Paradossi italiani: l’occupazione atipica cresce all’aumentare del titolo di studio e riguarda il 35,4% per chi ha conseguito un titolo di studio universitario, a fronte del 21,2% per chi ha concluso la scuola dell’obbligo. Ma non basta, perché tra le donne il 41,5% delle occupate con lavoro atipico è madre.
A sostenerlo non un ‘gufo’ sindacalista, ma, numeri alla mano, il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, che ha spiegato oggi come il lavoro precario, “atipico”, è “più diffuso tra i giovani di 15-34 anni”, tanto che “circa 1 occupato su 4 svolge un lavoro a termine o una collaborazione”, sottolineando che il precariato riguarda anche gli ‘adulti e i soggetti con responsabilità familiari: nel 2016 un terzo degli atipici ha tra 35 e 49 anni.
Viene da chiedersi come alla luce di numero così schiaccianti, si possa continuare a sostenere che le riforme del lavoro volute dall’Europa, ma diligentemente realizzate dai governi italiani, possano aver funzionato. Certi che in vista di una lunga campagna elettorale i ‘duri a morire’ del liberismo sfrenato continueranno a resistere, c’è un altro punto a svantaggio della flessibilità o meglio della precarietà. La bassa natalità del nostro Paese, combinata alla dilagante disoccupazione dei giovani, ha trovato anche in questi dati una sua rilevantissima spiegazione se il 41,5% delle occupate ha un lavoro atipico.
Infine, in questi stessi dati ci sono risposte alle incredibili dichiarazioni di ieri del presidente dell’Inps, Tito Boeri, il quale, invece di invitare il governo ad aprire indiscriminatamente le porte ai migranti, al fine di mantenere in equilibrio il bilancio dell’Inps nel 2024, dovrebbe spingerlo ad un passo indietro sul Jobs Act e a facilitare un ingresso non effimero ma stabile delle giovani e dei giovani nel mondo del lavoro.
Veramente tanti, troppi, i paradossi del nostro Paese.

Maurits Cornelis Escher Giorno e notte, 1938

Maurits Cornelis Escher
Giorno e notte, 1938