2 giugno, appello di Mattarella alla legalità e alla coesione sociale

di Claudia Tarantino

Dalla coesione sociale e istituzionale alla sicurezza dei cittadini, con un passaggio sulla lotta al terrorismo e sul contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione e al malaffare. Dalla difesa dei diritti delle donne, dei minori e delle persone svantaggiate alla difficile gestione dell’emergenza sismica. Una dura condanna contro le “intollerabili piaghe del femminicidio, della violenza di genere, del bullismo”, fino ad arrivare al soccorso e all’accoglienza dei migranti.
Sono questi i principali temi affrontati dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio ai Prefetti italiani in vista delle celebrazioni della Festa del 2 Giugno.
Un appello, quello del Capo dello Stato, rivolto a chi “è fortemente impegnato a garantire la coesione sociale e istituzionale e la sicurezza dei cittadini”. Spetta ai Prefetti, infatti, tutelare “il buon andamento delle amministrazioni locali, preservandole da ingerenze criminali”, garantendo così “la dialettica democratica rispetto a possibili tentativi di intimidazione o condizionamento”.
Un aspetto molto importante, quello del contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione e al malaffare, per il quale i Prefetti hanno a disposizione strumenti di prevenzione amministrativa tra i più avanzati, ma che – per Mattarella – richiede anche “un convinto coinvolgimento etico e culturale, in grado di contrastare elusione di regole e logiche di appartenenza”. Per il Capo dello Stato, in particolare, “le azioni a difesa della legalità nelle attività economiche varranno anche a rafforzare la volontà di quegli imprenditori che, non rinunciando al loro futuro in Italia, contribuiscono alla ripresa economica e occupazionale del Paese”.
Il Presidente pone poi l’accento sulla necessità di riaffermare “i principi di uguaglianza e pari opportunità contro ogni discriminazione e per la difesa dei diritti delle donne, dei minori e delle persone svantaggiate”. Definisce, infatti, “intollerabili piaghe” il femminicidio, la violenza di genere e il bullismo, fenomeni che possono essere contrastati “non soltanto attraverso l’impiego degli strumenti di prevenzione previsti per legge, ma anche con iniziative di educazione e sensibilizzazione per le quali è utile il coordinamento fra istituzioni e amministrazioni diverse”.
Un doveroso riferimento alla “difficile gestione dell’emergenza sismica” che per Mattarella “ha evidenziato la necessità che la collaborazione fra i livelli di governo sia sempre operosa e solidale”, con l’auspicio che lo stesso spirito accompagni “le azioni volte alla ricostruzione di quelle aree: priorità nazionale che non può conoscere arretramenti”.
Infine, ma non meno importante, il tema del soccorso e dell’accoglienza dei migranti, con l’appello ai Prefetti affinché nei complessi e indispensabili processi di integrazione si prodighino “nel favorire il dialogo con le comunità locali e, nell’ascolto reciproco, promuovere le condizioni di una convivenza serena e rispettosa della legalità e della dignità umana”.

‘SuperMusei’ un’altra riforma del governo Renzi fa 5 buchi nell’acqua

La notizia ha quasi dell’incredibile: il Tar del Lazio ha bocciato la nomina di 5 dei 20 direttori dei super-musei. Immediata la reazione del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, che su Twitter ha scritto: “Il mondo ha visto cambiare in 2 anni i musei italiani e ora il Tar del Lazio annulla le nomine di 5 direttori. Non ho parole, ed è meglio…”.  Franceschini non avendo parole decide nell’immediato di passare subito ai fatti: “Faremo subito appello al Consiglio di Stato”, “Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”. Purtroppo l’Italia di figure ne fa parecchie.

Ma cosa è successo?
Il Tar ha bocciato con due distinte sentenze la nomina dei direttori dei super-musei italiani. I ricorsi erano stati proposti da Giovanna Paolozzi Maiorca Strozzi e Francesco Sirano, entrambi concorrenti alla procedura, con riferimento alle nomine del direttori del Palazzo Ducale di Mantova, della Galleria Estense di Modena, dei Musei Archeologici Nazionali di Napoli, Reggio Calabria e Taranto, nonché del Parco Archeologico di Paestum. Ecco le motivazioni: il bando “non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani”; lo scarto dei punteggi tra i candidati meritava “una più puntuale e più incisiva manifestazione di giudizio da parte della Commissione” valutatrice; infine la scelta di svolgere le prove orali a porte chiuse non ha assicurato i “principi di trasparenza e parità di trattamento dei candidati”.  Salvi invece i ruoli dirigenziali di Eike Schmidt alla direzione della Galleria degli Uffizi di Firenze e di Cecile Holberg a quella della Galleria dell’Accademia di Firenze: il ricorso che li riguardava infatti è stato dichiarato inammissibile perché la ricorrente non ha potuto dimostrare “l’illegittimità della estromissione dalla ‘decina’ dei candidati idonei a concorrere”.
La polemica continua nel corso della giornata e il ministro per i Beni culturali finalmente qualche considerazione in più riesce a farsela scappare: “Trovo strano che la sentenza parli di stranieri quando in realtà i direttori europei e ciò contrasta con la Corte di Giustizia Europea e il Consiglio di Stato: io sono avvocato e uomo politico con esperienza, so che le sentenze non vanno commentate ma contrastate nelle sedi proprie”. Si è detto inoltre stupefatto in merito al fatto che il Tar “abbia definito questa procedura magmatica: la selezione internazionale è stata svolta da una commissione imparziale”.

La riforma
Una cosa è certa: un’altra riforma del governo Renzi fa un buco nell’acqua. Riforma che nel 2015 Franceschini annunciò come una vera e propria rivoluzione: il 18 agosto 2015 furono proclamati i nomi dei direttori scelti per i musei al top del patrimonio pubblico italiano – ai quali poi se ne sono aggiunti altri 12 – e la lista dei magnifici 20, con ben 7 stranieri. Il caso più clamoroso è stato quello degli Uffizi, dove lo storico direttore Antonio Natali ha ceduto il passo a un esperto di Friburgo Eike Schmidt, seguito da Capodimonte, dove è stato insediato il francese Sylvain Bellenger, e  la Pinacoteca di Brera, dove è arrivato l’inglese James Bradburne.
Rivoluzionario di sicuro è il fatto è che ai 7 professionisti cooptati dall’estero sono stati affidati musei tra i più importanti in assoluto (dagli Uffizi a Brera, da Capodimonte alla Galleria Nazionale di Urbino).

Le polemiche
Una scelta voluta nonché annunciata anche dall’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Il quale oggi non ha evitato di gettare benzina sul fuoco, scrivendo su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei, abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar”. E così il doppio filone di polemica sui Tar, a difesa dei quali non ha tardato ad arrivare una spiegazione dell’Associazione nazionale dei magistrati amministrativi (Anma), attraverso il suo presidente Fabio Mattei: “Le istituzioni rispettino i magistrati, chiamati semplicemente ad applicare le leggi, spesso poco chiare se non incomprensibili. La nomina di dirigenti pubblici stranieri (chiamati a esercitare poteri) è vietata nel nostro ordinamento. Se si vogliono aprire la porte all’Europa – e noi siamo d’accordo – bisogna cambiare le norme, non i Tar”.

Il Tar del Lazio
Il Tar del Lazio

In memoria di Falcone e Borsellino

di Claudia Tarantino

Palermo, come il resto d’Italia, oggi celebra il 25esimo anniversario della strage di Capaci in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ma il pensiero va anche al 19 luglio ’92, alla strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Al Porto è arrivata la ‘nave della Legalità’, con a bordo oltre mille studenti provenienti da tutta Italia. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone, un convegno con il capo dello Stato, il presidente del Senato, i ministri dell’Istruzione e dell’Interno. A piazza Magione, i ‘Villaggi della Legalità’. Nel pomeriggio, due cortei con destinazione l’Albero Falcone, davanti la casa del magistrato, in via Notarbartolo.
Tante, come ogni anno, le manifestazioni in programma, non solo nel capoluogo siciliano, per ricordare chi ha creduto nello Stato, nella giustizia, nell’onestà ed è diventato simbolo di un riscatto che però, ad oggi, non è ancora del tutto compiuto. Come ricorda Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, a margine delle commemorazioni nell’aula bunker a Palermo: “I nostri magistrati, – ha detto – appoggiati dalla società civile, hanno dato grandi colpi alla mafia, ma non abbiamo detto che abbiamo vinto. E questi colpi di coda, come quello di ieri (l’omicidio del boss Giuseppe Dainotti, ndr) ci dimostra che ancora continua ad esserci una forza della mafia”.
La mafia, infatti, in qualunque forma si presenti e attraverso qualsiasi attività illegale si declini, è sempre pronta a riemergere, approfittando delle difficoltà in cui si dibatte la società, acuite dalla crisi.
“A qualcuno ha fatto paura la nomina di Falcone a procuratore nazionale antimafia” dice Giuseppe Costanza, autista di Giovanni Falcone e sopravvissuto alla strage di Capaci, parlando agli studenti a bordo della Nave della legalità. “Sono trascorsi 25 anni” da quel 23 maggio 1992. Allora “avevo 45 anni, oggi ne ho 70. Prima che i miei occhi si chiudano, spero di sapere altre verità” su quanto accaduto quel giorno “e di guardare in faccia chi ha fatto questo: non merita niente”.
La morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino rappresenta una ferita non solo per la Sicilia, ma per tutta l’Italia.
“Quando ero davanti alle bare dei miei amici ho giurato che il loro sacrificio non sarebbe stato vano, mai”. E’ la testimonianza del presidente del Senato, Pietro Grasso, che ricorda come il lavoro di Falcone sia oggi visibile negli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata “che immaginasti e che ci hanno consentito di ottenere grandi successi”; negli uomini e nelle donne dello Stato “che continuano a cercare la verità e a non arrendersi alle ingiustizie”; negli occhi e nell’entusiasmo delle ragazze e dei ragazzi “che, festanti, scendono in piazza in tuo onore e rinnovano il loro impegno per la legalità”.
Ma, per cambiare una società ci vuole tempo. Ecco perché occorre diffondere una cultura della legalità in tutti gli ambienti, in politica, nella pubblica amministrazione, dovunque, non solo a scuola.

Il grande inganno

di Giovanni Magliaro

Ci hanno ingannato tutti, chi più chi meno, per oltre venti anni. Ci hanno promesso l’età dell’oro e dello sviluppo, della crescita e della conoscenza, del benessere per tutti e dei benefici strabilianti che sarebbero caduti come una manna dal cielo sull’umanità.
Da tempo abbiamo avuto un amaro risveglio, tanto più amaro per chi si era illuso di più. Abbiamo capito che la favola della globalizzazione, del libero mercato universale che da solo avrebbe costruito un mondo migliore (raccontataci in tutte le salse possibili dai pulpiti della grande informazione internazionale, da “quelli che sanno e che contano”) , ha lasciato il posto ad una realtà più triste di qualsiasi immaginazione. I sogni sono andati in pezzi, la democrazia e la politica sono state svuotate, milioni di vite sono state travolte, la povertà mondiale è aumentata, le diseguaglianze tra le classi sociali sono diventate senza precedenti nella storia dell’uomo, i livelli di disoccupazione specie giovanile sono allarmanti, il nostro futuro è nelle mani della grande finanza e degli algoritmi di cui si serve. Non è casuale che di questo caos voluto planetario entrino a far parte il terrorismo e le immense migrazioni che stanno scuotendo il nostro continente.
E’ di qualche consolazione constatare che eravamo tra quelli che credevano meno a queste promesse provenienti da quel neoliberismo che conoscevamo bene storicamente e che avevamo sempre combattuto?Misera consolazione perché tra queste macerie che ci circondano non possiamo certo appagarci nel dire “l’avevamo detto”.
Diventa interessante leggere adesso libri di denuncia e di critica feroce, magari di autori che sono esponenti della grande finanza e che quindi possono raccontare bene cosa succede in quegli ambienti così “riservati”. E’ il caso del recente libro Tutto è in frantumi e danza, di Guido Brera e di Edoardo Nesi, edizioni La nave di Teseo. Il primo è uno dei più importanti (e ricchi) manager della finanza, gestisce patrimoni per conto di grandi investitori e agisce sui mercati azionari di tutto il mondo. Il secondo è un ex imprenditore travolto dalla caduta dell’industria tessile di Prato a causa dell’arrivo della concorrenza sleale cinese portata in Italia dalla globalizzazione.
Fa riflettere il rimpianto degli autori per cosa si è perduto. “Quando eri certo che il futuro sarebbe stato migliore del presente. Quando sapevi che i tuoi figli avrebbero trovato lavoro a un chilometro da casa. Quando potevi sognare senza sembrare un illuso. Quando dovevi sforzarti per accorgerti della disoccupazione. Quando il terrorismo sembrava un relitto del passato. Stavamo per andare a vivere in un mondo unico, in cui le piccole aziende non chiudevano, le banche non fallivano, centinaia di migliaia di persone non perdevano il lavoro e non si moriva affogati pur di venire in Italia.”
Di questo libro, comunque molto interessante proprio perché è come  aprire la scatola nera di una macchina (quella della finanza),  vanno sottolineati alcuni punti.
Brera da gestore dei soldi altrui ha scommesso sui mercati azionari e non si è chiesto ovviamente se fosse giusto o no puntare contro un’azienda. Ma quando c’è stata la crisi della Grecia si è trovato ad investire contro uno Stato. Poteva perdere i soldi dei suoi clienti e quindi era obbligato a vendere i Bond greci perché rischiavano di fallire. Quello, dice Brera, è stato il passaggio storico in cui la finanza è diventata soggetto politico. Non era Papandreu a governare la Grecia ma lui e quelli come lui. Vendevano i titoli greci e la Grecia era costretta a fare le riforme e mettere in ginocchio i suoi cittadini per non fallire. Ma uno Stato non dovrebbe poter fallire perché gli Stati in difficoltà stampano moneta come ha fatto l’America dopo Lehman Brothers scongiurando la crisi. La follia dell’Europa è che è composta di Stati che, se serve, non possono stampare moneta.
Altro punto da sottolineare. L’evento più dirompente che ha mandato in crisi la nostra economia. Per entrambi gli autori è l’ingresso della Cina nella World Trade Organization nel 2001. E’ stato un ingresso senza contropartite, un errore colossale storico di tutti : economisti, politici, giornalisti. Nelle aziende i costi più importanti sono quello fiscale e quello del personale (noi aggiungeremmo quelli per la tutela ambientale e della macchina burocratica). La Cina, affermano gli autori, è come un’azienda a cui è stato consentito di abbattere drammaticamente questi due costi. In altri termini si è consentita una gravissima disparità che si è tradotta in una concorrenza sleale di cui siamo vittime. Ci sono stati anche altri eventi che vanno ricordati. L’abolizione da parte di Bill Clinton del Glass SteagallAct che dopo la crisi del 1929 distingueva le banche commerciali da quelle d’investimento e non consentiva le operazioni finanziarie spericolate che hanno prodotto le crisi bancarie che conosciamo (come, tra l’altro, la bolla immobiliare americana e il crac di Lehman Brothers del 2008).
L’economista Federico Caffè aveva teorizzato “lo scambio politico”, il patto che deve esistere tra le classi più deboli e i ceti dominanti per garantire a ciascuno un futuro migliore o, nel peggiore dei casi, il mantenimento delle condizioni presenti. Oggi questo patto è saltato. Oggi siamo allo “scambio masochista”.
“Potremo dire di essere usciti dalla crisi – sostiene Brera – quando i vincitori capiranno che il mondo è un sistema unico in cui devono condividere i proventi con i vinti”.
Questa conclusione appare un po’ utopistica, quasi quanto l’utopia dellaglobalizzazione miracolosa. L’egoismo e l’avidità della grande finanza internazionale, il cui obiettivo è solo quello di accrescere senza fine la propria ricchezza e il proprio potere passando sopra a tutto e sopra a tutti senza alcuno scrupolo, sembrano poco conciliabili con l’idea di “condivisione”. Più realisticamente c’è da augurarsi che le tremende contraddizioni che scuotono sempre di più questo sistema finanzcapitalistico alla fine lo facciano crollare dall’interno e che sulle sue macerie si possa ricostruire un futuro più giusto e più umano.

 

 

Il vecchio socialismo è morto? Ben venga una nuova idea sociale

di Mario Bozzi Sentieri

In Francia (e non solo ) il vecchio Socialismo è morto. Ad ucciderlo non sono state solo le pessime esperienze di governo, quanto soprattutto l’ambiguità dei suoi leader, esempi viventi dello svuotamento delle appartenenze ideologiche,nell’innaturale commistione tra individualismo borghese e aspettative frustrate di cambiamento sociale.
Oggi, nell’immaginario socialista ad avanzare non è più il Quarto Stato, il fronte del lavoro forgiato dai sacrifici, ma il mondo arcobaleno della società gaudente, pacifista (e quindi tutt’altro che disposta ad affrontare la lotta sociale), abortista (e perciò non proletaria), antiproibizionista (e dunque votata alla fuga dal reale), transgender (ed allora condannata ad essere senza identità).
In questo socialismo non c’è più spazio per l’Avvenire da conquistare, per i miti dello sciopero generale di soreliana memoria, per la “funzione civilizzatrice” del mondo del lavoro teorizzata da Karl Marx.
Ad avanzare è ancora la Rivoluzione dell’89, quella coerentemente individualista, formalisticamente avvinghiata ai diritti dell’Uomo, dove – per dirla con Isaac René Guy Le Chapelier, l’uomo che abolisce il vecchio ordine sociale – “a nessuno è permesso di ispirare agli altri cittadini un interesse intermediario, di separarli dalla cosa pubblica con uno spirito di corporazione”. Ecco la parola chiave oggi ritornata al centro della vulgata liberal-socialista: “disintermediare”, rompere cioè i vecchi vincoli, le appartenenze tradizionali, i legami sociali, nel segno del neoindividualismo, sradicato e sradicante. Senza Patria, né Classe. Né un Dio in cui credere. Né un’etica a cui conformarsi.
Tutto perduto dunque ? Tutto destinato alla più grigia omologazione ? Al contrario: mentre si sfarinano le vecchie appartenenze una nuova domanda di socialità sembra emergere.
Niente a che fare con il vecchio determinismo di classe, con le utopie internazionaliste, con le visioni materialistiche, assiomi di fondo che, nel corso dei secoli, hanno portato – come si è visto – alla sostanziale assimilazione tra socialismo e liberal-capitalismo.
Avanza un nuovo anelito sociale, ancora frammentato e confuso, che parla, malgrado tutto, il linguaggio della solidarietà, sperimenta l’auto organizzazione, traduce in forme associative la domanda partecipativa. Ha base etiche, ma è tutt’altro che astratto. Rivaluta l’identità nazionale, riconoscendo nei territori e nelle comunità di produzione un valore irrinunciabile. Rifiuta l’anonimo potere finanziario, ma non disdegna il confronto con la “controparte”, rappresentata da un capitalismo reale, produttivista, sfidante. Non è un’ideologia codificata, quanto piuttosto una serie di quesiti che attendono risposte sul valore del lavoro, sul recupero delle identità familiari, professionali, territoriali e nazionali, sul senso della democrazia, sugli spazi di una nuova giustizia sociale.
Oggi, semplificando, si tende a rinchiudere questo nuovo anelito nel girone del “populismo”. In realtà è il sintomo di una domanda generale di nuove sintesi e di nuovi linguaggi, in grado di superare le vecchie appartenenze novecentesche, riorganizzandole sulla base degli interessi superiori delle collettività, laddove il Socialismo ha fallito ed il neoliberalismo sta creando solo macerie. Il vero problema, preso atto della crisi in atto, è trovare un’Idea capace di coagulare tante aspettative, riuscendo a declinare la forza di un progetto con le speranze della gente.
Impresa non facile. Qui più che di filosofi o di politici c’è bisogno di Poeti.

La competitività del sistema Italia

di Giovanni Magliaro – Responsabile Ufficio Legale Ugl

Estratto dal documento politico approvato dal Congresso Confederale del 2006

L’Italia sta attraversando una profonda crisi economica e produttiva ed una perdita di competitività le cui dimensioni fanno ritenere trattarsi di un problema di natura strutturale.
Le spiegazioni di questo preoccupante fenomeno sono molteplici e complesse. Va detto subito che oggi stiamo scontando le conseguenze di scelte di politica economica e industriale che risalgono agli anni ottanta e novanta, caratterizzati da un intreccio perverso tra politica, affari e finanza. E’ infatti databile in quel periodo lo smantellamento di quella grande industria, privata e pubblica, che ci aveva portato ad essere la quinta potenza mondiale.
Nella classifiche internazionali sulle prime 500 società nel mondo ne troviamo usualmente due o tre italiane, spesso di natura pubblica, e nemmeno ai primi posti. Non c’è nessuna azienda che rappresenti la chimica, eppure negli anni sessanta eravamo ai primi posti nel mondo. A metà degli anni ottanta la Olivetti si contendeva il primato nella produzione dei PC : ora è scomparsa e tra i computer che usiamo nessuno è italiano. Non figura nemmeno un’azienda farmaceutica, nessuna nell’elettronica di consumo, nessuna nell’aeronautica civile, settori dove eravamo competitivi ai massimi livelli. In Italia sono in funzione oltre cinquanta milioni di telefoni cellulari ma i produttori non sono italiani. Abbiamo nelle nostre case e nelle nostre auto decine di milioni di televisori, radio portatili, lettori di CD, di DVD, registratori video e suono, impianti di alta fedeltà, autoradio. Tra le marche che leggiamo quelle italiane sono pressoché inesistenti.
Insomma in quel ventennio si è distrutto il sistema delle grandi imprese in settori vitali, come l’informatica, la chimica, la farmaceutica, l’elettronica, l’aerospaziale, l’high tech. E’ sopravvissuta solo l’auto, anzi solo la Fiat, che peraltro sta ancora cercando di uscire da una pesante crisi.
A ciò è da aggiungere che si è anche persa l’occasione di utilizzare i processi di liberalizzazioni e privatizzazioni degli anni ’90 allo scopo di costituire un nucleo di grandi imprese private. Con tali operazioni si è in sostanza distribuita una posizione di rendita a favore di alcune grandi imprese (trasporti e comunicazioni) oppure a favore di imprese rimaste in ambito pubblico (servizi di pubblica utilità).
Dopo questa fase di smantellamento è rimasto un tessuto produttivo costituito soprattutto da piccole aziende insieme a pochissime grandi e medie. E anche quelle grandi, come le multinazionali, in Italia hanno la metà di fatturato e di occupati di quelle francesi e un quarto di quelle tedesche. Da noi ci sono quattro milioni di aziende con una media di dipendenti inferiore a cinque. Negli anni scorsi questo fu definito come una specie di secondo miracolo economico italiano e dove si teorizzò la tesi del “piccolo è bello”. Era il fenomeno dei distretti industriali, in primo luogo nel Nord-Est, dove la creatività italiana e l’abilità quasi artigianale degli operatori sono riuscite a creare un boom di produzioni e di esportazioni, ad avere in certe nicchie produttive una sorta di monopolio mondiale.
Questo periodo però era anche quello delle svalutazioni della lira che agevolavano le esportazioni di prodotti a un prezzo di mercato più basso. Con l’entrata in vigore dell’euro e con la fine delle svalutazioni monetarie pilotate questa situazione di privilegio è finita. Come sono finiti a causa dei vincoli europei i sussidi di varia natura che lo Stato elargiva alle imprese. Subito dopo vi è stata l’esplosione della Cina che ha invaso il mondo con prodotti a basso costo e che ha reso difficile e spesso impossibile una politica competitiva basata solo sui prezzi.
Proprio la costituzione dell’unione monetaria europea unita al radicale processo di innovazione che ha caratterizzato dagli anni ottanta l’economia degli Stati Uniti ha determinato un profondo cambiamento dell’ambiente economico e dell’andamento dei mercati internazionali ai quali il nostro sistema produttivo non ha saputo reagire adeguatamente.
Sembra chiaro che in particolare dal nanismo delle imprese italiane, cioè dall’assenza di un numero apprezzabile di grandi imprese che operino in settori tecnologicamente avanzati, bisogna partire per spiegare l’attuale fase di crisi. Il modello basato sulle piccole e medie imprese funzionava in passato quando i mercati erano vicini e quando la nostra specializzazione produttiva era in sostanza complementare con i nostri partners del mercato europeo. Ora queste condizioni sono venute meno. A ciò è da aggiungere che le imprese italiane perdono quote di mercato anche perché operano in settori maturi e sono forti su mercati europei (vedi Germania) che in questi ultimi anni hanno avuto una domanda stagnante.
E’ ormai evidente che la competitività deve avvenire con i Paesi sviluppati (Stati Uniti, Europa e Giappone) e non con quelli in fase di sviluppo (Cina, India, altri Paesi asiatici). Deve infatti basarsi non sui prezzi ma sulla qualità e la tecnologia dei prodotti. Sarebbe certamente perdente una battaglia commerciale a colpi di prezzi bassi e con prodotti di largo consumo tradizionali nei confronti di Paesi dove il reddito medio pro capite è venti-trenta volte inferiore al nostro, dove tutto il contesto (dagli oneri sociali, alle condizioni di lavoro, alle tutele ambientali) è a enormi distanze da noi. Ma la competizione sulla qualità e sulla tecnologia è molto difficile se il nostro sistema produttivo si basa solo sulle piccole aziende. Infatti la qualità dei prodotti richiede grandi investimenti per la innovazione tecnologica, in ricerca e sviluppo, che non sono alla loro portata. La tecnologia dell’informazione e della comunicazione per sua natura si presta ad essere utilizzata in termini di accresciuta efficienza e di incremento di produttività quanto più grande e complessa è l’organizzazione che la adotta e che è capace di conformarsi ad essa.
La strada principale per uscire da questa situazione di stallo e per recuperare le posizioni nel confronto globale che potenzialmente sono alla nostra portata è quella di far crescere le nostre imprese, facendo diventare medie quelle piccole e grandi quelle medie. Laddove questa crescita dimensionale si rivela impraticabile è necessario trovare nuove forme di aggregazione, di collaborazione e di integrazione.Per consentire di puntare, attraverso una struttura adeguata, su prodotti innovativi ad alto contenuto tecnologico e di qualità in grado di competere validamente. L’esempio dei distretti industriali, che ha dato risultati positivi, è senza dubbio da potenziare e sviluppare.
E’ certo una strada lunga e non facile dove bisogna partire dai punti di forza di cui l’economia italiana ancora dispone e per riuscire nello scopo ognuno deve fare la sua parte, in particolare il sistema delle imprese e il governo.
Gli imprenditori devono ritrovare il gusto di intraprendere e di investire in attività produttive e non nella pura speculazione finanziaria gli ingenti profitti ricavati e ritrovare quella propensione al rischio che caratterizza i mercati più dinamici e più attivi. Le classifiche dicono che i nostri maggiori gruppi industriali operano in settori che producono rendite perché non sono stati sufficientemente liberalizzati e sono di fatto al riparo della concorrenza. Ora, tra l’altro, è venuto meno anche l’alibi del mercato del lavoro “ingessato” da regole troppo rigide : oggi il nostro è uno dei mercati del lavoro più flessibili del mondo industrializzato e dove vigono retribuzioni largamente al di sotto della media europea e americana. Per puntare sulla novità e sulla qualità dei prodotti gli imprenditori dovranno tornare a investire nella ricerca privata in misura almeno pari a quella dei nostri partners europei e mondiali.
Il governo deve anzitutto svolgere il ruolo primario di indirizzo strategico e di fissazione degli obiettivi centrali dello sviluppo. Le scelte che possono utilizzare condizioni favorevoli ovviando alle note criticità richiedono politiche di lungo termine e capacità di analisi e di previsioni da parte del governo escludendo l’utopistico ricorso allo spontaneismo del mercato. Compito del governo è poi quello di creare le condizioni dello sviluppo e garantire risorse per una adeguata politica energetica e infrastrutturale idonea a mettere le imprese italiane alla pari con i concorrenti europei ed extraeuropei; per rendere operativa una pubblica amministrazione efficiente e meno burocratizzata, in grado di agevolare nuove attività economiche e la vitalità di quelle esistenti; per affrontare seriamente il problema cruciale dell’istruzione e della formazione, attualmente non adeguate agli standard richiesti da un mercato tecnologicamente avanzato. E soprattutto per potenziare la ricerca di base ancora troppo inferiore ai livelli degli altri Paesi industrializzati.