al populismo “fascista” di Scurati
di Mario Bozzi Sentieri

Che cosa c’entrano i pugnali degli arditi della prima guerra mondiale, il linguaggio diretto, breve e sintatticamente elementare di Mussolini e l’antiparlamentarismo d’inizio ‘900 con l’arrivo al governo di Giorgia Meloni? Che cosa possono mai avere in comune la vittoria elettorale del centrodestra, conquistata, a colpi di voti, nel settembre 2022, con la Marcia su Roma? E l’aula “sorda e grigia”, minacciosamente prefigurata come “bivacco di manipoli”, quali rapporti può avere con la normale vita democratica dell’Italia d’oggi? Quasi nulla, visto il mutare dei contesti e la differenza dei protagonisti in campo rispetto a quelli di cento e più anni fa. Malgrado questo, è oggi urgente – parole di Antonio Scurati (autore di Fascismo e populismo. Mussolini oggi, edito da Bompiani) – fare i conti con lo “smottamento del sentimento democratico dei nostri padri e delle nostre madri”, segno (a causa?) di un populismo che deriva non dal Mussolini fondatore del fascismo ma dal Mussolini che per primo intuisce i meccanismi della seduzione politica della società di massa. E lo fa con tale cinismo e tale spregiudicatezza da entrare nell’animo degli italiani, riemergendo oggi, dopo decenni di scorrimento carsico. Al punto che – dice Scurati – si può parlare di una discendenza tra i movimenti contemporanei a matrice populista e lo stesso Mussolini … populista. In definitiva: un cattivo maestro che continua a permeare il nostro immaginario collettivo, fa Scuola, condizionando ancora la nostra psicologia collettiva. L’analisi di Scurati – in quest’ottica – ha ben poco di storico. E’ politica nella misura in cui guarda agli italiani di oggi, evidenziando i “rischi” di una persistenza (fascista) e di inclinazioni (mussoliniane), in un mix – parole dell’autore di Fascismo e populismo – di precetti, di procedimenti e di tecniche politiche “che cento anni fa consentirono al duce del fascismo, unite alla violenza squadrista, di sedurre l’Italia dopo averla stuprata e, persino, mentre la stuprava”. Muore la speranza – dice Scurati – e resta solo la paura, su cui costruire il consenso, ovviamente populista. A ben guardare si tratta di una visione oggettivamente semplificatoria, la quale utilizza la Storia come un grimaldello politico, facendone un uso ideologico (attraverso il solito tormentone rivolto a destra: sciogliere i nodi che la legano al passato, evitando il rischio di restare culturalmente succube dell’ “oscuro passato fascista e neofascista”). Quanto questo serva, serva agli italiani, per comprendere il proprio passato e costruire l’avvenire, ci sfugge. Il rischio – al contrario – è che la narrazione storica si trasformi in un cappio, con il quale strozzare la libertà ed il diritto di esprimere analisi ed opinioni non conformi al solito, stanco, ripetitivo “politicamente corretto” di una Storia sempre incombente. Siamo al “magistra vitae”? Ma quando mai… Dopo secoli di guerre, di ammazzamenti collettivi, di violenze, pensare alla Storia come un insegnamento collettivo non regge. Meglio piuttosto vedere la Storia come una sfida. Per capire le vicende del passato più che per giudicarle. Per collocarle rispetto al continuum degli eventi, piuttosto che fissare dei discrimini, qual è la ricorrente e “passatista” distinzione fascismo ed antifascismo. Meglio cercare altrove. Rompendo barriere ed avendo rispetto per le giovani generazioni, a cui non possono essere addebitate le responsabilità dei nonni e dei bisnonni, né è giusto chiedere di “schierarsi” rispetto ad eventi ed orientamenti vecchi di cent’anni. Al di là degli auspici, che fare? Ci aiuta, in questo ambito, l’anticonformista presa di posizione dello scrittore Giuseppe Berto, il quale, giusto cinquant’anni fa (nel pieno del decennio “di piombo”) in occasione del primo congresso internazionale per la difesa della cultura, tenutosi a Torino, dal 12 al 14 gennaio del 1973, dichiarava: “ Io non sono fascista, ma non sono nemmeno antifascista. Sono venuto qui appunto per difendere il mio diritto di non esser perseguitato come fascista soltanto perché non voglio dichiararmi antifascista. Dico di non essere né fascista né antifascista. Allora, cosa sono? Da anni ormai io amo definirmi afascista, fascista con un’alfa privativa davanti. Lo faccio non per lo snobismo d’introdurre una parola nuova, ma perché questa parola, afascista, secondo me esprime qualcosa di nuovo, e cioè un’avversione al fascismo così intima e completa da non poter tollerare l’antifascismo, il quale, almeno così come viene praticato dagli intellettuali italiani, è terribilmente vicino al fascismo. Il fascismo, dicono, è autoritarismo violento, coercitivo, retorico, stupido. D’accordo: il fascismo è violento, coercitivo, retorico, stupido. Però, come lo vedo io, l’antifascismo è del pari, se non di più, violento, coercitivo, retorico, stupido”. Una mera “provocazione”? Al contrario, una lezione di stile ancora oggi di grande attualità, anche in ragione di un riferimento ad un sistema di potere culturale, ben abbarbicato intorno ad alcuni principi invalicabili, al quale anche Scurati appartiene: “Esistono, in Italia – puntualizzava Berto – molti gruppi di potere intellettuale. Il più solido, preparato e importante, è quello che grosso modo si può definire radicale. Ma ce ne sono parecchi altri, per lo più alimentati dai partiti o dalle diverse correnti dei partiti. Se si escludono gli sparuti gruppi liberali o della destra nazionale, tutti gli altri sono collegati in nome di principi invalicabili: sono democratici, antifascisti e nati dalla Resistenza”. Oggi, come cinquant’anni fa, la sfida sembra essere sempre la stessa: liberare finalmente la Storia dalle strumentalizzazioni politiche, per riconsegnare agli italiani il senso di vicende complesse. In ragione del superamento non tanto delle singole appartenenze storiche quanto della difficoltà preconcetta a comprenderle, analizzarle, collocarle all’interno delle più ampie vicende nazionali. Prima e dopo il Ventennio. A costo di dichiararsi – come fece Berto – afascisti.