si arriverà ad un cambio di rotta, è destinata a contendersi la partita di una vita tra stenti e sacrifici.
Ovviamente Boeri lo dice perché tutti ne prendano coscienza e facciano qualcosa per modificare il finale. Infatti che il finale sia quello, al momento, non è una profezia: è una certezza. Per fortuna – si legge in un’attenta analisi di Massimo Gramellini su La Stampa – in quarant’anni può ancora cambiare tutto, a cominciare dal concetto stesso di lavoro dipendente. Se nel mondo esistesse una classe dirigente non si dovrebbe occupare d’altro, ma da quando le personalità sono state sostituite dai personaggi e gli statisti dai battutisti, la politica si è appiattita su un eterno presente che coniuga i verbi al futuro solo per illudere e ingannare. Toccherà agli interessati, in questo caso ai trentenni, inventarsi una vita e un’economia diverse. Il tempo è l’unica cosa che non possono togliergli.

DATI OCSE SU PREVIDENZA

Il nostro Paese, secondo l’Ocse, ha la spesa previdenziale più alta dopo la Grecia rispetto al Pil (15,7 per cento nel 2013 a fronte dell’8,4 per cento medio nell’Ocse) e contributi previdenziali sul lavoro dipendente rispetto alla retribuzione al 33 per cento, percentuale top tra i Paesi Ocse. I pensionati attuali – emerge dal Rapporto – hanno tassi di sostituzione netta rispetto al salario medio, vicini all’80 per cento a fronte del 63 per cento medio dei paesi più sviluppati e assegni in media largamente superiori ai contributi. Con la riforma del 2011 – spiega l’Ocse – sono state adottate importanti misure per ridurre la generosità del sistema, in particolare attraverso l’aumento dell’età pensionabile e la sua perequazione tra uomini e donne ma l’invecchiamento della popolazione continuerà ad esercitare pressioni sul finanziamento del sistema. L’Ocse sottolinea che la sentenza della Corte Costituzionale sulla mancata perequazione nel 2012-13 per le pensioni superiori a tre volte il minimo e i rimborsi decisi dal Governo «avranno un impatto sostanziale sulla spesa pubblica». Nel breve periodo vanno cercate risorse per ridurre al minimo l’impatto della sentenza mentre nel lungo periodo bisognerà stimolare la partecipazione dei lavoratori anziani al mercato del lavoro. Se infatti il tasso di occupazione degli over 55 in Italia è aumentato di 15 punti negli ultimi 10 anni è anche vero che questo è ancora di molto inferiore alla media Ocse.
“Il rapporto Ocse conferma la condizione di svantaggio delle donne lavoratrici e madri – commenta Nazzareno Mollicone, dirigente confederale dell’Ugl – il periodo di assenza per maternità non è ben sostenuto dalla finanza ai fini pensionistici, essendo ‘abbondantemente inferiore’ alla media europea. E’ invece contraddittorio – sostiene ancora – che l’Ocse critichi i tassi di contribuzione previdenziale e l’incidenza sulla spesa pubblica perché elevati, invitando poi la classe politica ad ‘assicurare che il sistema pensionistico fornisca redditi da pensione adeguati a tutti i lavoratori’: cosa questa che, evidentemente e al di là della necessaria eliminazione di spese ingiustificate e della migliore organizzazione del sistema, richiederà sempre un forte impegno da parte della finanza pubblica. Dall’analisi Ocse emerge però una certezza: il Governo deve affrontare con urgenza e di concerto con le parti sociali la questione previdenziale – conclude -, poiché i nodi irrisolti sono tanti e destinati ad aumentare senza interventi concreti e condivisi”.


Frena la crescita dell’Italia


La crescita rallenta, tanto che la previsione del Governo di raggiungere nel 2015 un aumento del Pil pari allo 0,9% sembra sempre più lontana.
L’Istat conferma il rallentamento dell’economia italiana, indicando un aumento dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, quando si registrò un +0,3%, e un +0,8% nei confronti del terzo trimestre del 2014, inferiore alle stime.
Il terzo trimestre del 2015 ha avuto quattro giornate lavorative in più del trimestre precedente e una giornata lavorativa in più rispetto al terzo trimestre del 2014. La variazione acquisita per il 2015 è pari a +0,6%. L’obiettivo del governo, fissato nella nota di aggiornamento del Def, è di un Pil a +0,9% nel 2015.
“Noi abbiamo fatto lo 0,7 di crescita, poi visto che le cose andavano un pò meglio abbiamo fissato lo 0,9%. Secondo me- ha spiegato il premier Matteo Renzi, alla presentazione del libro di Vespa – chiudiamo allo 0,8 anche se il Mef sostiene che comunque sarà lo 0,9”.
Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, “i dati odierni dell’Istat relativi al Pil del terzo trimestre evidenziano una crescita dei consumi accanto a un calo di esportazioni e investimenti. A novembre l’indice della fiducia dei consumatori ha toccato il massimo storico. I dati sono stati raccolti prima degli avvenimenti di Parigi”. L’Italia, ha sottolineato il ministro, è “un Paese con enorme potenzialità che spesso non riesce a esprimere”.
Eppure, per il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, è “quanto meno limitativo attribuire una crescita inferiore alle aspettative ai tragici eventi di Parigi e i dati Istat sul Pil lo dimostrano: la legge di Stabilità in via di approvazione è inadeguata, per ciò che in essa manca, ed è anche utopica perché, costruita in deficit, scommette su una crescita impossibile”.
Nel testo, secondo il sindacalista, “mancano risposte da quelle per il Sud fino ad arrivare ad una revisione del sistema previdenziale iniquo e dannoso lasciatoci in eredità dal governo Monti e dalla Fornero, che, come constatano oggi sia l’Istat sia l’Ocse, sta togliendo prospettive occupazionali ai giovani. Il governo Renzi continua in questo modo a non scegliere e a evitare una sana politica industriale, fatta di progetti e di investimenti”.
Oltre alle stime sul Pil, l’Istat diffonde poi quelli sul mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione ad ottobre 2015 si attesta all’11,5%, il minimo da quasi tre anni Su base annua l’occupazione cresce: +75mila persone (+0,3%), anche se, sempre a ottobre si registra un nuovo calo, il secondo consecutivo, degli occupati su base mensile, con una diminuzione di 39 mila unità rispetto a settembre (-0,2%). Il calo, spiega l’Istat, “è determinato dagli indipendenti”, tra cui rientrano i lavoratori autonomi.
Negli ultimi tre anni si è registrata inoltre una crescita degli occupati over 50 pari a +13,9%. Un dato su cui, secondo l’Istat, pesano l’invecchiamento della popolazione e gli interventi che hanno allungato l’età per andare in pensione. Inoltre, sale ad ottobre il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni (39,8%): in aumento di 0,3 punti percentuali su base mensile, ma in calo di 1,2 punti su base trimestrale. La fascia più colpita, rivela l’Istat, è però quella che va da 34 a 49 anni: nell’ultimo triennio si è registrato un calo dell’occupazione del 4,4%, ovvero di 450mila unità.
Per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, la riduzione dell’occupazione “indipendente”, a fronte della crescita di quella dipendente, può essere considerata “un effetto delle scelte compiute per rendere più conveniente il contratto a tempo indeterminato”, che “portano alla riduzione delle false partite Iva e delle collaborazioni a progetto”.
Al di là, però, del facile ottimismo sul tasso medio di disoccupazione ai minimi dal 2012, secondo il segretario confederale dell’Ugl, Fiovo Bitti, c’è un dato allarmante che “riguarda i più giovani e le persone fino ai 49 anni per i quali in Italia non esistono reali prospettive”.
Per il sindacalista “i dati rivelano che la creazione di nuovi posti di lavoro è un fenomeno presente negli ultimi tre anni tra gli over 50 (+900.000 occupati), come oggi conferma anche l’Ocse, mentre non abbiamo segnali simili tra i 15 e 24 anni. La fascia più colpita dalla disoccupazione rimane, però, quella tra i 34 a 49 anni, con un calo di occupati pari a 450mila unità nell’ultimo triennio. Tutto ciò senza dimenticare la crescita degli inattivi, in aumento su base annua dell’1,4%”.
L’introduzione del contratto a tutele crescenti, soltanto nominalmente a tempo indeterminato, secondo Bitti, “non ha assolutamente superato la grande questione della precarietà; anzi, il Jobs Act sta alimentando un lavoro senza tutele e senza qualità, con il demansionamento e i controlli a distanza. In assenza di una sana e seria politica industriale ciò che dobbiamo aspettarci è un esodo all’estero in massa delle nostre migliori speranze”.


Italia divisa in due: al Sud il Pil è la metà rispetto Nord


E’ una storia che sembra ripetersi all’infinito quella di un’Italia divisa in due.
Questa volta è l’Istat a certificare il divario, sempre più drammatico, fra Sud e Nord.
Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2014 il Pil nel Mezzogiorno è inferiore del 43,7%
Rispetto al Nord – Ovest. Un divario ancora più marcato rispetto al 2013 in cui si registrava un 43,2%. Nel Nord-est il Pil procapite si attesta a 31.400 euro nel Centro a 29.400.
Al Mezzogiorno, inoltre, si registra un calo del prodotto interno lordo, pari a -1,1% a fronte di una media nazionale del -0,4%, e una la flessione degli occupati (-0,9%), in aumento nel Centro Nord.  Anche i consumi si riducono solo al Sud, dove perdono lo 0,5%, mentre crescono dello 0,8% al Centro e al Nord Ovest e dello 0,6% nel Nord Est.
Stime queste che per il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, mostrano chiaramente “il fallimento a cui le politiche di rigore dei governi tecnici e le inutili quanto dannose riforme del governo Renzi stanno portando l’Italia, tutte quante ispirate al ‘principio dei tagli’, compensato da sporadici e propagandistici bonus, al posto di una politica industriale di (veri) investimenti”.
Lo scarto in termini di Pil tra Sud e Nord Ovest, aggiunge ancora Capone, “è la rappresentazione plastica dell’abbandono in cui è stato lasciato metà del nostro territorio, al punto da renderlo, suo malgrado, zavorra per l’altra metà d’Italia”.
E mentre l’Italia fa i conti con un divario che ne rallenta la crescita in termini economici, un nuovo allarme arriva anche da Bruxelles: la Commissione europea, infatti, non vede le condizioni per una riduzione certa del debito pubblico. Il nostro Paese, dunque, continuerà a essere sorvegliato speciale.
Secondo quanto sostiene la Commissione europea nella Relazione sul meccanismo di allerta, l’analisi sugli squilibri macroeconomici reali o potenziali pubblicata nell’ambito del processo di sorveglianza macroeconomica dei Paesi, “la situazione economica e finanziaria dell’Italia è motivo di preoccupazione, in quanto il nostro Paese resta più esposto di altri a shock”.
In particolare, per l’esecutivo comunitario “la combinazione di elevato livello di debito pubblico e di una tendenza al calo del potenziale di crescita o competitività, è una fonte di preoccupazione in un certo numero di Paesi”. Nello specifico, “è il caso dei paesi di rilevanza sistemica come l’Italia o la Francia, ma anche di economie più piccole come il Belgio”, tutti Paesi dove “aumenta la probabilità di traiettorie instabili debito-PIL e vulnerabilità agli shock avversi”.
Nel rapporto, si rilevano “sviluppi piuttosto problematici del tasso generale di disoccupazione e degli indicatori sociali”, e si avverte che l’Italia dovrà essere monitorata in quanti “questi sviluppi possono diventare tendenze di lungo periodo”, e dunque problemi strutturali. Preoccupa anche la situazione relativa a quanti non hanno un lavoro e smettono di cercarlo perché “la rapidità di aggiustamento di questo tasso appare insufficiente in Italia”.
Crisi economicaPer l’Ugl servono dunque servono scelte coraggiose che, invece, questo Governo non sta facendo: “il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, – spiega Capone – ha perseverato, come i suoi predecessori, a tagliare diritti, stipendi, tutele e servizi, portando all’impoverimento progressivo di quel ceto medio che è il motore del mercato interno, e ha dimenticato inoltre di guardare al di là del suo giardino, ignorando la crisi dei mercati emergenti, lasciando diminuire l’export e rallentando una crescita comunque flebile, prodotto del vento favorevole che spira da Francoforte”.


Ufo o Ttip? Il progetto di accordo di libero scambio tra Usa e Ue


Ttip ovvero l’oggetto misterioso non identificato di cui in Italia non si parla.  Il Ttip è il progetto di accordo di libero scambio attualmente in discussione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Misterioso resta anche dopo che il 15 ottobre a Bruxelles 105 manifestanti anti-austerity e anti-Ttip sono stati arrestati tra i 600 che hanno preso parte ai cortei e alle azioni per bloccare il vertice Ue dei 28 sull’immigrazione. Dopo che a Berlino il 10 ottobre ben oltre 100.000 persone sono scese in piazza per protestare contro il Ttip, manifestazione convocata da 16 organizzazioni tra cui Greenpeace, Oxfam e la Confederazione dei sindacati tedeschi.

I motivi delle proteste? Il timore che il trattato possa abbassare gli standard di qualità, sicurezza e tutela ambientale, nonché mettere in pericolo i diritti dei lavoratori. Noi in Italia con il Jobs Act già siamo un bel pezzo avanti, in quanto a cancellazione di diritti. Ma, se lo temono i tedeschi e gli spagnoli, perché non dovremmo temerlo anche in Italia? Silenzio. Però ogni tanto se ne scrive, qua e là, nei quotidiani o nei settimanali, chi per convincere i pochi informati che dal Ttip non dobbiamo temere nulla (Foglio, ad esempio; persino il Fatto Quotidiano), più raramente per adombrare qualche dubbio (Italia Oggi).

Oltre che misterioso, il negoziato sul Ttip è di difficile conclusione, come ha ammesso in una recente intervista al quotidiano Avvenire il commissario europeo al Commercio, Cecilia Malmstroem. Forse perché, come una volta si è lasciata incautamente sfuggire la stessa Malmstroem, a volere l’accordo di libero scambio non sono gli europei ma le multinazionali americane. In ogni caso, e nonostante la difficoltà del negoziato, la Ue si è data un obiettivo: siglare l’intesa entro gennaio 2016, data che corrisponde alla fine della presidenza Obama. Insomma, ci siamo.

Allora vediamo che cos’è questo famigerato oggetto misterioso. Sul sito della Commissione europea si trova obiettivamente del materiale, ma se si specifica subito nella prima riga che la Commissione “sta negoziando il Ttip nel modo più trasparente possibile”, vuol dire che “excusatio non petita, accusatio manifesta”.

Infatti l’entità dell’accordo è gigantesca, come si comprende dai 24 articoli suddivisi in 3 sezioni che lo compongono: niente di meno che “Accesso al mercato”, “Cooperazione in campo normativo”, “Norme”. Qui siamo solo all’antipasto, vediamo nel dettaglio i 24 capitoli: Scambi di merci e servizi doganali; Appalti pubblici; Norme di origine; Coerenza normativa; Ostacoli tecnici agli scambi; Sicurezza alimentare e salute degli animali e delle piante; Industrie specifiche; Prodotti cosmetici; Ingegneria; Dispositivi medici; Pesticidi; Tecnologie dell’informazione e della comunicazioni (Tic); Prodotti farmaceutici; Prodotti tessili; Veicoli; Sviluppo sostenibile; Energia e materie prime; Dogane e facilitazione degli scambi; Piccole e medie imprese; Protezione degli investimenti; Concorrenza; Proprietà intellettuale e indicazioni geografiche; Composizione delle controversie tra governi.  Senza scendere nei dettagli e senza collocarsi tra gli inascoltati e inutili catastrofisti, anche un bambino comprenderebbe che in quei capitoli si tocca materiale incandescente.

Qualcuno in Italia (Confagri), tra i pochi che ne parlano e tra questi l’Ugl che gli ha dedicato ampio spazio in una delle tappe del Jobs Act (SudACT 8 – Agroalimentare – versione finale),  ha ipotizzato che l’accordo si potrebbe evitare. Ma il 5 ottobre un altro accordo di libero scambio è stato raggiunto tra Usa e 11 paesi del Pacifico. Anche in questo caso non si tratta di bazzecole: eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie; adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico  associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam); impegno tra i partner a cooperare sul fronte delle valute.

Non sottoscrivere il Ttip signfica correre il rischio di essere economicamente asfaltati, esattamente come sottoscriverlo male. Allora perché in Italia non se ne parla? Perché un presidente del Consiglio così comunicativo non ne fa menzione? Impensabile che Renzi non ne sappia nulla né che il silenzio non sia strategico.

Allora il silenzio può dimostrare almeno la validità di una tesi che l’Ugl sostiene da tempo: l’Italia nell’era renziana non ha una politica industriale, non ha un progetto, non ha una visione di sé, se non quella di “Paese cuscinetto” delle politiche e degli affari altrui, che si concretizza al minimo nel “non disturbare”, al massimo nel “coadiuvare”.

Ecco perché il Ttip è e sarà ancora un oggetto misterioso non identificato.  Un Ufo.