di Mario Bozzi Sentieri

“Nella Storia del comunismo, la seconda metà del 1956 appartiene ai polacchi e agli ungheresi. È in primo luogo l’esperienza di questi due popoli a mettere un po’ in tutta Europa un punto finale alla grande fase mitologica del sovietismo” – ha scritto Francois Furet (in Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX Secolo, Mondadori Editore 1995) originale studioso di un mito che si è rivelato distruttivo e disastroso: non solo per i fallimenti economici creati, ma anche per la miseria morale e umana a cui ha dato vita. Alla Rivolta d’Ungheria, della quale cade quest’anno il settantesimo anniversario, va allora riconosciuto il valore simbolico di una cesura essenziale, di un “discrimine” che fece epoca e che ancora oggi va capito nella sua drammatica essenza, laddove il tempo trascorso, i muri crollati, il disfacimento dell’Urss, il tracollo, dopo il 1989, dei regimi comunisti e lo sfarinarsi dei partiti “fratelli” occidentali non devono fare abbassare la guardia rispetto alle drammatiche giornate ungheresi dell’ottobre-novembre 1956 e la fine – per dirla con Furet – della “grande fase mitologica del sovietismo” e quindi dell’idea comunista che lo informava. Mai come in occasione dei “fatti d’Ungheria” infatti il “discrimine” è chiaro, evidenti le forze in campo ed i rispettivi interessi in gioco. Da una parte il regime comunista al collasso economico, nato contro la maggioranza del popolo ungherese (alle ultime elezioni libere i comunisti avevano ottenuto il 17% dei voti), che si reggeva grazie ad un capillare sistema poliziesco (tra il 1952 ed il 1956, per ragioni politiche vennero processati e condannati 516.000 ungheresi), dall’altro un popolo orgoglioso della propria identità e tutt’altro che disposto all’assimilazione ideologica. Non a caso i primi atti dei rivoltosi di Budapest furono – i simboli contano – la distruzione della statua di Stalin, l’assalto alle sedi del partito, la bandiera ungherese purgata della falce e martello. Rivolta anarchica? Rivolta democratica? Rivolta nazionale? Furono diverse le componenti che contribuirono all’insurrezione popolare. Visto il contesto, quel che è certo è che fu rivolta anticomunista, nella misura in cui il comunismo rappresentava l’anti-nazione, il regime poliziesco, il potere straniero. E tale fu anche in ragione di come venne percepito in occidente, a cominciare dall’Italia. Anche qui le differenze contano e aiutano a cogliere le forze in campo. A sinistra il trauma non fu di poco conto. Giuseppe Di Vittorio, storico segretario generale della Cgil, si schierò, in una prima fase, con i rivoltosi ungheresi, salvo poi essere richiamato all’ordine da Palmiro Togliatti, segretario del Pci. Il mondo della cultura vicino al Partito Comunista manifestò (con il “Manifesto dei 101”) il suo dissenso, illudendosi di potere avviare, in Italia, una discussione all’interno del partito, ma senza risultati. Molti stracciarono la tessera, altri ritrattarono. Nei giorni della rivolta ungherese, “l’Unità”, organo del Pci, parla di “putsch controrivoluzionario”, bolla gli operai insorti come “teppisti” e “spregevoli provocatori”, “fascisti” e “nostalgici del regime horthyiano”, salutando poi l’intervento sovietico, finalizzato a “porre fine all’anarchia ed al terrore bianco”. I vertici del Pci sono ben allineati agli ordini di Mosca. Per Umberto Terracini “L’intervento sovietico non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici italiani”. Anche Giorgio Napolitano condanna come controrivoluzionari gli insorti ungheresi. E’ certo che Togliatti abbia sollecitato l’intervento armato sovietico, come conferma una lettera del leader comunista italiano del 30 ottobre 1956 al Comitato Centrale del Pcus. Alla fine a vincere fu la linea togliattiana: “Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari si sta da una parte o dall’altra delle barricate. Un terzo campo non c’è” (“L’Unità”, 25 ottobre 1956). Sul fronte opposto, quello dell’anticomunismo più radicale, c’è la passione e l’intransigenza della gioventù missina, che manifesta la propria solidarietà a quella ungherese, proclama scioperi ad oltranza nelle scuole, chiede lo scioglimento del Pci. A Milano viene perfino lanciato un appello per trovare giovani volontari disposti a battersi per l’Ungheria, con il risultato che i dirigenti locali si beccano una denuncia per la violazione della norma che “vieta gli arruolamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero”. Mirko Tremaglia, non ancora trentenne, non si lascia però scappare l’occasione e parte con alcuni camerati, su una sgangherata Giardinetta, alla volta di Budapest. In realtà varca appena il confine tra Austria ed Ungheria, riuscendo a favorire la fuga di alcuni giovani patrioti. Al centro, dal 23 ottobre al 4 novembre 1956, l’immagine delle strade di Budapest piene del coraggio e delle illusioni di studenti e operai, una speranza pura, presto travolta dalle truppe sovietiche (200.000 uomini e 4.000 carri armati lanciati contro i patrioti d’Ungheria), che costò al popolo ungherese un prezzo altissimo: quasi 3.000 morti, migliaia di feriti, l’esodo di 250.000 ungheresi in fuga dal loro Paese. La vicenda ungherese conferma come, in quegli anni, l’anticomunismo fosse un discrimine di valore. Ed oggi – anche alla luce delle vicende seguenti – è ben chiaro chi avesse ragione, tra quanti sollecitavano l’intervento sovietico ovvero chi piangeva le vittime della repressione, tra chi stava dalla parte dei carnefici e chi invece chiedeva la libertà per la propria terra. Storia vecchia e nuovissima di chi è sempre pronto ad innalzarsi sul piedistallo della propria superiorità antropologica ed etica, guardandosi bene però dal fare i conti con i propri “padri politici” e quindi con i responsabili, diretti ed indiretti, della repressione del 1956, punto finale – per dirla con Furet – alla grande fase mitologica del sovietismo.