È l’ora della “guerra rivoluzionaria”?
di Mario Bozzi Sentieri

È lunga la scia di sangue lasciata dal cosiddetto “terrorismo fai da te”, con forme e modalità diverse. L’ultimo episodio, avvenuto il 30 settembre, il tentato dirottamento da parte del copilota, dell’aereo FZ1071 della FlyDubai, in volo da Dubai verso Tel Aviv con a bordo 174 passeggeri, per la maggior parte israeliani. Di fronte ad aggressioni del genere non c’è nessuna guerra da dichiarare, tanto il “nemico” appare invisibile, sfuggente, non facilmente identificabile. Così come nessuna guerra può essere genericamente dichiarata ad una religione, dai confini indeterminati e dagli aderenti non identificabili, quale è l’Islam. Siamo evidentemente su di un altro piano. Siamo ad un livello di emergenza non convenzionale, di cui bisogna prendere atto, elaborando le doverose contromisure. Qui entra in gioco quella che negli Anni Cinquanta venne definita “guerra rivoluzionaria”. Ad elaborare tale riflessione strategica furono soprattutto i vertici dell’esercito francese, durante la guerra di Indocina e poi in Algeria, lucidamente identificati come scenari della guerra ideologica, in cui rientravano non solo la risposta strettamente militare, sul campo, ma gli elementi motivazionali, di carattere civile, patriottico, politico, psicologico. Per realizzare questi obiettivi venne pianificata l’azione propagandistica rivolta alla popolazione musulmana algerina. Fu creato un organismo militare di azione psicologica. Venne rafforzata l’azione motivazionale sul morale delle truppe, l’azione informativa rivolta agli ufficiali e ai sottoufficiali sui problemi economici e politici algerini. Mentre quella psicologica aveva un carattere offensivo e consisteva nell’esercitare pressioni di varia natura da esercitarsi in modo sistematico allo scopo di provocare l’adesione degli spiriti a una causa determinata (come mantenere la coesione e il morale delle truppe), l’azione informativa consisteva nella realizzazione di strumenti di varia natura destinati ad influenzare l’opinione, i sentimenti, l’attitudine e il comportamento degli avversari-militari e civili-a favore degli obiettivi del governo francese. Spostiamo avanti di settant’anni le lancette della Storia e troveremo non poche analogie con l’odierna realtà, soprattutto sui fattori di fondo, quelli psicologici, motivazionali, civili, culturali. Al punto che – è notizia di questi giorni – la questione è approdata al Parlamento Ue che ha chiesto salvaguardie contro “l’entrismo islamista” e quindi l’infiltrazione degli attori ispirati dall’Islam politico all’interno dell’Europa. Così è stata infatti approvata – con 381 voti a favore, 167 contrari e 15 astensioni – una risoluzione che invita il Consiglio a valutare se inserire i Fratelli Musulmani o persone a questa collegata nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’esame, precisa la risoluzione, dovrebbe andare oltre le strutture formali e includere organizzazioni di facciata, canali finanziari, reti giovanili e persone con ruoli di guida o coordinamento: se i criteri applicabili sono soddisfatti, l’Eurocamera chiede l’adozione di misure restrittive. Le istituzioni europee dovrebbero inoltre rafforzare le verifiche prima di collaborare con organizzazioni a rischio, tra cui il Forum delle organizzazioni giovanili e studentesche musulmane europee (Femyso) e altre strutture legate ai Fratelli musulmani, secondo gli eurodeputati. Il testo condanna poi le strategie di entrismo islamista che mirano a indebolire i valori europei, le istituzioni democratiche, l’ordine pubblico e la coesione sociale. Il Parlamento europeo ricorda che proteggere i cittadini musulmani dalle discriminazioni è un obbligo democratico, ma avverte di non trattare le reti islamiste organizzate come interlocutori rappresentativi. L’Europa, si legge nella risoluzione, non deve più finanziare, consultare o legittimare reti che usano il suo linguaggio, le sue procedure e i suoi fondi per indebolirne i valori dall’interno. Quello del Parlamento europeo è un passo importante. Ma quanto sufficiente sul piano “motivazionale” del “fronte interno”? Oggi – riconosciamolo – l’Europa è molto debole da questo punto di vista. Ha scarse motivazioni di fondo. È incline al multiculturalismo. È inconsapevole dello scontro in atto. È psicologicamente gracile. Si emoziona, una tantum, di fronte ad ogni avvenimento delittuoso, provocato dall’aggressione integralista, salvo poi dimenticarsene subito dopo. È allora necessaria una nuova consapevolezza culturale. Dove cercarla? Su quali basi? In questo contesto vengono alla mente le parole – pronunciate, si badi bene, ventisei anni fa – dal Cardinale Giacomo Biffi nella lettera pastorale La città di S. Petronio nel terzo millennio (EDB, Bologna 2000). Dopo avere ricordato come il cattolicesimo sia la “religione storica” della nazione italiana oltre che la fonte precipua della sua identità, Biffi denunciava la singolare concezione di una democrazia che faceva coincidere il rispetto delle minoranze con il non rispetto delle maggioranze, con il risultato che “si arriva di fatto all’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana”, realizzando così un’ “intolleranza sostanziale”, per esempio “quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici, cari alla stragrande maggioranza, per la presenza di alcuni alunni di altre religioni”. Significative le conclusioni della lettera pastorale di Biffi, il quale di fronte al quesito sui destini dell’Europa, rispondeva senza mezzi termini: “Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente’, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità”. Le parole di Biffi confermano che più che di dichiarazioni belliciste c’è bisogno di una nuova consapevolezza civile ed ideale, intorno a cui costruire una reale linea di difesa, che parta dall’opinione pubblica, dal sentire collettivo, da chiare scelte motivazionali. Per fare questo occorrono però chiari orientamenti culturali ed una conseguente strategia informativa e formativa. In caso contrario a nulla serviranno le azioni militari, i controlli di polizia, l’innalzamento dei livelli di controllo. Utili deterrenti, ma, nella sostanza, né più né meno che palliativi viste le dimensioni e la “qualità” dello scontro in atto. Non rendersene conto significa, alla lunga, essere destinati alla sconfitta.